Perché i padri ricorrono alla Pas (AP) e le madri no

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Mentre il gossip si interessa alle loro vite private, continua a girare lo spot lanciato da loro sull’Alienazione parentale dal titolo “Ancora un’altra storia”. Si tratta sempre di Michele Hunziker e Giulia Bongiorno che ormai ignorano anche il secondo appello fatto dai centri antiviolenza, continuando a intraprendere la strada della sensibilizzazione su un disturbo-sindrome inesistente che mette a rischio molte delle donne che in Italia vivono una situazione di violenza domestica. Un atteggiamento che impone di approfondire e rimarcare il perché pubblicizzare qualcosa che non esiste, uno strumento che sta macchiando l’Italia di una delle più gravi violazioni dei diritti umani, non può essere a oggi considerato una svista qualsiasi. Uno spot scandaloso se si pensa che è stato prodotto anche da Rai cinema.

“Chiunque lavora a contatto stretto con la violenza sulle donne e non annovero tra costoro Doppia difesa – ha scritto in questi giorni Elvira Reale, psicologa esperta di violenza di genere – sa bene quanto siano posticci e poco significativi questi scontri tra genitori rappresentati nello spot. Dal 30% al 60% dei bambini soffre per il maltrattamento assistito (la violenza che la Convenzione di Istanbul definisce come l’assistere alla violenza esercitata dal padre sulla madre), che comprende anche ogni grave forma di violenza post-separativa: da quella psicologica e verbale (denigrazione, svalutazioni, persecuzioni e anche minacce di morte e di sottrazione dei minori ), alla violenza economica (il maggior potere economico degli uomini spesso è usato dagli stessi per ‘affamare’ la partner) e fisica”.

Per Reale, che a Napoli ha creato il pronto soccorso per donne che subiscono violenza all’ospedale San Paolo e che da 40 anni lavora in questo ambito (ha al suo attivo diverse pubblicazioni tra cui un manuale di due tomi dal titolo “Maltrattamento e violenza sulle donne”), si parte dall’inattendibilità del bambino per renderlo muto, inascoltato, e “da accuse di maltrattamenti ed abusi, del bambino – afferma – verso un genitore, frequentemente verso un padre, che è maggiormente implicato in comportamenti violenti, per poi considerare, allo stesso modo della PAS, le accuse frutto di un processo di alienazione messo in atto dall’altro genitore”. Per questo “in molte CTU (consulenze tecniche di ufficio) l’impostazione è che sia che nominino la PAS in via esplicita sia che non la nominino, si parte sempre dal considerare la violenza contro le donne come un conflitto e le separazioni conseguenti”, ovvero non si dà peso alla violenza subita dalla donna, per mettere al centro comunque la figura indiscussa dal padre, anche qualora sia stato proprio il bambino ad averla subita. La violenza cioè non viene riconosciuta probabilmente per mancanza di strumenti e di formazione corretta da parte degli operatori e operatrici (dai giudici agli assistenti sociali agli psicologi), e per questo nei tribunali italiani “Se la donna è resistente alla relazione con un partner violento e teme anche per il figlio, sarà considerata genitorialmente inadeguata perché il genitore adeguato è quello che favorisce la relazione con l’altro, qualsiasi cosa sia successa prima”.

“Dalla mia esperienza – dice Elvira Reale – la PAS/ AP viene usata per lo più contro le madri a favore dei padri perché alle donne viene tolto il diritto, nei processi sull’affido, di parlare della violenza e di quello che hanno subito loro ed i figli”, e quindi “Nei processi per l’affido le donne devono solo mostrare adattamento alla condivisione con il partner nonostante questa, nei casi di violenza, divenga uno strumento di vessazione sulla donna a prosecuzione del maltrattamento durante la convivenza”. Uno strumento, quello della Pas, che rende del tutto inutile una legge come quella sullo stalking, subita da moltissime di queste donne proprio al momento della separazione, legge promossa – è bene ricordarlo – proprio da Giulia Bongiorno che oggi propone invece il suo esatto contrario.

Chiarendo che l’obiettivo di Pas e Ap rimane invariato, ovvero rendere il bambino inattendibile e punire la madre per averlo alienato dal padre, Evira Reale fa un passo in avanti chiarendo come siano gli uomini a volere questa legge per normare qualcosa che serve a loro: “Esclusi dal panorama della violenza di genere come vittime prevalenti, (la presenza maschile come vittima nell’ambito della violenza tra partner è data al 15%), esclusi anche dal contesto che individua il minore quale vittima prevalente di maltrattamento assistito, possono solo rivendicare per sé una condizione molto particolare che prescinde dal contesto della violenza di coppia e che si esprime solo nel corso della separazione”. Un concetto che chiarisce bene anche l’anomalia di un comportamento, quello della madre malevola, che nasce all’improvviso quando la coppia si separa, come “un fiore nel deserto”, e non dopo anni come succede in molta violenza domestica: “Esse nascono senza radici, non si giustificano in un contesto storico di violenze pregresse e vessazioni, esse hanno solo bisogno di una ed una sola ‘prova’ sorretta da una interpretazione soggettiva che altera la realtà dei fatti”.

Ed è per questo (e per i motivi che Reale illustra nella relazioni riportata per intero qui sotto) che “La proposta quindi della legge sull’alienazione parentale (…) – conclude Reale – servirà solo ad ostacolare il contrasto alla violenza di genere: ogni azione di auto-tutela e tutela dei minori da parte di donne vittime di violenza dal momento di approvazione di una tale legge sarà stoppata”.


Famiglia, relazioni affettive / filiazione, potestà, tutela

CONSIDERAZIONI SU: PAS E AP (PARENTAL ALIENATION SYNDROME E ALIENAZIONE PARENTALE)

di Elvira Reale, psicologa, esperta in violenza di genere e referente rete anti-violenza ASL Napoli 1

da Associazionesalutedonna

Non c’è differenza tra PAS ed AP se non nel nome e nel fatto (risibile) che non si dà più valore ad una sindrome di cui soffrirebbe il bambino ma ad una relazione di coppia conflittuale responsabile del disagio nel bambino.

A parte queste differenze tecniche il risultato è lo stesso: si parte dal rifiuto del bambino lo si definisce immotivato (sulla base di un pregiudizio e cioè che il bambino ha come punto di riferimento imprescindibile due genitori e che il rifiuto di un genitore è un’anomalia); ma non solo, si parte anche da accuse (di maltrattamenti ed abusi) del bambino verso un genitore (frequentemente verso un padre, che è maggiormente implicato in comportamenti violenti) per poi considerare (allo stesso modo della PAS) le accuse frutto di un processo di alienazione messo in atto dall’altro genitore. L’esito di tutto ciò è un bambino che diventa inattendibile, per cui le sue parole sono considerate inaffidabili.

Il bambino colpito dalla presunzione di essere ‘indottrinato e manipolato’ non viene ascoltato più e si agisce per suo conto considerando a priori la necessità che sia subito riportato (anche con modalità traumatizzanti per un minore, vale a dire, impositive, violente e di sottrazione dal suo luogo abituale di vita) nel rapporto con l’altro genitore (generalmente il padre che ha anche le risorse per intraprendere un’azione giudiziaria pressante) rifiutato e/o accusato di maltrattamenti e violenze.

Questo in contrasto con tutte le convenzioni (New York, Lanzarote) e le leggi che tutelano e promuovono il diritto del bambino all’ascolto e ad esprimere il suo punto di vista nel processo per l’affido che lo riguarda direttamente! Ecco l’uso della PAS o dell’AP, o di altro costrutto analogo, mette in ugual modo fuori gioco questo diritto del minore ad essere ascoltato perché pregiudizialmente (nel caso in cui esprima un rifiuto o un’accusa) lo pone come incapace di esprimere il proprio desiderio/pensiero genuino di stare o non stare con un genitore, veicolando (si presume) invece il desiderio/pensiero di un altro (indottrinamento) che è in genere la madre, a sua volta considerata, sul piano psicologico, come colei che vuole trattenere il figlio presso di sé, che lo considera un suo prolungamento e fonte di realizzazione, e che non vuole dargli autonomia nella relazione con l’altro.

Molte CTU (consulenze tecniche di ufficio) hanno quindi questa impostazione sia che nominino la PAS in via esplicita sia che non la nominino: partono dal considerare la violenza contro le donne come un conflitto e le separazioni conseguenti, promosse in genere dalle donne, come altamente conflittuali; poi le CTU non ‘apprezzano’ e considerano patologici i comportamenti così detti ‘recriminatori’ delle donne che denunciano e rappresentano in corso di CTU la violenza, oppure delle donne che fanno resistenza agli incontri proposti di mediazione (molte CTU si arrogano il diritto di condurre, anche quando non richiesta dal giudice, la mediazione tra i coniugi!). Se la donna è resistente alla relazione con un partner violento e teme anche per il figlio, sarà considerata genitorialmente inadeguata perché il genitore adeguato è quello che favorisce la relazione con l’altro, qualsiasi cosa sia successa prima. Le CTU infatti non veicolano quasi mai la conoscenza della violenza domestica e si rifanno a teorie psicodinamiche o sistemico-relazionali che pongono la responsabilità dei fatti o in vicende individuali infantili, oppure in una relazione di coppia sempre paritaria e collusiva (la violenza invece pone al suo fondamento, come afferma la Convenzione di Istanbul, una disparità di potere tra uomo e donna ed una netta distinzione tra vittima e carnefice).

Dalla mia esperienza, la PAS/ AP viene usata per lo più contro le madri a favore dei padri perché alle donne viene tolto il diritto, nei processi sull’affido, di parlare della violenza e di quello che hanno subito loro ed i figli.

Nei processi per l’affido le donne devono solo mostrare adattamento alla condivisione con il partner nonostante questa – nei casi di violenza – divenga uno strumento di vessazione sulla donna a prosecuzione del maltrattamento durante la convivenza. La violenza e lo stalking post-separativi hanno quindi come strumento tipico di vessazione l’uso strumentale dei figli sia per screditare la madre (ma questo succedeva anche prima della separazione), ma anche (e questo lo si trova solo come tratto specifico di un comportamento maschile) come strumento di controllo e mezzo per avvicinare la madre e continuare a maltrattare, ingiuriare, svilire e minacciare la partner. Per denunciare comunque questi comportamenti la donna ha come riferimento gli artt. del codice penale 572, 570 e 612 bis: essi sono pienamente sufficienti a comprendere comportamenti vessatori che includono i figli in un quadro contestuale di violenze plurime documentabili processualmente. L’uomo manca di un contesto così articolato all’interno del quale poter documentare, quale vittima, la ‘ragionevolezza’ di un rifiuto del figlio (al rapporto con l’altro genitore), colpito in vario modo dal maltrattamento sulla figura genitoriale di riferimento: con la paura ed il terrore del genitore violento, ma anche con l’adattamento e l’ imitazione di quel comportamento (la piaga della trasmissione intergenerazionale della violenza attraverso il maltrattamento assistito).

Mancando di un quadro di violenza pre-separativo che lo individui come vittima, l’uomo deve ricercare altri contesti di vittimizzazione ed altre leggi di riferimento; ecco che la proposta della Bongiorno, che aggiunge un altro reato come quello della ‘alienazione parentale’, è inequivocabilmente la proposta di una legge fatta su misura per gli uomini; costoro infatti, esclusi dal panorama della violenza di genere come vittime prevalenti, (la presenza maschile come vittima nell’ambito della violenza tra partner è data al 15%), esclusi anche dal contesto che individua il minore quale vittima prevalente di maltrattamento assistito, possono solo rivendicare per sé una condizione molto particolare che prescinde dal contesto della violenza di coppia e che si esprime solo nel corso della separazione (quale unico atto aggressivo/punitivo in prevalenza a carico di una partner che non ha alle spalle una storia quale autore di violenze). In definitiva l’alienazione parentale non solo non è una sindrome o un disturbo relazionale, ma non è neanche una condizione giustificata sul piano di una storia familiare di violenza perché nasce come un fiore nel deserto all’atto della separazione. Essa si giustifica quindi senza alcuna catena di prove valida sul piano giuridico ma solo sostenuta da costrutti psicologici poco scientifici che attribuiscono a un mix di sindromi inesistenti, di profili di personalità che nulla hanno a che fare con le condotte genitoriali, di pregiudizi sulle donne, il comportamento così detto ‘alienante’.

La PAS e la AP quindi nel loro ruolo di parte a favore degli uomini violenti, non hanno bisogno per sostenersi di un contesto di prove e di fatti.

Esse nascono senza radici, non si giustificano in un contesto storico di violenze pregresse e vessazioni, esse hanno solo bisogno di una ed una sola ‘prova’ sorretta da una interpretazione soggettiva che altera la realtà dei fatti: da un lato il rifiuto del bambino, la sua resistenza, la sua paura all’incontro con il padre, e dall’altro lato l’interpretazione ‘abusiva’, vale a dire, la presunzione di una madre possessiva e vendicativa (di che? se spesso in queste situazioni è la madre che si è separata per porre fine alla violenza?), o che per ansia, fraintendimento, problemi psichici personali (molto opinabili perché in genere sono condizioni emotive condivise da chi è stato vittima di maltrattamento), richiede una tutela ingiustificata per il figlio, come ad esempio le visite protette (che purtroppo quando vi sono minacce gravi, come il caso di Federico Barakat, ucciso in un incontro presso i servizi sociali, non servono alla tutela).

La PAS, o l’AP o qualsiasi altro costrutto psicologico, o qualsiasi profilo di personalità, che prescindano dalla valutazione del contesto di violenza precedente alla comparsa del comportamento così detto ‘alienante’, si precludono la possibilità di valutare come quel comportamento possa essere in realtà fondato su appropriate esigenze di tutela nei confronti del minore, e come il genitore che lamenta l’alienazione possa essere, in realtà e con molta probabilità, un maltrattante. Le donne al contrario hanno le prove, le documentazioni, le testimonianze dei maltrattamenti protratti negli anni contro di loro, hanno leggi, convenzioni, pronunce della comunità scientifica, a partire dall’Organizzazione mondiale della Sanità, che acclarano che quella condizione lamentata dalla singola donna, qualora non supportata da altra prova oltre la testimonianza attendibile della vittima stessa, sia statisticamente molto frequente ed abbia come unico responsabile il partner maschile.

Le donne non hanno bisogno di ricorrere alla PAS o all’AP per far valere i loro diritti ed i diritti dei minori all’affido esclusivo o al no contact con il padre maltrattante. Gli uomini, che non hanno un corrispondente e forte contesto probatorio di riferimento da cui far discendere come responsabilità in capo alla loro partner i comportamenti denigratori o di alienazione nei confronti dei figli, hanno bisogno della PAS/AP.

Per questo motivo gruppi sociali rappresentativi delle esigenze maschili difensive rispetto alla violenza di genere che li vede implicati prevalentemente come autori (in cui oggi possiamo inscrivere anche la coppia Bongiorno – Hunziker) hanno bisogno di creare (come appunto è nata la PAS di Gardner ma non solo) costrutti che si reggano da soli, senza bisogno di essere allocati in contesti di violenza, sostenuti/ideati da psicologi con a volte scarsa cultura scientifica, che inseriscono nella loro metodologia (dell’hic et nunc) anche il ‘divieto’ di declinare la storia del rapporto di coppia familiare in termini di violenza agita e patita. In sintesi, PAS ed AP prescindono dalla considerazione delle responsabilità genitoriali nella mancata tutela dei figli dalla violenza, e veicolano le posizioni anti-giuridiche degli psicologi quando essi giungono ad escludere l’ascolto del minore, o ne alterano il contenuto e le esigenze, (il ‘non voglio vedere mio padre perché fa male a mamma ed io ho paura’, diventa: ‘il minore vuole ed ha bisogno di vedere il padre ma è ostacolato dalla madre’) perché viziati da una presunta ed indimostrata azione di indottrinamento. Questa azione di ‘indottrinamento’ o ‘manipolazione mentale’ che si chiami PAS o AP, o in altro modo, non ha raggiunto alcuna validità scientifica nel contesto della presunta ‘alienazione genitoriale’ perché l’azione di manipolazione mentale non è un processo che si instaura dall’oggi al domani di una separazione e non è un processo solo psicologico; esso ha valore solo se condotto nel tempo con minacce, limitazione della libertà ed esperienza di concreti atti ritorsivi.

Per sfatare poi il pregiudizio delle donne che hanno come intento quello di punire i partner attraverso i figli c’è da dire che l’attaccare il ruolo genitoriale maschile non è frequente nelle donne vittime di violenza.

Le donne cha patiscono la violenza hanno un comportamento abituale, di timore verso il partner e di sopravalutazione del ruolo paterno rispetto al proprio, che le spinge a preservare, fin dove è possibile la relazione del figlio con il padre (una donna si pone sempre problemi nel denunciare il partner violento proprio perché teme di danneggiare il figlio nella relazione con il padre). In più, nelle storie di violenza è tipico raccogliere le testimonianze delle donne sul fatto che un uomo maltrattante usa sempre come violenza psicologica la denigrazione e la svalutazione della partner anche nel suo ruolo di madre e lo fa abitualmente davanti ai figli.

La proposta quindi della legge sull’alienazione parentale, nei fatti a prevalente se non esclusivo vantaggio degli uomini violenti (abbiamo detto che le donne hanno altri modi per dimostrare la volontà lesiva di un partner che si manifesta nel colpirle sulla genitorialità), servirà solo ad ostacolare il contrasto alla violenza di genere: ogni azione di auto-tutela e tutela dei minori da parte di donne vittime di violenza dal momento di approvazione di una tale legge sarà stoppata; l’art. 572 bis non potrà che essere una pietra tombale sulle azioni di denuncia contro il partner che una donna vittima di maltrattamento dovrebbe fare, e dovrebbe essere sostenuta a fare, anche a tutela dei figli, vittime essi stessi (in modo contestuale) di maltrattamento assistito.

Alla fine ci chiediamo: come mai le scienze giuridiche, con i loro rappresentanti nei tribunali, possano giungere ad appiattirsi su questi costrutti ed ipotesi non dimostrabili avulsi dalla conoscenza di fatti storici, dalla catena delle prove, dalla valutazione delle testimonianze delle vittime? Noi ci auguriamo che in Italia finalmente inizi in campo giuridico una riflessione, presente nei paesi anglosassoni (Inghilterra, Irlanda, Stati Uniti, Canada, Australia), che ponga, alla base della discussione dell’affido dei minori: – la valutazione obbligatoria del contesto di violenza pre-separativo per discriminare le separazioni solo conflittuali da quelle in cui c’è violenza, – e la conseguente assunzione del principio che: ‘dove c’è violenza domestica (anche senza che un procedimento penale aperto sia completato, ma sulla base di un convincimento fondato del giudice dell’affido) il partner violento vada escluso in via presuntiva dall’affido, a tutela del diritto prioritario del minore alla salute ed alla sicurezza (diritto che comunque precede quello molto discusso e molto discutibile alla bi-genitorialità).

 

La Pas entra in Viminale grazie a Hunziker e Bongiorno, i centri antiviolenza insorgono e l’Onu bacchetta l’Italia

C’è una madre che sembra ridotta uno straccio. E’ una donna che racconta la sua storia: quella di un figlio abusato sessualmente dal padre all’età di quattro anni, un marito che la picchiava e che ha cercato di ucciderla. Un bambino che oggi ha 8 anni e che il tribunale dei minori costringe a vedere il padre malgrado la sua volontà a non voler vedere più il suo abusante. Un obbligo che il giudice ha deciso malgrado le indagini in penale e malgrado un abuso certificato da un grande ospedale di Roma, una scoperta agghiacciante che portò, a suo tempo, questa madre a denunciare quell’uomo e a separarsi subito. Una decisione che gli sta costando cara perché se da un lato il tribunale penale sta proseguendo l’inchiesta, dall’altra le perizie e la Ctu del tribunale dei minori l’accusa di essere una madre malevola che si oppone al ricongiungimento tra padre e figlio il quale grida, inascoltato, il suo disagio e la volontà di non vedersi più davanti quell’uomo come invece è costretto a fare. “E’ come se l’abuso sessuale certificato, il disagio del bambino e le indagini che si svolgono in penale non esistessero – dice la sua avvocata – è assurdo, la trattano come se fosse responsabile delle violenze del marito, come se fossi lei la criminale, e questo grazie alla maledetta alienazione parentale che ormai mettono in tutte le Ctu che i giudici continuano a chiedere”. La donna conferma e aggiunge: “Dicono che mi oppongo al rapporto tra padre e figlio, che sto alienando mio figlio dal padre e che se lui si rifiuta la colpa è mia, sono io che lo manipolo. Della violenza che ha subito mio figlio non si parla, non la prendono proprio in considerazione, anzi l’assistente sociale mi ha anche detto che se non lo porto agli incontri con il padre, il tribunale ci mette 5 minuti a togliermelo e metterlo in casa famiglia. Sono disperata”.

Di storie così ne ho sentite tante in questi anni.

Le gemelline di Napoli che ogni sera venivano molestate sessualmente dal padre che imponeva loro di fare il bagnetto: un uomo che, cacciato dalla moglie e denunciato, è stato assolto per “lavaggi maldestri” perché considerato comunque un buon padre a dispetto di una madre alienante.

Il giovane collocato a 700 chilometri da casa, dove è tornato con mezzi di fortuna da solo e a piedi scappando dalla casa famiglia dove è stato per 4 anni, dopo essere stato prelevato con la forza da scuola dato che la madre era stata giudicata inadeguata dal tribunale dei minori.

La bambina di otto anni che, dopo aver raccontato dettagliatamente le violenze sessuali subite dal padre, si è vista costretta a incontrare il suo abusante perché i periti del tribunale erano convinti che dovesse riappacificarsi con la figura paterna, mentre la madre disperata era costretta a stare zitta perché minacciata di essere accusata di alienare la figlia dal genitore.

Storie di ordinaria follia in un Paese dove ci si lamenta perché le donne non denunciano la violenza vissuta in casa dal partner, senza prendere in considerazione che quando queste donne denunciano vengono rivittimizzate e addirittura criminalizzate da quelle stesse istituzioni che dovrebbero invece sostenerle e aiutarle. Il fenomeno della violenza domestica, che in Italia raggiunge il 70% della violenza sulle donne, ha un aspetto che le istituzioni continuano a non voler vedere: l’enorme sommerso che non dipende dal masochismo delle donne stesse ma dall’inefficienza dello Stato, dalla paura di subire un processo, oltre alla violenza, e adesso anche dal terrore di perdere i propri figli per vederli rinchiusi in casa famiglia o addirittura affidati a un padre violento proprio grazie all’alienazione parentale, che ormai si è infiltrata nei tribunali tra la maggior parte degli psicologi che compilano le Ctu (consulenza tecnica d’ufficio) richiesta ormai come prassi dal giudice quando si tratta di separazioni con minori. Un boomerang che ormai è nota a tutte le signore che vanno per ricevere giustizia e escono massacrate e bollate come criminali: punite come “madri malevole” pericolose, per aver messo in discussione il nucleo familiare e la patria potestà. Un boomerang che si chiama Alienazione parentale (o Sindrome di alienazione parentale che è la stessa cosa) e che davanti a una richiesta di giustizia, fa arrivare a queste donne l’accusa di non voler far vedere i figli all’altro genitore, di alienarli e di metterli contro il coniuge o l’ex partner, senza nessun ascolto né dei minori né delle donne che denunciano e si separano dai maltrattanti, riguardo le violenze vissute.

La colpa, in quelle stanze, è sempre delle madri qualsiasi cosa succeda: lei è super protettiva, lei è una nevrotica, lei è inadatta a fare a madre, è una madre nociva perché è lei che mette il bambino contro suo padre, lei è esagerata perché quest’uomo è comunque un buon padre, lei si è cercata quest’uomo quindi non si lamenti, lei fa la vittima ma in realtà lo vuole solo alienare dal padre. Insomma una serie di giudizi redatti da periti, psicologi e assistenti sociali, assolutamente impreparati in materia di violenza domestica e che invece di andarsi a studiare come s’imposta un colloquio con una donna che ha subito violenza, ricorrono in maniera indistinta alla mediazione – vietata dalla Convenzione di Istanbul in caso di violenza domestica – e applicano al caso, ormai metodicamente, una sindrome inesistente e mai dimostrata: la Pas-Alienazione parentale che ristabilisce di fatto un patriarcato cancellato solo sulla carta in questo Paese.

Ma oggi c’è di più. Si è andati oltre.

Del fatto che questa sindrome sia un’inesistente bufala non riconosciuta scientificamente, e malgrado ciò applicata nei tribunali italiani, se ne è parlato molto e sono anni che insieme ad altri denunciamo questa grave violazione del diritto, su cui l’Italia è stata redarguita, ovviamente non ascoltata, anche dall’Onu. Oggi però assistiamo a qualcosa di osceno perché come se non bastasse la lobby pro-Pas ha trovato due sponsor inaspettate: Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno, che pur avendo dato vita a un’associazione che dovrebbe assistere le donne che subiscono violenza, “Doppia difesa”, sponsorizzano l’Alienazione parentale – cavallo di battaglia di uomini e partner violenti nei tribunali quando si parla di affido dei minori – costruendo così un sistema di “doppia accusa” proprio nei confronti delle donne. La show-girl e l’avvocata hanno infatti presentato mesi fa una proposta di legge a iniziativa popolare che vorrebbe mandare addirittura in galera chi si macchia dell’inesistente sindrome (Pas alias Alienazione parentale), eludendo i racconti delle donne che hanno avuto, e hanno tutt’ora, a che fare con la Pas: storie andrebbero ascoltate attentamente da chi si prefigge di aiutarle.

“Ma io non voglio affatto normare la Pas io voglio normare un abuso: chi mi critica non ha letto la mia proposta, che alla Pas non fa cenno”, aveva detto mesi fa l’avvocata Giulia Bongiorno all’Espresso dopo le accuse mosse dai centri antiviolenza su questa proposta di legge, aggiungendo di non aver mai immaginato che “anziché esaminare la proposta, si inventasse una polemica estrapolando da un discorso molto più ampio una parola che, peraltro, nel testo nemmeno compare”.  E per chiarire la loro distanza dalla Pas era anche apparso un comunicato  in cui si dichiarava che l’associazione “Doppia Difesa” aveva “l’obiettivo di combattere la violenza sulle donne e i minori” e che con questa proposta di legge loro chiedevano solo che fosse “introdotta una legge sull’Alienazione parentale”. Una gaffe nella gaffe, dato che la Sindrome di alienazione parentale (Pas) e l’Alienazione parentale sono la stessa cosa (un escamotage linguistico usato dagli “esperti di Pas” dal momento in cui è stata respinta in diversi ambiti istituzionali come il Ministero della salute e la Cassazione), e dato che la stessa Bongiorno, durante la presentazione della proposta di legge fatta a Milano, di fronte a una platea accuratamente scelta, aveva chiaramente parlato di Pas, e quindi di Sindrome di alienazione parentale, dicendo che “i minori sono della comunità e non solo dei genitori, e siccome è stato scoperto che esiste una sindrome che è la sindrome della Pas che in realtà crea un problema psicologico fortissimo nel figlio utilizzato come strumento, a nostro avviso deve esistere una fattispecie incriminatrice che sanziona chi strumenta il figlio” – parole molto chiare forse dimenticate durante l’intervista rilasciata all’Espresso. Presentazione in cui Michelle Hunziker ha chiarito come la loro associazione, che si è occupata di stalking e discriminazione, ha poi anche ricevuto “tantissime richieste di aiuto da parte di padri che non riescono a vedere i loro bambini, che si separano e sono disperati” e che “questa legge si chiamerà Alienazione parentale che provoca la sindrome sul minore della Pas, ma è una violenza anche sul papà o sulla mamma che vive questa cosa” (il testo è rintracciabile nel video postato su Youtube da Affari Italiani).

Dichiarazioni che dimostrano prima di tutto che loro stesse hanno parlato, e parlano, di Pas e Alienazione parentale in maniera indistinta – contrariamente a quanto dichiarato da Bongiorno nelle dichiarazioni successive – ma soprattutto evidenziano quanto le due promotrici di una legge così importante, tanto da prevedere misure detentive, abbiano davvero poco chiaro sia la provenienza e la storia della Pas (Buongiorno dice che “è stato scoperto” senza dare nessun riferimento) sia la fattispecie e lo sviluppo del fantomatica sindrome, ora trasformata in disturbo (Alienazione parentale senza sindrome) dai professionisti della Pas stessa. Le polemiche suscitate e la rivolta delle avvocate dei centri antiviolenza italiani, che mesi fa hanno contestato questa proposta e l’uso strumentale di concetti poco chiari con una lettera aperta alla Rai – dato che Hunziker aveva lanciato questa proposta su Rai tre durante una sua intervista da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” – non hanno avuto però l’effetto sperato: le due signore non solo non hanno chiesto un confronto per capire di più su quale terreno si stavano avventurando ma hanno rilanciato la sfida, dopo l’estate, con uno spot sulla pseudo Alienazione parentale al Festival di Venezia, che da pochi giorni va in onda nelle case italiane, in cui chiedono anche dei soldi (dona due euro per combattere la Pas). Un affronto che ha superato le soglie della decenza quando lo spot è stato presentato alla Scuola di perfezionamento delle Forze di polizia come si vede chiaramente sul sito del ministero degli Interni.

Eventi che hanno creato di nuovo lo sdegno dei centri antiviolenza che si sono visti costretti a scrivere nuovamente per chiarire come “L’Alienazione parentale (AP) nuova definizione della ex PAS (sindrome di alienazione parentale) è uno strumento di pura invenzione di chi vuole paralizzare le scelte di vita delle donne che desiderano separarsi da un uomo violento”, e che “Lanciare una campagna contro una sindrome inesistente al fine di sostenere un progetto di legge che vorrebbe introdurre il reato di alienazione parentale, significa fare danno a tutte le donne che hanno figli e vogliono separarsi da un uomo violento”. Tanto che DiRe (la Rete dei centri antiviolenza italiani) si chiede: ma “Doppia difesa avrà assistito donne che vogliono separarsi dal violento e non riescono a tenerlo lontano dalla loro vita perché ci sono i figli?”. Parole che se sono scritte da chi lavora da 30 anni sulla violenza maschile sulle donne e salva queste stesse donne anche dalla morte, devono avere un senso e devono essere ascoltate: il numero delle mamme che oggi hanno paura a separarsi da mariti violenti, perché terrorizzate di perdere i bambini attraverso l’accusa di alienare figli che non vogliono vedere il genitore abusante, è in crescita proprio grazie al dilagare della Pas – AP nei tribunali attraverso le perizie degli psicologi e l’azione di avvocati super addestrati.

Tralasciando volutamente tutti i riferimenti già elencati tante volte in tanti articoli scritti in questi anni su quanti hanno ricusato la pseudo-Pas, mi soffermo oggi e volutamente su un fatto molto grave, ovvero sull’evidenza che malgrado le raccomandazioni dell’Onu, la bocciatura della Cassazione e del Ministero della salute, malgrado l’assenza della Pas dal Dsm, e malgrado tutti gli appelli, la Pas continua a essere usata nei tribunali e accettata come prassi nel più assoluto silenzio delle istituzioni italiane che se da una parte si vantano di aver messo a punto strumenti contro la violenza domestica, dall’altra non mettono un freno a una delle più gravi violazioni dei diritti umani nel nostro Paese, mentre hanno il dovere di mettere al bando questo strumento di ricatto per le donne, rendendo incostituzionale l’uso della Pas – Alienazione parentale (come è stato già fatto in Spagna e negli Stati uniti dove ha fatto seri danni), definendolo, quello sì, come un reato perseguibile per legge.

Un silenzio che sta provocando un danno irreparabile con bambini prelevati a forza da casa e a scuola, strappati dalle mani delle proprie madri senza alcun preavviso, donne che sono costrette a chiedere di vedere i figli in casa famiglia come se facessero l’elemosina, umiliate da assistenti sociali da cui vengono rivittimizzate e trattate come criminali della peggior specie, e che da un po’ di tempo vengono addirittura denunciate per calunnia dal momento che hanno osato segnalare un abusante. Una situazione che imploderà in maniera devastante con bambini sedati, isolati dai propri affetti, scaraventati da una parte all’altra, ridotti a pupazzi senza volontà, inascoltati e spostati come pacchi e tutto perché un tal Richard Gardner, abusante a sua volta, ha costruito una sindrome ad hoc, la Pas, per cui “su un bambino che è manipolato dal genitore affidatario (la madre) e denigra e rifiuta il genitore non affidatario (il padre), si deve tener conto che le eventuali denunce di abusi paterni sarebbero sempre false (false denunce in fase di separazione), e che terapia deve essere coatta, con minacce al bambino e alla madre, con trasmissione delle informazioni al giudice, e nessuna riservatezza” (Patrizia Romito, Corso di formazione, “Violenze contro le donne e i minori: connessioni, continuità e discontinuità”). Gardner che nel dare indicazioni scriveva che il terapeuta del bambino alienato “deve avere la pelle dura ed essere in grado di tollerare le grida e le dichiarazioni sul pericolo di maltrattamento” (Gardner, 1999a; p. 201).

Riflessioni a cui aggiungiamo che proprio poche settimane fa l’Italia è stata redarguita dall’Onu in quanto, pur avendo le norme e rispettando sulla carta le linee guida internazionali, non riesce a garantire la tutela delle donne e dei figli che le accompagnano dalla violenza maschile, perché, secondo il V rapporto del Comitato ONU sui diritti economici, sociali e culturali (E/C.12/ITA/CO/5, Documento1 del 28 ottobre 2015), il problema è rappresentato proprio dalla scarsa applicazione delle misure previste e quindi dalla carenza di tutele effettive.

Cosa aspettano allora le istituzioni italiane, il governo che si vanta delle sue leggi che rimangono solo sulla carta, i magistrati che ordinano prelevamenti coatti, a vietare che i bambini che sono in una separazione con un genitore violento siano rinchiusi in casa famiglia o affidati al padre abusante per merito di una sindrome che non esiste, inventata da uno pseudo professore venuto alla ribalta mediatica negli Usa grazie al caso Allen e oggi sponsorizzata in maniera del tutto irresponsabile in Italia?

Per non parlare dei giornalisti, colleghi che per la maggior parte continuano a trattare l’argomento come se non fosse accaduto nulla a Cittadella, dove il bambino che venne trascinato fuori dalla scuola per essere messo in casa famiglia era stato dichiarato “alienato” dalla madre nei confronti del padre. Come se tutti questi casi di sottrazione di minore con accusa di madre malevola, alienante, inadeguata fossero normali e non degne di un approfondimento, casi descritti o tralasciati senza che nel cervello dei colleghi sorga spontanea la domanda: ma che cosa sta succedendo? Un fenomeno che ha al suo interno tratti inquietanti se, d’altra parte, quei pochi giornalisti che se ne sono occupati in maniera approfondita, sono stati minacciati in qualche modo, compresi i senatori e le senatrici perseguitati perché anni fa fermarono la proposta di legge arrivata alla commissione giustizia al senato in cui si chiedeva, con il ddl 957 ,proprio di inserire la Pas (Alienazione parentale) nella modifica della legge che regola l’affido condiviso (56/2006) e che non passò proprio grazie all’ascolto dei senatori nei confronti della società civile e delle associazioni che lavoravano contro la violenza sulle donne e che avvertirono della pericolosità di queste modifiche. Modifiche che in maniera trasversale ai partiti, la lobby pro-Pas ha cercato di far entrare in tutti i modi con numerosi disegni di legge e proposte – ce ne sono almeno una decina in ogni legislatura – nel tentativo di farne passare almeno una.

Insomma dove c’è la Pas, ora camuffata in AP, c’è qualcuno che pur di far passare come valida questa sindrome falsa e ascientifica, è pronto a tutto, tanto che chi prova a fermarla o a informare in maniera critica, può passare dei guai. Ma allora facciamoci anche un’altra domanda: ma dietro la Pas o l’Alienazione parentale, dietro tutto questo accanimento e questa determinazione a far passare come buona una cosa che non esiste, malgrado le critiche e i respingimenti, cosa ci sta?

Forse un business così fiorente per cui vale la pena combattere? Oppure qualcosa di più?

Credo che anche Bongiorno e Hunziker dovrebbero farsi queste domande perché come sono sicura che il loro operato sia fatto in buona fede, così anche sono certa che qualcosa di poco chiaro si nasconda dietro al fantomatico mondo della Alienazione parentale, alias Pas che, guarda caso, colpisce in maniera massiccia le madri e quasi mai i padri.

 

L’irrazionale paura del gender e la censura su Michela Marzano

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Il sesso biologico non determina necessariamente l’orientamento sessuale di una persona che non per forza dovrà essere eterosessuale: questa la realtà dei fatti, e allora perché accanirsi con tutte le proprie forze per negare questa evidenza? Quello che sta succedendo in Italia da un po’ di tempo è una indegna alzata di scudi contro un’ipotetica teoria del gender che si vorrebbe insegnare a scuola confondendo le idee a povere anime innocenti, su cosa sia un maschio e una femmina e sulle infinite modalità di accoppiamento anche “contro natura”. E quella che in un primo momento sembrava una banalità insostenibile da guardare con distanza e con un sorriso di compassione, perché impossibile da sostenere, nel giro di pochi mesi è diventata un fenomeno preoccupante che rivela davvero l’anima conservatrice, bigotta e fascista mai morta di questo Paese.

La questione è nata tempo fa dalla notizia della divulgazione nelle scuole di libretti dal titolo “Educare alla diversità nella scuola” messi in campo con il governo Letta e poi dati in pasto a una stampa omofobica che ha usato il libello incriminato per far credere che a scuola si insegnasse come diventare gay e lesbiche, o addirittura a masturbarsi (come se ce ne fosse bisogno). Una bufala dai risvolti grotteschi che la stessa attuale ministra dell’istruzione, Stefania Giannini, è stata costretta a smentire al Corriere della Sera affermando che questi opuscoli erano in realtà strumenti “di sensibilizzazione all’educazione alla parità tra i sessi, quello femminile e quello maschile, perché la nostra società deve fare dei passi avanti su questo fronte, e per prevenire la violenza di genere e l’omofobia”.

Ma in Italia la famiglia non si tocca e sebbene si parli da anni dell’importanza di un cambiamento culturale che combatta gli stereotipi, che sono anche alla base della violenza maschile sulle donne, oggi questi stereotipi non solo sono ancora presenti e agiti, ma addirittura difesi all’arma bianca. Per molti italiani la famiglia è ancora solo e unicamente etero, l’uomo deve essere educato a fare il maschio e la donna la femmina, in barba a tutte le convenzioni internazionali sulla discriminazione di genere ratificate dall’Italia, compresa la recente Convezione di Istanbul che, riguardo il contrasto alla violenza maschile sulle donne, batte il moltissimo sulla trasformazione culturale e l’abbattimento degli stereotipi che sono sessisti e distruggono la vita sia delle donne che degli uomini.

Ma l’inesistente teoria del gender, coltivata a dovere dalla destra e dal mondo cattolico nel terreno della proverbiale ignoranza dell’italiano medio, ha avuto un eco così grande da creare sia un allarme irrazionale da crociata contro l’educazione alla diversità nelle scuole, sia una sorta di caccia alle streghe, scoprendo il vero volto di un Paese incapace di qualsiasi passo verso un reale progresso laico e civile.

Su un sito di divulgazione come Wikipink si legge che le espressioni teoria di genere o ideologia di genere “sono la traduzione dall’inglese di gender theory e gender ideology” e che “sono utilizzate dai sociologi, dagli antropologi, dai filosofi, dagli psicologi e dagli altri studiosi che si occupano dei cosiddetti gender studies (in italiano: studi di genere)”, che può significare lo studio del ruolo della donna o il comportamento maschile in una data società e in un certo periodo storico, in un contesto però in cui la lingua inglese “usa la parola teoria in senso molto più ampio di quanto non faccia la lingua italiana”. Teoria che mette in discussione l’ideologia di genere o anche “ideologia maschilista usata per indicare l’attuale asimmetria di potere tra gli uomini e le donne nella società occidentale, quelle credenze predominanti nel mondo occidentale dell’uomo bianco che hanno diffuso i valori, impliciti ed espliciti, riguardo alla naturalezza (e correttezza) del dominazione di un gruppo (maschio, bianco, proprietario, colonizzatore) su gruppi subordinati (femmina, non bianca, non proprietaria, colonizzata)”.

La fonte spiega come “I gruppi cattolici che combattono, con crescente veemenza, le teorie di genere non hanno come bersaglio coloro che studiano la condizione della donna in una sperduta tribù dell’Amazzonia, o il metodo per identificare il sesso d’un nascituro. Il loro obiettivo sono infatti le teorie sul genere formulate dagli psicologi e dai biologi a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso” e che “Uno dei loro bersagli, spesso citato, è la teoria proposta da John Money secondo la quale l’identità di genere potrebbe svilupparsi anche in contraddizione con il sesso biologico ma in accordo con quello che Money chiamava sesso di crescita, ossia, sulla base dell’educazione ricevuta”, per distinguere così il sesso biologico dalle quelle caratteristiche culturali che attribuiscono, in diversi contesti, caratterizzazioni diverse all’uomo e alla donna.

Attivisti cattolici che affermano “che alcuni organismi internazionali e potenti lobby di potere LGBTI promuovono questa teoria attraverso la sostituzione del termine sesso con il termine genere, l’estensione alle coppie dello stesso del diritto al matrimonio, all’adozione, e alle tecniche di riproduzione assistita”.

La paura infatti non è solo quella dei genitori di ritrovarsi bambini e bambine “diversi” per colpa del libretto messo all’indice, ma è il riconoscimento dei diritti civili, l’accettazione dell’omosessualità come una scelta libera e normale, il riconoscimento di famiglie omosessuali con figli di fatto. Ovvero la messa in discussione della sacra famiglia: mamma, papà e figli rigorosamente educati a perpetrare stereotipi che sono fonte di discriminazione e violenza in base al genere (contro le donne) o in base alle scelte sessuali (omosessuali, lesbiche, trans, ecc.). Un fantastico mondo di violenti, razzisti, omofobi, maschilisti.

Ma l’accanimento oggi in Italia tocca il grottesco se in un sito che si chiama “Pro vita” descrivendo un convegno all’Università di Catania, prende di mira la professoressa Graziella Priulla, sociologa della comunicazione e della cultura e docente ordinaria di sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Catania, perché indica la teoria del gender come un pericoloso strumento usato ad hoc per “l’intromissione della Chiesa cattolica nella vita laica del Paese, nel tentativo di riappropriarsi del monopolio sulle fasi evolutive (e quindi anche quella sessuale) dell’individuo”. Una preoccupazione che “Pro vita” mette alla berlina sottolineando come “i laici, le donne e gli insegnanti democratici stanno combattendo con noi” (cioè con loro).

Michela Marzano nel suo ultimo libro “Papà, mamma e gender” (Utet), cita campagne e spot sia di “Pro Vita” che di “Manif pour tous”, in cui si racconta che attraverso la teoria del gender a scuola si sarebbe insegnata la masturbazione in età scolare: “Spot che falsificano la realtà, influenzano l’opinione pubblica, anche quando questa è in buona fede”, dice Marzano. “Si parla di gender, si parla di educazione, ma in realtà quello che disturba è l’omosessualità – spiega in una intervista a Wired – cioè è il fatto che si continua a pensare che ci sia una superiorità dell’eterosessualità sull’omosessualità, e si continua a pensare che gli omosessuali siano cittadini di serie B”. E questo malgrado tutte quelle famiglie esistenti che non corrispondono allo schema “normale” di papà, mamma e figli.

Un atteggiamento da restaurazione che ormai non è più serpeggiante ma manifesto tanto che il comune di Padova ha rifiutato di fare la presentazione del libro di Michela Marzano per sabato 14 novembre, con tanto di motivazione scritta, nei locali del comune in quanto, recita il comunicato firmato dal sindaco leghista Massimo Bitonci: “Il Consiglio Comunale, con mozione 2015/0070 approvata il 5/10/2015 ha impegnato il Sindaco e la Giunta Comunale a vigilare affinché non venga introdotta e promossa la ‘teoria del gender’ e che venga al contempo rispettato il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità. L’indirizzo approvato dal Consiglio Comunale individua pertanto un preciso interesse pubblico, impegnando il Comune nella vigilanza affinché sia rispettato ‘il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità’. Infatti il Consiglio Comunale con la predetta Mozione ha riconosciuto ‘la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna come un’istituzione naturale aperta alla trasmissione della vita e nel matrimonio liberamente contratto tra un uomo ed una donna il fondamento della famiglia quale società naturale, e ad afferma altresì come la famiglia sia il nucleo naturale e fondamentale della società e che come tale ha diritto di essere valorizzata. L’iniziativa da voi promossa, come richiesta di una sala comunale per la presentazione di un libro che avvalora ‘la teoria gender’ si pone in antitesi con l’indirizzo programmatico dell’Amministrazione Comunale su tale tematica”.

E anche se ieri il rettore Rosario Rizzuto ha aperto l’ateneo di Padova invitando Marzano a presentare lì il suo libro (sempre sabato 14 novembre), rimane il fatto che questa miscela esplosiva di ignoranza e conservatorismo, porta il segno di una pericolosa restaurazione in un Paese in cui adolescenti gay si suicidano perché non accettati e degradati dai compagni, le ragazze hanno il terrore di denunciare gli stupri subiti dai propri amici, e le donne vengono ancora uccise soprattutto nel momento in cui si separano uscendo proprio dallo stereotipo madre-moglie non accettato dal partner violento ma promosso da una ideologia che ci fa tornare indietro di mille anni.

(di seguito la risposta al Comune della Libreria “Lìbrati” di Padova che ospita la scrittrice il pomeriggio di sabato 14)

La libertà non si ferma. Che piaccia oppure no

da La libreria delle donne di Padova

Sabato 14 Novembre Michela Marzano sarà a Padova. Alle 16.00 avrebbe dovuto fare un incontro in Sala Paladin e poi, alle 18.00, venire a Lìbrati. Ci hanno comunicato ieri che il Sindaco ha negato la disponibilità della Sala adducendo la seguente motivazione:

“Si precisa che il Consiglio Comunale, con mozione 2015/0070 approvata il 5/10/2015 ha impegnato il Sindaco e la Giunta Comunale a vigilare affinchè non venga introdotta e promossa la ‘teoria del gender’ e che venga al contempo rispettato il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità. L’indirizzo approvato dal Consiglio Comunale individua pertanto un preciso interesse pubblico, impegnando il Comune nella vigilanza affinchè sia rispettato ‘il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità’. Infatti il Consiglio Comunale con la predetta Mozione ha riconosciuto ‘la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna come un’istituzione naturale aperta alla trasmissione della vita e nel matrimonio liberamente contratto tra un uomo ed una donna il fondamento della famiglia quale società naturale, e ad afferma altresì come la famiglia sia il nucleo naturale e fondamentale della società e che come tale ha diritto di essere valorizzata. L’iniziativa da voi promossa, come richiesta di una sala comunale per la presentazione di un libro che avvalora ‘la teoria gender’ si pone in antitesi con l’indirizzo programmatico dell’Amministrazione Comunale su tale tematica”.

Si tratta di un’azione intollerabile che non può essere accettata né fatta passare sotto silenzio. Le Sale Comunali non sono di proprietà del Sindaco ma dei cittadini e delle cittadine di Padova e non sta nei poteri del Sindaco stabilire quali libri possano o non possano essere presentati, ciò che può essere o non essere letto, ciò che può essere o non essere detto. Si tratta di un chiaro abuso di potere. Un Sindaco non può minare la libertà di parola e di espressione. Farlo significa mettere in pericolo  i fondamenti della democrazia, democrazia che vuol dire pluralità.

L’educazione di genere è educazione al rispetto e lotta alla violenza, è apertura alla libertà e alla consapevolezza di sè. Il contrario dell’educazione di genere è violenza, omofobia, sessismo, è espressione della volontà di un pensiero unico, quindi fascismo.

Comunque sia l’affannarsi di coloro che, appellandosi ad una fantomatica teoria del gender, tentano di frenare l’apertura verso le differenze, la legittimazione dell’amore in tutte le sue forme, la lotta contro gli sterotipi di genere, è inutile, si tratta di una lotta vana destinata al fallimento. Non basterà negare gli spazi pubblici, bandire libri dalle scuole, fare proclami per impedire un cambiamento che è già in atto nella nostra società. La libertà non si ferma. Che piaccia oppure no.

Appunto perchè non abbiamo intenzione di fermarci di fronte a questi tentativi liberticidi, vi aspettiamo numerosissime e numerosissimi a Lìbrati, sabato alle 18.00. Incontreremo la bravissima Michela Marzano per un dibattito sul suo nuovo libro “Papà, mamma e gender”. Parleremo di libertà, di amore e di rispetto, gli ingredienti indispensabili per costruire una società più giusta (altrochè famiglia “naturale”).

Pasolini era troppo per noi

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Pier Paolo Pasolini (foto da “Pasolini: Il mio corpo nella lotta di Enzo Siciliano, Corriere della Sera, 25 ottobre 1992)

Con una mano Roma oggi celebra la morte dell’uomo Pier Paolo Pasolini: torturato, massacrato, umiliato, ucciso, calpestato e dilaniato dai fascisti e dallo Stato nell’arena pubblica della piazza italiana di 40 anni fa. E con l’altra mano, negli stessi giorni, Roma ridà e getta se stessa nelle braccia di quegli stessi fascisti, e di quel potere marcio e camuffato, che a differenza del grande uomo, non sono mai morti e che ancora si cibano della carne umana. Come la peste nera. Come una malattia terribile che pur provocando morte, rimane impunita. (L.B.)

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Il corpo di Pier Paolo Pasolini ritrovato senza vita il 2 novembre 1975 (dall’archivio de L’Unità)

Pasolini, le foto “vietate” del massacro. La verità sull’orrore 40 anni dopo

da affariitaliani.it

ESCLUSIVO. Nel libro “Massacro di un poeta” riemerge da faldoni ingialliti il corpo di Pier Paolo Pasolini devastato senza pietà la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia. E’ stato ucciso per quello che avrebbe potuto scrivere ancora.

Venerdì, 30 ottobre 2015 – 09:43:00

pasolini trattata

Avvertenza per i lettori: le immagini a corredo dell’articolo e contenute nella gallery senza alcuna copertura sono estratte dagli archivi del Tribunale e mai pubblicate. Per il loro contenuto sono assolutamente sconsigliate ai minori e alle persone impressionabili. Affaritaliani.it ha deciso di pubblicarle perché costituiscono un documento inedito sulla ferocia che ha accompagnato l’esecuzione dell’intellettuale.

di Patrizio J. Macci

Le fotografie non lasciano spazio a dubbi, immagini che valgono più dei milioni di parole scritte fino ad oggi. Il sangue lava via le parole aride delle sentenze come fossero cachinni sguaiati. Un “rito tribale”. Un’operazione stutturata e pianificata a tavolino, caratterizzata da una precisione e un’organizzazione inaudite. I killer sono un manipolo di fascisti che hanno usato scientemente gli attrezzi del mestiere della loro tradizione: catene, tondini di ferro, forse bastoni, una fragile tavoletta di legno già spezzata prima dell’aggressione con su scritto l’indirizzo delle baracche. Un commando nero.
Non c’è solo la presenza di altre persone, ormai ammessa anche da Pelosi unico condannato per il delitto – esca in parte inconsapevole che all’omicidio non ha neanche preso parte- da dieci anni nei suoi continui cambi di versione, nella sua verità raccontata a corrente alternata forte del fatto di essere l’unico testimone oculare identificato del delitto e praticamente impossibile da smentire.
Due automobili hanno sormontato il corpo di Pasolini, i segni del battistrada di motociclette sul corpo del Poeta e sul terreno dell’Idroscalo parlano inequivocabilmente della presenza di un gruppo nutrito di massacratori che gli urla “Jarruso”, omosessuale in dialetto siciliano.
Non appena Pelosi e lo scrittore giungono sul posto, accompagnati già da qualcuno nel veicolo e seguiti a breve distanza da altri dalla stazione Termini e dal ristorante “Biondo Tevere” avvengono in successione sia il pestaggio che il sormontamento con più auto.
Pasolini non dovrà uscire vivo dal massacro, per questo ognuno degli intervenuti deve essere funzionale nel suo ruolo. I convenuti hanno un obiettivo in comune: uccidere Pasolini. C’è la bassa manovalanza che vuole togliere un po’ di soldi al “frocio” Pasolini, i picchiatori “neri” che vogliono oscurare la voce scomoda del “comunista”, forse qualcuno che non accettava l’amore del Poeta per i “Ragazzi di vita”. In alto, in cima alla piramide quello (o quelli?) che hanno commissionato il delitto. Un delitto a più livelli, compartimenti stagni nel quale a malapena i partecipanti conoscono i volti dei complici. Pino Pelosi, unico condannato pagherà per tutti.
Quarant’anni dopo Simona Zecchi ha compiuto un’analisi filologica e cronologica delle carte processuali dell’omicidio pasolini, rovistando per tre anni negli archivi polverosi di mezza Italia, interrogando e braccando gli sparuti testimoni ancora in vita, districandosi in una giungla di false piste, fonti aperte e coperte, mettendo la parola fine a quarant’anni di false notizie e speculazioni editoriali intorno a lacerti di manoscritti mostrati e poi nascosti (il famoso Appunto 21 mancante dal manoscritto del romanzo postumo Petrolio), azzerando quanto scritto in precedenza. Ha riversato il suo lavoro di ricerca nel volume Pasolini “Massacro di un poeta” (Ponte alle Grazie editore), un libro da leggere con devozione dove ha pubblicato foto e altri documenti inediti, ha rintracciato scatti della scena dell’omicidio mai visti finora. Ricostruendo con perizia e precisione, fino a dove è stato possibile, la dinamica del delitto, sbaragliando draghi e mitologie complottiste.
Le foto, esplicite e violente dimostrano con inequivocabile certezza che ci fu una mattanza quella notte all’Idroscalo. Foto pubblicate perchè anche Pasolini nella sua instancabile e ossessiva ricerca della verità lo avrebbe voluto, perché come ha detto uno dei testimoni: “Se fosse stato un cane avrebbero avuto più pietà”. Foto che vanno inserite come tessere di un puzzle nell’analisi rigorosa svolta all’interno del libro.
Quarant’anni dopo alla domanda perché è stato ucciso Pasolini è ora possibile rispondere: per la forza delle sue parole, non per quello che aveva scritto ma per quello che avrebbe potuto continuare ancora a scrivere.

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1. “Quel bastardo è morto”

Elisei Marcello, di anni 19, muore alle tre di notte, solo come un cane alla catena in una casa abbandonata. Muore dopo un giorno e una notte di urla, suppliche, gemiti, lasciato senza cibo né acqua, legato per i polsi e le caviglie a un tavolaccio in una cella del carcere di Regina Coeli. Ha la broncopolmonite, è in stato di shock, la cella è gelida. I legacci bloccano la circolazione del sangue. Da una cella vicina un altro detenuto, il neofascista Paolo Signorelli, sente il ragazzo gridare a lungo, poi rantolare, invocare acqua, infine il silenzio. La mattina, chiede lumi su cosa sia accaduto. “Quel bastardo è morto”, taglia corto un agente di custodia. È il 29 novembre 1959.

Marcello Elisei stava scontando una condanna a quattro anni e sette mesi per aver rubato gomme d’automobile. Aveva dato segni di disagio psichico. Segni chiarissimi: aveva ingoiato chiodi, poi rimossi con una lavanda gastrica; il giorno prima aveva battuto più volte la testa contro un muro, cercando di uccidersi. I medici del carcere lo avevano accusato di “simulare”. Le guardie lo avevano trascinato via con la forza e legato al tavolaccio.

Il 15 dicembre si dimette il direttore del carcere Carmelo Scalia, ufficialmente per motivi di salute. A parte questo, per la morte di Elisei non pagherà nessuno. Inchieste e processi scagioneranno tutti gli indagati.

Leggendo della vicenda, Pier Paolo Pasolini rimane sconvolto. “Non so come avrei scritto un articolo su questa orribile morte”, dichiara alla rivista Noi donne del 27 dicembre 1959. “Ma certamente è un episodio che inserirò in uno dei racconti che ho in mente, o forse anche nel romanzo Il rio della grana”. Un romanzo rimasto incompiuto, poi incluso tra i materiali della raccolta Alì dagli occhi azzurri (1965).Se dovessi scrivere un’inchiesta, aggiunge, “sarei assolutamente spietato con i responsabili: dai secondini al direttore del carcere. E non mancherei di implicare le responsabilità dei governanti”.

Oggi è difficile, quasi impossibile cogliere la portata della persecuzione subita ogni giorno da Pasolini in 15 anni.

L’agonia e la morte in solitudine di Marcello Elisei scaveranno a lungo dentro Pasolini, fino a ispirare il finale di Mamma Roma (1962). Ma nel 1959 Pasolini non è ancora un regista. Ha 37 anni, è autore di raccolte poetiche, sceneggiature e due romanzi che hanno fatto scalpore: Ragazzi di vita e Una vita violenta. Ha già subìto fermi di polizia, denunce, processi. Per censurare Ragazzi di vita si è mossa direttamente la presidenza del consiglio dei ministri. Eppure, a paragone dello stalking fascista, del mobbing poliziesco-giudiziario e del linciaggio mediatico che l’uomo sta per subire, questa è ancora poca roba.

Nel libro collettaneo Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte (Garzanti 1977) Stefano Rodotà riassume la questione in una frase: “Pasolini rimane ininterrottamente nelle mani dei giudici dal 1960 al 1975”. E anche oltre, va precisato. Post mortem. Rodotà parla di “un solo processo”, lunga catena di istruttorie e udienze che trascinò Pasolini decine e decine di volte nelle aule di tribunale, perfino più volte al giorno, tra umiliazioni e vessazioni, mentre fuori la stampa lo insultava, lo irrideva, lo linciava.

2. Il giornalismo libero

“Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia”.

L’uomo che nel giugno 1968 scrive questo verso ha già sulle spalle quattro fermi di polizia, 16 denunce e undici processi come imputato, oltre a tre aggressioni da parte di neofascisti (tutte archiviate dalla magistratura) e una perquisizione del proprio appartamento da parte della polizia in cerca di armi da fuoco. “Appena avrò un po’ di tempo”, scrive in un appunto inedito, “pubblicherò un libro bianco di una dozzina di sentenze pronunciate contro di me: senza commento. Sarà uno dei libri più comici della pubblicistica italiana. Ma ora le cose non sono più comiche. Sono tragiche, perché non riguardano più la persecuzione di un capro espiatorio […]: ora si tratta di una vasta, profonda calcolata opera di repressione, a cui la parte più retriva della Magistratura si è dedicata con zelo…”. E ancora: “Ho speso circa quindici milioni in avvocati, per difendermi in processi assurdi e puramente politici”.

Oggi è difficile, quasi impossibile cogliere la portata della persecuzione subita ogni giorno da Pasolini in 15 anni. La mostra Una strategia del linciaggio e delle mistificazioni, inaugurata nel 2005 e da poco riallestita alla sala Borsa di Bologna, restituisce appena tenui riverberi. Non può che essere così, per capire bisognerebbe calarsi nell’abisso come ha fatto Franco Grattarola, autore diPasolini. Una vita violentata (Coniglio 2005) – e ripercorrere la sfilza dei pestaggi a mezzo stampa. Toccare con le dita un’omofobia da sporcarsi solo a immaginarla. Soppesare l’intero corpus fradicio di articoli, denso come un grande bolo di sterco e vermi.

Tra i quotidiani si fa notare soprattutto Il Tempo, ma è la stampa periodica di destra a tormentare Pasolini in maniera teppistica e ininterrotta. Rotocalchi come Lo Specchio e Il Borghese si dedicano alla missione con entusiasmo, con reporter e corsivisti distaccati a tallonare la vittima, a provocarla, a colpirla in ogni occasione, con titoli come “Il c..o batte a sinistra” e lo stile inconfondibile oggi ereditato da Libero – per citare una sola testata.

Sulle pagine del Borghese si distinguono nel killeraggio il critico musicale Piero Buscaroli e il futuro autore e regista televisivo Pier Francesco Pingitore, fondatore del Bagaglino. Altre invettive giungono dallo scrittore Giovannino Guareschi e, in un’occasione, dal critico cinematografico Gian Luigi Rondi, ma la regina dell’antipasolinismo è senza dubbio Gianna Preda, pseudonimo di Maria Giovanna Pazzagli Predassi (1922-1981), poi cofondatrice – indovinate – del Bagaglino.

Celebrata ancora oggi su un blog di destra come “la signora del giornalismo libero”, “fuori dal coro”, “mai moralista né oscurantista” e via ritinteggiando, Preda coltiva nei confronti di Pasolini un’autentica ossessione omofobica, sessuofobica e – ça va sans dire – ideologica. Sovente si riferisce allo scrittore/regista chiamandolo “la Pasolina”. Per gli omosessuali, descritti come artefici di loschi complotti, conia il termine “pasolinidi”. Va avanti per anni – proseguendo anche dopo la morte di PPP – a scrivere cose del genere:

[Pasolini] ha potuto, con immutata disinvoltura, continuare a confondere le questioni del bassoschiena con quelle dell’antifascismo […] Una segreta alleanza […] fa dei ‘capovolti’ il partito più numeroso e saldo d’Italia; un partito che, attraverso i suoi illustri esponenti, finisce sempre col far capo o col rendere servizi al Pci […] Il ‘capovolto’ sente, a naso, quel che gli conviene e dove deve appoggiarsi, se non vuole rendere conto all’opinione pubblica di quello che essa giudica ancora un vizio […] Così nasce un nuovo mito… [A celebrarlo] pensano poi i giornali di sinistra, che riescono a camuffare da eroismo la paura segreta di questo o quel ‘capovolto’ clandestino. Luminose saranno le sorti dei pasolinidi d’Italia. Già si avvertono i segni delle fortune di coloro che hanno scoperto troppo tardi il vantaggio d’esser pasolinidi […] Se avremo, dunque, nuovi scontri con i marxisti […] prima di pensare a coprirci il petto, preoccupiamoci di coprirci le terga…

Il “metodo Boffo” giunge da lontano. E anche i complottismi sulla malvagia “teoria del gender”.

L’equivalente di Gianna Preda sullo Specchio è lo scrittore ex repubblichino Giose Rimanelli, celato dietro il nom de plume A. G. Solari. Com’è ovvio, attacchi forsennati a Pasolini giungono anche dal Secolo d’Italia, ma un lavorìo più subdolo e influente di character assassination ha luogo sulla stampa popolare nazionalconservatrice, quella di riviste come Oggi e Gente.

Si va molto più in là, purtroppo. Pasolini sembra essere la cartina di tornasole del peggio. Nel 1968 il regista Sergio Leone, interpellato dal Borghese, sente l’urgenza di commentare così le polemiche sul film Teorema: “Sono convinto che tanti film sull’omosessualità hanno fatto diventare del tutto normale e legittima questa forma di rapporto anormale”. Perfino su Il manifesto si trovano battute omofobe: “La tesi [di Pasolini] ridotta all’osso (sacro) è molto chiara…” (21 gennaio 1975). Come ha scritto Tullio De Mauro:

I fiotti neri finiscono con l’inquinare anche acque relativamente lontane. Il linguaggio verbale non è fatto solo di ciò che diciamo e udiamo. È fatto anche di ciò che, nella memoria comune, circonda e alona il detto e l’udito. Il non-detto pesa accanto al detto, ne orienta l’apprezzamento e intendimento. Chi legge nell’Espresso del 18 febbraio 1968 il pezzo Pasolini benedice i nudisti con foto di giovanotto ciociaro nudo a cavallo di violoncello, è coinvolto dagli effetti del fiotto nero d’origine fascista, gli piaccia o no e lo volessero o no i redattori del settimanale radical-socialista.

È una vasta campagna a favorire, o meglio, istigare non solo le azioni poliziesche e giudiziarie, ma anche le aggressioni fisiche da parte di fascisti. Fascisti mai toccati dalla magistratura, che poi finiranno in diverse inchieste sulla strategia della tensione, come Serafino Di Luia, Flavio Campo e Paolo Pecoriello.

Il 13 febbraio 1964, davanti alla Casa dello studente di Roma, una Fiat 600 cerca di investire un gruppo di amici di Pasolini che difendevano quest’ultimo da un agguato fascista. A guidare l’auto è Adriano Romualdi, discepolo di Julius Evola e figlio di Pino, deputato e presidente del Movimento sociale italiano (Msi). L’episodio è riportato con dettagli e fonti in tutte le biografie di Pasolini, mentre è assente dalla voce che Wikipedia dedica a Romualdi.

Pasolini non querela, né per le diffamazioni a mezzo stampa né per le aggressioni fisiche. È una scelta meditata: non vuole abbassarsi al livello dei suoi persecutori. Inoltre, se querelasse non farebbe che aumentare la già enorme quantità di tempo che trascorre in tribunale.

3. Come mai?

Come mai una simile persecuzione? Perché era omosessuale? Tra gli artisti e gli scrittori non era certo l’unico. Perché era omosessuale e comunista? Sì, ma nemmeno questo basta. Perché era omosessuale, comunista e si esprimeva senza alcuna reticenza contro la borghesia, il governo, la Democrazia cristiana, i fascisti, la magistratura e la polizia? Sì, questo basta. Sarebbe bastato ovunque, figurarsi in Italia e in quell’Italia.

Pier Paolo Pasolini a Roma, nel 1967. - Franco Vitale, Reporters Associati & Archivi/Mondadori Portfolio
Pier Paolo Pasolini a Roma, nel 1967. (Franco Vitale, Reporters Associati & Archivi/Mondadori Portfolio)

 

Pasolini, ha scritto Alberto Moravia, scandalizzava quella “borghesia italiana che in quattro secoli ha creato i due più importanti movimenti conservatori d’Europa, cioè la controriforma e il fascismo”.

La borghesia italiana si è vendicata e, in modi più obliqui, continua a vendicarsi. La fandonia di “Pasolini che stava con la polizia”, ripetuta dai fascisti, dai perbenisti e dai falsi anticonformisti di oggi, prosegue la révanche dei fascisti, dei perbenisti e dei falsi anticonformisti di ieri.

Anche l’apologia postuma di un Pasolini semplificato, appiattito, lucidato e ridotto a santino fa parte della révanche.

4. “Non potranno mentire in eterno”

Nel marzo 1960 Fernando Tambroni, già ministro dell’interno e poi del bilancio, diventa capo di un governo monocolore Dc. L’esecutivo si forma grazie ai voti dei parlamentari missini. Appena quindici anni dopo la liberazione, una forza neofascista si avvicina all’area di governo. Proteste e disordini esplodono in tutto il paese. Il 30 giugno, decine di migliaia di manifestanti si scontrano con la polizia a Genova, città operaia e partigiana scelta dall’Msi per il suo congresso. Il 7 luglio, a Reggio Emilia, polizia e carabinieri sparano su una manifestazione sindacale uccidendo cinque persone. Il 19 luglio, Tambroni si dimette.

La rivista Vie nuove – su cui Pasolini tiene una rubrica dove dialoga con i lettori – produce all’istante un disco sull’eccidio di Reggio Emilia. Si tratta della registrazione della sparatoria. Su Vie nuove, anno XV, numero 33, del 20 agosto 1960, Pasolini commenta: “Quello che colpisce […] è la freddezza organizzata e meccanica con cui la polizia ha sparato: i colpi si succedono ai colpi, le raffiche alle raffiche, senza che niente le possa arrestare, come un gioco, quasi con la voluttà distratta di un divertimento”.

Sono i giorni del processo al criminale nazista Eichmann, e Pasolini collega le due storie:

Egli uccideva così, con questo distacco freddo e preveduto, con questa dissociazione folle. È da prevedere che le giustificazioni dei poliziotti […] saranno del tutto simili a quelle già ben note… Anch’essi parleranno di ordini, di dovere ecc. […] La polizia italiana… si configura quasi come l’esercito di una potenza straniera, installata nel cuore dell’Italia. Come combattere contro questa potenza e questo suo esercito? […] Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno.

Nel 1961 Pasolini gira il suo primo film, Accattone. In un paese dove si legge pochissimo, il cinema è potenzialmente più pericoloso della letteratura.
La riprovazione borghese, la censura e la repressione scatenate dai film di Pasolini (tutti, nessuno escluso) saranno incommensurabilmente maggiori di quelle scatenate dai libri e dagli articoli. Se poi in un film riemerge la storia di come morì Marcello Elisei…

Nel 1962, il finale di Mamma Roma – film che scatena violenze fasciste ed è subito proibito dalla censura – mostra il giovane Ettore che muore in prigione, gemente, febbricitante e invocante la mamma, legato in mutande e canottiera a un letto di contenzione. “Aiuto, aiuto, perché mi avete messo qua?… Non lo faccio più, lo giuro, non lo faccio più… So’ bono, adesso… Mamma, sto a mori’ de freddo… Sto male… Mamma!… Mamma, sto a mori’… È tutta notte che sto qua… Nun je ‘a faccio più…”.

Il 31 agosto 1962 il tenente colonnello Giulio Fabi, comandante del gruppo carabinieri di Venezia, denuncia Mamma Roma per oscenità e si premura di aggiungere: “Si fa presente che l’autore e regista Pasolini e uno degli interpreti, il Citti, dovrebbero avere precedenti penali presso il tribunale di Roma”. Tra coloro che seguono e apprezzano Pasolini circola l’ipotesi che a irritare l’arma sia stato il finale del film.

Da qui in avanti, Pasolini è investito da un’onda d’urto censoria e repressiva che non ha corrispettivi nella carriera di altri artisti italiani.

5. “Distruggere il Potere”

Ecco il senso dell’avverbio “ovviamente”, usato da Pasolini per rafforzare una premessa che ritiene importante. È del tutto ovvio che PPP sia contro l’istituzione della polizia.

Ancora più ovvio il verso che segue: “Ma provate a prendervela con la magistratura, e vedrete!”. Quella magistratura che tanto ha perseguitato, continua e continuerà a perseguitare Pasolini, anche dopo la morte.

È a partire da questa posizione che l’autore della poesia Il Pci ai giovani affida a un mucchio di “brutti versi” – definizione sua – una riflessione confusa, che deraglia subito e diventa uno sfogo, un’invettiva antiborghese. Come scriverà poco dopo: “Sono troppo traumatizzato dalla borghesia, e il mio odio verso di lei è ormai patologico”.

Ma per quanto l’invettiva possa essere brutta sul piano formale e carente di focus nei contenuti, dopo averla letta tutta (tutta intera, non solo i 4-5 versi estrapolati e branditi come randelli da questo o quello scagnozzo) è difficile concludere che “Pasolini stava con la polizia”.

Pasolini descrive i poliziotti che si sono scontrati con gli studenti a Valle Giulia come “umiliati dalla perdita della qualità di uomini / per quella di poliziotti”. L’istituzione della polizia disumanizza. Per questo gli studenti – “quei mille o duemila giovani miei fratelli / che operano a Trento o a Torino, / a Pavia o a Pisa, / a Firenze e un po’ anche a Roma” – sono comunque “dalla parte della ragione” e la polizia “dalla parte del torto”. Se non si capisce questo, non si coglie l’intento paradossale di Pasolini. Il paradosso gli serve a precisare che la vera rivoluzione non la faranno mai gli studenti, perché sono figli di borghesi. Al massimo potranno fare una “guerra civile”, in questo caso generazionale, in seno alla borghesia. La rivoluzione, dice Pasolini, possono farla solo gli operai, ai quali la grande stampa borghese non leccherà mai il culo, come invece – nell’iperbole pasoliniana – sta facendo con gli studenti. Sono gli operai il vero pericolo per il potere capitalistico, dunque saranno loro a subire la repressione poliziesca più pesante: “La polizia si limiterà a prendere un po’ di botte dentro una fabbrica occupata?”, si chiede retoricamente l’autore. Quindi, è proprio là che dovranno trovarsi gli studenti, se vogliono essere rivoluzionari: tra gli operai. “I Maestri si fanno occupando le Fabbriche / non le università”. Ma soprattutto, gli studenti devono riprendere in mano “l’unico strumento davvero pericoloso / per combattere contro i [loro] padri: / ossia il comunismo”. Pasolini li invita a impadronirsi del Pci, partito che ha “l’obiettivo teorico” di “distruggere il Potere” (quell’estinzione dello stato che Marx pone a obiettivo finale della lotta di classe e del socialismo) ma è finito in indegne mani, le mani di “signori in modesto doppiopetto”, “borghesi coetanei dei vostri stupidi padri”. Occupare le federazioni del Pci, dice Pasolini, aiuterebbe il partito a “distruggere, intanto, ciò che di borghese ha in sé”.

Questa esortazione occupa tutta la seconda metà del testo, ma – guarda caso – non viene mai citata.

Lo so, ti gira la testa. Ti avevano detto che Il Pci ai giovani parlava bene della repressione poliziesca. Hai sentito versi di questa poesia citati da pubblici ministeri mentre chiedevano pene pesantissime per i No Tav. Li hai uditi dalle labbra di Belpietro. Li hai letti nei comunicati del Sap e del Coisp…

6. Un infame mantra

Il Pci ai giovani fu attaccata subito, e non solo dagli studenti che criticava. Franco Fortini riempì Pasolini di insulti. Sotto il cumulo di quegli insulti, le critiche erano giuste. Pasolini provò a spiegarsi, cercando di non rimangiarsi il paradosso. Quei versi erano “brutti” perché non erano bastati “da soli a esprimere ciò che l’autore [voleva] esprimere”. Erano versi “’sdoppiati’, cioè ironici, autoironici. Tutto è dettotra virgolette”. Parlò di “boutade”, di “captatio malevolantiae”, ma non arretrò mai dal punto che aveva scelto e deciso di difendere: l’invito agli studenti a “operare l’ultima scelta ancora possibile […] in favore di ciò che non è borghese”.

Ma ormai la frittata era fatta e sarebbe rimasta a fumigare in padella per i quarant’anni e passa a venire, per la gioia di “postfascisti”, ciellini, sindacati gialli, teste da talk-show, scrittori tuttologi esternazionisti, commentatori pavloviani.

Ogni volta che si manifesta il conflitto sociale e la polizia interviene a reprimerlo riparte, come lo ha chiamato un cattivo maestro, “l’infame mantra” su Pasolini che stava con la polizia e i manganelli. Con quel mantra si è giustificato ogni ricorso alla violenza da parte delle forze dell’ordine. Bastonate, candelotti sparati in faccia, gas tossici, l’uccisione di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz di Genova, la solidarietà di corpo agli assassini di Federico Aldrovandi eccetera. Periodicamente, frasi decontestualizzate sui manifestanti “figli di papà” e i poliziotti proletari sono usate contro precari, sfrattati o popolazioni che si oppongono alla devastazione del proprio territorio.

Ho però il sospetto che il mantra si sia imposto solo a partire dagli anni novanta, insieme a certe “appropriazioni” del pensiero di Pasolini. Sicuramente, nel periodo 1968-75 nessun detentore del potere, nessun membro del blocco d’ordine lesse quei versi come davvero apologetici della repressione. Basti vedere come proseguirono i rapporti tra Pasolini, la polizia e la magistratura, e come si evolsero quelli tra Pasolini, il movimento studentesco e le sinistre extraparlamentari.

7. “Propaganda antinazionale”

Nell’agosto 1968, due mesi dopo la polemica su Il Pci ai giovani, Pasolini partecipa alla contestazione contro la Mostra d’arte cinematografica di Venezia, occupa il palazzo del cinema al Lido, subisce lo sgombero poliziesco e si prende l’ennesima denuncia. Sarà processato insieme ad altri registi, con l’accusa di aver “turbato l’altrui pacifico possesso di cose immobili”. Verrà assolto nell’ottobre 1969.

Sulla rivista Tempo, anno XXX, numero 39, del 21 settembre 1968, la rubrica Il Caos tenuta da Pasolini contiene una “Lettera al Presidente del Consiglio”, che in quei giorni è Giovanni Leone, non ancora “quirinato” né impeached. Lo scrittore accusa il capo del governo per la repressione a Venezia. Quanti credono che Pasolini fosse contro il ‘68 e i contestatori trasecolerebbero leggendo questo passaggio (corsivo mio):

Nel ’44-’45 e nel ’68, sia pure parzialmente, il popolo italiano ha saputo cosa vuol dire – magari solo a livello pragmatico – cosa siano autogestione e decentramento, e ha vissuto, con violenza, una pretesa, sia pure indefinita, di democrazia reale. La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratiche-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline.

Leone risponde arzigogolando, Pasolini continua a mirare diritto e sul numero 41 del 5 ottobre 1968 ribadisce: “Io ero presente, quella notte. E ho visto coi miei occhile violenze della polizia”.

Per chiedere – e il più delle volte ottenere – il sequestro delle opere di Pasolini agiscono in prima persona membri delle forze dell’ordine

Due mesi dopo, sul numero 52 del 21 dicembre 1968, Pasolini commenta l’ennesimo eccidio per mano poliziesca – due braccianti crivellati di colpi ad Avola, in Sicilia – e sostiene la proposta, fatta da un Pci ancora lontano dall’appoggio alle leggi speciali, di disarmare la polizia:

Disarmare la polizia significa infatti creare le condizioni oggettive per un immediato cambiamento della psicologia del poliziotto. Un poliziotto disarmato è un altro poliziotto. Crollerebbe di colpo, in lui, il fondamento della ‘falsa idea di sé’ che il Potere gli ha dato, addestrandolo come un automa.

In una puntata della rubrica rimasta inedita e ritrovata da Gian Carlo Ferretti, Pasolini risponde a una lettrice di destra, tale Romana Grandi, che gli ha inviato un volantino dell’Msi-Dn pieno di ingiurie nei confronti suoi e di altri intellettuali: “Un piccolo sforzo potrebbe pur farlo, visto che scrive e riscrive di essere unalavoratrice: non si è accorta che coloro che sono colpiti dalla polizia sono i lavoratori (e gli studenti che lottano accanto ai lavoratori)?”.

Pier Paolo Pasolini a Roma, nel 1967. - Franco Vitale, Reporters Associati & Archivi/Mondadori Portfolio
Pier Paolo Pasolini a Roma, nel 1967. (Franco Vitale, Reporters Associati & Archivi/Mondadori Portfolio)

 

L’autunno del ’69 – il cosiddetto autunno caldo – è una stagione di grandi lotte e vittorie operaie. Il 12 dicembre, per tutta risposta, esplode la bomba in piazza Fontana. A ruota, parte la montatura per colpire gli anarchici, le sinistre e il movimento operaio. Il 15 dicembre muore Giuseppe Pinelli. Il 16 dicembre, l’inviato del Tg1 Bruno Vespa comunica a milioni di persone che “Pietro Valpreda è il colpevole, uno dei responsabili della strage di Milano”. L’anarchico Valpreda diventa il mostro.

Pasolini, Moravia, Maraini, Asor Rosa e altri intellettuali firmano un appello “contro l’ondata repressiva”. Sul Borghese del 28 dicembre 1969, Alberto Giovannini coglie la palla al balzo e scrive:

Tra gli arrestati, oltre al Valpreda, uso a voltare la schiena non solo all’odiata borghesia ma anche agli amati giovinetti, vi sono molti ‘travestiti’ e ‘checche’; e il fatto non può lasciare indifferente P. P. Pasolini, che dei capovolti di tutta Italia è, di certo, il padre spirituale, visto che la natura ingrata […] non gli ha consentito di esserne la madre.

Sul numero 2, anno XXXII, di Tempo, del 10 gennaio 1970, Pasolini si rivolge al deputato socialdemocratico Mauro Ferri e scrive:

L’estremismo dei gruppi minoritari ed extraparlamentari di sinistra non ha portato in nessun modo (è infame solo pensarlo) alla strage di Piazza Fontana: esso ha portato alla grande vittoria dei metalmeccanici. Prima chePotere Operaio e gli altri gruppi minoritari extra-partitici agissero, i sindacati dormivano.

Dal 1 marzo 1971, per due mesi, Pasolini si presta a fare il direttore responsabile del giornale Lotta Continua, accettando il rischio di essere inquisito, rinviato a giudizio e processato per i contenuti del giornale. Cosa che succede il 18 ottobre dello stesso anno, per avere “istigato militari a disobbedire le leggi […], svolto propaganda antinazionale e per il sovvertimento degli ordinamenti economici e sociali costituiti dallo Stato [e] pubblicamente istigato a commettere delitti”. Pena massima prevista dal codice: 15 anni di reclusione. Testimoni per l’accusa: ufficiali, sottufficiali e agenti della pubblica sicurezza e dei carabinieri.

Dopo questo rinvio a giudizio, in spregio a qualsivoglia presunzione d’innocenza, la Rai blocca la messa in onda del programma di Enzo Biagi Terza B: facciamo l’appello. Oggi è una delle più famose apparizioni televisive di Pasolini, ma molti non sanno che fu censurata e andò in onda solo dopo la sua morte, cinque anni dopo essere stata registrata.

Nel frattempo, per chiedere – e il più delle volte ottenere – il sequestro delle opere di Pasolini agiscono in prima persona membri delle forze dell’ordine. A Bari, l’ispettrice di polizia Santoro segnala l’oscenità “orripilante” del film Decameron. Ad Ancona, contro la medesima pellicola sporge denuncia l’ispettore forestale Lorenzo Mannozzi Torini, secondo Wikipedia un “pioniere della tartuficoltura”.

Certamente provato ma per nulla intimidito, Pasolini finanzia e gira insieme al collettivo cinematografico di Lotta continua (Lc) un documentario-inchiesta su piazza Fontana e sullo stato delle lotte in Italia. Sceneggiato da Giovanni Bonfanti e Goffredo Fofi, il documentario esce nel 1972 con il titolo 12 dicembre e la dicitura “Da un’idea di Pier Paolo Pasolini”.

Ancora nel novembre 1973, quando il rapporto con Lc è teso e sull’orlo della rottura, Pasolini dichiara: “I ragazzi di Lotta continua sono degli estremisti, d’accordo, magari fanatici e protervamente rozzi dal punto di vista culturale, ma tirano la corda e mi pare che, proprio per questo, meritino di essere appoggiati. Bisogna volere il troppo per ottenere il poco”.

8. “Le nostre vecchie conoscenze”

L’ultima stagione, quella “corsara” e “luterana”, è segnata dalla reiterata, implacabile richiesta di un grande processo alla Democrazia cristiana, ai suoi dirigenti e notabili, ai complici delle sue politiche.

Dopo Il Pci ai giovani, sono alcune formule-shock del Pasolini 1974-75 a detenere il primato delle decontestualizzazioni e delle letture strumentali.

Per esempio, si estrapolano paradossi come “il fascismo degli antifascisti” per difendere le adunate di estrema destra, guardandosi bene dal dire che Pasolini usava l’espressione per attaccare l’ipocrisia del cosiddetto arco costituzionale, l’insieme dei partiti al potere, quelli che – dice in un’intervista del giugno 1975 – “continueranno a organizzare altri assassinii e altre stragi, e dunque a inventare i sicari fascisti; creando così una tensione antifascista per rifarsi una verginità antifascista, e per rubare ai ladri i loro voti; ma, nel tempo stesso, mantenendo l’impunità delle bande fasciste che essi, se volessero, liquiderebbero in un giorno”.

Senza il contesto cosa rimane? Una manciata di immagini – le lucciole, la fine del mondo contadino, i corpi omologati dei capelloni – ridotte a cliché e rese innocue. Rimane il “mito tecnicizzato” di uno pseudoPasolini light e lactose-free, propinato dalla stessa cultura dominante che perseguitò Pasolini, dagli eredi giornalistici dei suoi diffamatori e dagli eredi politici di chi lo aggrediva per strada.

L’8 ottobre 1975, sul Corriere della Sera, Pasolini commenta la messa in onda diAccattone da parte della Rai. Nel suo film d’esordio, scrive, metteva in scena due fenomeni di continuità tra regime fascista e regime democristiano: “Primo, la segregazione del sottoproletariato in una marginalità dove tutto era diverso; secondo, la spietata, criminaloide, insindacabile violenza della polizia”.

Nella polizia fascista di Madrid e Barcellona, scrive Pasolini, rivediamo la nostra polizia

Riguardo al primo fenomeno, scrive Pasolini, la società dei consumi ha “integrato” e omologato anche i sottoproletari, le loro abitudini, i loro corpi. Ergo, il mondo rappresentato in Accattone è finito per sempre.

È trascorso poco tempo, ma quelle parti di Roma sono cambiate. Pasolini le attraversa e dietro ogni incrocio, dietro ogni edificio, dietro ogni capannello di giovani vede – in una sovrapposizione lievemente sfasata – com’erano l’incrocio, l’edificio e quei giovani solo poco tempo prima. Tutto è in apparenza simile, ma la tonalità emotiva è alterata, la nota di fondo è irriconoscibile. Per un potente resoconto psicogeografico su tale “doppiezza” rimando alla passeggiata del Merda in Petrolio, Appunti 71-74a.

Ma cosa dice Pasolini del secondo fenomeno di continuità tra regime fascista e regime democristiano? “Su questo punto c’intendiamo subito tutti”, scrive, e sa di essere provocatorio. Sta parlando ai lettori del Corsera, è implausibile che tutti siano d’accordo nel ritenere “spietata” e “criminaloide” la violenza della polizia.

Ma l’autore è adamantino: “È inutile spendere parole. Parte della polizia è ancora così”. Segue un riferimento alla polizia spagnola, la guardia civil del regime franchista. Riferimento oggi incomprensibile, se non si sa cosa accadeva in Spagna in quei giorni. Ecco un titolo da l’Unità del 5 ottobre 1975: “Tortura a Madrid. / È stata usata dalla polizia franchista in modo sistematico contro non meno di 250 baschi. – Le conclusioni di un’inchiesta di Amnesty International – Testimonianze agghiaccianti”.

Il passaggio è rapido, ma non superficiale. Ci mostra un altro “doppio mondo” sfasato. Nella polizia fascista di Madrid e Barcellona, scrive Pasolini, rivediamo la nostra polizia, “le nostre vecchie conoscenze in tutto il loro squallido splendore”.

9. L’uomo che sorride

Tre settimane dopo, la notte tra il 1 e il 2 novembre, il corpo di Pasolini giace nel fango di Ostia, massacrato, ridotto a un unico cencio intriso di sangue.

Ora, per chiudere, prendo in prestito le parole di Roberto Chiesi:

Se guardate tra le terribili foto del ritrovamento del cadavere di Pasolini, ce n’è una, forse la più terribile, che mostra il corpo rovesciato e martoriato, con intorno alcuni inquirenti e poliziotti seduti sulle ginocchia. In particolare c’è un poliziotto seduto accanto al cadavere di Pasolini, che sorride. La foto lo mostra in maniera inequivocabile: è un sorriso di scherno, di disprezzo. Questa immagine può essere presa a campione di tutta un’Italia deteriore, da rifiutare, condensata in quell’immagine in bianco e nero, apparsa sulle prime pagine di tanti giornali dell’epoca.

Pasolini continuava a essere contro la polizia, la polizia continuava a essere contro Pasolini.