Donne

Denim Day contro la violenza sulle donne: oggi racconto perché non ho denunciato

dal Manifesto

Anar­kikka per #per­ché­no­n­ho­de­nun­ciato #denimday

Anar­kikka per #per­ché­no­n­ho­de­nun­ciato #denimday

Oggi è il Demin Day, la gior­nata isti­tuita 15 anni fa dall’associazione “Peace Over Vio­lence” in rispo­sta alla sen­tenza della Cas­sa­zione che in Ita­lia assolse un uomo dallo stu­pro di una ragazza per­ché indos­sava un paio di jeans. E in que­sta gior­nata lan­ciamo la sfida di pub­bli­care arti­coli con lo stesso titolo: “Per­ché non ho denun­ciato” e comin­ciamo facen­dolo in prima per­sona sui blog del “Fatto”, “Il Mani­fe­sto” e del “Cor­riere”. L’iniziativa è pro­mossa da un gruppo di gior­na­li­ste (Luisa Pron­zato, Nadia Somma, Luisa Betti) che invi­tano tutte le altre, gior­na­li­ste e blog­ger, a fare pro­prio il titolo e l’immagine. E invita tutte le altre donne a rac­con­tarsi rispon­dendo a “Per­ché non ho denun­ciato”? Hanno già ade­rito all’iniziativa i blog di Anar­kikka (che rin­gra­ziamo per aver dise­gnato l’immagine di oggi), “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo, “Lip­pe­ra­tura” di Lore­dana Lip­pe­rini e “Gen­der, genere, genre… ma non solo” di Rita Ben­ci­venga. Rilan­ce­remo, e chie­diamo di rilan­ciare, per tutta la gior­nata, pro­se­guendo anche nei giorni suc­ces­sivi, gli arti­coli e le sto­rie che segui­ranno a que­sto appello con l’hastag #per­ché­no­n­ho­de­nun­ciato #denimDay.


Oggi ci metto la fac­cia nel vero senso della parola, per­ché quell’occhio nero me lo sono por­tato in giro per più di una set­ti­mana senza bat­tere ciglio. Certo, con un paio di occhiali grandi e con grosse lenti nere, potevo coprire tutto l’occhio ma quando me li toglievo, si vedeva che era un bel caz­zotto dato in fac­cia. Un caz­zotto che non mi andava né su né giù, ed è per que­sto che anch’io, donna riso­luta, sicura di me, e con un bel baga­glio alle spalle, a mia madre che mi chiese: cosa hai fatto? Risposi: ho bat­tuto a uno spi­golo. Una rispo­sta che non avrei mai imma­gi­nato di dare, e che mi uscì quasi spon­ta­nea dalla bocca, come quelle frasi fatte che non rie­sci a fer­mare men­tre ti escono auto­ma­ti­ca­mente con un rapido movi­mento delle labbra.

Ma come, pro­prio io?

Sì, pro­prio io.

Il rodi­mento misto a umi­lia­zione però non era tanto quel livido che rovi­nava l’estetica del mio bel visino quanto il dover ammet­tere che il mio com­pa­gno, che subito dopo è diven­tato ex, era que­sto e che ero stata anni con un tizio che in realtà era un’altra per­sona: ma come, pro­prio a me? (mi doman­davo). Sì cara, pro­prio a te (mi rispon­devo). Per­ché quel livido sul viso era la dimo­stra­zione tan­gi­bile che mi ero sba­gliata, che la per­sona con cui avevo con­di­viso una parte impor­tante della mia vita era que­sto, e che io, pro­prio io, per que­sto abba­glio (come se fosse una mia respon­sa­bi­lità), ora mi ritro­vavo anche con un occhio pesto che mi ver­go­gnavo a mostrare e che mi ricor­dava quell’errore (sem­pre mio) ogni volta che mi guar­davo allo specchio.

Era tanto tempo fa, e ancora non avevo fatto tutto il per­corso che ho fatto dopo, ma cer­ta­mente avevo gli stru­menti per capire che quella vio­lenza era solo la punta dell’iceberg di un’altra vio­lenza che andava avanti da tempo, da molto tempo. Una vio­lenza sot­ter­ra­nea, sub­dola, che era scop­piata in vio­lenza fisica solo a corol­la­rio di anni di pres­sione psi­co­lo­gica che per gli addetti ai lavori ha un nome e si chiama: gaslighter (que­sto invece l’ho sco­perto dopo).

Essere vit­tima di gaslighter non è una cosa che si rac­conta facil­mente, per­ché quando ti guardi indie­tro, ti chiedi: come ho fatto a uscirne? Stare den­tro una rela­zione in cui il part­ner altera la realtà che vivete fino a farti cre­dere che la vera realtà è quella che lui costrui­sce per non ammet­tere una per­so­na­lità distorta, ti fa diven­tare pazza (o quasi) e ti fa vivere in un mondo com­ple­ta­mente alte­rato. Tu non vedi più nulla e la tua ricerca costante è solo la veri­fica delle tue sen­sa­zioni, del tuo piano di realtà, in un con­te­sto in cui la per­sona che vive con te, e ti cono­sce, mani­pola con­ti­nua­mente tutto quello che vi cir­conda fino a desta­bi­liz­zarti completamente.

Gaslighter deriva dal titolo di un film, “Gaslight” diretto da Georg Cukor nel 1944, dove un marito cerca di por­tare la moglie alla paz­zia mani­po­lando l’ambiente e in par­ti­co­lare le luci a gas abbas­sate con­sa­pe­vol­mente da lui: cosa che la moglie nota ma che lui insi­ste essere solo frutto dell’immaginazione di lei che comin­cia così a dubi­tare di se stessa. Per la let­te­ra­tura “Lo scopo del com­por­ta­mento di gaslighting, comune alle tre cate­go­rie di mani­po­la­tori, è ridurre la vit­tima a un totale livello di dipen­denza fisica e psi­co­lo­gica, annul­lare la sua capa­cità di scelta e respon­sa­bi­lità”. Il gaslighter, che mette in atto la mani­po­la­zione men­tale, “fa cre­dere alla vit­tima di vivere in una realtà che non cor­ri­sponde alla realtà ogget­tiva e mina alla base ogni sua cer­tezza e sicu­rezza: in sostanza agi­sce su di lei un vero e pro­prio lavag­gio del cervello”.

Ed era pro­prio così, per­ché dopo anni di alta­lene emo­tive e di simu­la­zioni, nel momento in cui il suo imma­gi­na­rio piano di realtà è venuto a galla, e io ho capito che c’era qual­cosa che mi sto­nava mal­grado la sua fer­rea inten­zione di impor­melo, tutto è scop­piato. Fino a quel caz­zotto arri­vato pro­prio nell’ennesimo ten­ta­tivo, suo, di farmi pas­sare per matta, a me, e nel voler affer­mare la sua pre­tesa di farmi cre­dere una realtà com­ple­ta­mente inven­tata, ancora una volta, alla quale io resi­stevo con tutte le mie forze per­ché, appunto, non ero scema.

Per essere più chiari, in una dina­mica di vio­lenza psi­co­lo­gica, il gaslightingattra­versa tre fasi:

1) Incre­du­lità in cui la vit­tima non crede a quello che sta acca­dendo né a ciò che vor­rebbe farle cre­dere il suo “carnefice”.

2) Difesa in cui la vit­tima ini­zia a difen­dersi con rab­bia e a soste­nere la sua posi­zione di per­sona sana e ben “pian­tata” nella realtà oggettiva.

3) Depres­sione dove la vit­tima si con­vince che il mani­po­la­tore ha ragione, getta le armi, si ras­se­gna, diventa insi­cura ed estre­ma­mente vul­ne­ra­bile e dipendente.

Io mi sono fer­mata alla seconda, anche se ero a un sof­fio dalla terza, e mal­grado ciò per uscirne fuori com­ple­ta­mente sono stata costretta ad allon­ta­narmi per anni dal mio mondo di rela­zioni sociali, dai miei rap­porti, da amici e anche dal mio ambiente di lavoro (con danni seri alla mia vita).

La psi­co­loga Mar­tha Stout sostiene che “i socio­pa­tici usano fre­quen­te­mente tat­ti­che di gaslighting”: “per­sone che tra­sgre­di­scono coe­ren­te­mente leggi e con­ven­zioni sociali” e che “sfrut­tano gli altri”. In buona sostanza “bugiardi cre­di­bili e con­vin­centi che negano coe­ren­te­mente ogni misfatto”: un ritratto per­fetto del mio ex che per anni ha simu­lato un’altra per­sona in un rap­porto a due e in maniera dav­vero con­vin­cente, da grande attore. Una simu­la­zione che gli rie­sce così bene da con­vin­cere chiun­que, me com­presa, che si tratta di per­sona affi­da­bile, seria, con la testa sulle spalle, mal­grado die­tro que­sta fac­ciata ci sia ben altro. Un vero inso­spet­ta­bile (come sono molti offender).

Altri autori riten­gono che in certe forme di com­por­ta­menti abu­santi e mal­trat­tanti, il per­pe­tra­tore pre­senti il pro­filo di un “per­verso nar­ci­si­sta”. Eiguer (1989) defi­ni­sce il per­verso nar­ci­si­sta come “colui che influen­zato dal suo Io gran­dioso, cerca di sta­bi­lire un legame con un altro indi­vi­duo attac­can­dosi in par­ti­co­lar modo alla sua inte­grità nar­ci­si­stica per disarmarlo”.

Per l’esattezza esi­stono tre tipo­lo­gie di gaslighter:

il mani­po­la­tore bravo ragazzo che si pro­pone come attento e pre­mu­roso nei con­fronti della sua vit­tima, ma che in realtà agi­sce col solo intento di sod­di­sfare i suoi bisogni.

Il mani­po­la­tore affa­sci­nante che uti­lizza tutte le sue dote sedut­tive per influen­zare ed infine imporre il pro­prio ascen­dente sulla vittima.

L’inti­mi­da­tore che a dif­fe­renza dei pre­ce­denti ha un com­por­ta­mento più diretto.

Il mio ex era una via di mezzo tra il primo e il secondo.

Per­ché non ho denun­ciato uno così pericoloso?

I miei amici e le mie ami­che, ai quali mostravo senza ver­go­gna quell’occhio nero e che sape­vano tutta la sto­ria, mi dice­vano: ma per­ché non lo denunci? Lo devi denun­ciare, quello è un mani­po­la­tore, un ego­cen­trico peri­co­loso, un simu­la­tore, un per­verso, e chissà dove ci arriva e quanti danni farà (parole pro­fe­ti­che). Era vero, potevo denun­ciarlo ma poi si sarebbe tolto di torno? Que­sto qui (pen­savo) mi per­se­gui­terà per sem­pre e userà la denun­cia per rima­nermi alle costole men­tre io non lo voglio più vedere, io voglio uscire da que­sta sto­ria per­ché mi sta dan­neg­giando e la pros­sima volta, altro che caz­zotto. Uno che ti aspetta sotto casa per sei ore con­se­cu­tive e tu non puoi nean­che andare a fare la spesa, uno che ti si mette con la mac­china sotto il can­cello di casa a notte fonda per bloc­carti quando torni da un viag­gio, o che chiama i pom­pieri e ti fa rom­pere la fine­stra per entrare in casa tua men­tre non ci sei, non è uno che molla facil­mente. Uno stal­ker non molla la sua preda così e appro­fitta di qual­siasi appi­glio per rima­nere aggrap­pato. E poi, il caz­zotto e l’occhio nero erano lì, ma le ferite della vio­lenza psi­co­lo­gica, che sono quelle che pro­cu­rano più danni, come fai a dimo­strarle? come fai a denun­ciarle? Dovrai rac­con­tare tutti que­gli anni di sup­pli­zio, per avere cosa? Giu­sti­zia da qual­cuno che nean­che sa cos’è la vio­lenza psi­co­lo­gica? E che magari potrebbe anche pen­sare che quel caz­zotto te lo sei cer­cato? Qui se non arrivi mas­sa­crata in tri­bu­nale nean­che ti guardano.

Que­sto era quello che risuo­nava nella mia testa, que­sto è quello che ho fatto.


Ade­sioni all’appello #per­ché­no­n­ho­de­nun­ciato #denimDay.

Gior­gia Vez­zoli su “Vita da stre­ghe

Cri­stina Obber su “Non lo fac­cio più

Claudia Sarritzu su Globalist.it

Giulia Vola su Magazine delle Donne

Angela Gennaro su Huffington Post

Silvia Vaccaro su Noi Donne

Alberta Ferrari su L’Espresso

Paola Bevilacqua su Padova Donne 

Vittoria Camboni Candeloro sul Movimento per l’Infanzia

 

 

4 risposte »

  1. Questo articolo invece non è affatto strumentale.
    La Violenza e l’Abuso bisogna affrontarli senza alcuna esitazione. Mi indigno di fronte a certa capacità manipolatoria e nefandezze che solo l’animo umano conosce.
    Mi chiedo come fa ad esistere gente così.
    In questi casi non si può far altro che leggere e cercare di entrare in profonda empatia con le persone che hanno subito simili cicatrici perché, come sostengo sempre, vediamo il pugno, vediamo i tagli ma ci sono tagli e pugni che a volte non vengono tirati perché gli uomini non siamo sprovveduti e alcuni tra essi, i peggiori tra i violentatori, violentano l’anima della persona circuendola.
    Questo atteggiamento mi fa ribrezzo.

  2. IL MONDO E MALATO MATTO ENTRAMBI, SENZA BASIII E RADICIII, NON CI SARA MAIIII UN EQUILIBRIO, SIA MENTALMENTE, SIA FISICAMENTE???
    COLLABORIAMO TUTTI, PER DARE +++ VALORE ALLA VITA!!!
    SENZA BASI, NON CI SARA: INNOVAZIONE, SVILUPPO, PACEEE

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