Donne

Tassista stuprata a Roma: le istituzioni non possono solo indignarsi

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Dieci giorni fa a Milano una donna viene stuprata a casa sua dal fattorino che consegna le pizze a domicilio dopo averne ordinato una, mentre l’altro ieri una tassista subisce uno stupro e una rapina a Roma da un cliente caricato in macchina che l’ha portata in una strada isolata per aggredirla, picchiarla e violentarla. In questi stessi giorni il governo Renzi presenta un Piano antiviolenza aspramente criticato dalle associazioni e dai centri antiviolenza in quanto non corrispondente ai bisogni delle donne e, malgrado i proclami, non coerente con quanto contenuto nella Convezione di Istanbul ratificata dall’Italia e strumento internazionale per contrastare la violenza sulle donne. Davanti a questi fatti, Salvini inneggia alla “castrazione chimica”, e il sindaco di Roma, Marino, si indigna e dichiara al Corriere che “le violenze e gli abusi a sfondo sessuale non soltanto sono estremamente gravi, ma anche vili: un vero crimine contro la comunità umana”, aggiungendo anche che la sua amministrazione “farà quanto è in suo potere per essere vicino alla donna vittima di violenza”, malgrado le romane che subiscono violenza siano molto più numerose.

Altrettanto, e giustamente, indignata è la deputata del Pd Fabrizia Giuliani che ieri ha fatto sapere come “La lotta alla violenza contro le donne deve diventare una priorità del Governo”. “E’ quanto mai importante – dice Giuliani – dare seguito concreto e rapido alle misure previste per il contrasto alla violenza, a cominciare dalla prevenzione. E’ necessario che tutte le figure istituzionali che hanno il compito di affrontare il fenomeno della violenza sessuale, cioè polizie, prefetture e presidi medici, siano in grado di coordinarsi tra loro e ricevano una adeguata formazione professionale. Questa è la risposta che ci sentiamo chiamati a dare come Istituzioni il cui impegno, anche attraverso il contributo delle associazioni, è cruciale per impedire che una donna possa essere vittima di stupro”.

Essendo d’accordo, parola per parola, con Giuliani, mi chiedo allora perché il suo partito, che è al governo di questo Paese, abbia redatto un Piano antiviolenza, presentato due giorni fa dalla consigliera di pari opportunità, Giovanna Martelli, che ha provocato la netta critica e la bocciatura di associazioni e centri antiviolenza che hanno salvato le donne italiane in tutti questi anni? E soprattutto perché le parlamentari che oggi si ritrovano in parlamento con un numero nettamente superiore alle scorse legislature (30%), e grazie proprio al voto delle donne, non fanno sentire la loro voce. Una voce che, tra le altre cose, si è assottigliata sempre di più da quando Renzi è diventato il presidente del consiglio. Due anni fa abbiamo avuto una ministra delle Pari Opportunità che in soli due mesi ha fatto un ottimo lavoro durante il governo Letta, una ministra che è stata spazzata via e mai sostituita da qualcuna che avesse lo stesso mandato, quindi lo stesso potere decisionale, e soprattutto le stesse capacità. E malgrado le donne italiane l’abbiano richiesta a gran voce, nessuna di queste donne che siedono oggi in parlamento ha fatto eco a quelle richieste fatte dal quelle stesse donne che probabilmente le hanno votate e grazie alle quali sono lì. Una voce, quello di deputate e senatrici, che con l’arrivo di Renzi si è ulteriormente affievolita, ammorbidita, come se bastasse nominare 8 ministre per risolvere i problemi delle donne in Italia. Il dialogo con la società civile femminil-femminista, timidamente avviato durante il governo Letta da Idem sui temi della violenza, è stato spazzato via senza che nessuna di loro dicesse pubblicamente: no, così non va bene, le donne non ci stanno, malgrado, durante la discussione parlamentare sulla Convenzione di Istanbul e poi sulla legge 119, si fossero aperti degli spiragli per la formazione di una rete delle parlamentari che gettassero un ponte tra le donne e le istituzioni.

Impedire uno stupro e prevenire la violenza sulle donne, significa prima di tutto trasformare la cultura, un obiettivo che l’attuale Piano antiviolenza si pone in modo inefficace e del tutto aleatorio, superficiale. Un compito difficile in un Paese in cui una donna non solo può aver paura di ordinare una pizza a domicilio o di fare la tassista, ma anche di sposare, convivere e fare figli con un uomo che poi si rivela violento, e quindi subirlo 24 ore su 24 in casa sua, anche per anni, dato che l’80% della violenza in Italia è domestica e dato che uscire dalla violenza è un percorso difficile e faticoso.

Non capire che l’errore che si innesta sul danno, diventa così un danno ancora maggiore e significa non avere una coscienza né umana né politica. Per questo invito le parlamentari italiane a riflettere sull’operato di questo governo sulla violenza, favorendo un confronto reale e includente con la società civile delle donne che è molto più avanti di quelle stesse istituzioni: istituzioni che pretendono di farsi carico di un problema senza ascoltare chi lo conosce a fondo, contravvenendo così alle stesse indicazioni della Convenzione di Istanbul.

 

 

 

 

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