Donne

I centri antiviolenza spiegano il perché (e il come)

Logo del Coordinamento regionale centri antiviolenza dell'Emilia Romagna

Logo del Coordinamento regionale centri antiviolenza dell’Emilia Romagna

Pochi giorni fa è apparsa sul web un’intervista sul presunto “business” dei centri antiviolenza dell’Emilia Romagna gestiti da donne: un dibattito che mi sono vista piombare direttamente sul mio profilo facebook (in cui l’autrice dell’intervista ha poi cancellato i post) in cui citava direttamente la Casa delle donne di Bologna su una donazione di un milione di euro ricevuta da un donatore anni fa e sui finanziamenti che ricevono i centri antiviolenza dell’Emilia Romagna. L’articolo, intitolato “Marzia Schenetti, vittima di stalking: “Vi racconto il business delle associazioni anti-violenza sulle donne”, è stato pubblicato su “Quelsi Quotidiano” ed è stato ripreso sui social network e usato per mettere in discussione l’operato dei centri creati e gestiti dalle donne, proprio in un momento in cui, con l’imminente varo del Piano antiviolenza del governo Renzi, è chiara l’esiguità dei finanziamenti su tutto il territorio nazionale ed è chiaro il tentativo di istituzionalizzazione della rete di supporto ai percorsi di contrasto alla violenza maschile sulle donne: quale metodo migliore per farsi spazio buttando il fango nel ventilatore in una giungla dove il motto “mors tua vita mea” è quanto mai attuale? Senza nulla togliere al diritto di criticare e di pensarla diversamente, è indubbio che un’operazione così frontale lasci delle perplessità, soprattutto se l’argomentazione non è supportata da solide basi documentate. La gestione dei finanziamenti e la differenza tra centri più ricchi e centri più piccoli (in cui non entra l’illegalità), non è una cosa che possa essere affrontata puntando il dito, perché esistono situazioni diverse. Senza contare poi che un centro antiviolenza non si improvvisa e che anche chi pensa di poterne “mettere su uno” chiedendo poi i finanziamenti per fare il business, deve tener conto che quelli gestiti dalle donne con una storia femminista alle spalle non sono semplici servizi ma si basano proprio su una professionalità creata nel tempo che rispetta l’autodeterminazione, la libera scelta della donna che inizia un percorso per uscire dalla situazione di violenza per cui cerca aiuto e le linee internazionali. Ma più che l’articolo in sé quello che mi ha colpito è stato l’eco che ha avuto questa intervista pubblicata su un sito chiaramente di destra e chiaramente di nicchia, ripreso da ambiti diversi che mai prenderebbero in considerazione articoli pubblicati su un sito di questo tipo tanto più su questo argomento. Quindi più che il contenuto, mi ha meravigliato l’uso che di questo contenuto è stato fatto, come di chi accompagna la mano di chi lancia il sasso facendo poi finta di niente. Per questo voglio pubblicare la risposta del Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna e della Casa delle donne per non subire violenza Onlus di Bologna redatta dall’avvocata Susanna Zaccaria del Foro di Bologna, che chiarisce anche bene cosa sono e su quali basi agiscono i centri, e di cui mi sembra importante sottolineare quattro punti, ovvero che:

1-“I centri, per scelta, offrono supporto relazionale e percorsi di empowerment affinché le donne si rafforzino e si proteggano dalle relazioni danneggianti, ricostruendo nuove traiettorie di vita”;

2-“I centri antiviolenza si occupano di violenza di genere contro le donne, cosa ben differente e che non si può confondere con i dissapori e/o conflitti all’interno di una coppia. Nei casi di violenza la mediazione è considerata inefficace e pericolosa, tanto che viene espressamente vietata dalla Convenzione di Istanbul e da tante raccomandazioni internazionali”;

3-“Ai centri antiviolenza si rivolgono donne di tutte le provenienze sociali, e la classe più rappresentata è quella media. Le associazioni che li animano sono apartitiche, e si muovono nell’ambito del femminismo, essendo impegnate con determinazione nel promuovere politiche pubbliche che incidano sulla differenza di potere tra i sessi, che è la base e l’origine della violenza contro le donne, fermamente convinte che la violenza alle donne riguardi tutte le donne”.

4-“I centri antiviolenza vengono giustamente interpellati e coinvolti nelle attività di formazione rivolte a vari soggetti e professioni, in virtù della ormai trentennale esperienza e del patrimonio di conoscenze prodotto, come per altro suggerisce la Convenzione di Istanbul”.


da ilportodellenuvole

Ricevo e pubblico questa lettera dall’avvocata Susanna Zaccaria del Foro di Bologna, chiedendo di aiutarmi a diffonderla sul web.

Scrivo la presente a nome e per conto del Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna e della Casa delle donne per non subire violenza Onlus di Bologna che rappresento, dopo aver preso visione dei contenuti apparsi  sul quotidano on line qelsi il 10 dicembre scorso dal titolo Vi racconto il buisness delle associazioni antiviolenza

Preme fornire le seguenti precisazioni:

A quanto consta, la signora Marzia Schenetti non si è rivolta a nessun centro aderente al Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna per avere un aiuto per la situazione di violenza che ha subito, quindi non può parlare per esperienza diretta. Lo ha fatto invece per la presentazione di un suo libro, (cosa che è avvenuta) e successivamente per avere la retribuzione di un suo spettacolo teatrale. In questa seconda occasione le è stato risposto che – pur apprezzando il suo impegno artistico a favore della tematica della violenza contro le donne  non era possibile finanziare uno spettacolo teatrale, non avendo il centro antiviolenza fondi da destinare a questo scopo.

La mission dei centri antiviolenza, in linea con tutte le disposizioni internazionali, oltre a quella di fare promozione per un cambiamento della cultura e della politica, è quella di offrire supporto e percorsi di protezione alle donne che chiedono aiuto per uscire dalla violenza (counseling, ospitalità, supporto alla ricerca del lavoro, ecc.), non quella di erogare contributi direttamente alle donne che si rivolgono a loro, se non nella forma di rimborsi per i trasporti, il vitto, le spese telefoniche, ecc. Per questa esigenza, oltre al supporto dei servizi sociali territoriali, nella regione Emilia-Romagna esiste la Fondazione vittime di reato (www.regione.emilia-romagna.it/fondazione-per-levittime- dei-reati) alla quale ci si può rivolgere per avere un contributo che possa –  almeno in parte – risarcire il danno che la violenza ha prodotto. I centri, per scelta, offrono supporto relazionale e percorsi di empowerment affinché le donne si rafforzino e si proteggano dalle relazioni danneggianti, ricostruendo nuove traiettorie di vita. I centri antiviolenza si sono sempre battuti perché lo stato riconosca un adeguato risarcimento alle vittime e di fatto indirizzano alla Fondazione vittime di reato molti casi ogni anno. Le avvocate che fanno riferimento ai centri antiviolenza, oltre a fare consulenza gratuita presso i Centri, supportano le donne con il gratuito patrocinio laddove è permesso dalla legge e in linea con le disposizioni dell’Ordine degli avvocati.
Le attività della Casa delle donne di Bologna (e lo stesso si può dire per gran parte dei centri aderenti al Coordinamento) sono solo parzialmente coperte da fondi pubblici, per il resto si provvede con donazioni private, progetti, fundraising, destinazione del 5 per mille e un grande numero di ore di lavoro  volontario messo a disposizione anche dalle operatrici retribuite.

Il milione di euro che è stato donato nel 2010 alla Casa delle donne di Bologna da un donatore privato è stato impiegato, come da sua richiesta, per comprare un immobile destinato a casa rifugio di emergenza con 9 posti letto, che nel solo 2013 ha ospitato 85 tra donne e bambini. Una parte della donazione è stata impiegata per allargare gli spazi adibiti ad ufficio dove si svolgono i tanti servizi rivolti alle donne che subiscono violenza; la restante quota in parte è stata utilizzata per finanziare i servizi e sopperire alla carenza di fondi pubblici di questi ultimi 5 anni di attività della Casa delle donne.

Tutti i bilanci della Casa delle donne di Bologna vengono forniti agli enti finanziatori (Comune e Provincia di Bologna, e tutti i 50 Comuni della provincia di Bologna). Lo stesso avviene per tutti i centri aderenti al Coordinamento. Sul sito http://www.casadonne.it sono inoltre presenti i bilanci sociali della Casa delle donne del 2008 e del 2011, e il prossimo verrà fatto per l’anno 2014.
È gravemente lesivo dell’onorabilità della Casa delle donne e dei 13 centri riuniti nel Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna sostenere che i bilanci manchino di trasparenza: ogni singola spesa viene rendicontata, sia quelle relative alle attività dell’associazione stessa, ai servizi prestati fino ad arrivare a quelle relative al vitto, all’alloggio, ai trasporti e alle schede telefoniche delle donne e dei bambini ospitati: nel 2013 i centri aderenti al Coordinamento hanno ospitato 351 tra donne e bambini/e, e hanno seguito 3.176 donne (si veda: http://www.centriantiviolenzaer.it/images/pdf/dati/brochure%202014_web- 1.pdf).

Nei centri antiviolenza non esistono “salvatrici” ma donne professioniste di lunghissima esperienza che, a fronte di una continua formazione personale e di gruppo, sostengono con competenza le donne che hanno subito violenza nelle loro scelte, rispettandone la riservatezza, non scavalcando mai la loro volontà tantomeno spingendole a denunciare, impegnandosi insieme a loro a costruire percorsi praticabili di uscita dalla violenza, sapendo benissimo quali e quante siano le difficoltà da superare. Posto che il lavoro di ogni donna (e uomo) dovrebbe essere retribuito adeguatamente, le operatrici che lavorano nei centri antiviolenza sono in parte retribuite, in parte volontarie. Il volontariato, anche da parte delle operatrici retribuite, è sempre necessario a fronte dell’esiguità delle risorse reperite, e purtroppo alcuni centri sono costretti a contare esclusivamente su quello. Se da una parte il volontariato è un valore aggiunto e testimonia l’impegno politico che anima i centri, dall’altra parte usufruire nei centri di solo volontariato può costituire un forte limite quando si tratta di fornire con continuità il sostegno necessario a rispondere ai tanti bisogni delle donne. Molti percorsi di supporto durano vari mesi, e coinvolgono diversi soggetti della rete intorno alla donna: assistenti sociali, forze dell’ordine, tribunali, strutture di ospitalità, scuola, datore di lavoro, familiari, ecc. in un difficile intreccio perché l’aiuto sia integrato, coordinato e rispetti la volontà della donna.

I centri antiviolenza vengono giustamente interpellati e coinvolti nelle attività di formazione rivolte a vari soggetti e professioni, in virtù della ormai trentennale esperienza e del patrimonio di conoscenze prodotto, come per altro suggerisce la Convenzione di Istanbul. Il protocollo tra Anci Emilia-Romagna e il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna, che recepisce quello tra Anci nazionale e D.i.Re (l’associazione nazionale dei centri antiviolenza), rinforza questa acquisizione. Ogni ente/organizzazione d’altronde è libero di coinvolgere nella formazione qualsivoglia professionista o ente, come le Università, gli Ordini professionali, ecc., e questo di fatto avviene   continuamente. I centri non hanno certo una sorta di monopolio arbitrario delle risorse, senza rendicontazione oggettiva di quello che fanno (tutti sono tenuti a rendicontare agli enti finanziatori), fa fede invece la serietà e la continuità delle relazioni con i contesti locali, istituzionali e non solo.
Nei centri antiviolenza della regione riuniti nel Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna (organismo formalizzato nel 2009, www.centriantiviolenzaer.it ) è attivo uno Sportello lavoro, al quale qualsiasi donna che ha subito violenza può rivolgersi. I centri antiviolenza si attivano in tutti i modi per un sostegno a lungo termine: sostegni per la crescita professionale come corsi di italiano e per la patente, stage e corsi professionalizzanti, laboratori, facilitazioni per la scolarizzazione dei figli, ecc. Il Coordinamento è anche garante della qualità, della formazione e della metodologia impiegata dai singoli centri, proprio perché le donne che si rivolgono a loro trovino competenza e professionalità uniformi.
I centri antiviolenza si occupano di violenza di genere contro le donne, cosa ben differente e che non si può confondere con i dissapori e/o conflitti all’interno di una coppia. Nei casi di violenza la mediazione è considerata inefficace e pericolosa, tanto che viene espressamente vietata dalla Convenzione di Istanbul e da tante raccomandazioni internazionali.

Ai centri antiviolenza si rivolgono donne di tutte le provenienze sociali, e la classe più rappresentata è quella media. Le associazioni che li animano sono apartitiche, e si muovono nell’ambito del femminismo, essendo impegnate con determinazione nel promuovere politiche pubbliche che incidano sulla differenza di potere tra i sessi, che è la base e l’origine della violenza contro le donne, fermamente convinte che la violenza alle donne riguardi tutte le donne. Di fatto, hanno criticato tutti i governi che si sono succeduti negli anni, per la loro assenza o scarsità di iniziativa sul tema.

I centri antiviolenza non solo comprendono appieno la necessità di aiutare i maltrattanti, ma alcuni di essi hanno contribuito a fondare centri per uomini che usano violenza, ad es. a Ferrara (Cam Ferrara). Il fatto che si tratti di luoghi e staff separati dal centro antiviolenza è a tutela delle vittime ed è richiesto dalle raccomandazioni internazionali.

Stante la prospettazione fornita in tale articolo, avente contenuto fortemente diffamatorio rispetto all’attività dei centri antiviolenza riuniti nel dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna e della Casa delle donne per non subire violenza onlus di Bologna in particolare, chiedo la pubblicazione di quanto sopra, riservandomi, in difetto, ogni più ampia tutela in favore dei soggetti che rappresento.

Distinti saluti

Avvocata
Susanna Zaccaria – Foro di Bologna

3 risposte »

  1. L’unica cosa chiara è che i finanziamenti alle “cooperative di donne” sono una forma surrettizia di finanziamento ai partiti per aggirarne i limiti.

    A voi della violenza interessa poco. E le uniche donne che proteggete sono quelle che hanno trovato un buon lavoro grazie a voi. In particolare avvocatesse.

    Articolo 3:costruzione, questo sconosciuto.

  2. Se una donna vuole pubblicità, il modo migliore è dare addosso all’attivismo contro la violenza e per l’uguaglianza tra i sessi. Il fatto che gli uomini nella quasi totalità siano completamente assenti dal dibattito è dimostrazione del disinteresse misto a fastidio che il tema suscita.

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