Donne

Da domani piano antiviolenza online per critiche e suggerimenti

La presidente della camera, Laura Boldrini, e la giornalista Linda Douglass al tavolo “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities” presso l'Ambasciata americana di Roma.

La presidente della camera, Laura Boldrini, e la giornalista Linda Douglass (sx), moglie dell’ambasciatore americano John R. Phillips, al tavolo “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities” presso l’Ambasciata americana di Roma. Ultima a dx, Giovanna Martelli, consigliera di Pari opportunità del presidente del consiglio.

A pochi giorni dalla pubblicazione del Piano antiviolenza online su cui sarà possibile mandare obiezioni e suggerimenti dal 10 dicembre 2014 al 10 gennaio 2015, arco di tempo in cui si aprirà la consultazione pubblica per la definitiva approvazione del testo che avverrà a gennaio, si è svolto all’Ambasciata Americana un tavolo organizzato dalla giornalista Linda Douglass (moglie dell’ambasciatore americano John R. Phillips) e presieduta dalla presidente della camera, Laura Boldrini, con la presenza di Ong italiane, centri antiviolenza, istituzioni ed espert*, insieme alla consigliera di Pari opportunità del presidente del consiglio, Giovanna Martelli, su come contrastare la violenza sulle donne in Italia e su come gli Stati Uniti possono essere d’aiuto all’Italia. Nel confronto si sono interfacciate istituzioni, espert* e società civile, mettendo sul tavolo la propria specificità in relazione al proprio osservatorio, moderate dalla giornalista Maria Latella. Presenti, tra le altre e oltre alle sopracitate, la consigliera di pari opportunità del ministero dell’interno, Isabella Rauti, la procuratrice a capo del pool antiviolenza di Roma, Maria Monteleone, il Colonnello dei Carabinieri, Giorgio Manzi, la presidente della rete dei centri antiviolenza DiRe, Titti Carrano, la presidente del Telefono Rosa, Gabriella Moscatelli Carnieri, ecc. Qui, tra le altre cose, abbiamo appreso che il 50% delle donne che si rivolge ai centri antiviolenza italiani hanno un lavoro – dati che finalmente sfatano il mito che il lavoro salva le donne dalla violenza maschile, anche se ne facilita l’uscita – e che fino a oggi i centri della Rete DiRe hanno accolto più di 600 donne in un anno dovendo però respingerne altre 500 per mancanza di posti e di risorse (Titti Carrano); che i centri antiviolenza sono tramiti essenziali per salvaguardare la volontà del percorso di una donna che vuole uscirne dalla violenza anche quando si rivolge a una Procura d’eccellenza dotata di un pool antiviolenza funzionante 24 ore al giorno come quella di Roma (Maria Monteleone); che non tutti  i metodi adottati altrove per contrastare la violenza sule donne – come quello della baronessa Patricia Scotland di cui si è molto parlato qui da noi – sono adattabili ed efficaci in un altro paese ad esempio come il contesto italiano (Anna Baldry); e di come la cultura, basata sul sostegno di stereotipi maschili e femminili, rimanga uno dei fattori principali per la prevenzione alla violenza (Laura Boldrini).

Un tavolo in cui è emersa anche la necessità stringente di un dialogo continuo e includente tra le istituzioni e la società civile che troppo spesso viene in Italia ascoltata in maniera frammentaria, scostante e non nella sua completezza, e che non è sempre coinvolta in maniera determinate soprattutto nelle scelte istituzionali dove invece, per esperienza e sapienza accumulata nel tempo, potrebbero avere non solo un ruolo positivo ma anche risolutorio. Forse dovremmo cominciare a seguire le buone pratiche che già sono attive in altri paesi e che attraverso questo dialogo riescono a risolvere prima e meglio problemi che in Italia ci portiamo dietro da troppo tempo, soprattutto per quello che riguarda le donne e il rapporto sbilanciato tra i sessi in ogni campo nella vita privata come in quella pubblica. Certo è che l’apertura del Dipartimento delle pari opportunità alle osservazioni esterne online sul Piano antiviolenza che verrà pubblicato domani sul sito del Dpo, può essere interpretato come un segno positivo in questa direzione, anche se bisognerà aspettare il reale recepimento delle osservazioni da parte del governo, su un Piano che è già passato attraverso varie mani: da una ministra, Josefa Idem, a una viceministra con delega, Cecilia Guerra, e ora a una consigliera di pari opportunità del premier ma senza delega, l’onorevole Giovanna Martelli. Bisogna aspettare di vedere come andrà, anche perché il piano è il prodotto dei 7 tavoli interministeriali convocati da Guerra nel corso dell’anno in cui sono state ascoltate solo alcune delle associazioni della società civile che ha partecipato a questo percorso italiano (prima del piano antiviolenza): ong che adesso hanno la possibilità di fare le osservazioni che finora non hanno potuto fare e che sicuramente saranno “molto generose” nel loro lavoro di osservazione del lavoro fatto fino adesso. Senza contare che, malgrado siano ascoltate precedentemente, anche le ong che hanno partecipato ai tavoli hanno ancora da dire in quanto, come dichiarano loro stesse, sono state interpellate dalla task force interministeriale in maniera discontinua, saltuaria e senza un reale potere decisionale (almeno finora), con risultati che a volte sono stati anche disconosciuti. Si prospetta quindi una mole di lavoro enorme per il Dpo, e per Giovanna Martelli, che sarà difficile concludere in un mese.


 

“Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”

Ambasciata americana 1 dicembre 2014

La violenza maschile sulle donne e alcuni punti strategici per un cambiamento culturale in Italia*

Intervento di Luisa Betti

La violenza sulle donne è un fenomeno globale che coinvolge tutti: anche Paesi molto diversi tra loro, comprese le democrazie avanzate in Europa e negli Stati Uniti. Un fenomeno su cui i dati dell’Onu ci indicano 7 donne su 10 che nel mondo subiscono violenza nel corso della vita, e 600 milioni di donne che vivono in nazioni che non considerano questa violenza un reato. Una violazione dei diritti umani planetaria su cui il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha rilanciato anche quest’anno la campagna mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre, e su cui la stessa Onu ci dice che, malgrado gli sforzi degli organi internazionali, Ong e l’impegno di alcuni governi nazionali, la situazione è ancora lontana dalla soluzione. Violenza nelle relazioni intime, stupro di guerra, gendercidio, matrimoni forzati, femmicidio, riduzione a schiavitù sessuale, sono solo alcuni dei punti in sospeso, punti su cui sempre le Nazioni Unite precisano come ancora oggi la forma più comune di violenza contro le donne sia “la violenza inflitta da un partner intimo”, aggiungendo che “in media, almeno una donna su tre nel mondo è stata picchiata, abusata sessualmente o aggredita dal partner durante la sua vita” e che “lo stupro e la violenza domestica sono il maggior pericolo per una donna di età compresa tra 15 e 44 anni”.

In Paesi cosiddetti avanzati come quelli dell’Unione Europea, secondo il Direttore dell’Agenzia dell’Unione europea per i Diritti fondamentali, Morten Kjærum, in un solo anno risultano 13 milioni di donne che hanno subito una forma di violenza fisica e 1 milione e mezzo che hanno subito violenza sessuale. Un dato che Kjærum collega al lavoro ancora lungo da svolgere in materia distereotipi e su cui chiarisce che anche in paesi in cui è stato raggiunto un buon livello di pari opportunità, le donne che ricoprono posti manageriali e rivestono ruoli apicali con alti livelli di istruzione femminile, subiscono molestie, violenze e abusi in quanto la violenza maschile è un fenomeno così trasversale e ampio da investire ogni donna in qualsiasi situazione culturale, sociale, di classe si trovi e a ogni età. Un fenomeno trasversale che oltrepassa quindi culture, religioni e classi sociali differenti risolvibile – come ha insistito anche quest’anno il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon in occasione del 25 novembre – solo ponendo fine aglistereotipi con “leggi che prevengano la discriminazione e lo sfruttamento” e creando “condizioni d’uguaglianza sul posto di lavoro e in casa per cambiare la vita quotidiana di donne e ragazze”.

Cultura e stereotipi

Uno dei focus principali per la prevenzione alla violenza maschile contro le donne è infatti la trasformazione culturale di cui molti parlano ma che in fondo non è così scontato: un cambiamento di mentalità per contrastare e prevenire la violenza che trova il suo humus principale proprio nella discriminazione di genere, basato a sua volta solo ed esclusivamente sul pregiudizio che le parole, le azioni e la presenza di una donna valgano meno rispetto a quelle di un uomo, creando così un pericoloso rapporto disequilibrato tra i sessi. Modelli che pongono uomini e donne su piani di superiorità e subalternità esclusivamente in base al sesso e senza altra motivazione, condizionando pesantemente le relazioni umane. Gabbie invisibili, sia per le donne che per gli uomini, e substrato culturale su cui prolifera una discriminazione sulle donne che è già di per sé una forma di violenza, in quanto considera la donna come un oggetto da conquistare, possedere, controllare, ed eventualmente sopprimere qualora si voglia sottrarre al controllo maschile (come dimostra la triste cronaca dei femmicidi nel mondo). Stereotipi che condizionano fortemente, e in negativo, la vita delle donne le quali, relegate a ruoli secondari, subiscono un declassamento in tutto quello che fanno: dal lavoro meno pagato, all’autorevolezza sul sapere sempre meno autorevole rispetto a quella di un uomo, fino all’indipendenza di pensiero e di azione politica in cui le donne devono ancora faticare molto per emergere. Una minimizzazione e un declassamento antidemocratico che riguarda anche gli argomenti che riguardano le donne o che ruotano intorno alla sua figura, considerati da sempre “meno importanti” di altri o addirittura “una scocciatura”: compresa la violenza maschile sulle donne fino al femmicidio, che malgrado sia considerata ormai ampiamente come una violazione dei diritti umani, è ancora percepita come “meno grave” rispetto al altri reati. Una percezione, questa, che è profondamente radicata in Italia come ha recentemente dimostrato in una ricerca la onlus WeWorld-Intervita che nel report dal titolo “Rosa shocking. Violenza, stereotipi… e altre questioni del genere”, ha chiarito come 1 Italiano su 5 è convinto che se le donne non indossassero abiti provocanti non subirebbero violenza, che denigrare una donna non è una violenza, e che per 1 italiano su 3, ancora oggi, la violenza domestica è prima di tutto una cosa che deve essere risolta in famiglia. Una percezione della violenza sostenuta in Italia, ancora adesso, da stereotipi che relegano le donne a una funzione di puro oggetto sia che si tratti di pubblicizzare una marca di caffè, sia che si tratti di esibire un trofeo con gli amici, sia che si tratti di riduzione a schiava o a un corpo da possedere e controllare direttamente. E non c’è da stupirsi se è così, dato che qui le aziende spendono circa 65 milioni di euro al mese in pubblicità per divulgare a un larghissimo numero di utenti modelli femminili che vanno dalle donne decorative, a quelle manichino fino alle pre-orgasmiche: categorie che in ambito maschile vengono sostituite da professionisti di successo o sportivi. Cifre da capogiro se paragonate a quelle che la società civile, con un grandissimo sforzo, ha investito per una sensibilizzazione corretta sulla violenza contro le donne e per l’abbattimento degli stereotipi, che sono passate da 6,3 a 16,1 milioni di euro nel biennio 2012-2013, registrando un +34%, ma che non arriveranno mai alle cifre investite per divulgare il modello di donna usa e getta.

Una cultura, quella italiana, dove il matrimonio viene considerato dagli uomini, sempre secondo We World, “il sogno di tutte le donne” e per i quali “è più facile per una donna fare dei sacrifici nella famiglia”. In Italia, nonostante le norme per il contrasto alla violenza sulle donne varate nel 2013 con la legge 119 e malgrado la ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza sule donne e la violenza domestica, ogni 3 giorni una donna viene uccisa dal partner, dall’ex o da un familiare, mentre in un anno sono più di 1 milione le donne che hanno subito una forma di violenza maschile con oltre 25 casi di stalking al giorno: casi che possono essere anche archiviati, malgrado sia chiara la pericolosità dello stalker e il fattore di rischio (di vita) che la donna ha soprattutto quando cerca di sottrarsi alla violenza. Ma se ancora in alcuni tribunali italiani si stenta a riconoscere la violenza all’interno delle mura domestiche scambiandola per semplice “conflittualità” e rivittimizzando così la donna che denuncia colpevolizzandola indirettamente come responsabile della violenza che subisce, è grazie a questa cultura e a questi stereotipi che pongono la donna come un essere umano non equiparabile all’uomo e la cui parola vale meno, in qualsiasi ambito, anche quando subisce una violazione così grave. Donna che in questo Paese può rischiare di essere definita in sede di giudizio come “madre malevola” nel momento in cui denuncia una violenza subita o assistita da figli minori fino a essere accusata di manipolazione sulla prole, che ha assistito o che ha subito la violenza di un padre, e alla quale possono essere anche sottratti i figli in quanto su di lei può ricadere la responsabilità di non solo di non averli protetti ma addirittura la colpa di esibire false accuse nei confronti del marito.

Una violenza che sempre We World ha monetizzato, con un’indagine fatta lo scorso anno (“Quanto costa il silenzio”), con una spesa di 17 miliardi di euro annui a carico dalla collettività per gli effetti devastanti di un fenomeno che è strutturale e per questo difficile da contrastare. Un nodo, quello tra stereotipi e violenza, ben presente anche ad alcune rappresentanti istituzionali di un certo peso, come la presidente della camera, Laura Boldrini, e la vicepresidente del senato, Valeria Fedeli, che hanno più volte lanciato proposte e suggerito riflessioni, ma che le istituzioni italiane, nel loro complesso, faticano a recepire completamente e correttamente dalla società civile che lavora ogni giorno in questi ambiti e che dovrebbe essere più ascoltata e seguita dalle istituzioni italiane nel momento che si propongono un intervento decisivo contro questa violenza.

La letteratura internazionale

Eppure gli strumenti e una base di accordo c’è nelle convenzioni internazionali per il contrasto alla discriminazione femminile e alla violenza sulle donne – con conseguente abbattimento degli stereotipi di genere – che hanno una lunga storia e un discreto elenco, e che sono state tutte ratificate e accettate dall’Italia, anche se mai completamente applicate nel nostro Paese. Tra tutte ricordiamo la “Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna” (CEDAW) del 1979, ratificata dall’Italia nel 1985, che definisce la discriminazione contro le donne sulla base del sesso, e quindi della disparità tra uomini e donne nella società che impedisce al genere femminile di godere a pieno dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale, civile o in qualsiasi altro campo e che sollecita gli Stati a sancire la parità di genere nella loro legislazione nazionale. Oppure la Piattaforma di Pechino del 1995, che il prossimo anno sarà ridiscussa con Pechino+20, e che aveva messo a fuoco 12 punti sulle donne tra cui: la povertà, l’istruzione, la violenza, l’economia, i conflitti armati, i diritti fondamentali, l’ambiente, le bambine, e il rapporto con i media. Oppure le “conclusioni condivise” per l’eliminazione e la prevenzione di tutte le forme di violenza contro donne e ragazze, redatte nel marzo 2013 (UN Women – 57a Commission on the Status of Women, 4/15 marzo 2013, New York), o la “Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, presentata a Istanbul nel 2011 e ora in vigore negli Stati che l’hanno ratificata, compresa l’Italia. Documenti – anche se l’elenco sarebbe molto più lungo – che insistono chiaramente sul pensante ruolo degli stereotipi e su cambiamenti profondi, e di cui la società civile delle donne italiane chiede da tempo alle istituzioni una reale applicazione dopo le diverse ratifiche. Nella Convenzione di Istanbul, a esempio, si legge che “il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne”.  Convezione che, oltre a condannare “ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica”, riconosce “la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere”: “una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano, o sono suscettibili di provocare, danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata”, e che insiste sulla prevenzione e sulla protezione, prima che sulla punizione, suggerendo una fitta e articolata rete di sostegno per donne e i bambini che le accompagnano, ma soprattutto chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale, nel senso che si possono fare le migliori leggi del mondo ma se non cambia la testa, le leggi possono anche rimanere inapplicate o essere distorte. Convenzione che l’Italia ha firmato e ratificato, su cui però ancora il Paese annaspa.

Tre punti per contrastare la violenza sulle donne

Se la violenza maschile contro le donne è una violazione di dimensioni globali storicamente basata sulla discriminazione tra i sessi – rilevata non solo dai movimenti femministi ma da un ampio panorama come fenomeno trasversale – per affrontare il cambiamento necessario, occorre un po’ di sano pragmatismo che avendo chiaro il problema, nella sua complessità, lo affronti. Ma in un Paese dove, secondo il rapporto del World Economic Forum, ci vogliono ancora 81 anni per raggiungere una certa equità tra uomini e donne (l’Italia è al 69° posto nel Gender Gap) e in cui la discriminazione delle donne è ancora sostenuta da una cultura assuefatta da quegli stereotipi che sono alla base stessa della violenza sulle donne, su cosa bisognerebbe puntare per attuare un vero cambiamento culturale? I nodi, secondo me sono tre: primo fra tutti una proficua e continua interlocuzione della società civile delle donne con le istituzioni che non sia una tantum ma un reale e serio scambio di saperi e punti di vista. Come, per esempio, suggerito da Feride Acar, componente CEDAW (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) e già CAHVIO (Committee on Preventing and Combating Violence against Women and Domestic Violence), l’efficacia della Convenzione di Istanbul se da una parte dipende da quanto le istituzioni saranno in grado di attuarla, dall’altra è legata a quanto la società civile sarà coinvolta in questo processo. Un principio, quello della partecipazione diretta della società civile delle donne all’applicazione di politiche di genere volte al contrasto sulla violenza, che è il perno del cambiamento culturale e senza il quale non è possibile se non con una imposizione dall’alto. Una trasformazione che, secondo me, parte da questa collaborazione e che per quanto riguarda il cambiamento culturale come prevenzione alla violenza si concentra su due centri propulsivi: l’istruzione e i media.

Media e informazione

Sui media si sono espressi sia la Convenzione di Istanbul che l’Onu. Nelle ultime Raccomandazioni all’Italia del Comitato Cedaw nel 2011 (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) e nelle Raccomandazioni della Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo, nel 2013, vi è la parte che riguarda il ruolo dei media e dell’informazione. Nelle Raccomandazioni Cedaw viene raccomandato all’Italia di “predisporre in collaborazione con un’ampia gamma di attori, comprese le organizzazioni femminili e le altre organizzazioni della società civile, delle campagne di sensibilizzazione attraverso i media (…), affinché la violenza nei confronti delle donne venga considerata socialmente inaccettabile”. Nelle raccomandazioni Onu di Manjoo, si raccomanda di “formare e sensibilizzare i media sui diritti delle donne compresa la violenza contro le donne per ottenere una rappresentazione non stereotipata delle donne e degli uomini nei mezzi di comunicazione nazionali”. Mentre nella Convenzione di Istanbul si chiede, all’art.17, che “Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità”. Ma per quanto riguarda i media non basta, perché è necessario fare un discorso a parte sull’informazione giornalistica che, per sua natura e carattere, necessita di un approccio diverso rispetto ai media e alla comunicazione in generale in quanto le informazioni date da giornali, telegiornali, speciali e programmi tramite stampa, tv e web – a differenza di fiction o pubblicità – si pongono nei confronti dell’opinione pubblica come oggettive, quasi super partes, influenzando in maniera diretta la percezione di un fenomeno e di quello che accade, e che sulla narrazione della violenza sulle donne può anche produrre gravi danni come la rivittimizzazione attraverso un’informazione scorretta proposta invece come oggettiva.

Dando uno sguardo d’insieme possiamo tracciare un iter preciso su cosa hanno fatto e fanno i giornali italiani riguardo la violenza sulle donne: da un totale disinteresse negli anni passati (eppure il fenomeno già c’era) quando il 25 novembre era una giornata come un’altra, alla descrizione morbosa e deviante che si risolve nel racconto horror di cronaca nera, fino alla iperesposizione della violenza con articoli “fotocopia” privi di un reale approfondimento e quindi sostanzialmente non sempre utili a una comprensione reale. Fino a qualche anno fa i giornali italiani, malgrado i dati Istat (2007) riportassero che l’80% della violenza era violenza domestica e malgrado la maggior parte degli autori fossero membri maschi della famiglia italiana (mariti, fidanzati, ex o partner respinti), davano grande risalto allo stupro o al femmicidio da parte di un immigrato, mentre relegavano in secondo piano uccisioni di donne dopo una lunga serie di violenze domestiche, ricalcando il solito background stereotipato e chiamando in causa raptus, infermità mentale, gelosia, delitto passionale, problemi economici, quasi fossero attenuanti, e descrivendo la vittima come se avesse cercato il pericolo. Citando il “Rapporto Ombra” presentato dalla “Piattaforma Cedaw” a New York nel 2011 dalle Ong italiane: “I media spesso presentano gli autori di femmicidio come vittime di raptus e follia omicida, ingenerando nell’opinione pubblica la falsa idea che i femmicidi vengano commessi da persone portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa. Al contrario, negli ultimi 5 anni meno del 10% di femmicidi è stato commesso a causa di patologie psichiatriche o altre forme di malattie, e meno del 10% dei è stato commesso per liti legate a problemi economici o lavorativi”. Grazie alla mobilitazione delle donne della società civile italiana, che ha spinto tantissimo per la ratifica della Convenzione di Istanbul, nel 2011 si è cominciato a pronunciare anche qui la parola “femminicidio”, nel tentativo di trattare questi argomenti in maniera meno stereotipata. Si è cominciato a dare una prospettiva diversa alla narrazione della violenza di genere nell’informazione, al fine di argomentare il fenomeno con una prospettiva che superasse alcuni cliché sulle donne, trattate come prede o come tentatrici, cercando di porre un argomento da sempre relegato alla cronaca nera a un argomento con una sua dimensione specifica, evitando così di raccontare la solita storiella isolata e sganciata dal resto, colma di particolari morbosi e dando un giusto peso a quello che avveniva sulla pelle delle donne italiane. E questo grazie a una rete di scambio interdisciplinare che ha visto collaborare giudici, avvocate, centri antiviolenza, giornaliste, psicologhe, operatrici, in un proficuo scambio di saperi verso una più corretta informazione. Ma la sottovalutazione non è l’unica causa di rivittimizzazione mediatica, perché anche una iperinformazione, se fatta in maniera improvvisata, può essere pericolosa. In Italia in pochi mesi il termine femminicidio è stato ridotto dai giornali a uxoricidio perché impropriamente abusato da chi non ne conosceva il significato e che pur non avendo strumenti, si avventurava senza competenze. Un pericolo perché lentamente il livello è sceso a favore di una cultura che stigmatizza, attraverso un’informazione scorretta, da una parte gli uomini-mostro e dall’altra donne senza spina dorsale che non si sanno difendere.

I messaggi che sono stati veicolati dalla fine del 2013 in poi in Italia, sono stati per lo più su un piano di superficialità e molti programmi tv sono stati confezionati da giornalisti che si sono improvvisati e che hanno contribuito ad abbassare fortemente il livello di confronto, mentre sulla stampa nazionale ci sono stati casi in cui giornalisti e opinionisti prestigiosi ma completamente a digiuno su questi temi, hanno sentito il bisogno di disquisire su situazioni e di spiegare cause di fatti senza strumenti né formazione, ingenerando confusione e portando indietro il lavoro fatto da altre, soprattutto dalle donne. Errori commessi in base ad un altro stereotipo, ovvero che mentre di politica, di economia, di sport, di cronaca, di cultura, si occupa il giornalista competente, ma per quanto riguarda le questioni di genere e la violenza sulle donne, chiunque può prendere parola e dire la sua, come fosse un tema libero. A dimostrazione che tutto ciò che riguarda discriminazione e violenza sulle donne, così come le questioni di genere, sono in Italia ancora considerati argomenti di serie B, dentro e fuori l’informazione, c’è la convinzione che non serva preparazione perché non c’è un vero sapere su questo. Una superficialità, in parte basata su una realtà che andremo a vedere, che su ampia scala ha creato un’onda mediatica enorme che, essendo instabile e priva di basi solide, si è inevitabilmente spenta creando enormi e gravi malintesi. Come quello sulla parola femminicidio che la sociologa Marcela Lagarde non ha definito come uxoricidio ma come “la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia”. Errori e confusioni che oggi ci faranno avere su un dizionario della Zanichelli la dicitura errata di femminicidio che sarà indicata comeuccisione o violenza compiuta nei confronti di una donna, spec. quando il fatto di essere donna costituisce l’elemento scatenante dell’azione criminosa”, in maniera del tutto errata.

Quindi se da una parte la sensibilizzazione e l’informazione sono aumentati portando a galla il problema – e questo è un fatto importante – dall’altra però è aumentata anche la banalizzazione e la spettacolarizzazione che poco ha a che vedere con la violenza sulle donne: una superficialità che fa oscillare l’informazione tra chi racconta il fatto indugiando su aspetti morbosi usando ancora raptus o delitto passionale – e quindi facendo leva su stereotipi culturali che minimizzano la gravità del reato insistendo sui profili psicologici dell’offender – e dall’altro un’informazione con articoli fotocopia (tutti uguali) ripresi da agenzie e senza una vera indagine che non approfondendo mantengono lo status quo. Le uniche eccezioni sono state le rubriche e i blog di alcune giornaliste che da tempo incoraggiano una narrazione differente, creando anche una vera e propria schizofrenia sulla stessa testata: pezzi fotocopia nel giornale ufficiale e pezzi di un certo spessore nei blog e nelle rubriche dove le giornaliste hanno una certa autonomia.

Ma cosa significa questo?

Prima di tutto che serve una formazione capillare dei giornalisti su temi che ancora non hanno il riconoscimento di un sapere autorevole. Un fatto fondamentale, la formazione ora obbligatoria anche per i giornalisti italiani, che serve per superare questa cultura della sottovalutazione della violenza, che poggiando sul pregiudizio della discriminazione di genere, devia anche la percezione dell’opinione pubblica sostenendo quegli stessi stereotipi che porta le donne a non essere credute in alcuni tribunali o in qualche caserma che rimanda la donna a casa perché si tratta di una semplice lite tra marito e moglie.

In secondo luogo che ciò che riguarda discriminazione e violenza sulle donne, così come le questioni di genere, non possono essere più considerati argomenti di serie B e perciò argomenti su cui tutti possono intervenire senza cognizione di causa.

In terzo luogo che se le direzioni dei giornali si avvalessero di alcune figure professionali da inserire direttamente nel tessuto del giornale formati sulla violenza e la discriminazione sulle donne, le cose cambierebbero, in quanto non basta essere “sensibili” ma bisogna conoscere le cose e bisogna essere preparati, studiare.

In conseguenza del secondo e terzo punto, c’è un quarto punto e cioè che gli articoli su femmicidio-femminicidio si spostino dalle interessanti rubriche e blog redatti da giornaliste che approfondiscono e evitano pezzi fotocopia o articoli morbosi, e che ormai si occupano del tema ritagliandosi delle “isole” a lato della testata, entrino invece a pieno titolo nella testata stessa e nelle prime pagine del giornale (senza essere relegate in fondo o con pezzi che occupano spazio minore).

Ma c’è un quinto elemento che non deve essere sottovalutato in questa partita ed è la presenza fisica delle donne nelle redazioni con ruoli di responsabilità e di comando e non solo perché sono giornaliste quelle che per lo più hanno promosso e continuano a promuovere sui loro blog una corretta informazione sulla violenza contro le donne, ma anche perché proprio la presenza delle donne in ruoli apicali dà un’altra valenza a questi stessi e danno una bella spallata alla discriminazione di genere. Donne che in Italia, ma anche nel resto del mondo, sono pochissime alla guida dei grandi giornali e che sono costrette a ritagliarsi delle “isole” al lato della testata, per poter sviluppare temi considerati di serie B per il loro direttore (secondo l’Osservatorio di Pavia, che ha condotto un’indagine presentata due anni fa, solo il 14% delle redattrici italiane occupa posti di comando come direttrice, vicedirettrice, caporedattrice). Tanto che il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato una conclusione dedicata all’avanzamento delle donne ai livelli decisionali nei media, richiamando tutti gli Stati membri della Ue, le loro istituzioni e le aziende che operano nel settore dei media al rispetto degli obiettivi strategici di Pechino. Una presenza che deve essere incoraggiata a parità di merito rispetto agli uomini, sia nei media e nell’informazione, sia negli organi stessi di cui si dotano i giornalisti come appunto gli Ordini regionali e l’Ordine nazionale.

Istruzione e sapere

Per quanto riguarda l’istruzione, su cui gli Usa sono sicuramente molto più avanti in materia di studi di genere, in Italia sono ancora troppo pochi i master, corsi di laurea e le specializzazioni di chi vuole laurearsi in studi di genere e non c’è nessun master specifico consolidato sulla violenza maschile e sulla discriminazione delle donne. Una mancanza che fa rende difficile la costruzione di un sapere riconosciuto, che in Italia esiste oggi a partire dall’esperienza dei centri antiviolenza, ma che non è considerato autorevole come sarebbe se avesse un vero riconoscimento accademico che deve partire dalle università. Occorrerebbe fornire quindi risorse per gli studenti e studentesse italiani per seguire i loro studi di genere in Europa e in Usa e nello stesso tempo attuare uno scambio tale da poter impiantare su quel modello corsi universitari anche qui da noi, e per tirar su una generazione di ricercatori a livello di dottorato che diminuirebbe l’isolamento degli insegnati italiani che potrebbero partecipare al dibattito globale che invece su questo è molto più sviluppato.

Una iniziativa che rafforzando i legami dei centri di ricerca di genere e varie università, dovrebbe coinvolgere accademici e ricercatori di rilievo con viaggi, conferenze, scambi di ricerca, per costruire un sapere che potrebbe mettere in campo una professionalità adeguata e precisa. E su questo gli Usa potrebbero giocare un ruolo determinante in quanto renderebbe anche più facile e strutturale l’avvio di una riforma profonda della scuole dove gli stereotipi devono essere sostituiti con un’educazione di genere per bambini e bambine, che abbia però alle spalle un sapere accademico e che non sia improvvisato da corsi paralleli fatti per supplire a un buco che è strutturale e non temporaneo, e che necessita di una formazione prima di tutto degli insegnanti e di uno stravolgimento dei libri di testo, che non può avvenire in maniera seria se non si parte dall’università e da uno spostamento di interesse sull’argomento che deve diventare da serie B a serie A. Un discorso che vale per i media, come per l’agenda politica, così come per il sapere e l’istruzione.

CONCLUSIONI

Nel caso italiano quindi la cera debolezza per un cambiamento culturale profondo che prevenga la violenza sulle donne, è data dall’assenza di ogni significativa struttura organizzativa che possa provvedere a raccordare questo percorso: un punto di incontro per un confronto reale di tutte le forze in campo, istituzionali e della società civile, al fine dell’attuazione delle politiche di contrasto alla violenza di genere. Un centro di raccordo che, guidato da esperti e figure di riferimento, potrebbe creare un ponte stabile tra le istituzioni e tutta la società civile delle donne sul contrasto alla violenza di genere, svolgendo al massimo il lavoro per l’attuazione di politiche efficaci sul territorio nazionale.

Un raccordo che ha bisogno di un altro punto fondamentale, che è invece un’altra debolezza dell’Italia, ovvero di un reale confronto globale rispetto a discorsi analoghi fatti in altri paesi sia europei che extraeuropei per promuovere la partecipazione italiana in arene globali, discorsi che abbiano poi un peso anche in sede nazionale e istituzionale. A livello globale esiste infatti un movimento e una spinta verso la comprensione e la definizione del fenomeno della violenza sulle donne da contrastare, una spinta dove l’Italia, pur avendo una proficua elaborazione teorica, rimane ai margini. Scambio di idee, saperi, azioni politiche già attuate con successo, creerebbe un feedback stabile tra le diverse realtà, assicurando un dialogo stabile tra istituzioni e società civile senza rincorse. Un centro di raccordo che dovrebbe rapportarsi con tutte le strutture europee e con Paesi extraeuropei che offrono l’esperienza di un sapere avanzato sugli studi di genere, essenziali per poter avviare un confronto tra diverse realtà che sia un arricchimento ma anche per un’azione più concreta sul proprio territorio.

 

*Intervento integrale all’Ambasciata americana del 1 dicembre 2014 al tavolo organizzato dalla giornalista Linda Douglass (moglie dell’ambasciatore americano John R. Phillips).

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