Continua la saga del caso Loris sulle madri cattive che uccidono: e i padri?

"Saturno che divora suo figlio" (1636), Pieter Paul Rubens

“Saturno che divora suo figlio” (1636), Pieter Paul Rubens

Continua la vivisezione mediatica su Veronica Panarello che ormai è diventato l’argomento principe di tutti i programmi d’informazione e i talk show televisivi nonché di pagine e pagine di giornali che ormai scrivono anche quando qualcuno starnutisce. La madre di Loris – il bambino di 8 anni ucciso il 29 novembre a Santa Croce Camerina – è al momento l’unica indiziata per l’omicidio del figlio, e anche se continua a dichiararsi innocente, ormai il processo pubblico è stato fatto. Da poco trasferita dal carcere di Catania a quello di Agrigento, la signora Pannarello ormai la conosciamo tutti: il suo viso, il fatto che si è tinta i capelli varie volte, sappiamo del suo passato più di quanto non sappiamo delle persone a noi vicine, e soprattutto abbiamo l’idea chiara che sia, come ha scritto il gip: “una madre di indole malvagia”, “cinica” e con “volontà di far soffrire”, “un’indole violenta”, “incapace di controllare gli impulsi omicidi”. Un profilo che oltre a essere una condanna, e qualora anche fosse lei l’assassina, è più un giudizio morale e sembra più scritto da un tribunale dell’inquisizione che da un giudice per le indagini preliminari. E su questo filone che sostiene una cultura che non solo stigmatizza ma demonizza una madre infanticida in quanto “malvagia”, e non solo possibile autrice di un crimine gravissimo, c’è tutto il circolo mediatico italiano che nella maggior parte si mette in moto creando un enorme fiction a puntate per inchiodare spettatori e spettatrici a una gogna pubblica e sottoponendo a tortura mediatica la strega di turno, indegna anche di un trattamento da persona (eventualmente anche rea) che vive nel XXI secolo. Perché non esistono diritti per una strega, una donna che ormai, anche con un processo ancora tutto da svolgere, non gode già più di nessun diritto, neanche quelli concessi a un criminale.

Un sostegno mediatico capace di fare a pezzi simbolicamente e materialmente una persona nel momento in cui decide che di quel corpo di madre degenere potrà farne un uso lucroso, alzando lo share (e quindi guadagno) grazie a novelli roghi costruiti sulla piazza mediatica che hanno come spettatori e spettatrici milioni di persone pronte a nutrirsi dei pezzi di quel corpo reietto e malvagio: come se la condanna simbolica di quella strega fosse così introiettata da non poter essere messa neanche in discussione anche se, per il momento, la fase del giudizio è ancora preliminare.

Un banchetto cannibalico che ogni giorno si consuma puntuale: dal particolare del cuscino di rose della madre di Loris che non è stato fatto entrare in chiesa durante il funerale del piccolo (che notizia), alla sensitiva che avrebbe dato “una mano importante agli inquirenti” dichiarando che “Veronica sarebbe la responsabile dell’uccisione di Loris” (un vero scoop).

Un banchetto che diventa splatter quando tv e stampa rimescolano nel torbido di conflittualità familiari già presenti prima dell’omicidio rilanciando anche “news interessanti sull’inquietante ritratto di Veronica” da parte della “sorella Antonella la quale ha scelto il settimanale Giallo per lanciare un appello alla madre del piccolo ucciso, incitandola a parlare ed a dire tutta la verità”; o come il fuori onda in cui Alessandra Borgia, inviata di Barbara D’Urso sul caso di Loris (Pomeriggio Cinque), si accorda con il cameraman per far apparire il più naturale possibile l’incontro spacciato come casuale con il cacciatore Orazio Fidone che ha trovato il corpo del bambino.

Come già detto altrove, è chiaro quindi che lo stereotipo della madre che per forza deve rientrare nel modello di mamma “buona e accudente” senza macchia né imperfezioni, impone la mannaia del boia che deve fare a pezzi chi trasgredisce l’ordine simbolico (maschile) costituito, come fosse la condanna esemplare di una moderna strega che non trova scampo prima della sua reale ed eventuale condanna in sede di giudizio, come la legge ci spaccia che sia. Un trattamento che dimostra come alla base ci sia una disparità basata sul genere comprovata dal fatto che malgrado i padri che uccidono i propri figli siano in un numero nettamente maggiore, la resa mediatica è diversa, e anche se la speculazione e la morbosità è simile, i ruoli si ribaltano perché un padre ha sempre delle ragioni quando commette un atto criminoso anche grave – e se non ce l’ha è un raptus senza giudizi morali – e per lui non c’è nessun rogo mediatico (quelli sono solo per le streghe). In fondo la tragedia è quella che racconta di Medea e non di Saturno che divorava i propri figli, quella è cosmogonia, cioè la naturale creazione del mondo.

Eppure nel giro di pochi anni sono stati numerosi, solo in Italia, i casi di femmicidio con figli uccisi per vendicarsi della moglie o della ex compagna. Primo tra tutti l’infanticidio del piccolo Claudio, buttato giù da Ponte Garibaldi dal padre alle 6 del mattino per vendicarsi della compagna da tempo vittima di violenza domestica, un caso che sebbene abbia destato sdegno generale non ha creato lo stesso enorme carrozzone mediatico messo su per Veronica o il caso di Cogne – che è durato anni con presenza mediatica costante e sistematica. Così è successo anche sulla morte della ragazzina di 12 anni uccisa nel sonno ad agosto dal padre, Roberto Russo, che con un coltello da cucina ha ucciso la figlia minore, cercando di ammazzare anche la maggiore di 14 anni ferita gravemente: un atto che è stato spiegato a causa di una “crisi matrimoniale con la moglie, che lo aveva lasciato alcuni giorni fa” e che l’uomo non ha retto cercando così di vendicarsi uccidendo le figlie. Un caso che pochi ricordano ma che è successo pochi mesi fa vicino Catania a San Giovanni la Punta e su cui le indagine si sono svolte “con il massimo riservo”.

Ma ce ne sono altri. Sempre quest’anno a Treviso un agricoltore 62enne, Sisto De Martin, ha ucciso la moglie Teresa Reposon di 56 anni e il figlio Cristian di 20 anni: fracassando la testa a lei e tagliando la gola a lui. A Pescara Massimo Maravalle di 47 anni, che ha soffocato il piccolo Maxim di 5 anni tappando con una mano il naso e con l’altra la bocca, è stato prosciolto un mese fa per problemi psichiatrici e dichiarato dalla perizia incapace “di intendere e di volere in maniera assoluta”: “un uomo angosciato, distrutto”, descritto come un “genitore affettuosissimo” che si è reso conto di quello che ha fatto – malgrado i problemi psichiatrici – e su cui è emerso che in realtà avesse intenzione di uccidere anche la moglie.

I primi di novembre, in Umbria, un uomo di 44 anni, Mustafà Hajjaji, ha ucciso i figli – Ahmed di 8 anni e la sorellina Jiahane di 12 anni – sgozzandoli e lasciando sui muri scritte fatte con il sangue, per vendetta contro la moglie che lo aveva lasciato. Mentre su Gianpiero Mele, il 28enne che ha ucciso il figlio Stefano di due anni nel 2010 e per questo condannato a 30 anni, ora la Cassazione dispone un nuovo processo. L’uomo, descritto dalla stampa come “un ragazzo modello dalla faccia pulita”, “conosciuto nel suo paese per il suo carattere socievole, per l’impegno dimostrato da sempre nello studio e nella vita” che però “quel maledetto giorno” ha ucciso il figlio lasciando una lettera “in cui traspare l’odio e la rabbia verso la compagna”, un uomo quindi che si è vendicato della moglie uccidendo il figlio piccolo. Un uomo, Giampiero Mele, “che dopo aver acquistato della corda in un negozio di ferramenta vicino alla sua casa al mare, fece un cappio, legò il figlioletto ad una porta e cercò di impiccarlo. Poi, per alleviarne le sofferenze, impugnò un taglierino (acquistato nella stessa ferramenta) e gli tagliò la gola”: particolari di un omicidio che i giornali hanno spiegato come “dettato dalla gelosia e dalla paura di essere abbandonato dalla propria compagna”. A Caltanissetta Maurizio Gisabella, un padre separato, ha soffocato i figli – la piccola Gaia di due anni e il fratello Carmelo di 10 – lasciando una lettera alla moglie con scritto “Spero che proverai rimorso”: una lettera descritta dai media come “straziante” e che l’uomo avrebbe redatto prima di uccidere i figli e di buttarsi dal sesto piano per chiarire la sua vendetta contro la ex moglie.

E che dire infine del caso di Motta Visconti in cui un padre, Carlo Lissi, si è sbarazzato dell’intera famiglia considerata come un peso? L’uomo ha ucciso la moglie Cristina Omes di 38 anni e i figli Giulia di 5 e il piccolo Gabriele di 20 mesi, nella villetta vicino Milano uccidendo tutti a coltellate. Un femmicido con doppio infanticidio deciso a tavolino che l’uomo ha cercato di nascondere fino alla fine e su cui anche se i media hanno speculato, lo hanno fatto viaggiando su stereotipi completamente diversi rispetto a quello della mamma di Loris: un caso clamoroso di un padre che stermina tutta la famiglia perché invaghito di un’altra donna, dopo il quale nessuno però ha ricostruito le storie di tutti i padri che negli ultimi 30 anni hanno ucciso i propri figli, come si è fatto adesso dopo la morte di Loris su diverse testate anche di un certo peso.

Ad Ancona Luca Giustini ha ucciso a coltellate la figlia di 18 mesi nel lettino ma nessun gip ha parlato di “indole malvagia e crudeltà”, e anzi si è parlato subito e solo di raptus e di una follia di un momento – escluso subito per Veronica Panarello – aggiungendo che l’uomo era stressato negli ultimi tempi, come riportato dai vicini, mentre altri “hanno parlato di un rapporto di coppia in crisi”, o di “un momento di furore per un pianto prolungato”. Elementi di narrazione che preparano il terreno alle attenuanti che saranno poi sicuramente dibattute in tribunale.

Ma allora perché se una donna uccide lo fa in quanto “femmina cattiva o malvagia” mentre se a uccidere è un uomo, anche in maniera cruenta e con movente di vendetta verso la donna, allora è solo un momento di follia, o per stress o per sbaglio?

Quale peggior stereotipo – portato al suo estremo – è quello che condanna le madri al rogo e concede attenuanti ai padri che sopprimo i propri figli per vendetta contro le donne, se non la cultura che poggia sull’esercizio di un potere maschile che ha alla base il fatto naturale che l’uomo possa disporre della propria famiglia – madri e figli compresi – in quanto pater familias? La patria potestà del maschio come supremo ordine delle cose, esiste ed è ancora viva e profondamente radicata nella mentalità comune ed è per questo che non ci si rende conto di quanto queste narrazioni siano sbilanciate in quanto specchio di questa struttura patriarcale. Chi comanda a casa è ancora il maschio e quello che succede dietro le mura di casa è un fatto privato dove l’uomo può esercitare il suo potere naturalmente e fino alle estreme conseguenze: come per l’incesto così anche per l’infanticidio.

I centri antiviolenza spiegano il perché (e il come)

Logo del Coordinamento regionale centri antiviolenza dell'Emilia Romagna

Logo del Coordinamento regionale centri antiviolenza dell’Emilia Romagna

Pochi giorni fa è apparsa sul web un’intervista sul presunto “business” dei centri antiviolenza dell’Emilia Romagna gestiti da donne: un dibattito che mi sono vista piombare direttamente sul mio profilo facebook (in cui l’autrice dell’intervista ha poi cancellato i post) in cui citava direttamente la Casa delle donne di Bologna su una donazione di un milione di euro ricevuta da un donatore anni fa e sui finanziamenti che ricevono i centri antiviolenza dell’Emilia Romagna. L’articolo, intitolato “Marzia Schenetti, vittima di stalking: “Vi racconto il business delle associazioni anti-violenza sulle donne”, è stato pubblicato su “Quelsi Quotidiano” ed è stato ripreso sui social network e usato per mettere in discussione l’operato dei centri creati e gestiti dalle donne, proprio in un momento in cui, con l’imminente varo del Piano antiviolenza del governo Renzi, è chiara l’esiguità dei finanziamenti su tutto il territorio nazionale ed è chiaro il tentativo di istituzionalizzazione della rete di supporto ai percorsi di contrasto alla violenza maschile sulle donne: quale metodo migliore per farsi spazio buttando il fango nel ventilatore in una giungla dove il motto “mors tua vita mea” è quanto mai attuale? Senza nulla togliere al diritto di criticare e di pensarla diversamente, è indubbio che un’operazione così frontale lasci delle perplessità, soprattutto se l’argomentazione non è supportata da solide basi documentate. La gestione dei finanziamenti e la differenza tra centri più ricchi e centri più piccoli (in cui non entra l’illegalità), non è una cosa che possa essere affrontata puntando il dito, perché esistono situazioni diverse. Senza contare poi che un centro antiviolenza non si improvvisa e che anche chi pensa di poterne “mettere su uno” chiedendo poi i finanziamenti per fare il business, deve tener conto che quelli gestiti dalle donne con una storia femminista alle spalle non sono semplici servizi ma si basano proprio su una professionalità creata nel tempo che rispetta l’autodeterminazione, la libera scelta della donna che inizia un percorso per uscire dalla situazione di violenza per cui cerca aiuto e le linee internazionali. Ma più che l’articolo in sé quello che mi ha colpito è stato l’eco che ha avuto questa intervista pubblicata su un sito chiaramente di destra e chiaramente di nicchia, ripreso da ambiti diversi che mai prenderebbero in considerazione articoli pubblicati su un sito di questo tipo tanto più su questo argomento. Quindi più che il contenuto, mi ha meravigliato l’uso che di questo contenuto è stato fatto, come di chi accompagna la mano di chi lancia il sasso facendo poi finta di niente. Per questo voglio pubblicare la risposta del Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna e della Casa delle donne per non subire violenza Onlus di Bologna redatta dall’avvocata Susanna Zaccaria del Foro di Bologna, che chiarisce anche bene cosa sono e su quali basi agiscono i centri, e di cui mi sembra importante sottolineare quattro punti, ovvero che:

1-“I centri, per scelta, offrono supporto relazionale e percorsi di empowerment affinché le donne si rafforzino e si proteggano dalle relazioni danneggianti, ricostruendo nuove traiettorie di vita”;

2-“I centri antiviolenza si occupano di violenza di genere contro le donne, cosa ben differente e che non si può confondere con i dissapori e/o conflitti all’interno di una coppia. Nei casi di violenza la mediazione è considerata inefficace e pericolosa, tanto che viene espressamente vietata dalla Convenzione di Istanbul e da tante raccomandazioni internazionali”;

3-“Ai centri antiviolenza si rivolgono donne di tutte le provenienze sociali, e la classe più rappresentata è quella media. Le associazioni che li animano sono apartitiche, e si muovono nell’ambito del femminismo, essendo impegnate con determinazione nel promuovere politiche pubbliche che incidano sulla differenza di potere tra i sessi, che è la base e l’origine della violenza contro le donne, fermamente convinte che la violenza alle donne riguardi tutte le donne”.

4-“I centri antiviolenza vengono giustamente interpellati e coinvolti nelle attività di formazione rivolte a vari soggetti e professioni, in virtù della ormai trentennale esperienza e del patrimonio di conoscenze prodotto, come per altro suggerisce la Convenzione di Istanbul”.


da ilportodellenuvole

Ricevo e pubblico questa lettera dall’avvocata Susanna Zaccaria del Foro di Bologna, chiedendo di aiutarmi a diffonderla sul web.

Scrivo la presente a nome e per conto del Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna e della Casa delle donne per non subire violenza Onlus di Bologna che rappresento, dopo aver preso visione dei contenuti apparsi  sul quotidano on line qelsi il 10 dicembre scorso dal titolo Vi racconto il buisness delle associazioni antiviolenza

Preme fornire le seguenti precisazioni:

A quanto consta, la signora Marzia Schenetti non si è rivolta a nessun centro aderente al Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna per avere un aiuto per la situazione di violenza che ha subito, quindi non può parlare per esperienza diretta. Lo ha fatto invece per la presentazione di un suo libro, (cosa che è avvenuta) e successivamente per avere la retribuzione di un suo spettacolo teatrale. In questa seconda occasione le è stato risposto che – pur apprezzando il suo impegno artistico a favore della tematica della violenza contro le donne  non era possibile finanziare uno spettacolo teatrale, non avendo il centro antiviolenza fondi da destinare a questo scopo.

La mission dei centri antiviolenza, in linea con tutte le disposizioni internazionali, oltre a quella di fare promozione per un cambiamento della cultura e della politica, è quella di offrire supporto e percorsi di protezione alle donne che chiedono aiuto per uscire dalla violenza (counseling, ospitalità, supporto alla ricerca del lavoro, ecc.), non quella di erogare contributi direttamente alle donne che si rivolgono a loro, se non nella forma di rimborsi per i trasporti, il vitto, le spese telefoniche, ecc. Per questa esigenza, oltre al supporto dei servizi sociali territoriali, nella regione Emilia-Romagna esiste la Fondazione vittime di reato (www.regione.emilia-romagna.it/fondazione-per-levittime- dei-reati) alla quale ci si può rivolgere per avere un contributo che possa –  almeno in parte – risarcire il danno che la violenza ha prodotto. I centri, per scelta, offrono supporto relazionale e percorsi di empowerment affinché le donne si rafforzino e si proteggano dalle relazioni danneggianti, ricostruendo nuove traiettorie di vita. I centri antiviolenza si sono sempre battuti perché lo stato riconosca un adeguato risarcimento alle vittime e di fatto indirizzano alla Fondazione vittime di reato molti casi ogni anno. Le avvocate che fanno riferimento ai centri antiviolenza, oltre a fare consulenza gratuita presso i Centri, supportano le donne con il gratuito patrocinio laddove è permesso dalla legge e in linea con le disposizioni dell’Ordine degli avvocati.
Le attività della Casa delle donne di Bologna (e lo stesso si può dire per gran parte dei centri aderenti al Coordinamento) sono solo parzialmente coperte da fondi pubblici, per il resto si provvede con donazioni private, progetti, fundraising, destinazione del 5 per mille e un grande numero di ore di lavoro  volontario messo a disposizione anche dalle operatrici retribuite.

Il milione di euro che è stato donato nel 2010 alla Casa delle donne di Bologna da un donatore privato è stato impiegato, come da sua richiesta, per comprare un immobile destinato a casa rifugio di emergenza con 9 posti letto, che nel solo 2013 ha ospitato 85 tra donne e bambini. Una parte della donazione è stata impiegata per allargare gli spazi adibiti ad ufficio dove si svolgono i tanti servizi rivolti alle donne che subiscono violenza; la restante quota in parte è stata utilizzata per finanziare i servizi e sopperire alla carenza di fondi pubblici di questi ultimi 5 anni di attività della Casa delle donne.

Tutti i bilanci della Casa delle donne di Bologna vengono forniti agli enti finanziatori (Comune e Provincia di Bologna, e tutti i 50 Comuni della provincia di Bologna). Lo stesso avviene per tutti i centri aderenti al Coordinamento. Sul sito http://www.casadonne.it sono inoltre presenti i bilanci sociali della Casa delle donne del 2008 e del 2011, e il prossimo verrà fatto per l’anno 2014.
È gravemente lesivo dell’onorabilità della Casa delle donne e dei 13 centri riuniti nel Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna sostenere che i bilanci manchino di trasparenza: ogni singola spesa viene rendicontata, sia quelle relative alle attività dell’associazione stessa, ai servizi prestati fino ad arrivare a quelle relative al vitto, all’alloggio, ai trasporti e alle schede telefoniche delle donne e dei bambini ospitati: nel 2013 i centri aderenti al Coordinamento hanno ospitato 351 tra donne e bambini/e, e hanno seguito 3.176 donne (si veda: http://www.centriantiviolenzaer.it/images/pdf/dati/brochure%202014_web- 1.pdf).

Nei centri antiviolenza non esistono “salvatrici” ma donne professioniste di lunghissima esperienza che, a fronte di una continua formazione personale e di gruppo, sostengono con competenza le donne che hanno subito violenza nelle loro scelte, rispettandone la riservatezza, non scavalcando mai la loro volontà tantomeno spingendole a denunciare, impegnandosi insieme a loro a costruire percorsi praticabili di uscita dalla violenza, sapendo benissimo quali e quante siano le difficoltà da superare. Posto che il lavoro di ogni donna (e uomo) dovrebbe essere retribuito adeguatamente, le operatrici che lavorano nei centri antiviolenza sono in parte retribuite, in parte volontarie. Il volontariato, anche da parte delle operatrici retribuite, è sempre necessario a fronte dell’esiguità delle risorse reperite, e purtroppo alcuni centri sono costretti a contare esclusivamente su quello. Se da una parte il volontariato è un valore aggiunto e testimonia l’impegno politico che anima i centri, dall’altra parte usufruire nei centri di solo volontariato può costituire un forte limite quando si tratta di fornire con continuità il sostegno necessario a rispondere ai tanti bisogni delle donne. Molti percorsi di supporto durano vari mesi, e coinvolgono diversi soggetti della rete intorno alla donna: assistenti sociali, forze dell’ordine, tribunali, strutture di ospitalità, scuola, datore di lavoro, familiari, ecc. in un difficile intreccio perché l’aiuto sia integrato, coordinato e rispetti la volontà della donna.

I centri antiviolenza vengono giustamente interpellati e coinvolti nelle attività di formazione rivolte a vari soggetti e professioni, in virtù della ormai trentennale esperienza e del patrimonio di conoscenze prodotto, come per altro suggerisce la Convenzione di Istanbul. Il protocollo tra Anci Emilia-Romagna e il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna, che recepisce quello tra Anci nazionale e D.i.Re (l’associazione nazionale dei centri antiviolenza), rinforza questa acquisizione. Ogni ente/organizzazione d’altronde è libero di coinvolgere nella formazione qualsivoglia professionista o ente, come le Università, gli Ordini professionali, ecc., e questo di fatto avviene   continuamente. I centri non hanno certo una sorta di monopolio arbitrario delle risorse, senza rendicontazione oggettiva di quello che fanno (tutti sono tenuti a rendicontare agli enti finanziatori), fa fede invece la serietà e la continuità delle relazioni con i contesti locali, istituzionali e non solo.
Nei centri antiviolenza della regione riuniti nel Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna (organismo formalizzato nel 2009, www.centriantiviolenzaer.it ) è attivo uno Sportello lavoro, al quale qualsiasi donna che ha subito violenza può rivolgersi. I centri antiviolenza si attivano in tutti i modi per un sostegno a lungo termine: sostegni per la crescita professionale come corsi di italiano e per la patente, stage e corsi professionalizzanti, laboratori, facilitazioni per la scolarizzazione dei figli, ecc. Il Coordinamento è anche garante della qualità, della formazione e della metodologia impiegata dai singoli centri, proprio perché le donne che si rivolgono a loro trovino competenza e professionalità uniformi.
I centri antiviolenza si occupano di violenza di genere contro le donne, cosa ben differente e che non si può confondere con i dissapori e/o conflitti all’interno di una coppia. Nei casi di violenza la mediazione è considerata inefficace e pericolosa, tanto che viene espressamente vietata dalla Convenzione di Istanbul e da tante raccomandazioni internazionali.

Ai centri antiviolenza si rivolgono donne di tutte le provenienze sociali, e la classe più rappresentata è quella media. Le associazioni che li animano sono apartitiche, e si muovono nell’ambito del femminismo, essendo impegnate con determinazione nel promuovere politiche pubbliche che incidano sulla differenza di potere tra i sessi, che è la base e l’origine della violenza contro le donne, fermamente convinte che la violenza alle donne riguardi tutte le donne. Di fatto, hanno criticato tutti i governi che si sono succeduti negli anni, per la loro assenza o scarsità di iniziativa sul tema.

I centri antiviolenza non solo comprendono appieno la necessità di aiutare i maltrattanti, ma alcuni di essi hanno contribuito a fondare centri per uomini che usano violenza, ad es. a Ferrara (Cam Ferrara). Il fatto che si tratti di luoghi e staff separati dal centro antiviolenza è a tutela delle vittime ed è richiesto dalle raccomandazioni internazionali.

Stante la prospettazione fornita in tale articolo, avente contenuto fortemente diffamatorio rispetto all’attività dei centri antiviolenza riuniti nel dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna e della Casa delle donne per non subire violenza onlus di Bologna in particolare, chiedo la pubblicazione di quanto sopra, riservandomi, in difetto, ogni più ampia tutela in favore dei soggetti che rappresento.

Distinti saluti

Avvocata
Susanna Zaccaria – Foro di Bologna

Perché la violenza maschile sulle donne prevede una vittima e un offender

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C’era una volta un libro che si chiamava “Non credere di avere diritti” della Libreria delle donne di Milano (Rosenberg & Sellier) che spiegava come inseguire l’uguaglianza tout court significasse per le donne rimanere subalterne all’ordine patriarcale: un libro che elencando le conquiste fatte fino a quel momento (1987), spiegava che l’emancipazione senza un cambiamento strutturale della società basata su un potere maschile, non era sufficiente a cambiare la condizione delle donne in maniera profonda: conquiste che, sebbene ne avessero migliorato le condizioni di vita, non avevano intaccato quello che era, e continuava a essere, il nodo del potere maschile e il suo esercizio. Un titolo che riprendeva un’annotazione di Simone Weil del 1941 in cui esortava a non puntare su una politica di rivendicazioni ma a tenere aperto l’orizzonte del diritto e della giustizia, scrivendo: “Non cre­dere di avere dei diritti. Cioè, non offu­scare o defor­mare la giu­sti­zia, ma non cre­dere che ci si possa legit­ti­ma­mente aspet­tare che le cose avven­gano in maniera con­forme alla giu­sti­zia; tanto più che noi stessi siamo ben lungi dall’essere giu­sti”.

Diritti sui quali sempre Luisa Muraro, in “Tre lezioni sulla differenza sessuali e altri scritti” (Orthotes Editrice, 2011) e rileggendo “Le tre ghinee” di Virginia Woolf , avverte come sulla “problematica dei diritti, cioè la politica come noi la vogliamo, non basata sui diritti ma sulla libertà e sulla forza che può venire dai rapporti tra donne”, “il supremo diritto conquistato dalle donne è quello di poter vivere senza dipendere dal rapporto personale con questo o con quell’uomo: padre, marito, figli”. “Basarsi sui diritti, è un fondamento molto precario. Secondo Virginia Woolf – continua Muraro – la cosa necessaria e sufficiente è che non ci sia dipendenza materiale da un uomo”, in quanto se “i diritti hanno spesso questo statuto di cose concesse e ritirabili”, “il diritto a guadagnarsi da vivere, Virginia Woolf è sicura che le donne non se lo faranno portare via”, e quindi “Altri diritti non servono”.

Ma siamo sicure che sia ancora così? O siamo tornate un po’ indietro? È vero che le donne hanno acquisito il diritto supremo a non dipendere da nessuno ma è anche vero che nel tempo questo diritto è stato intaccato pesantemente e, tra spinte e controspinte, non ha comunque risolto quella discriminazione basata su un rapporto sbilanciato tra i sessi che essendo espressione concreta della violenza maschile nel suo esercizio del potere, respinge con forza e combatte in prima linea (e con strumenti propri di un potere coercitivo) quella libertà delle donne di cui parlava Woolf. Insomma, le donne, grazie a questo diritto supremo, sono diventate libere davvero?

Anna Simone in “Sessismo democratico” avverte chi pensa che le donne siano ormai libere di costruire pensieri, opinioni, storia, ridisegnando la mappa di un potere “al femminile”, si sbaglia perché le libertà acquisite negli ultimi 30 anni non sono bastate a rendere le donne soggetti, e quindi agenti, in un quadro di potere che ripropone “rigide ripartizioni che, a loro volta, generano procedure di esclusione e interdetti orientati ad assimilare la costruzione stessa dei discorsi alla funzionalità del sapere-potere” (Foucault). Un potere che decide in base a parametri di scelta che confermano un diretto sostegno al potere stesso. Simone spiega come il potere maschile “democratico” usi il corpo femminile, comprendendo al suo interno le conquiste delle donne in questo ultimo scorcio di secolo e piegandole docilmente a nuovi (vecchi) stereotipi in cui sono comunque rintracciabili i tre grandi filoni: del femminile (cura e protezione), del femminino (femme fatale mangiatrice di uomini) e del femminismo (donne esigenti e rompiscatole). Il neo-patriarcato usa così la stessa libertà femminile a fini strumentali facendo del corpo delle donne, adesso come prima, una tavola su cui è sempre l’uomo a spostare le pedine: un “ritorno al patriarcato sotto nuove vesti” con una strumentalizzazione che non è sempre chiara neanche alle donne più consapevoli. Su questo terreno si muove un sessismo che, democraticamente, mentre con una mano accarezza i nuovi ruoli che le donne hanno faticosamente conquistato, impartisce posizioni, differenziazioni, caselle che nulla hanno a che vedere con la libertà delle donne.

Una riflessione che conferma la precarietà dei diritti e della pura rivendicazione della Libreria delle donne e di Luisa Muraro, mettendo in guardia le donne stesse, nel quadro di quei diritti acquisiti ma regolamentati dal potere maschile, rispetto a una vera e libera indipendenza basata su una reale autodeterminazione delle donne. Riflessione che suggerisce un pensiero anche sullo stato attuale, compreso l’erosione sostanziale di quel diritto supremo dell’indipendenza che nella realtà vede le donne sempre più, e oggettivamente, messe in una condizione di esclusione acuita da esigenze legate a una crisi economica in cui sono loro le prime a essere messe alla porta: il tutto accompagnato dal ripristino anche teorico, dello stereotipo della donna che sta a casa e fa figli, con un attacco plateale anche a quei diritti che pur non essendo risolutivi, hanno permesso una vita diversa a moltissime donne.

Che la questione dei diritti non sia quindi sovrapponibile a quella della libertà e dell’autodeterminazione, è fuori discussione, come è anche fuori discussione l’adattamento che le conquiste delle donne nel corso degli ultimi due secoli siano comunque state regimentate da un potere maschile al fine di renderle il meno eversive possibili – e che ha continuato a esercitare le sue forme di violenza che vanno dalla discriminazione fino alla soppressione fisica. Detto ciò è pur vero che quei diritti, rivendicati e conquistati, sono stati e continuano a essere una base importante per affermare bisogni fondamentali: come il diritto all’aborto, quello dell’indipendenza economica con parità di salario e di mansioni, fino al diritto di vivere una vita libera dalla violenza maschile, e di esprimere una sessualità e un diritto all’autodeterminazione a partire dal proprio corpo. Desideri e bisogni senza i quali sarebbe difficile pensare di costruire anche il resto, e che malgrado non siano l’obiettivo primario per una reale affermazione di libertà, sono oggi rimessi gravemente in discussione, e quindi affatto scontati, come dimostra l’attacco globale alla salute delle donne, il tentativo dei governi di gestire una crisi economica intaccando il diritto al lavoro delle donne stesse cercando di rimandarle a casa a fare figli e ai lavori di cura con un grosso risparmio anche in materia di welfare, fino al tentativo di arginare la violenza in maniera paternalistica, ma soprattutto inefficace, senza affrontare il vero nodo (culturale) di una società che condona la violenza maschile come un ingrediente normale nella vita di una donna. Diritti che hanno permesso e permettono a molte donne di affrontare un percorso personale di autodeterminazione e di superamento di condizioni fortemente discriminate, in un contesto dove la disparità dei rapporti di potere tra uomini e donne è ancora vivo e abbraccia tutti i luoghi del mondo, nessuno escluso, compresi anche quei paesi che hanno raggiunto una certa parità sul piano sociale e politico (che dimostrano che la strada da fare è ancora lunga e tortuosa).

La violenza maschile sulle donne, che attraversa tutti i luoghi del Pianeta senza distinzione di età, classe sociale, cultura e religione, diventa così paradigma per saggiare la vera condizione delle donne nella realtà che in finale si concretizza in una estesa, quanto strutturale, discriminazione del genere femminile che, da un minimo di esclusione a un massimo di soppressione fisica (femmicidio), e con diverse forme, è presente ovunque nel mondo con stereotipi che permeano trasversalmente ogni essere umano.

La violenza maschile diventa così la cartina di tornasole sulla vera condizione delle donne – anche di quelle che pensano di non averla mai vissuta in nessuna forma – e rappresenta bene il terreno su cui ci muoviamo e in cui le donne fanno molta più fatica a vivere: un panorama così pervasivo da sembrare quasi impossibile ma che presenta un fenomeno planetario di discriminazione profonda che va dalla violenza domestica – presente in tutto il mondo come la forma più pervasiva – alle mutilazioni genitali, fino alla schiavitù sessuale, la tratta, i matrimoni precoci e forzati, il gendercidio, lo stupro di guerra, e così via. Situazioni concrete che nessuna di noi, purtroppo, si inventa per il piacere di narrare donne vittime di violenza: una violenza a cui anche donne “vincenti”, quelle che i diritti li hanno sperimentati fino a vere e proprie scalate di potere, sono esenti.

Come indicato dalle statistiche di Morten Kjærum, Direttore dell’Agenzia dell’Unione europea per i Diritti fondamentali, in Europa non solo il lavoro ma anche un alto grado di istruzione e un posto da manager o una posizione sociale di rilievo con posti apicali, cioè neanche la totale autonomia e quel diritto supremo di indipendenza, rende le donne immuni dalla violenza che, anzi, in luoghi come questi si esprime a volte in maniera più brutale. Cosa c’è di meglio che sottomettere una donna indipendente e autorevole per ribadire la supremazia del potere maschile? Donne che pur non appartenendo allo stilema di vittima, vengono devastate da questa violenza che spesso sfiora la tortura.

Giorni fa TK Brambilla scriveva fa sul sito della Libreria delle donne che “I centri antiviolenza ci raccontano infatti che vittime di violenza maschile tra le mura domestiche sono anche donne che potremmo chiamare “vincenti”, donne che hanno studiato, che occupano posti di lavoro di rilievo, donne che si muovono nel mondo con coraggio. E magari è proprio questo loro volere essere libere a scatenare la violenza degli uomini che non accettano la libertà femminile. Sappiamo infatti che il momento di maggiore rischio per le donne è proprio quando decidono di andare via. A scatenare la peggiore violenza è la forza di quelle donne, non la loro presunta debolezza. L’ingiustizia esiste, le donne ne sono vittime in tutto il mondo e non è occultandola che si dà risposta alla richiesta di giustizia. Una donna vittima di violenza maschile che si mostra, che rifiuta la vergogna che su di lei ha da sempre gravato e esce dal silenzio, non mostra la miseria femminile ma quella maschile”.

“I condizionamenti culturali, sociali e economici, la paura, la perdita di autostima e l’isolamento determinati dalla violenza” non sono quindi fattori secondari, e sono questi stessi fattori, e non la loro narrazione, a determinare una vittima di un sopruso, di un abuso, di una violenza: fattori del tutto oggettivi e non soggettivi di cui la donna non è responsabile a causa di un profilo psicologico deviato ma in quanto prodotto oggettivo di una società discriminante a tutti i livelli. Dire che esiste una donna forte (che vince) e una donna debole (che perde), non solo è falso ma significa fare il gioco del patriarcato perché è proprio quello che gli uomini vorrebbero far passare scaricandosi la coscienza da una responsabilità che, in materia di violenza e di discriminazione di genere, riguarda invece proprio loro e l’immaginario imposto in nome di una superiorità basata solo su un pregiudizio e uno stereotipo, ovvero culturale. Sfido chiunque a portarmi davanti  una donna che sceglie consapevolmente di vivere in una situazione di violenza per fare la vittima. Ma c’è di più, perché proprio chi sbandiera questa falsa superiorità “tra donne migliori e donne peggiori” apre la voragine della vittimizzazione: queste donne perché si sentono “vittime”? vogliono essere consolate? Fanno finta? Sono delle perverse? O magari sono pazze, come vengono accusate da perizie psicologiche quando un tribunale sta per sottrarre loro i figli perché hanno denunciato il marito per violenza domestica. Un atteggiamento che, questo sì, rivittimizza le donne che non solo hanno difficoltà a uscire da una situazione di violenza per inefficienza dello Stato e la pesantezza dei fattori oggettivi, ma che non è supportata neanche dal pensiero femminista che dovrebbe stare al suo fianco e in prima linea: non vittimizzando ma raccontando quello che succede in maniera oggettiva e fornendo analisi approfondite.

Sono teorie che, negando il dato oggettivo della violenza – che in quanto tale presuppone una vittima e un offender per la natura stessa del rapporto di forza e di ricatto che si viene a creare – e disconoscendo lo status di vittima, creano la rivittimizazzione. Teorie che mancano di una base fondamentale: un rapporto diretto con la realtà, la realtà fatta di carne e ossa di quelle donne che con molta fatica hanno il coraggio di denunciare un uomo violento, che magari hanno in casa e che è anche il padre dei loro figli, da cui dipendono anche economicamente, e che in un sistema patriarcale come questo si alzano e reagiscono a rischio della propria vita in un contesto che non sempre le sostiene, a partire dai tribunali stessi. Dire quindi che la vittima si riduce a “fare la vittima” ed è tale perché non reagisce e non si difende operando così la propria autodeterminazione, è non solo ignoranza sul fenomeno reale ma anche un’offesa a tutte quelle donne che, al di là della differenza sociale, culturale, religiosa e di età, subiscono violenza maschile e sono anche morte per questo. Vai a dire a una donna che è stata sfigurata con l’acido in faccia che fa la vittima, ma diglielo guardandola negli occhi (se ancora ci vede).

Anche in questo caso, in materia di violenza maschile contro le donne, siamo quindi di fronte a una sottovalutazione del problema che sminuisce la portata oggettiva del fenomeno riducendolo a un fatto di autodifesa personale della donna stessa e che non mette in campo nessuna riflessione spazzando via secoli di pensiero femminista sull’autodeterminazione, alleandosi da una parte con la cattiva coscienza maschile (la violenza è un problema delle donne che esasperano, se la cercano, ecc.) e dall’altra con quella istituzione che minimizza ed espone le donne stesse a una violenza che mette a serio rischio anche la loro vita.

L’avvocata Teresa Manente, penalista e referente nazionale delle avvocate dei centri antiviolenza nonché responsabile dell’ufficio legale di Differenza Donna, chiarisce come “Quando le donne querelano e le loro storie finiscono comunque nel sangue quello che non funziona è la sottovalutazione del problema. E parlo di forze dell’ordine e magistratura che dovrebbero indirizzarla immediatamente a un centro antiviolenza e valutare la possibilità di misure cautelari efficaci a tutela sua e dei figli. E invece sa che succede delle volte quando non c’è specializzazione in materia? Che si avvisa il marito per tentare una riconciliazione o si parla di conflitto coniugale, un conflitto che presuppone parità che invece è uno dei punti chiave delle storie di violenza domestica in cui lo stato di soggezione della donna è reale con violenze e minacce che annientano la sua libertà di autodeterminazione, che non ha niente a che vedere con il conflitto coniugale”. D’altra parte per la psicologa Elvira Reale, che a Napoli dirige la U.O. di Psicologia Clinica e il Centro Studi di genere dell’Associazione Salute Donne, “chiamare le donne che subiscono violenza persone in difficoltà richiama problematiche soggettive ed uguaglia le donne a qualsiasi altra persona in difficoltà mentre la dizione vittime di violenza di genere richiama i processi oggettivi di vittimizzazione del contesto, compreso in primis quello familiare, ed è in linea con la terminologia internazionale. Donne in difficoltà è una terminologia che appartiene ad un contesto clericale/istituzionale che ha così indicato le donne bisognose di assistenza, mentre il termine vittima, nella sua etimologia dal latino, rinvia a una condizione di persona legata ovvero privata della libertà, cosa che risponde meglio al significato intrinseco della violenza, soprattutto familiare, che tende a privare le donne della loro libertà e diritto di scelta”.

Non c’è niente di cui vergognarsi, né quando si vive una situazione di violenza né quando la si racconta. E come suggerisce Edda Billi nel commento a questo articolo: “E’ pur vero che con le nostre lotte femministe qualcosa in questo mondo l’abbiamo cambiata ma ho sempre detto che purtroppo è vero che il patriarcato è morto ma che ha un fratello gemello che si è fatto vivo…”.

Grazie Edda

 


*(Per un approfondimento  invece sul femminismo – individualista e materialista – rimando alla interessante lettura dell’articolo di Maria Rossi qui di seguito)

Un femminismo per donne ricche e vincenti. E’ davvero auspicabile? *

di Maria Rossi

Power feminism versus victim feminism

Uno dei testi fondanti della “critica alla vittima” è Fire with fire di Naomi Wolf, libro che, pubblicato nel 1993, dà avvio al post-femminismo. Per l’autrice, negli anni Ottanta le donne hanno acquisito, grazie al movimento che le rappresenta, maggiore rilievo, visibilità e considerazione politica, hanno potuto accedere alla sfera pubblica e ricoprire incarichi manageriali in misura molto più ampia rispetto al passato. La parità fra i sessi potrebbe rivelarsi, dunque, un obiettivo facilmente e rapidamente raggiungibile, se non fosse ostacolato  sia dalla scarsa fiducia delle donne nella potenza dei propri desideri e nella capacità di cogliere le opportunità che il sistema politico ed economico offre a tutti che  dall’esistenza di una corrente del femminismo che, per affrontare le sfide del presente, adotta atteggiamenti inappropriati e controproducenti. Naomi Wolf lo definisce “femminismo vittimario” (victim feminism), cui ne contrappone un altro in grado di esaltare la forza delle donne (power feminism).

Il primo, a suo dire, esorta le donne ad assumere lo status di vittime della violenza, del potere maschile o del patriarcato ed eleva la sofferenza a merito, ingenerando un senso di impotenza, di debolezza, di passività, di disconoscimento della propria forza interiore. Idealizza il genere femminile rappresentandolo come ontologicamente incline al pacifismo, alla cura e alla cooperazione, mentre concepisce gli uomini come naturalmente propensi all’aggressività, alla violenza e alla competitività.  Sul piano dei comportamenti sessuali si rivela moralistico, giudicante e prescrittivo. Celebra l’uguaglianza, l’anonimato, la sorellanza e valuta criticamente, in ragione del suo anticapitalismo, l’affermazione personale e il perseguimento del successo economico, politico e sociale.

Il power feminism presenta caratteri opposti: esalta la forza delle donne e le incita ad appropriarsi del potere; riconosce che l’aggressività, la violenza, la competitività sono costitutive tanto dell’identità femminile quanto di quella maschile, combatte il sessismo, ma non è misandrico, non esprime giudizi moralistici sulla sessualità, valorizza l’individuo, celebra l’aspirazione e il raggiungimento  del successo e l’acquisizione della ricchezza.

Psicologizzazione e responsabilizzazione

Naomi Wolf travolge e amalgama nella sua critica mistificante, confusa e semplicistica femminismo della differenza, radicale, materialista, marxista, anarchico, black in quanto accomunati, a suo parere, dall’identificazione delle donne come vittime, lemma assunto nell’accezione di “oppresse”, una realtà che l’autrice nega in quanto disconosce la potente e sistematica influenza che le categorie di genere, classe e razza esercitano sulla collocazione sociale dei soggetti, sul loro accesso alle risorse, sull’attribuzione dei ruoli, sulla divisione del lavoro, sulle discriminazioni, sulla violenza, sulle posizioni gerarchiche, sulle opportunità e sulla gamma di scelte disponibili, nonché sui rapporti di dominio e di sfruttamento esistenti.

La saggista statunitense attribuisce ad un tratto caratteriale, la “forza femminile”, il potere taumaturgico di infrangere le barriere  rappresentate da questi sistemi di classificazione e di inquadramento economico e sociale degli individui. Ricorre in tal modo alla psicologizzazione, ossia all’interpretazione della realtà in termini psicologici ed individualistici piuttosto che politici, economici e sociali, “un meccanismo potente per disinnescare la consapevolezza dell’oppressione e la potenziale ribellione”, ” una tattica di depoliticizzazione a sostegno dello status quo e dei rapporti di potere dominanti”, come lo definisce la psicologa sociale e femminista materialista Patrizia Romito.

Inoltre, l’enfatizzazione della forza individuale come elemento in grado di rimuovere tutti gli ostacoli  disloca sulle vittime la responsabilità dell’oppressione che subiscono, un processo questo che si rivela essere una delle principali modalità contemporanee di esercizio del dominio.

In un interessante saggio intitolato Les figures de la domination pubblicato sulla Revue française de sociologie Danilo Martuccelli, docente di sociologia all’Università Paris-Decartes, individua  nel principio di responsabilizzazione uno dei principali meccanismi di iscrizione soggettiva della dominazione. Esso si sostanzia nell’ingiunzione al soggetto a percepirsi, sempre e ovunque, responsabile non solo delle proprie azioni, ma anche degli eventi che gli capitano.  Di qui la sollecitazione a mobilitare le  risorse interiori per agire in modo efficace, per affrontare e risolvere da solo qualsiasi problema (dalla violenza, alla povertà, alla disoccupazione). In caso di fallimento, il soggetto, incitato ad assumersi i rischi della propria condizione, viene colpevolizzato, processo che consente alla società di sottrarsi a qualsiasi tipo di responsabilità nei confronti dei suoi componenti più fragili e che permette, al contempo, agli appartenenti ai ceti dominanti di legittimare sia la propria posizione che le diseguaglianze esistenti. [cfr. anche Caroline Guibet Lafaye, La domination sociale dans le contexte contemporain in Recherches sociologiques et anthropologiques  ] Se, infatti, lo status di un individuo viene attribuito interamente al merito, all’impegno, alla forza interiore, è evidente come la ripartizione disuguale della ricchezza, delle risorse, dei mezzi di produzione finisca per apparire equa.

Quanto alla violenza maschile sulle donne, se si ritiene di poterla sconfiggere proponendo modelli  femminili che incarnano i “valori” della potenza e del successo, ciò significa  non solo che si ignora la dinamica del fenomeno, la composizione sociale e il carattere delle vittime, fra le quali si annoverano anche brillanti e determinate professioniste, ma, soprattutto, che, consapevolmente o meno, si imputa a quelle fra loro che non sono in condizioni di poterne uscire rapidamente  la responsabilità di subirla. Si profila così il rischio di innescare un processo di colpevolizzazione e di stigmatizzazione delle vittime  disprezzate in quanto reputate fragili, impotenti, passive, in una parola, perdenti, mentre il ruolo dei maltrattanti viene occultato.

Un processo già in atto, anzi, dominante, come attesta il fatto che il 65,9% degli oltre  1300 studenti e studentesse delle scuole secondarie di secondo grado cui è stato somministrato  di recente un questionario sulla violenza di genere condivida l’affermazione secondo cui ” se una donna viene maltrattata continuamente la colpa è sua perché continua a vivere con quest’uomo“.

Le femministe non dovrebbero contrastare queste radicate convinzioni? E pensano di farlo contrapponendo le donne vincenti e di successo a quelle deboli e perdenti? Ad essere rimossi sono, ad ogni modo, i rapporti sociali di potere, di dominio che si stabiliscono fra  i sessi, così come fra le classi.

Il testo di Naomi Wolf si presta ad ulteriori, rapide considerazioni.

Nessuna pensatrice femminista, che io sappia, interpreta la violenza come un tratto psicologico costitutivo della natura maschile, ma la considera piuttosto come una manifestazione di relazioni imperniate sull’oppressione e sulla dominazione. Non mi soffermo, però, su questo punto già trattato in modo acuto e pertinente da altri, in particolare da Luisa Betti , da Massimo Lizzi   e dal Ricciocorno . Contrariamente a quanto ritiene Wolf, poi, affrontare il tema della violenza e rappresentarla non contribuisce a riprodurla, ma, al contrario,  a rivelarla e a denunciarla,  facendola affiorare dagli imperscrutabili recessi della vita privata, per  poterla efficacemente combattere.  O si pensa forse di sconfiggerla occultandola e rimuovendola dal discorso pubblico? Non si comprende, infine, perché il successo, il conseguimento di uno status sociale elevato, l’arricchimento, l’accesso al potere debbano rappresentare aspirazioni e valori condivisi da tutte le donne.  Perché dovrebbe essere considerato un bene concorrere al funzionamento del modo di produzione capitalista e alla riproduzione dei rapporti di dominio, di oppressione e di sfruttamento che lo caratterizzano?

La forza delle oppresse

Non vorrei che dalla lettura dell’articolo si deducesse la mia contrarietà ad evocare la “forza” del femminismo. Al contrario! La ritengo fondamentale, ma la interpreto come il potere che scaturisce dalla consapevolezza della propria condizione di oppresse e dalla volontà di opporvisi e di lottare per la liberazione individuale e collettiva delle donne. Vorrei pertanto concludere il post con le splendide parole di Christine Delphy, la fondatrice del femminismo materialista:

“Molte donne tengono sulla propria oppressione un discorso teorico. Ma la lotta politica, se non è alimentata dall’esperienza vissuta, quasi carnale, della realtà dell’oppressione, diventa una battaglia filantropica. E quando le donne diventano le filantrope di se stesse e non ricordano più, o vogliono dimenticare, che sono loro le umiliate e offese di cui parlano, perdono la loro forza. Difendere, ritrovare le sorgenti di questa forza è un’altra delle sfide del nuovo secolo per il movimento femminista. E per tutti i movimenti che lottano contro l’oppressione.”

*da Femminismo e materialismo

Assemblea nazionale di Articolo21 per “illuminare le periferie” dell’informazione

assembleadiart21bis-300x130Domani, sabato 13 dicembre dalle 10 in poi presso la sede della FNSI, Articolo21 illuminerà le periferie dell’informazione, comprese quelle zone oscure e oscurate che riguardano le politiche delle donne, comprese le gravi violazioni dei loro/nostri diritti, che sebbene siano oggetto di confronto, analisi e azione politica in tutto il mondo, sono ancora oggi qui, nel nostro Paese, un argomento di serie B. Argomenti che risultano ancora relegati dall’informazione mainstream in luoghi “altri” – come blog, rubriche, sezioni dedicate – e mai direttamente nel cuore dell’informazione, e con posizioni di rilievo, per arrivare al grande pubblico. Per dare una informazione corretta su questi temi e rilanciare un cambiamento culturale profondo nelle questioni di genere, che in Italia stenta ancora moltissimo, i media dovrebbero infatti scegliere di essere, volendo, uno dei grandi centri propulsori, illuminando prepotentemente queste “periferie” e contribuendo anche alla prevenzione di queste stesse violazioni, come suggerito sia dalle Raccomandazioni Onu all’Italia (Cedw e Special Rapporteur Rashida Manjoo) e dalla Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne e la violenza domestica, che essendo stata ratificata da 10 Stati del Consiglio d’Europa compresa l’Italia, è ora in vigore anche nel nostro Paese.

da Articolo21

Conflitto di interesse, riforma della Rai, leggi bavaglio, crisi dell’editoria, costruzione di una rete di siti per “Illuminare le periferie”, questi alcuni dei temi che segneranno la nostra assemblea nazionale che si svolgerà il prossimo 13 dicembre a Roma nella sede della Fnsi dalle 10 in poi. Sarà la prosecuzione della riflessione già iniziata ad Assisi e anche per questo saranno invitate tutte le associazioni e le esperienze che abbiamo incontrato in questi anni.

– Dalle 10.00 alle 12.00 la prima sessione sarà dedicata alla presentazione di una proposta, di metodo e di merito, sulla riforma dei media e non della sola Rai. Senza la risoluzione del conflitto di interessi ed un radicale superamento della legge Gasparri, a partire dalla riformulazione del sistema integrato delle comunicazioni, non potrà esserci infatti alcuna riforma credibile del settore.
Dalle 12.00 alle 14.00 la seconda sessione riflettori puntati sui bavagli vecchi e nuovi: legge sulla diffamazione, nuove norme sul lavoro precario, mancata riforma della legge sull’editoria. Saranno con noi giuristi e rappresentanti delle diverse realtà sindacali e professionali.
Dalle 15.00 alle 17.00 la terza sessione sarà invece dedicata al rilancio e al potenziamento del sito http://www.articolo21.org e alla definizione della Rete dei siti che hanno aderito alla campagna ” Ti Illumino di più”.
– Dalle 17.00 infine, nel ricordo di Federico Orlando, saranno assegnati i premi Paolo Giuntella per la libertà di informazione in collaborazione con  Fnsi, Inpgi, Casagit, Usigrai e Ordine dei Giornalisti. Questa volta saranno consegnati i riconoscimenti a Graziella Di Mambro che, con i suoi colleghi del Quotidiano di Latina, contrasta il malaffare in quella difficile realtà, alla giornalista Francesca Barra che ha subito intimidazioni e insulti in rete per alcuni post antirazzisti, a Gian Mario Gillio direttore della rivista Confronti, storico punto di incontro tra credenti, diversamente credenti e non credenti. (Sarà invece assegnato alla prima assemblea del 2015 il premio già annunciato a Federica Angeli, la coraggiosa cronista costretta a vivere sotto scorta per le sue inchieste sulla presenza mafiosa a Ostia). Un riconoscimento speciale sarà assegnato a Carlo Degli Esposti, uno dei più sensibili produttori italiani, da sempre schierato  sul fronte della qualità e della promozione di temi, autori, realtà troppo spesso trascurate o cancellate. La tradizionale targa dedicata a chi ha scelto di battersi per il riconoscimento dei diritti civili sempre, comunque, dovunque sarà dato a Riccardo Noury di Amnesty e ad Alessandro Gassman per la generosità ed la passione civile con le quali ha messo a disposizione degli altri la sua sensibilità di autore,attore, regista.
Un premio speciale a Lirio Abbate,  giornalista che da tempo denuncia la presenza di una piovra tutta romana. Sotto scorta per le minacce di morte subite ha svelato coraggiosamente gli intrecci tra politica, affari e criminalità organizzata, nella Capitale e non solo.
Alla fine, tutti insieme, consegneremo il riconoscimento, annunciato da tempo, all’associazione dei familiari delle vittime dell’Eternit di Casale Monferrato. Il premio che daremo al sindaco di Casale Monferrato Titti Palazzetti sarà una occasione per riaccendere le luci sulla strage senza fine, quelle delle morti sul lavoro e da lavoro.

Ovviamente siete tutte e tutti invitati.

Caso Loris: sbatti la mostra in prima pagina

strega

“Il vero padre scoperto a 14 anni, un rapporto burrascoso con una madre che mette al mondo cinque figli con tre uomini diversi, la voglia di morire che spunta prepotente per ben due volte nella mente ancora adolescente, un figlio arrivato forse troppo presto, quando le ragazze della sua età vanno ancora a scuola e pensano solo a come divertirsi il giorno dopo: c’è stato molto dolore nella vita di Veronica Panarello. E se questa madre ragazzina, che 26 anni l’ha compiuti solo un mese fa, c’entra davvero qualcosa con la morte del piccolo Loris, forse qualche risposta bisognerà andarla a cercare nel suo passato”. Sembra l’incipit di un romanzo d’appendice e invece è l’inizio di un lungo articolo dell’Ansa che va a scavare nel passato della mamma del piccolo Loris, il bambino ucciso il 29 novembre a Santa Croce Camerina, vicino Ragusa. La donna, sottoposta a lunghi interrogatori in cui si è contraddetta riportando versioni distanti da quanto emerso dai video e dalle intercettazioni, è ora la principale sospettata dell’omicidio del figlio e due giorni fa è stata sottoposta a fermo in una cella di isolamento della sezione femminile del carcere di Catania. Un’accusa grave, qualora fosse confermata dagli inquirenti che devono ancora mettere insieme tutti i pezzi di quella mattina in cui il bambino è morto, che vedrebbe la mamma coinvolta in prima persona in questo omicidio. Un fatto terribile, se fosse così, che però ha immediatamente stimolato la molla della morbosità dei media e dell’informazione che ha subito affilato i coltelli del banchetto per speculare sulla vita e sul passato della madre “cattiva”, che viene demonizzata e condannata due volte per la sua malvagità grazie alla enorme esposizione pubblica che si mette in moto in casi come questi. Un circolo mediatico che specula su un atto criminale così grave e dove la gara al linciaggio con un processo pubblico – che poco ha a che fare con l’informazione – scatena bassi istinti, non rende giustizia e coinvolge persone vicine e familiari, usati a questo scopo per emettere sentenze ancora da concludere (v. la madre di Veronica, la sorella e soprattutto il marito di Veronica che in tv, come se fosse quasi l’espressione di un ripensamento “in diretta”, si esprime sulla colpevolezza della moglie neanche si stesse girando una fiction). Un battage martellante e quotidiano che sposta completamente la focalizzazione dell’opinione pubblica come se la gente fosse davanti a un film in fieri proiettato a puntate su scala nazionale. Una modalità il cui sicuro effetto è ampliato dal fatto che a uccidere sia stata una madre.

Ma perché lo stereotipo della “mamma buona” è così forte mentre quella del “padre buono” è così e così? perché una madre che uccide un figlio è una deprecabile strega mentre un padre che uccide i propri figli è comunque un uomo con problemi o preda di un raptus momentaneo?

Oggi è stato scoperto chi ha ucciso Gilberta Palleschi, insegnante d’inglese di 57 anni il cui corpo era stato ritrovato in un burrone a Campoli Appennino: un uomo, Antonio Palleschi, che ha confessato il femmicidio perché respinto in un tentativo di violenza sessuale sulla donna, e che è anche tornato sul posto per oltraggiare il corpo della donna e su cui ora l’avvocato chiede l’infermità mentale. Qualche giorno fa una donna è stata uccisa dal marito a bastonate in testa nei pressi di Pesaro, e ad Ancona Daniele Antognoni, 38 anni, ha ucciso la moglie da cui si stava separando e il figlio di 5 anni, entrando in casa armato malgrado la donna avesse avvertito le forze dell’ordine in quanto temeva per la sua incolumità, mentre ieri a Rapallo Alessio Loddo ha ucciso a coltellate la moglie per poi gettarsi dal balcone con il bambino di un anno, uccidendolo insieme a lui. Quattro femmicidi con due infanticidi che dimostrano l’inquietante percentuale di un certo tipo di crimini nel nostro Paese, compresa l’uccisione dei figli da parte dei padri all’interno del femminicidio (vittime collaterali che in Spagna stanno per essere inclusi nei casi di femminicidio con una correzione alla stessa legge sulla violenza contro le donne del 2004 in quanto dettati sempre da un movente di genere e quindi dalla voglia di vendetta verso la donna che rifiuta il controllo maschile). Ebbene per questi uomi, come per tutti gli altri che si sono macchiati di questo crimine spesso per vendicarsi della moglie, i giornali hanno immediatamente usato la parola raptus di follia di uomini devastati per la separazione dalla moglie, mentre per quanto riguarda Veronica Panarello, è stato già escluso il raptus, che improvvisamente è diventato “estremamente raro” – secondo l’intervista che si sono sbrigati a fare in questo caso – e anche la malattia mentale, altra attenuante che di solito viene messa in ballo per gli uomini autori di femmicidi e infanticidi: ma è solo “grazie” a questa accusa che veniamo a sapere dall’Ansa che “L’equazione è un fatto troppo grave, dev’essere matta, non va mentre invece spesso si vedono perizie fatte in modo furbo, ma per esserci una malattia mentale ci deve essere una storia dietro, con segnali molto forti” – ha detto all’Ansa Emilio Sacchetti, presidente della Società Italiana di Psichiatria. Interviste e approfondimenti che quando è un uomo a uccidere un figlio o più figli, i giornalisti non si sentono in dovere di fare (dando quasi per scontato che si tratti di un momento di follia). Per quanto riguarda poi il profilo ce n’è per tutti i gusti: se da una parte l’uomo-padre omicida viene descritto appunto, come un uomo con problemi o psicologici o economici, e comunque sempre in quanto uomo sull’orlo di una tale disperazione da compiere un crimine così atroce, per quanto riguarda la donna che uccide o è sospettata di aver ucciso un figlio – con un copione già visto per esempio sul caso di Cogne – il profilo che viene tracciato è sempre di donna-mostra per la quale non solo non ci sono attenuanti, come per il maschio, ma su cui non interessa nemmeno capire il perché di un crimine così atroce. Per questo si va a scavare nel passato senza ritegno e senza attenzione di analisi e contesti, ed è per questo che la narrazione del passato viene condita con descrizioni come “volto da Madonna senza più speranza”, oppure “mamma dal passato difficile”, oppure donna che da piccola viene descritta “come una bambina violenta e cattiva”: speculazioni che poco hanno a che fare con la notizia ma che servono a costruire il caso su cui molte trasmissioni televisive e moltissima stampa investono fiumi d’inchiostro prendendo alla pancia milioni di fruitori e fruitrici di questa informazione. Giornali che sono già pronti, per quanto riguarda l’accusa della signora Panarello, per la ricostruzione del “fenomeno medea” e sfregano le mani in vista di un bel plastico che ricostruisca la dinamica dei “fatti”, come è avvenuto da Cogne a oggi. Una spettacolarizzazione travestita da approfondimento ma basata invece su una serie di stereotipi quasi medioevali come quello della donna-strega da stigmatizzare (senza nulla togliere alla gravità del fatto), soprattutto perché una cosa del genere mette in seria discussione il fulcro di questa cultura maschile e patriarcale che vuole la donna prima di tutto madre accudente e moglie devota, un simbolo qui ancora più acuito da una intrusiva presenza della simbologia cattolica, e che non permette deviazioni di nessun tipo: rotture che, nel caso siano presenti, vanno immediatamente esorcizzate socialmente e raddrizzate pubblicamente per non intaccare lo schema della ruolizzazione femminile che è uno dei perni della struttura sociale e che quindi va controllata costantemente. Una condanna morale e culturale specifica e ferrea che per l’uomo, anche se infanticida, non è prevista, quasi come se per il maschile fosse concesso un giudizio meno severo, anche in casi così terribili come l’uccisione di un figlio: è come se fosse scontato che un padre possa anche uccidere la prole, se disperato o in una situazione difficile magari con la moglie (che alla fine è sempre la vera responsabile), in quanto anche i figli, come le donne, sono storicamente e culturalmente di sua proprietà. Ed è un meccanismo culturale sotto gli occhi di tutti, ma così difficile da vedere proprio perché così integrato negli stereotipi e nelle ruolizzazioni del maschile e femminile, da essere presentato come un dato scontato.

Ma come scrive il Ricciocornoschiattoso “Se non c’è nulla nel DNA delle donne che le rende meno inclini alla violenza degli uomini (e infatti esistono donne violente) di fatto le statistiche ci dicono che l’87% degli omicidi sono commessi da uomini, il 98% delle aggressioni sessuali sono commesse da uomini, l’83% delle aggressioni non sessuali sono commesse da uomini, il 90% delle rapine sono commesse da uomini, il 92% dei sequestri di persona sono commessi da uomini. E questo non perché gli uomini sono malvagi per natura e le donne sono buone perché è la biologia che lo impone ma perché viviamo immersi in un contesto patriarcale che educa i maschi a dare libero sfogo alla violenza e non solo non offre alle donne tante occasioni di esercitare potere e controllo su un uomo, ma le educa a non trovare gratificante quel genere di esercizio del potere”. Una riflessione che suggerisce quando sia fondamentale riparare, e quindi condannare con accanimento, quella donna che devia da questo schema che è invece possibile e praticabile dal maschio fino alla sua espressione più estrema come l’uccisione di un figlio. Quanti “speciali tv” abbiamo visto sul papà del piccolo Claudio che buttò il figlio di tre anni da Ponte Mazzini a Roma in una fredda mattina di febbraio dopo averlo rapito da casa della suocera mentre a madre era in ospedale per le percosse del compagno violento? Di lui non ci ricordiamo neanche la faccia a causa dei pochi passaggi televisivi e l’assenza di foto sugli articoli di giornale, mentre della mamma di Loris, di cui l’accusa è ancora da confermare, sappiamo esattamente di che colore ha gli occhi e qual è la sua fisionomia: un volto che, se tutto va bene, ci ritroveremo per mesi in tutti gli speciali e nelle prime pagine di giornale con ricostruzioni minuziose e con la vivisezione della vita della donna condita dai giudizi di chi aveva intorno. Ma quale differenza ci sarebbe, in questo caso, se non che si parla di un uomo-padre e una donna-madre?

E questo, ovvero lo stereotipo che una madre abbia più doveri di un padre, è una stigmatizzazione che rende e donne sempre più “colpevoli” di un uomo malgrado, in percentuale, siano quelle che sono meno coinvolte in fatti criminosi. Ma se non è un fenomeno, che cosa è? Semplicemente il risultato di quella discriminazione di genere che pone gli uomini e le donne su piani diversi sempre e comunque, e che mette, quindi, la violenza maschile su un piano diverso rispetto a quella femminile, perché meno grave sebbene sia maggiormente diffusa e pervasiva nel mondo e senza ombra di dubbio alcuno. Questo per dire che non siamo uguali per niente e le donne sono sempre un passo indietro rispetto agli uomini: in tutto e per tutto, anche di fronte a un crimine così terribile come l’infanticidio che se commesso da una donna è più grave e fa più effetto.

Un ragionamento, sebbene con una lettura larga, che pone le donne soggette a essere giudicate più colpevoli in quanto più responsabili, donne che, valendo meno a livello sociale e simbolicamente relegate a un ruolo preciso di madre senza potere decisionale ma poste rigidamente sotto il controllo maschile, non hanno voce in capitolo e vanno condannate: succede per le “madri malevole”, incapaci di crescere i propri figli, manipolatorie, foratrici di false accuse se denunciano un padre violento, valutate come pericolose per la crescita dei figli anche se in casa il violento è l’uomo. E questo non dai giornali e dall’informazione, che non ne parlano malgrado sia diventato un fenomeno preoccupante in Italia, ma da tribunali che si affidano a non sempre coerenti perizie psicologiche sottraendo a queste donne che sfuggono al controllo maschile, una giusta punizione: la sottrazione dei propri figli, anche se la situazione che queste donne denunciano è di violenza domestica maschile. Se messi infatti su un piatto della bilancia la violenza esercitata da un uomo è sempre meno “grave” di una deviazione femminile che cerca di sottrarsi a questo controllo denunciando la violenza di un uomo che è sempre e comunque un marito ma soprattutto un padre. Quante volte abbiamo sentito la frase: picchia la moglie ma è un bravo padre? padri che, come abbiamo visto, ci mettono un attimo ad uccidere anche i figli, crimini che però, tutto sommato, sono più comprensibili e simbolicamente accettabili. Uomini che vengono lasciati dalle stesse istituzioni a piede libero quando attraverso i figli ricattano le mogli che cercano di separarsi per continuare a esercitare il loro controllo fino a ucciderle: come il caso di Cosimo Pagani che ha ucciso la ex moglie, Maria D’Antonio, nel Salernitano, dopo averla tenuta sotto ricatto attraverso la figlia di 8 anni che lo stesso uomo aveva sottratto portandola anche con sé in Germania nel corso della loro storia illegalmente. Donne che se non fossero state uccise sarebbero sicuramente ritenute responsabili della “rottura dell’equilibrio familiare” grazie a un inconscio collettivo che pretende dalle donne quello che sarebbe impensabile per un uomo e che consente a un padre violento di ricattare la moglie che si sta allontanando dando legittimamente nelle loro mani lo strumento più micidiale: i figli. Donne che senza dubbio subiscono una violenza pubblica e istituzionale, oltre che domestica, in quanto non protette perché non credute, dato che la parola di una donna vale ancora molto meno rispetto a quella di un uomo.

Sulla falsariga di questa doppia discriminazione, ancora oggi, la stessa violenza maschile sulle donne viene minimizzata nelle istituzioni e nella società e quindi messa sullo stesso piano di quella femminile malgrado la prima sia un fenomeno strutturale di dimensioni globale, mentre la seconda sia ancora circoscritta e quindi non un fenomeno pervasivo e profondo legato a una cultura patriarcale che si esprime in tutti gli ambiti come quella maschile sulle donne. Scrive Elvira Reale*: “Esiste una filiera clinico-giudiziaria che dalla scienza socio-psicologica attinge giudizi e costrutti che ingabbiano e sterilizzano il campo della violenza riducendola a conflittualità tra soggetti aventi le stesse responsabilità e lo stesso peso. Non sono estranei a questa cultura settori del pensiero femminista che, in ragione dell’autonomia e dell’autodeterminazione della donna, negano valore alla rappresentazione chiave della violenza: il dislivello di potere tra violento e vittima”.

Un atteggiamento che nega il fenomeno della violenza maschile che, come dice ancora Reale, “occultata dietro il richiamo ad un conflitto in cui vi sono due persone che hanno stesso potere e in cui i costrutti scientifici della circolarità delle responsabilità, della collusione, della compartecipazione di tutti a tutto anche alla violenza, del ribaltamento delle responsabilità: quando la vittima diviene colei che manipola il processo stesso di vittimizzazione, quando viene incolpata di propagare false accuse di violenza per prevaricare l’uomo ed impossessarsi dei figli così come ad esempio affermano (e trovano spazio nei nostri tribunali attraverso CTU accreditate) le teorie pseudoscientifiche della PAS di Gardner o della sindrome della madre malevola di Turkat, diventando strumenti forti e spesso inoppugnabili (o meglio inoppugnati) della tolleranza delle nostre istituzioni nei confronti della violenza contro le donne”.

E se, come afferma Reale, “La scienza è sempre stata un’alleata del potere e quindi da un punto di vista di genere del potere maschile contro le donne”, anche i media e parte delle istituzioni come della politica, sono strumenti saldamente attaccati alle mani del potere maschile sotto la cui lente le donne rimangono formiche anche quando pendono dalla parte di quel potere sostenendo che gli uomini sono uguali alle donne.


Intervento integrale di Elvira Reale* – Psicologa, esperta di salute della donna in un’ottica di genere, dirige la U.O. di Psicologia Clinica, ASL NA 1 e il Centro Studi di genere dell’Associazione Salute Donne. Collabora con l’OMS e con la Commissione Europea sui temi del genere e della salute. È docente della Scuola di Specializzazione in Medicina del lavoro dell’Università Federico II di Napoli. Autrice di numerosi saggi, per FrancoAngeli ha già pubblicato Prima della depressione (2007), Il genere nel lavoro (con U. Carbone, 2009), Maltrattamento e violenza sulle donne. Vol. I – La risposta dei servizi sanitari (2011).

Seminario Udi Napoli “FEMMINICIDIO: FENOMENOLOGIA E ANALISI POLITICHE”

“La manipolazione del processo attraverso le perizie”

La Convenzione di Istanbul ha incorporato le determinazioni che negli ultimi venti anni sono state fatte a livello internazionale contro la violenza di genere, prima, e poi contro la violenza domestica intesa come violenza di un partner maschile su un partner femminile(1993 , 1994, 1995, 2003, ecc.), ma ha lasciato fuori la riflessione sul ruolo delle scienze umane, delle accademie, dei percorsi di strutturazione di un sapere alto, nelle università e nei corsi di specializzazione, nei master, negli istituti di ricerca.

Il processo di vittimizzazione secondaria, che la Convenzione di Istanbul pone a carico delle istituzioni culturali, sanitarie, sociali e giudiziarie, deve quindi oggi essere declinato più specificamente sul piano delle scienze umane (psicologiche, psichiatriche, sociologiche) che sostengono il processo stesso; e lo sostengono non solo come pregiudizi e stereotipi culturali (determinazioni negativiste di un pensiero oscurantista del singolo sulla violenza contro le donne) ma soprattutto come costrutti scientifici (ovvero determinazioni positive di negazione della violenza contro le donne).

Noi qui al sud ed a Napoli ben conosciamo il costrutto tecnico-scientifico alleato della subordinazione femminile, lo abbiamo combattuto all’epoca dell’apertura dei manicomi, quando i reparti femminili non si aprivano e quelli maschili sì. Ma lo abbiamo combattuto soprattutto quando la scienza medico-psichiatrica attribuiva alle donne una malattia mentale (quale la depressione) legata ad un ciclo biologico-ormonale immutabile e non alle condizioni di vita e di ruolo delle donne (tra cui appunto lo schiacciamento della personalità fino alla depressione ad opera della violenza maschile intra-familiare).

Oggi quella stessa scienza che non è mai stata criticata in modo sostanziale (se non da avanguardie di donne appartenenti al mondo tecnico che hanno potuto guardare dall’interno i processi occultativi e negazionisti delle scienze umane) pone vincoli restrittivi pesanti alla capacità delle istituzioni – e delle persone che danno vita alle istituzioni – di valutare in modo appropriato l’origine della violenza, le sue responsabilità ed i suoi effetti sulla salute di donne e bambini.

Esiste una filiera clinico-giudiziaria che dalla scienza socio-psicologica attinge giudizi e costrutti che ingabbiano e sterilizzano il campo della violenza riducendola a conflittualità tra soggetti aventi le stesse responsabilità e lo stesso peso. Non sono estranei a questa cultura settori del pensiero femminista che, in ragione dell’autonomia e dell’autodeterminazione della donna, negano valore alla rappresentazione chiave della violenza: il dislivello di potere tra violento e vittima.

Un portato di questo costrutto psico-sociologico o socio psicologico è proprio l’attacco al concetto di vittima, necessario termine di una rappresentazione della violenza in cui vi è un solo colpevole, e lo scivolamento in un termine asettico e sterilizzato che è “la persona/donna in difficoltà” che fa da contraltare alla negazione del fenomeno violenza occultata dietro il richiamo ad un conflitto in cui vi sono due persone che hanno stesso potere. I costrutti scientifici della circolarità delle responsabilità, della collusione, della compartecipazione di tutti a tutto anche alla violenza, del ribaltamento delle responsabilità – quando la vittima diviene colei che manipola il processo stesso di vittimizzazione, quando viene incolpata di propagare false accuse di violenza per prevaricare l’uomo ed impossessarsi dei figli così come ad esempio affermano (e trovano spazio nei nostri tribunali attraverso CTU accreditate) le teorie pseudoscientifiche della “PAS” di Gardner o della sindrome della madre malevola di Turkat – divengono strumenti forti e spesso inoppugnabili (o meglio inoppugnati) della tolleranza delle nostre istituzioni nei confronti della violenza contro le donne.

La scienza è sempre stata un’alleata del potere e quindi da un punto di vista di genere del potere maschile contro le donne. Non è difficile quindi vedere il doppio uso della stessa a favore degli uomini e contro le donne.

La scienza è contro la donna in tutte quelle consulenze tecniche che negano valore alle sue parole, attaccano la sua attendibilità nei processi, utilizzando strumenti (quali ad esempio i test di personalità che non andrebbero usati in quelle circostanze perché inevitabilmente mostrano un profilo psicologico “sporco” di una donna maltrattata e quindi per ciò stesso depotenziata, isolata, timorosa e persecutoria) che la squalificano come teste/persona offesa e come madre protettiva per i figli. Le conseguenze distorte sono sotto gli occhi di tutti: procedimenti civili avversi alle donne che le mettono sul banco degli accusati e negano loro diritti fondamentali come quello della protezione insieme ai figli. Gli effetti sono anche i tanti, troppi femminicidi (ed anche “come danni collaterali” i tanti figlicidi) sui quali non ci si interroga veramente e non si riflette sulle responsabilità di tanti e di tante anche fra noi.

Da un altro verso abbiamo i colpevoli di femminicidio come Pietro Valboa, l’omicida di Fiorinda di Marino, che da una scienza di parte (travestita, nella consulenza tecnica di ufficio, da scienza super partes) viene definito incapace di intendere e volere nonostante, si apprenda, dalle sue stesse dichiarazioni, che la violenza è un suo modo abituale di vita (e non la ‘follia’ di un momento) e che l’omicidio è visto e concettualizzato come risolutore del conflitto in ogni occasione, nonostante emerga dagli atti del processo che non vi sia stato alcun raptus e che invece vi siano chiari ed inconfutabili segni di premeditazione. Ebbene il ragionamento giudiziario, in questo caso, si arrende al ragionamento scientifico che la fa da padrone. Là dove un tecnico sentenzia (interpretando le parole del colpevole secondo una linea decolpevolizzante e utilizzando strumenti tecnici non attendibili per quella situazione e per di più visibilmente male interpretati) che si è trattato della perdita della ragione e del controllo anche di un solo momento (il momento appunto necessario per effettuare l’omicidio), la legge si piega di fronte alle ragioni della “scienza” e rinuncia anche al suo ragionamento più legato alla dinamica dei fatti, alle testimonianze, alla filiera delle prove, che non all’analisi dei profili di personalità.

Per questo oggi torna importante il tema dell’attraversamento e della critica delle scienze umane che sono chiamate a spiegare le ragioni dei processi di vittimizzazione delle donne che subiscono violenza: esse hanno oggi il potere negativo di cancellare una volta per tutte lo scandalo della violenza di genere con la sua disparità conclamata, azzerando la partita tra vittima e carnefice.

 

Da domani piano antiviolenza online per critiche e suggerimenti

La presidente della camera, Laura Boldrini, e la giornalista Linda Douglass al tavolo “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities” presso l'Ambasciata americana di Roma.

La presidente della camera, Laura Boldrini, e la giornalista Linda Douglass (sx), moglie dell’ambasciatore americano John R. Phillips, al tavolo “Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities” presso l’Ambasciata americana di Roma. Ultima a dx, Giovanna Martelli, consigliera di Pari opportunità del presidente del consiglio.

A pochi giorni dalla pubblicazione del Piano antiviolenza online su cui sarà possibile mandare obiezioni e suggerimenti dal 10 dicembre 2014 al 10 gennaio 2015, arco di tempo in cui si aprirà la consultazione pubblica per la definitiva approvazione del testo che avverrà a gennaio, si è svolto all’Ambasciata Americana un tavolo organizzato dalla giornalista Linda Douglass (moglie dell’ambasciatore americano John R. Phillips) e presieduta dalla presidente della camera, Laura Boldrini, con la presenza di Ong italiane, centri antiviolenza, istituzioni ed espert*, insieme alla consigliera di Pari opportunità del presidente del consiglio, Giovanna Martelli, su come contrastare la violenza sulle donne in Italia e su come gli Stati Uniti possono essere d’aiuto all’Italia. Nel confronto si sono interfacciate istituzioni, espert* e società civile, mettendo sul tavolo la propria specificità in relazione al proprio osservatorio, moderate dalla giornalista Maria Latella. Presenti, tra le altre e oltre alle sopracitate, la consigliera di pari opportunità del ministero dell’interno, Isabella Rauti, la procuratrice a capo del pool antiviolenza di Roma, Maria Monteleone, il Colonnello dei Carabinieri, Giorgio Manzi, la presidente della rete dei centri antiviolenza DiRe, Titti Carrano, la presidente del Telefono Rosa, Gabriella Moscatelli Carnieri, ecc. Qui, tra le altre cose, abbiamo appreso che il 50% delle donne che si rivolge ai centri antiviolenza italiani hanno un lavoro – dati che finalmente sfatano il mito che il lavoro salva le donne dalla violenza maschile, anche se ne facilita l’uscita – e che fino a oggi i centri della Rete DiRe hanno accolto più di 600 donne in un anno dovendo però respingerne altre 500 per mancanza di posti e di risorse (Titti Carrano); che i centri antiviolenza sono tramiti essenziali per salvaguardare la volontà del percorso di una donna che vuole uscirne dalla violenza anche quando si rivolge a una Procura d’eccellenza dotata di un pool antiviolenza funzionante 24 ore al giorno come quella di Roma (Maria Monteleone); che non tutti  i metodi adottati altrove per contrastare la violenza sule donne – come quello della baronessa Patricia Scotland di cui si è molto parlato qui da noi – sono adattabili ed efficaci in un altro paese ad esempio come il contesto italiano (Anna Baldry); e di come la cultura, basata sul sostegno di stereotipi maschili e femminili, rimanga uno dei fattori principali per la prevenzione alla violenza (Laura Boldrini).

Un tavolo in cui è emersa anche la necessità stringente di un dialogo continuo e includente tra le istituzioni e la società civile che troppo spesso viene in Italia ascoltata in maniera frammentaria, scostante e non nella sua completezza, e che non è sempre coinvolta in maniera determinate soprattutto nelle scelte istituzionali dove invece, per esperienza e sapienza accumulata nel tempo, potrebbero avere non solo un ruolo positivo ma anche risolutorio. Forse dovremmo cominciare a seguire le buone pratiche che già sono attive in altri paesi e che attraverso questo dialogo riescono a risolvere prima e meglio problemi che in Italia ci portiamo dietro da troppo tempo, soprattutto per quello che riguarda le donne e il rapporto sbilanciato tra i sessi in ogni campo nella vita privata come in quella pubblica. Certo è che l’apertura del Dipartimento delle pari opportunità alle osservazioni esterne online sul Piano antiviolenza che verrà pubblicato domani sul sito del Dpo, può essere interpretato come un segno positivo in questa direzione, anche se bisognerà aspettare il reale recepimento delle osservazioni da parte del governo, su un Piano che è già passato attraverso varie mani: da una ministra, Josefa Idem, a una viceministra con delega, Cecilia Guerra, e ora a una consigliera di pari opportunità del premier ma senza delega, l’onorevole Giovanna Martelli. Bisogna aspettare di vedere come andrà, anche perché il piano è il prodotto dei 7 tavoli interministeriali convocati da Guerra nel corso dell’anno in cui sono state ascoltate solo alcune delle associazioni della società civile che ha partecipato a questo percorso italiano (prima del piano antiviolenza): ong che adesso hanno la possibilità di fare le osservazioni che finora non hanno potuto fare e che sicuramente saranno “molto generose” nel loro lavoro di osservazione del lavoro fatto fino adesso. Senza contare che, malgrado siano ascoltate precedentemente, anche le ong che hanno partecipato ai tavoli hanno ancora da dire in quanto, come dichiarano loro stesse, sono state interpellate dalla task force interministeriale in maniera discontinua, saltuaria e senza un reale potere decisionale (almeno finora), con risultati che a volte sono stati anche disconosciuti. Si prospetta quindi una mole di lavoro enorme per il Dpo, e per Giovanna Martelli, che sarà difficile concludere in un mese.


 

“Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”

Ambasciata americana 1 dicembre 2014

La violenza maschile sulle donne e alcuni punti strategici per un cambiamento culturale in Italia*

Intervento di Luisa Betti

La violenza sulle donne è un fenomeno globale che coinvolge tutti: anche Paesi molto diversi tra loro, comprese le democrazie avanzate in Europa e negli Stati Uniti. Un fenomeno su cui i dati dell’Onu ci indicano 7 donne su 10 che nel mondo subiscono violenza nel corso della vita, e 600 milioni di donne che vivono in nazioni che non considerano questa violenza un reato. Una violazione dei diritti umani planetaria su cui il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha rilanciato anche quest’anno la campagna mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre, e su cui la stessa Onu ci dice che, malgrado gli sforzi degli organi internazionali, Ong e l’impegno di alcuni governi nazionali, la situazione è ancora lontana dalla soluzione. Violenza nelle relazioni intime, stupro di guerra, gendercidio, matrimoni forzati, femmicidio, riduzione a schiavitù sessuale, sono solo alcuni dei punti in sospeso, punti su cui sempre le Nazioni Unite precisano come ancora oggi la forma più comune di violenza contro le donne sia “la violenza inflitta da un partner intimo”, aggiungendo che “in media, almeno una donna su tre nel mondo è stata picchiata, abusata sessualmente o aggredita dal partner durante la sua vita” e che “lo stupro e la violenza domestica sono il maggior pericolo per una donna di età compresa tra 15 e 44 anni”.

In Paesi cosiddetti avanzati come quelli dell’Unione Europea, secondo il Direttore dell’Agenzia dell’Unione europea per i Diritti fondamentali, Morten Kjærum, in un solo anno risultano 13 milioni di donne che hanno subito una forma di violenza fisica e 1 milione e mezzo che hanno subito violenza sessuale. Un dato che Kjærum collega al lavoro ancora lungo da svolgere in materia distereotipi e su cui chiarisce che anche in paesi in cui è stato raggiunto un buon livello di pari opportunità, le donne che ricoprono posti manageriali e rivestono ruoli apicali con alti livelli di istruzione femminile, subiscono molestie, violenze e abusi in quanto la violenza maschile è un fenomeno così trasversale e ampio da investire ogni donna in qualsiasi situazione culturale, sociale, di classe si trovi e a ogni età. Un fenomeno trasversale che oltrepassa quindi culture, religioni e classi sociali differenti risolvibile – come ha insistito anche quest’anno il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon in occasione del 25 novembre – solo ponendo fine aglistereotipi con “leggi che prevengano la discriminazione e lo sfruttamento” e creando “condizioni d’uguaglianza sul posto di lavoro e in casa per cambiare la vita quotidiana di donne e ragazze”.

Cultura e stereotipi

Uno dei focus principali per la prevenzione alla violenza maschile contro le donne è infatti la trasformazione culturale di cui molti parlano ma che in fondo non è così scontato: un cambiamento di mentalità per contrastare e prevenire la violenza che trova il suo humus principale proprio nella discriminazione di genere, basato a sua volta solo ed esclusivamente sul pregiudizio che le parole, le azioni e la presenza di una donna valgano meno rispetto a quelle di un uomo, creando così un pericoloso rapporto disequilibrato tra i sessi. Modelli che pongono uomini e donne su piani di superiorità e subalternità esclusivamente in base al sesso e senza altra motivazione, condizionando pesantemente le relazioni umane. Gabbie invisibili, sia per le donne che per gli uomini, e substrato culturale su cui prolifera una discriminazione sulle donne che è già di per sé una forma di violenza, in quanto considera la donna come un oggetto da conquistare, possedere, controllare, ed eventualmente sopprimere qualora si voglia sottrarre al controllo maschile (come dimostra la triste cronaca dei femmicidi nel mondo). Stereotipi che condizionano fortemente, e in negativo, la vita delle donne le quali, relegate a ruoli secondari, subiscono un declassamento in tutto quello che fanno: dal lavoro meno pagato, all’autorevolezza sul sapere sempre meno autorevole rispetto a quella di un uomo, fino all’indipendenza di pensiero e di azione politica in cui le donne devono ancora faticare molto per emergere. Una minimizzazione e un declassamento antidemocratico che riguarda anche gli argomenti che riguardano le donne o che ruotano intorno alla sua figura, considerati da sempre “meno importanti” di altri o addirittura “una scocciatura”: compresa la violenza maschile sulle donne fino al femmicidio, che malgrado sia considerata ormai ampiamente come una violazione dei diritti umani, è ancora percepita come “meno grave” rispetto al altri reati. Una percezione, questa, che è profondamente radicata in Italia come ha recentemente dimostrato in una ricerca la onlus WeWorld-Intervita che nel report dal titolo “Rosa shocking. Violenza, stereotipi… e altre questioni del genere”, ha chiarito come 1 Italiano su 5 è convinto che se le donne non indossassero abiti provocanti non subirebbero violenza, che denigrare una donna non è una violenza, e che per 1 italiano su 3, ancora oggi, la violenza domestica è prima di tutto una cosa che deve essere risolta in famiglia. Una percezione della violenza sostenuta in Italia, ancora adesso, da stereotipi che relegano le donne a una funzione di puro oggetto sia che si tratti di pubblicizzare una marca di caffè, sia che si tratti di esibire un trofeo con gli amici, sia che si tratti di riduzione a schiava o a un corpo da possedere e controllare direttamente. E non c’è da stupirsi se è così, dato che qui le aziende spendono circa 65 milioni di euro al mese in pubblicità per divulgare a un larghissimo numero di utenti modelli femminili che vanno dalle donne decorative, a quelle manichino fino alle pre-orgasmiche: categorie che in ambito maschile vengono sostituite da professionisti di successo o sportivi. Cifre da capogiro se paragonate a quelle che la società civile, con un grandissimo sforzo, ha investito per una sensibilizzazione corretta sulla violenza contro le donne e per l’abbattimento degli stereotipi, che sono passate da 6,3 a 16,1 milioni di euro nel biennio 2012-2013, registrando un +34%, ma che non arriveranno mai alle cifre investite per divulgare il modello di donna usa e getta.

Una cultura, quella italiana, dove il matrimonio viene considerato dagli uomini, sempre secondo We World, “il sogno di tutte le donne” e per i quali “è più facile per una donna fare dei sacrifici nella famiglia”. In Italia, nonostante le norme per il contrasto alla violenza sulle donne varate nel 2013 con la legge 119 e malgrado la ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza sule donne e la violenza domestica, ogni 3 giorni una donna viene uccisa dal partner, dall’ex o da un familiare, mentre in un anno sono più di 1 milione le donne che hanno subito una forma di violenza maschile con oltre 25 casi di stalking al giorno: casi che possono essere anche archiviati, malgrado sia chiara la pericolosità dello stalker e il fattore di rischio (di vita) che la donna ha soprattutto quando cerca di sottrarsi alla violenza. Ma se ancora in alcuni tribunali italiani si stenta a riconoscere la violenza all’interno delle mura domestiche scambiandola per semplice “conflittualità” e rivittimizzando così la donna che denuncia colpevolizzandola indirettamente come responsabile della violenza che subisce, è grazie a questa cultura e a questi stereotipi che pongono la donna come un essere umano non equiparabile all’uomo e la cui parola vale meno, in qualsiasi ambito, anche quando subisce una violazione così grave. Donna che in questo Paese può rischiare di essere definita in sede di giudizio come “madre malevola” nel momento in cui denuncia una violenza subita o assistita da figli minori fino a essere accusata di manipolazione sulla prole, che ha assistito o che ha subito la violenza di un padre, e alla quale possono essere anche sottratti i figli in quanto su di lei può ricadere la responsabilità di non solo di non averli protetti ma addirittura la colpa di esibire false accuse nei confronti del marito.

Una violenza che sempre We World ha monetizzato, con un’indagine fatta lo scorso anno (“Quanto costa il silenzio”), con una spesa di 17 miliardi di euro annui a carico dalla collettività per gli effetti devastanti di un fenomeno che è strutturale e per questo difficile da contrastare. Un nodo, quello tra stereotipi e violenza, ben presente anche ad alcune rappresentanti istituzionali di un certo peso, come la presidente della camera, Laura Boldrini, e la vicepresidente del senato, Valeria Fedeli, che hanno più volte lanciato proposte e suggerito riflessioni, ma che le istituzioni italiane, nel loro complesso, faticano a recepire completamente e correttamente dalla società civile che lavora ogni giorno in questi ambiti e che dovrebbe essere più ascoltata e seguita dalle istituzioni italiane nel momento che si propongono un intervento decisivo contro questa violenza.

La letteratura internazionale

Eppure gli strumenti e una base di accordo c’è nelle convenzioni internazionali per il contrasto alla discriminazione femminile e alla violenza sulle donne – con conseguente abbattimento degli stereotipi di genere – che hanno una lunga storia e un discreto elenco, e che sono state tutte ratificate e accettate dall’Italia, anche se mai completamente applicate nel nostro Paese. Tra tutte ricordiamo la “Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna” (CEDAW) del 1979, ratificata dall’Italia nel 1985, che definisce la discriminazione contro le donne sulla base del sesso, e quindi della disparità tra uomini e donne nella società che impedisce al genere femminile di godere a pieno dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale, civile o in qualsiasi altro campo e che sollecita gli Stati a sancire la parità di genere nella loro legislazione nazionale. Oppure la Piattaforma di Pechino del 1995, che il prossimo anno sarà ridiscussa con Pechino+20, e che aveva messo a fuoco 12 punti sulle donne tra cui: la povertà, l’istruzione, la violenza, l’economia, i conflitti armati, i diritti fondamentali, l’ambiente, le bambine, e il rapporto con i media. Oppure le “conclusioni condivise” per l’eliminazione e la prevenzione di tutte le forme di violenza contro donne e ragazze, redatte nel marzo 2013 (UN Women – 57a Commission on the Status of Women, 4/15 marzo 2013, New York), o la “Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, presentata a Istanbul nel 2011 e ora in vigore negli Stati che l’hanno ratificata, compresa l’Italia. Documenti – anche se l’elenco sarebbe molto più lungo – che insistono chiaramente sul pensante ruolo degli stereotipi e su cambiamenti profondi, e di cui la società civile delle donne italiane chiede da tempo alle istituzioni una reale applicazione dopo le diverse ratifiche. Nella Convenzione di Istanbul, a esempio, si legge che “il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne”.  Convezione che, oltre a condannare “ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica”, riconosce “la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere”: “una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano, o sono suscettibili di provocare, danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata”, e che insiste sulla prevenzione e sulla protezione, prima che sulla punizione, suggerendo una fitta e articolata rete di sostegno per donne e i bambini che le accompagnano, ma soprattutto chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale, nel senso che si possono fare le migliori leggi del mondo ma se non cambia la testa, le leggi possono anche rimanere inapplicate o essere distorte. Convenzione che l’Italia ha firmato e ratificato, su cui però ancora il Paese annaspa.

Tre punti per contrastare la violenza sulle donne

Se la violenza maschile contro le donne è una violazione di dimensioni globali storicamente basata sulla discriminazione tra i sessi – rilevata non solo dai movimenti femministi ma da un ampio panorama come fenomeno trasversale – per affrontare il cambiamento necessario, occorre un po’ di sano pragmatismo che avendo chiaro il problema, nella sua complessità, lo affronti. Ma in un Paese dove, secondo il rapporto del World Economic Forum, ci vogliono ancora 81 anni per raggiungere una certa equità tra uomini e donne (l’Italia è al 69° posto nel Gender Gap) e in cui la discriminazione delle donne è ancora sostenuta da una cultura assuefatta da quegli stereotipi che sono alla base stessa della violenza sulle donne, su cosa bisognerebbe puntare per attuare un vero cambiamento culturale? I nodi, secondo me sono tre: primo fra tutti una proficua e continua interlocuzione della società civile delle donne con le istituzioni che non sia una tantum ma un reale e serio scambio di saperi e punti di vista. Come, per esempio, suggerito da Feride Acar, componente CEDAW (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) e già CAHVIO (Committee on Preventing and Combating Violence against Women and Domestic Violence), l’efficacia della Convenzione di Istanbul se da una parte dipende da quanto le istituzioni saranno in grado di attuarla, dall’altra è legata a quanto la società civile sarà coinvolta in questo processo. Un principio, quello della partecipazione diretta della società civile delle donne all’applicazione di politiche di genere volte al contrasto sulla violenza, che è il perno del cambiamento culturale e senza il quale non è possibile se non con una imposizione dall’alto. Una trasformazione che, secondo me, parte da questa collaborazione e che per quanto riguarda il cambiamento culturale come prevenzione alla violenza si concentra su due centri propulsivi: l’istruzione e i media.

Media e informazione

Sui media si sono espressi sia la Convenzione di Istanbul che l’Onu. Nelle ultime Raccomandazioni all’Italia del Comitato Cedaw nel 2011 (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) e nelle Raccomandazioni della Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo, nel 2013, vi è la parte che riguarda il ruolo dei media e dell’informazione. Nelle Raccomandazioni Cedaw viene raccomandato all’Italia di “predisporre in collaborazione con un’ampia gamma di attori, comprese le organizzazioni femminili e le altre organizzazioni della società civile, delle campagne di sensibilizzazione attraverso i media (…), affinché la violenza nei confronti delle donne venga considerata socialmente inaccettabile”. Nelle raccomandazioni Onu di Manjoo, si raccomanda di “formare e sensibilizzare i media sui diritti delle donne compresa la violenza contro le donne per ottenere una rappresentazione non stereotipata delle donne e degli uomini nei mezzi di comunicazione nazionali”. Mentre nella Convenzione di Istanbul si chiede, all’art.17, che “Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità”. Ma per quanto riguarda i media non basta, perché è necessario fare un discorso a parte sull’informazione giornalistica che, per sua natura e carattere, necessita di un approccio diverso rispetto ai media e alla comunicazione in generale in quanto le informazioni date da giornali, telegiornali, speciali e programmi tramite stampa, tv e web – a differenza di fiction o pubblicità – si pongono nei confronti dell’opinione pubblica come oggettive, quasi super partes, influenzando in maniera diretta la percezione di un fenomeno e di quello che accade, e che sulla narrazione della violenza sulle donne può anche produrre gravi danni come la rivittimizzazione attraverso un’informazione scorretta proposta invece come oggettiva.

Dando uno sguardo d’insieme possiamo tracciare un iter preciso su cosa hanno fatto e fanno i giornali italiani riguardo la violenza sulle donne: da un totale disinteresse negli anni passati (eppure il fenomeno già c’era) quando il 25 novembre era una giornata come un’altra, alla descrizione morbosa e deviante che si risolve nel racconto horror di cronaca nera, fino alla iperesposizione della violenza con articoli “fotocopia” privi di un reale approfondimento e quindi sostanzialmente non sempre utili a una comprensione reale. Fino a qualche anno fa i giornali italiani, malgrado i dati Istat (2007) riportassero che l’80% della violenza era violenza domestica e malgrado la maggior parte degli autori fossero membri maschi della famiglia italiana (mariti, fidanzati, ex o partner respinti), davano grande risalto allo stupro o al femmicidio da parte di un immigrato, mentre relegavano in secondo piano uccisioni di donne dopo una lunga serie di violenze domestiche, ricalcando il solito background stereotipato e chiamando in causa raptus, infermità mentale, gelosia, delitto passionale, problemi economici, quasi fossero attenuanti, e descrivendo la vittima come se avesse cercato il pericolo. Citando il “Rapporto Ombra” presentato dalla “Piattaforma Cedaw” a New York nel 2011 dalle Ong italiane: “I media spesso presentano gli autori di femmicidio come vittime di raptus e follia omicida, ingenerando nell’opinione pubblica la falsa idea che i femmicidi vengano commessi da persone portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa. Al contrario, negli ultimi 5 anni meno del 10% di femmicidi è stato commesso a causa di patologie psichiatriche o altre forme di malattie, e meno del 10% dei è stato commesso per liti legate a problemi economici o lavorativi”. Grazie alla mobilitazione delle donne della società civile italiana, che ha spinto tantissimo per la ratifica della Convenzione di Istanbul, nel 2011 si è cominciato a pronunciare anche qui la parola “femminicidio”, nel tentativo di trattare questi argomenti in maniera meno stereotipata. Si è cominciato a dare una prospettiva diversa alla narrazione della violenza di genere nell’informazione, al fine di argomentare il fenomeno con una prospettiva che superasse alcuni cliché sulle donne, trattate come prede o come tentatrici, cercando di porre un argomento da sempre relegato alla cronaca nera a un argomento con una sua dimensione specifica, evitando così di raccontare la solita storiella isolata e sganciata dal resto, colma di particolari morbosi e dando un giusto peso a quello che avveniva sulla pelle delle donne italiane. E questo grazie a una rete di scambio interdisciplinare che ha visto collaborare giudici, avvocate, centri antiviolenza, giornaliste, psicologhe, operatrici, in un proficuo scambio di saperi verso una più corretta informazione. Ma la sottovalutazione non è l’unica causa di rivittimizzazione mediatica, perché anche una iperinformazione, se fatta in maniera improvvisata, può essere pericolosa. In Italia in pochi mesi il termine femminicidio è stato ridotto dai giornali a uxoricidio perché impropriamente abusato da chi non ne conosceva il significato e che pur non avendo strumenti, si avventurava senza competenze. Un pericolo perché lentamente il livello è sceso a favore di una cultura che stigmatizza, attraverso un’informazione scorretta, da una parte gli uomini-mostro e dall’altra donne senza spina dorsale che non si sanno difendere.

I messaggi che sono stati veicolati dalla fine del 2013 in poi in Italia, sono stati per lo più su un piano di superficialità e molti programmi tv sono stati confezionati da giornalisti che si sono improvvisati e che hanno contribuito ad abbassare fortemente il livello di confronto, mentre sulla stampa nazionale ci sono stati casi in cui giornalisti e opinionisti prestigiosi ma completamente a digiuno su questi temi, hanno sentito il bisogno di disquisire su situazioni e di spiegare cause di fatti senza strumenti né formazione, ingenerando confusione e portando indietro il lavoro fatto da altre, soprattutto dalle donne. Errori commessi in base ad un altro stereotipo, ovvero che mentre di politica, di economia, di sport, di cronaca, di cultura, si occupa il giornalista competente, ma per quanto riguarda le questioni di genere e la violenza sulle donne, chiunque può prendere parola e dire la sua, come fosse un tema libero. A dimostrazione che tutto ciò che riguarda discriminazione e violenza sulle donne, così come le questioni di genere, sono in Italia ancora considerati argomenti di serie B, dentro e fuori l’informazione, c’è la convinzione che non serva preparazione perché non c’è un vero sapere su questo. Una superficialità, in parte basata su una realtà che andremo a vedere, che su ampia scala ha creato un’onda mediatica enorme che, essendo instabile e priva di basi solide, si è inevitabilmente spenta creando enormi e gravi malintesi. Come quello sulla parola femminicidio che la sociologa Marcela Lagarde non ha definito come uxoricidio ma come “la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia”. Errori e confusioni che oggi ci faranno avere su un dizionario della Zanichelli la dicitura errata di femminicidio che sarà indicata comeuccisione o violenza compiuta nei confronti di una donna, spec. quando il fatto di essere donna costituisce l’elemento scatenante dell’azione criminosa”, in maniera del tutto errata.

Quindi se da una parte la sensibilizzazione e l’informazione sono aumentati portando a galla il problema – e questo è un fatto importante – dall’altra però è aumentata anche la banalizzazione e la spettacolarizzazione che poco ha a che vedere con la violenza sulle donne: una superficialità che fa oscillare l’informazione tra chi racconta il fatto indugiando su aspetti morbosi usando ancora raptus o delitto passionale – e quindi facendo leva su stereotipi culturali che minimizzano la gravità del reato insistendo sui profili psicologici dell’offender – e dall’altro un’informazione con articoli fotocopia (tutti uguali) ripresi da agenzie e senza una vera indagine che non approfondendo mantengono lo status quo. Le uniche eccezioni sono state le rubriche e i blog di alcune giornaliste che da tempo incoraggiano una narrazione differente, creando anche una vera e propria schizofrenia sulla stessa testata: pezzi fotocopia nel giornale ufficiale e pezzi di un certo spessore nei blog e nelle rubriche dove le giornaliste hanno una certa autonomia.

Ma cosa significa questo?

Prima di tutto che serve una formazione capillare dei giornalisti su temi che ancora non hanno il riconoscimento di un sapere autorevole. Un fatto fondamentale, la formazione ora obbligatoria anche per i giornalisti italiani, che serve per superare questa cultura della sottovalutazione della violenza, che poggiando sul pregiudizio della discriminazione di genere, devia anche la percezione dell’opinione pubblica sostenendo quegli stessi stereotipi che porta le donne a non essere credute in alcuni tribunali o in qualche caserma che rimanda la donna a casa perché si tratta di una semplice lite tra marito e moglie.

In secondo luogo che ciò che riguarda discriminazione e violenza sulle donne, così come le questioni di genere, non possono essere più considerati argomenti di serie B e perciò argomenti su cui tutti possono intervenire senza cognizione di causa.

In terzo luogo che se le direzioni dei giornali si avvalessero di alcune figure professionali da inserire direttamente nel tessuto del giornale formati sulla violenza e la discriminazione sulle donne, le cose cambierebbero, in quanto non basta essere “sensibili” ma bisogna conoscere le cose e bisogna essere preparati, studiare.

In conseguenza del secondo e terzo punto, c’è un quarto punto e cioè che gli articoli su femmicidio-femminicidio si spostino dalle interessanti rubriche e blog redatti da giornaliste che approfondiscono e evitano pezzi fotocopia o articoli morbosi, e che ormai si occupano del tema ritagliandosi delle “isole” a lato della testata, entrino invece a pieno titolo nella testata stessa e nelle prime pagine del giornale (senza essere relegate in fondo o con pezzi che occupano spazio minore).

Ma c’è un quinto elemento che non deve essere sottovalutato in questa partita ed è la presenza fisica delle donne nelle redazioni con ruoli di responsabilità e di comando e non solo perché sono giornaliste quelle che per lo più hanno promosso e continuano a promuovere sui loro blog una corretta informazione sulla violenza contro le donne, ma anche perché proprio la presenza delle donne in ruoli apicali dà un’altra valenza a questi stessi e danno una bella spallata alla discriminazione di genere. Donne che in Italia, ma anche nel resto del mondo, sono pochissime alla guida dei grandi giornali e che sono costrette a ritagliarsi delle “isole” al lato della testata, per poter sviluppare temi considerati di serie B per il loro direttore (secondo l’Osservatorio di Pavia, che ha condotto un’indagine presentata due anni fa, solo il 14% delle redattrici italiane occupa posti di comando come direttrice, vicedirettrice, caporedattrice). Tanto che il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato una conclusione dedicata all’avanzamento delle donne ai livelli decisionali nei media, richiamando tutti gli Stati membri della Ue, le loro istituzioni e le aziende che operano nel settore dei media al rispetto degli obiettivi strategici di Pechino. Una presenza che deve essere incoraggiata a parità di merito rispetto agli uomini, sia nei media e nell’informazione, sia negli organi stessi di cui si dotano i giornalisti come appunto gli Ordini regionali e l’Ordine nazionale.

Istruzione e sapere

Per quanto riguarda l’istruzione, su cui gli Usa sono sicuramente molto più avanti in materia di studi di genere, in Italia sono ancora troppo pochi i master, corsi di laurea e le specializzazioni di chi vuole laurearsi in studi di genere e non c’è nessun master specifico consolidato sulla violenza maschile e sulla discriminazione delle donne. Una mancanza che fa rende difficile la costruzione di un sapere riconosciuto, che in Italia esiste oggi a partire dall’esperienza dei centri antiviolenza, ma che non è considerato autorevole come sarebbe se avesse un vero riconoscimento accademico che deve partire dalle università. Occorrerebbe fornire quindi risorse per gli studenti e studentesse italiani per seguire i loro studi di genere in Europa e in Usa e nello stesso tempo attuare uno scambio tale da poter impiantare su quel modello corsi universitari anche qui da noi, e per tirar su una generazione di ricercatori a livello di dottorato che diminuirebbe l’isolamento degli insegnati italiani che potrebbero partecipare al dibattito globale che invece su questo è molto più sviluppato.

Una iniziativa che rafforzando i legami dei centri di ricerca di genere e varie università, dovrebbe coinvolgere accademici e ricercatori di rilievo con viaggi, conferenze, scambi di ricerca, per costruire un sapere che potrebbe mettere in campo una professionalità adeguata e precisa. E su questo gli Usa potrebbero giocare un ruolo determinante in quanto renderebbe anche più facile e strutturale l’avvio di una riforma profonda della scuole dove gli stereotipi devono essere sostituiti con un’educazione di genere per bambini e bambine, che abbia però alle spalle un sapere accademico e che non sia improvvisato da corsi paralleli fatti per supplire a un buco che è strutturale e non temporaneo, e che necessita di una formazione prima di tutto degli insegnanti e di uno stravolgimento dei libri di testo, che non può avvenire in maniera seria se non si parte dall’università e da uno spostamento di interesse sull’argomento che deve diventare da serie B a serie A. Un discorso che vale per i media, come per l’agenda politica, così come per il sapere e l’istruzione.

CONCLUSIONI

Nel caso italiano quindi la cera debolezza per un cambiamento culturale profondo che prevenga la violenza sulle donne, è data dall’assenza di ogni significativa struttura organizzativa che possa provvedere a raccordare questo percorso: un punto di incontro per un confronto reale di tutte le forze in campo, istituzionali e della società civile, al fine dell’attuazione delle politiche di contrasto alla violenza di genere. Un centro di raccordo che, guidato da esperti e figure di riferimento, potrebbe creare un ponte stabile tra le istituzioni e tutta la società civile delle donne sul contrasto alla violenza di genere, svolgendo al massimo il lavoro per l’attuazione di politiche efficaci sul territorio nazionale.

Un raccordo che ha bisogno di un altro punto fondamentale, che è invece un’altra debolezza dell’Italia, ovvero di un reale confronto globale rispetto a discorsi analoghi fatti in altri paesi sia europei che extraeuropei per promuovere la partecipazione italiana in arene globali, discorsi che abbiano poi un peso anche in sede nazionale e istituzionale. A livello globale esiste infatti un movimento e una spinta verso la comprensione e la definizione del fenomeno della violenza sulle donne da contrastare, una spinta dove l’Italia, pur avendo una proficua elaborazione teorica, rimane ai margini. Scambio di idee, saperi, azioni politiche già attuate con successo, creerebbe un feedback stabile tra le diverse realtà, assicurando un dialogo stabile tra istituzioni e società civile senza rincorse. Un centro di raccordo che dovrebbe rapportarsi con tutte le strutture europee e con Paesi extraeuropei che offrono l’esperienza di un sapere avanzato sugli studi di genere, essenziali per poter avviare un confronto tra diverse realtà che sia un arricchimento ma anche per un’azione più concreta sul proprio territorio.

 

*Intervento integrale all’Ambasciata americana del 1 dicembre 2014 al tavolo organizzato dalla giornalista Linda Douglass (moglie dell’ambasciatore americano John R. Phillips).

Femminicidio e informazione: se è criminale non è amore

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Logo della trasmissione “Amore criminale” in onda su Raitre

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Qualche giorno fa la dottoressa Piera Serra della “Psychology and Psychotherapy Research Society” ha inviato una lettera alla Rai dove punto per punto chiarisce cosa non si dovrebbe fare per rispettare un’informazione corretta su femmicidio-femminicidio in Italia prendendo come esempio “negativo” il programma ad hoc “Amore criminale”, ed esponendo il suo studio in PRIMI ESITI DI UNO STUDIO RELATIVO AD ALCUNI POSSIBILI EFFETTI SUL PUBBLICO DI AMORE CRIMINALE, RAI 3 (da “State of Mind”) che in realtà può essere esteso alla maggior parte dell’informazione italiana su questo argomento. La dottoressa Serra, come premessa, scrive che “Amore Criminale” è una “trasmissione rivolta a prevenire le violenze sulle donne attraverso la documentazione della sofferenza delle vittime e delle loro famiglie, nonché attraverso la condanna morale del comportamento degli aggressori e la cronaca delle condanne inflitte”, e che malgrado ciò “potrebbe contenere elementi atti non solo a neutralizzare l’effetto benefico desiderato, ma addirittura, qualora lo spettatore sia un uomo che desidera uccidere la partner o l’ex-partner, esitare in effetti in qualche modo controproducenti”. Una premessa, quella della lettera, che già a priori spiega come non solo non sia sufficiente affrontare la violenza sulle donne con “buone intenzioni” ma che senza strumenti idonei ad affrontare un’informazione corretta sul problema, si rischi l’effetto contrario: un danno che può essere sintetizzato come rivittimizzazione mediatica (fatto ampiamente sostenuto da tempo su questo blog e altrove). Lo studio di Serra presenta, passo passo, tutti i punti messi sotto la lente della rivittimizzazione mediatica in “Amore criminale”, e prima di tutto sulle violenze mette in evidenza:

  1. La pretesa che esse furono dettate dalla passione amorosa;
  2. La loro spiegazione come esito di un momento di discontrollo o follia;
  3. L’interpretazione di tali discontrollo o follia come innescati da qualche comportamento della vittima. Nei filmati troviamo ripetutamente condannata la violenza ed espressa solidarietà alle vittime. Tuttavia, intercalati a questi contenuti e senza soluzione di continuità con essi, troviamo purtroppo anche parole e immagini che veicolano l’adesione a stereotipi culturali atti a validare le tre autogiustificazioni di cui sopra.

Inoltre si sottolinea “l’attribuzione all’autore di femmicidio di sentimenti di amore per la donna che uccide”, che “anche se il concetto che quando c’è violenza non c’è amore è spesso ribadito, amore e violenza sono associati nel titolo (“Amore Criminale”) e in diverse affermazioni della conduttrice” (che è un’attrice e non una giornalista o un’esperta), nella sigla (“Each man kills the thing he loves” – “Ogni uomo uccide la cosa che ama” di Jeanne Moreau), nell’immagine della trasmissione (un cuore rosso che si trasforma in un revolver e in un coltello), e che “le motivazioni degli aggressori vengono definite come volontà di possesso” anche se “viene regolarmente attribuita loro anche la gelosia”: malgrado si tratti di una volontà di controllo dell’uomo sulla donna che arriva fino ad azioni femminicida. Infine la presenza in “Amore criminale” della “facile definizione delle violenze come esito di discontrollo o follia”, quando “gli stati mentali di infermità o seminfermità mentale possono essere qualificati tali solo dopo complesse procedure psicodiagnostiche”.

Serra rintraccia inoltre il luogo comune della pericolosa “co-partecipazione delle vittime alla violenza”, la “definizione delle violenze dell’aggressore come un’interazione di coppia”, la “minimizzazione delle violenze, corollario dalla loro definizione come parte di un’interazione di coppia”, “l’idea che la spiegazione dei fatti sia da ricercarsi parimenti nella personalità della vittima e in quella dell’aggressore”, “la tesi che le vittime non si rendano conto della pericolosità dell’aggressore ed è per questo che non denunciano o non si allontanano”, “la tesi che le vittime restano con l’aggressore perché psicologicamente dipendenti” e che “che per evitare le violenze sia sufficiente coraggio e forza di volontà”. Ma quello che preoccupa la dottoressa è soprattutto l’autorevolezza morale della fonte delle informazioni in quanto “Amori Criminali” si presenta come “un’inchiesta giornalistica, genere da cui lo spettatore è abituato ad aspettarsi la rivelazione di fatti veri nonché un impegno sociale da parte degli autori”, e che sia trasmessa dalla Rai e in più anche in prima serata – preoccupazione che possiamo allargare anche a giornali e telegiornali nazionali e altri programmi televisivi che arrivano a milioni di fruitor*. Serra mette anche sul piatto la morbosità della trasmissione che, malgrado l’indignazione morale ricorrente nel programma, si concentra “pedissequamente su particolari che non hanno alcunché di rilevante” – ovvero particolari che non sono fondamentali alla notizia –  “l’omessa citazione dei documenti”, e “le scene di sangue, che si ripetono richiamate anche dal rosso nell’immagine in sovraimpressione”.

La dottoressa Serra, forse senza saperlo, analizzando “Amore criminale” stende quindi quelle che possono in teoria essere considerate le linee guida per una corretta informazione sulla violenza maschile contro le donne che molti reclamano – e che anche la Convenzione di Istanbul chiede – ma su cui molt* ancora improvvisano con decaloghi troppo spesso improvvisati e senza una solida base di sapere, in quanto sempre redatti – anche questi – sulla base dell’illusione che basti avere buone intenzioni o essere sensibili per affrontare la violenza sulle donne che, a oggi e in Italia, non ha ancora un sapere autorevole riconosciuto. Linee guida che non possono essere risolte neanche con obsoleti comitati di controllo volti a moralizzare la comunicazione mediatica – probabilmente inefficaci e controproducenti sui giornalisti – e che se devono essere redatti dovrebbero tenere conto di contributi specifici come questi. Che i punti declinati da questo studio siano adatti anche per tutta l’informazione italiana su tv, stampa e web – che per la maggior parte ancora ricalca gli stessi “errori” della trasmissione Rai producendo gli stessi danni –  è dimostrato dal fatto che si riferiscono ai maggiori stereotipi comuni basati su una cultura a cui gli stessi operatori e operatrici dell’informazione non sono immuni: una situazione che ancora una volta pone in evidenza la necessità di un cambiamento profondo che ponga i diritti delle donne – compreso il diritto a una vita libera dalla violenza maschile – come un argomento di seria A su cui non sia più possibile improvvisare con personale impreparato e con un approccio moralistico privo di reale efficacia.

Ma per un vero cambiamento di questa cultura che funzioni come prevenzione stessa alla violenza, non basta né lo studio della dottoressa Serra, né il decalogo di quello che si deve o non si deve fare, in quanto occorre un approccio integrato su più fronti – come indicato dalla Convenzione di Istanbul che oltre alle linee guida chiede anche politiche specifiche – che abbia come base un dialogo costruttivo, continuo e partecipativo della società civile delle donne con le istituzioni. In questa costruzione di una cultura “differente” non basta quindi concentrarsi su cosa si deve o non si deve fare, perché occorre una proposta positiva che si concentri, per quanto riguarda la cultura degli stereotipi, su due focus propulsori: l’informazione e l’istruzione. E per capire meglio come fare, propongo di seguito una parte dell’intervento fatto all’Ambasciata americana del 1 dicembre 2014 in un tavolo organizzato dalla giornalista Linda Douglass (moglie dell’ambasciatore americano John R. Phillips) e presieduta dalla presidente della camera, Laura Boldrini, con la presenza di Ong italiane, centri antiviolenza, istituzioni ed espert*, insieme alla consigliera di Pari opportunità del presidente del consiglio, Giovanna Martelli, a pochi giorni dalla pubblicazione del Piano antiviolenza online su cui sarà possibile mandare obiezioni e suggerimenti dal 10 dicembre 2014 al 10 gennaio 2015, arco di tempo in cui si aprirà la consultazione pubblica per la definitiva approvazione del testo che avverrà a gennaio.


“Eliminating Gender-Based Violence in Italy: Challenges and Opportunities”

Ambasciata americana 1 dicembre 2014

La violenza maschile sulle donne e alcuni punti strategici per un cambiamento culturale in Italia

Intervento di Luisa Betti

(…)

Tre punti per contrastare la violenza sulle donne

Se la violenza maschile contro le donne è una violazione di dimensioni globali storicamente basata sulla discriminazione tra i sessi – rilevata non solo dai movimenti femministi ma da un ampio panorama come fenomeno trasversale – per affrontare il cambiamento necessario, occorre un po’ di sano pragmatismo che avendo chiaro il problema, nella sua complessità, lo affronti. Ma in un Paese dove, secondo il rapporto del World Economic Forum, ci vogliono ancora 81 anni per raggiungere una certa equità tra uomini e donne (l’Italia è al 69° posto nel Gender Gap) e in cui la discriminazione delle donne è ancora sostenuta da una cultura assuefatta da quegli stereotipi che sono alla base stessa della violenza sulle donne, su cosa bisognerebbe puntare per attuare un vero cambiamento culturale? I nodi, secondo me sono tre: primo fra tutti una proficua e continua interlocuzione della società civile delle donne con le istituzioni che non sia una tantum ma un reale e serio scambio di saperi e punti di vista. Come, per esempio, suggerito da Feride Acar, componente CEDAW (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) e già CAHVIO (Committee on Preventing and Combating Violence against Women and Domestic Violence), l’efficacia della Convenzione di Istanbul se da una parte dipende da quanto le istituzioni saranno in grado di attuarla, dall’altra è legata a quanto la società civile sarà coinvolta in questo processo. Un principio, quello della partecipazione diretta della società civile delle donne all’applicazione di politiche di genere volte al contrasto sulla violenza, che è il perno del cambiamento culturale e senza il quale non è possibile se non con una imposizione dall’alto. Una trasformazione che, secondo me, parte da questa collaborazione e che per quanto riguarda il cambiamento culturale come prevenzione alla violenza si concentra su due centri propulsivi: l’istruzione e i media.

Media e informazione

Sui media si sono espressi sia la Convenzione di Istanbul che l’Onu. Nelle ultime Raccomandazioni all’Italia del Comitato Cedaw nel 2011 (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) e nelle Raccomandazioni della Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo, nel 2013, vi è la parte che riguarda il ruolo dei media e dell’informazione. Nelle Raccomandazioni Cedaw viene raccomandato all’Italia di “predisporre in collaborazione con un’ampia gamma di attori, comprese le organizzazioni femminili e le altre organizzazioni della società civile, delle campagne di sensibilizzazione attraverso i media (…), affinché la violenza nei confronti delle donne venga considerata socialmente inaccettabile”. Nelle raccomandazioni Onu di Manjoo, si raccomanda di “formare e sensibilizzare i media sui diritti delle donne compresa la violenza contro le donne per ottenere una rappresentazione non stereotipata delle donne e degli uomini nei mezzi di comunicazione nazionali”. Mentre nella Convenzione di Istanbul si chiede, all’art.17, che “Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità”. Ma per quanto riguarda i media non basta, perché è necessario fare un discorso a parte sull’informazione giornalistica che, per sua natura e carattere, necessita di un approccio diverso rispetto ai media e alla comunicazione in generale in quanto le informazioni date da giornali, telegiornali, speciali e programmi tramite stampa, tv e web – a differenza di fiction o pubblicità – si pongono nei confronti dell’opinione pubblica come oggettive, quasi super partes, influenzando in maniera diretta la percezione di un fenomeno e di quello che accade, e che sulla narrazione della violenza sulle donne può anche produrre gravi danni come la rivittimizzazione attraverso un’informazione scorretta proposta invece come oggettiva.

Dando uno sguardo d’insieme possiamo tracciare un iter preciso su cosa hanno fatto e fanno i giornali italiani riguardo la violenza sulle donne: da un totale disinteresse negli anni passati (eppure il fenomeno già c’era) quando il 25 novembre era una giornata come un’altra, alla descrizione morbosa e deviante che si risolve nel racconto horror di cronaca nera, fino alla iperesposizione della violenza con articoli “fotocopia” privi di un reale approfondimento e quindi sostanzialmente non sempre utili a una comprensione reale. Fino a qualche anno fa i giornali italiani, malgrado i dati Istat (2007) riportassero che l’80% della violenza era violenza domestica e malgrado la maggior parte degli autori fossero membri maschi della famiglia italiana (mariti, fidanzati, ex o partner respinti), davano grande risalto allo stupro o al femmicidio da parte di un immigrato, mentre relegavano in secondo piano uccisioni di donne dopo una lunga serie di violenze domestiche, ricalcando il solito background stereotipato e chiamando in causa raptus, infermità mentale, gelosia, delitto passionale, problemi economici, quasi fossero attenuanti, e descrivendo la vittima come se avesse cercato il pericolo. Citando il “Rapporto Ombra” presentato dalla “Piattaforma Cedaw” a New York nel 2011 dalle Ong italiane: “I media spesso presentano gli autori di femmicidio come vittime di raptus e follia omicida, ingenerando nell’opinione pubblica la falsa idea che i femmicidi vengano commessi da persone portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa. Al contrario, negli ultimi 5 anni meno del 10% di femmicidi è stato commesso a causa di patologie psichiatriche o altre forme di malattie, e meno del 10% dei è stato commesso per liti legate a problemi economici o lavorativi”. Grazie alla mobilitazione delle donne della società civile italiana, che ha spinto tantissimo per la ratifica della Convenzione di Istanbul, nel 2011 si è cominciato a pronunciare anche qui la parola “femminicidio”, nel tentativo di trattare questi argomenti in maniera meno stereotipata. Si è cominciato a dare una prospettiva diversa alla narrazione della violenza di genere nell’informazione, al fine di argomentare il fenomeno con una prospettiva che superasse alcuni cliché sulle donne, trattate come prede o come tentatrici, cercando di porre un argomento da sempre relegato alla cronaca nera a un argomento con una sua dimensione specifica, evitando così di raccontare la solita storiella isolata e sganciata dal resto, colma di particolari morbosi e dando un giusto peso a quello che avveniva sulla pelle delle donne italiane. E questo grazie a una rete di scambio interdisciplinare che ha visto collaborare giudici, avvocate, centri antiviolenza, giornaliste, psicologhe, operatrici, in un proficuo scambio di saperi verso una più corretta informazione. Ma la sottovalutazione non è l’unica causa di rivittimizzazione mediatica, perché anche una iperinformazione, se fatta in maniera improvvisata, può essere pericolosa. In Italia in pochi mesi il termine femminicidio è stato ridotto dai giornali a uxoricidio perché impropriamente abusato da chi non ne conosceva il significato e che pur non avendo strumenti, si avventurava senza competenze. Un pericolo perché lentamente il livello è sceso a favore di una cultura che stigmatizza, attraverso un’informazione scorretta, da una parte gli uomini-mostro e dall’altra donne senza spina dorsale che non si sanno difendere.

I messaggi che sono stati veicolati dalla fine del 2013 in poi in Italia, sono stati per lo più su un piano di superficialità e molti programmi tv sono stati confezionati da giornalisti che si sono improvvisati e che hanno contribuito ad abbassare fortemente il livello di confronto, mentre sulla stampa nazionale ci sono stati casi in cui giornalisti e opinionisti prestigiosi ma completamente a digiuno su questi temi, hanno sentito il bisogno di disquisire su situazioni e di spiegare cause di fatti senza strumenti né formazione, ingenerando confusione e portando indietro il lavoro fatto da altre, soprattutto dalle donne. Errori commessi in base ad un altro stereotipo, ovvero che mentre di politica, di economia, di sport, di cronaca, di cultura, si occupa il giornalista competente, ma per quanto riguarda le questioni di genere e la violenza sulle donne, chiunque può prendere parola e dire la sua, come fosse un tema libero. A dimostrazione che tutto ciò che riguarda discriminazione e violenza sulle donne, così come le questioni di genere, sono in Italia ancora considerati argomenti di serie B, dentro e fuori l’informazione, c’è la convinzione che non serva preparazione perché non c’è un vero sapere su questo. Una superficialità, in parte basata su una realtà che andremo a vedere, che su ampia scala ha creato un’onda mediatica enorme che, essendo instabile e priva di basi solide, si è inevitabilmente spenta creando enormi e gravi malintesi. Come quello sulla parola femminicidio che la sociologa Marcela Lagarde non ha definito come uxoricidio ma come “la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia”. Errori e confusioni che oggi ci faranno avere su un dizionario della Zanichelli la dicitura errata di femminicidio che sarà indicata come uccisione o violenza compiuta nei confronti di una donna, spec. quando il fatto di essere donna costituisce l’elemento scatenante dell’azione criminosa”, in maniera del tutto errata.

Quindi se da una parte la sensibilizzazione e l’informazione sono aumentati portando a galla il problema – e questo è un fatto importante – dall’altra però è aumentata anche la banalizzazione e la spettacolarizzazione che poco ha a che vedere con la violenza sulle donne: una superficialità che fa oscillare l’informazione tra chi racconta il fatto indugiando su aspetti morbosi usando ancora raptus o delitto passionale – e quindi facendo leva su stereotipi culturali che minimizzano la gravità del reato insistendo sui profili psicologici dell’offender – e dall’altro un’informazione con articoli fotocopia (tutti uguali) ripresi da agenzie e senza una vera indagine che non approfondendo mantengono lo status quo. Le uniche eccezioni sono state le rubriche e i blog di alcune giornaliste che da tempo incoraggiano una narrazione differente, creando anche una vera e propria schizofrenia sulla stessa testata: pezzi fotocopia nel giornale ufficiale e pezzi di un certo spessore nei blog e nelle rubriche dove le giornaliste hanno una certa autonomia.

Ma cosa significa questo?

Prima di tutto che serve una formazione capillare dei giornalisti su temi che ancora non hanno il riconoscimento di un sapere autorevole. Un fatto fondamentale, la formazione ora obbligatoria anche per i giornalisti italiani, che serve per superare questa cultura della sottovalutazione della violenza, che poggiando sul pregiudizio della discriminazione di genere, devia anche la percezione dell’opinione pubblica sostenendo quegli stessi stereotipi che porta le donne a non essere credute in alcuni tribunali o in qualche caserma che rimanda la donna a casa perché si tratta di una semplice lite tra marito e moglie.

In secondo luogo che ciò che riguarda discriminazione e violenza sulle donne, così come le questioni di genere, non possono essere più considerati argomenti di serie B e perciò argomenti su cui tutti possono intervenire senza cognizione di causa.

In terzo luogo che se le direzioni dei giornali si avvalessero di alcune figure professionali da inserire direttamente nel tessuto del giornale formati sulla violenza e la discriminazione sulle donne, le cose cambierebbero, in quanto non basta essere “sensibili” ma bisogna conoscere le cose e bisogna essere preparati, studiare.

In conseguenza del secondo e terzo punto, c’è un quarto punto e cioè che gli articoli su femmicidio-femminicidio si spostino dalle interessanti rubriche e blog redatti da giornaliste che approfondiscono e evitano pezzi fotocopia o articoli morbosi, e che ormai si occupano del tema ritagliandosi delle “isole” a lato della testata, entrino invece a pieno titolo nella testata stessa e nelle prime pagine del giornale (senza essere relegate in fondo o con pezzi che occupano spazio minore).

Ma c’è un quinto elemento che non deve essere sottovalutato in questa partita ed è la presenza fisica delle donne nelle redazioni con ruoli di responsabilità e di comando e non solo perché sono giornaliste quelle che per lo più hanno promosso e continuano a promuovere sui loro blog una corretta informazione sulla violenza contro le donne, ma anche perché proprio la presenza delle donne in ruoli apicali dà un’altra valenza a questi stessi e danno una bella spallata alla discriminazione di genere. Donne che in Italia, ma anche nel resto del mondo, sono pochissime alla guida dei grandi giornali e che sono costrette a ritagliarsi delle “isole” al lato della testata, per poter sviluppare temi considerati di serie B per il loro direttore (secondo l’Osservatorio di Pavia, che ha condotto un’indagine presentata due anni fa, solo il 14% delle redattrici italiane occupa posti di comando come direttrice, vicedirettrice, caporedattrice). Tanto che il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato una conclusione dedicata all’avanzamento delle donne ai livelli decisionali nei media, richiamando tutti gli Stati membri della Ue, le loro istituzioni e le aziende che operano nel settore dei media al rispetto degli obiettivi strategici di Pechino. Una presenza che deve essere incoraggiata a parità di merito rispetto agli uomini, sia nei media e nell’informazione, sia negli organi stessi di cui si dotano i giornalisti come appunto gli Ordini regionali e l’Ordine nazionale.

Istruzione e sapere

Per quanto riguarda l’istruzione, su cui gli Usa sono sicuramente molto più avanti in materia di studi di genere, in Italia sono ancora troppo pochi i master, corsi di laurea e le specializzazioni di chi vuole laurearsi in studi di genere e non c’è nessun master specifico consolidato sulla violenza maschile e sulla discriminazione delle donne. Una mancanza che fa rende difficile la costruzione di un sapere riconosciuto, che in Italia esiste oggi a partire dall’esperienza dei centri antiviolenza, ma che non è considerato autorevole come sarebbe se avesse un vero riconoscimento accademico che deve partire dalle università. Occorrerebbe fornire quindi risorse per gli studenti e studentesse italiani per seguire i loro studi di genere in Europa e in Usa e nello stesso tempo attuare uno scambio tale da poter impiantare su quel modello corsi universitari anche qui da noi, e per tirar su una generazione di ricercatori a livello di dottorato che diminuirebbe l’isolamento degli insegnati italiani che potrebbero partecipare al dibattito globale che invece su questo è molto più sviluppato.

Una iniziativa che rafforzando i legami dei centri di ricerca di genere e varie università, dovrebbe coinvolgere accademici e ricercatori di rilievo con viaggi, conferenze, scambi di ricerca, per costruire un sapere che potrebbe mettere in campo una professionalità adeguata e precisa. E su questo gli Usa potrebbero giocare un ruolo determinante in quanto renderebbe anche più facile e strutturale l’avvio di una riforma profonda della scuole dove gli stereotipi devono essere sostituiti con un’educazione di genere per bambini e bambine, che abbia però alle spalle un sapere accademico e che non sia improvvisato da corsi paralleli fatti per supplire a un buco che è strutturale e non temporaneo, e che necessita di una formazione prima di tutto degli insegnanti e di uno stravolgimento dei libri di testo, che non può avvenire in maniera seria se non si parte dall’università e da uno spostamento di interesse sull’argomento che deve diventare da serie B a serie A. Un discorso che vale per i media, come per l’agenda politica, così come per il sapere e l’istruzione.

CONCLUSIONI

Nel caso italiano quindi la cera debolezza per un cambiamento culturale profondo che prevenga la violenza sulle donne, è data dall’assenza di ogni significativa struttura organizzativa che possa provvedere a raccordare questo percorso: un punto di incontro per un confronto reale di tutte le forze in campo, istituzionali e della società civile, al fine dell’attuazione delle politiche di contrasto alla violenza di genere. Un centro di raccordo che, guidato da esperti e figure di riferimento, potrebbe creare un ponte stabile tra le istituzioni e tutta la società civile delle donne sul contrasto alla violenza di genere, svolgendo al massimo il lavoro per l’attuazione di politiche efficaci sul territorio nazionale. Un raccordo che ha bisogno di un altro punto fondamentale, che è invece un’altra debolezza dell’Italia, ovvero di un reale confronto globale rispetto a discorsi analoghi fatti in altri paesi sia europei che extraeuropei per promuovere la partecipazione italiana in arene globali, discorsi che abbiano poi un peso anche in sede nazionale e istituzionale. A livello globale esiste infatti un movimento e una spinta verso la comprensione e la definizione del fenomeno della violenza sulle donne da contrastare, una spinta dove l’Italia, pur avendo una proficua elaborazione teorica, rimane ai margini. Scambio di idee, saperi, azioni politiche già attuate con successo, creerebbe un feedback stabile tra le diverse realtà, assicurando un dialogo stabile tra istituzioni e società civile senza rincorse. Un centro di raccordo che dovrebbe rapportarsi con tutte le strutture europee e con Paesi extraeuropei che offrono l’esperienza di un sapere avanzato sugli studi di genere, essenziali per poter avviare un confronto tra diverse realtà che sia un arricchimento ma anche per un’azione più concreta sul proprio territorio.