L’insospettabile violenza del parto (istituzionale)

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Quante donne partoriscono senza sapere a cosa effettivamente vanno incontro e quante fanno una scelta precisa quando decidono dove affrontare un momento così importante della propria vita? In Italia sono pochissime, una percentuale quasi irrisoria, perché in fondo fare figli è una cosa che succede al di là del come e tutte le donne che hanno partorito nell’arco della storia dell’umanità sono lì a dimostrare che quello che è importante non è scegliere di partorire in un modo o in un altro ma il risultato: mettere al mondo figli. Malgrado si debba indubbiamente riconoscere il progresso per ciò che riguarda la salvaguardia della salute della donne – almeno in un parte del mondo – quello che oggi ci sorprende se riflettiamo sul momento del parto, è quanto la donna sia messa davvero in condizione di scegliere in maniera consapevole, autodeterminando questo momento e come l’istituzione, cioè un ospedale, salvaguardi o meno questa possibilità. In realtà il parto in un ospedale italiano, anche se si impegna a salvaguardare la salute della donna e del bambino, non si pone in nessun modo questo quesito e dà per scontato che per salvaguardare la vita delle donne e dei bambini, basta mettere una donna su un letto con un travaglio anche di 10 ore con un monitor attaccato alla pancia per vedere che fa il nascituro. I racconti di un parto sono spesso allucinanti: dolori indescrivibili che durano per un tempo infinito (anche venti ore) con l’impossibilità di muoversi e che in maniera inequivocabile somiglia più a una tortura che a un atto “naturale” per mettere al mondo qualcuno. Ma si potrebbe fare diversamente? Ce lo spiegano oggi, sabato 29 novembre a Roma (alla Casa internazionale delle donne di via della Lungara 19) chi di questo si occupa a tempo pieno. E un’idea di cosa significhi la violenza del parto istituzionale che la dà in maniera esaustiva – un’intervista su NoiDonne – la stessa Gabriella Pacini, ostetrica e presidente di Freedom For Birth Rome Action Group, che è presente all’evento di oggi alla Casa internazionale delle donne. 

Partorire senza violenza. I diritti delle donne si fermano sulla soglia dell’ospedale

Intervista a Gabriella Pacini (ostetrica e presidente di Freedom For Birth Rome Action Group)

da NoiDonne

Sono ostetrica dal 1997 e quando ho iniziato ad assistere i parti, nel grande policlinico romano dove studiavo, appena una donna arrivava in travaglio le facevamo subito la depilazione e il clistere, non le permettevamo di avere nessuno accanto durante il travaglio e il parto, non le permettevamo di alzarsi e muoversi liberamente o scegliere una posizione per il parto – magari accovacciata, per aiutarsi con la forza di gravità –  ma la costringevamo a stare sdraiata sulla schiena in una posizione senz’altro più faticosa e dolorosa per lei. Non le lasciavamo neanche bere un po’ d’acqua, ma le mettevamo una flebo per idratarla. Non poteva andare al bagno ma portavamo noi una padella. Il più delle volte dilatavamo il collo dell’utero con le dita, una pratica molto dolorosa e anche dannosa.  Al parto poi le gambe venivano legate al lettino, all’altezza delle cosce, con delle cinte di cuoio e, con una potente spinta sulla pancia e un ampio taglio alla vagina, tra le urla della madre, la creatura finalmente nasceva. Se invece queste pratiche non funzionavano – e capitava spesso che una donna sottoposta a quel supplizio non riuscisse a partorire –  allora si andava di là in sala operatoria e le veniva praticato un taglio cesareo.

A prescindere dal tipo di parto comunque madre e bambina/o venivano  immediatamente separati e per i genitori non era possibile vedere il bambino se non ad orari decisi dall’ospedale. Le donne che facevano il taglio cesareo in particolare soffrivano molto di questo, perché nessuno portava loro la creatura e, quasi sempre finiva che vedevano il bambino per la prima volta dopo 3 lunghissimi giorni, semplicemente perché il nido era al piano di sotto e da sole non riuscivano a scendere dopo l’operazione.

Tutte queste pratiche che ho descritto sono molto dolorose e, se praticate di routine senza una precisa indicazione,  sono anche dannose per la salute di madre e persona che nasce. Alcune, come legare le gambe, sono diventate molto rare anche se non sono completamente scomparse e oggi le donne possono, in moltissimi ospedali, avere una persona con se durante il travaglio e il parto. Ma tante altre pratiche, come ad esempio la posizione del parto, rottura del sacco amniotico, la separazione dal bambino/a che viene portato al nido immediatamente dopo la nascita, e il taglio alla vagina (episiotomia), sono ancora molto comuni nella maggior parte degli ospedali. Siamo riuscite a vedere riconosciuti molti nostri diritti e la condizione delle donne è molto cambiata negli ultimi 40 anni.  Ad esempio il nostro diritto alla contraccezione – con la riforma del diritto di famiglia, dopo i referendum su divorzio e aborto e l’abrogazione degli articoli che prevedevano attenuanti per il “delitto d’onore” – rappresenta una conquista indiscussa. Un altra data importante è 1978, l’anno in cui le donne hanno affermato anche sul piano legislativo il diritto ad interrompere la gravidanza: un fondamentale riconoscimento del diritto alla libertà di scelta e autodeterminazione, di poter scegliere e decidere sul proprio corpo e affrancarsi finalmente dal destino biologico di una maternità non desiderata che ha oppresso generazioni di donne.

Centinaia di migliaia di  donne sono morte per aborti clandestini prima di veder riconosciuto questo diritto. Ma ancora oggi la stessa libertà non è riconosciuta nel parto.

Faccio parte dell’associazione Vitadidonna da 12 anni e se una donna vuole abortire posso indicarle un ospedale dove può farlo secondo il suo sentire: se con il metodo chirurgico o farmacologico, se con anestesia locale o generale. Ci sono ancora grandi difficoltà ma posso aiutarla a scegliere. Ma se una donna mi chiede in quale ospedale può partorire scegliendo la posizione del parto e avendo la persona che nasce con sé – due semplici, elementari richieste, che non richiedono nessuna particolare attrezzatura da parte dell’ospedale – purtroppo devo ammettere che non esiste ancora a Roma un solo ospedale in cui possa vedere riconosciuti questi suoi diritti contemporaneamente.

Le spiegherò che gli ospedali non seguono le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che raccomandano l’appropriatezza della medicalizzazione e non l’abuso, ma degli obsoleti protocolli interni che non hanno nessuna motivazione medica, e originano da arcaiche pratiche di controllo e disciplinamento del corpo. Le dirò che potrà scegliere la posizione del parto solo se l’ostetrica e in particolare il medico ritengano legittimo questo suo diritto e se, al contrario, pensano che lei debba sottostare a delle prassi e consuetudini (rituali appunto) che non hanno nessuna motivazione medica ma rappresentano un puro esercizio di potere, allora sarà obbligata a salire sul lettino. E che potrà avere il bambino con se solo se la policy dell’ospedale lo considera opportuno, a prescindere dai suoi desideri o condizioni di salute.

In 17 anni che assisto le donne al parto ho imparato alcune cose: ho imparato che sono le donne che partoriscono e non noi che “le facciamo partorire”. Ho imparato che se cerco di capire quali sono i bisogni della donna durante il travaglio e il parto e cerco, quando posso, di assecondarli, il parto è più facile, meno doloroso, e più sicuro per la salute della madre e persona che nasce.  Ma ho anche imparato che malgrado nella nostra Costituzione l’art. 32 riconosca alle persone il diritto di scegliere  e ribadisca come non si possa obbligare nessuno a un trattamento sanitario questo diritto, di fatto, non è riconosciuto alle donne durante il travaglio e il parto. E che, di fatto, le donne vengono oppresse e intimorite con l’artificioso espediente che vuole il parto sempre potenzialmente pericoloso e che tutto questo viene fatto per il bene del bambino.

E ho imparato che le donne ricevono trattamenti sanitari senza che loro possano dare o rifiutare il consenso (vedi episiotomia) e che, di fatto, passano necessariamente attraverso un percorso obbligato. Infatti durante il travaglio e il parto può diventare molto difficile per una donna far valere il proprio diritto alla scelta e autodeterminazione. Servirebbe un Basaglia anche per le donne nel parto: abbiamo riconosciuto alle persone con problemi mentali il diritto di parlare e decidere della loro salute e ancora non è possibile quando si parla di donne a termine di gravidanza. Con questo evento, che coinvolge solo alcuni operatori sanitari, ma sopratutto altre figure, vogliamo cercare di fare un pò di luce sul perché di questi “rituali”, perché non avendo nessun significato razionale, appunto di rituali si tratta.

Non credo nel bisogno dell’operatore sanitario, medico o ostetrica, di affermare un suo potere possa rappresentare la reale motivazione o possa, da sola, giustificare quanto accade. Proprio per indagare le motivazioni all’origine di questa condizione, all’evento della Casa Internazionale delle Donne, è stato fondamentale coinvolgere bioeticisti, storiche, antropologhe, psicologhe e femministe che possano aiutarci a far luce  su quelle che sono le ragioni di questo controllo e abuso, che probabilmente ha radici profonde e  riguarda in prima istanza il modello patriarcale da cui proveniamo. Dobbiamo chiederci come viene percepito e normato nella nostra cultura e società ilcorpo  della donna per poter comprendere la posizione della donna nel parto. Le donne stanno in sala parto così come vengono considerate nella società.

Ci sarà tra gli altri, relatori anche un antropologa che ci racconterà come in modo molto simile accade la stessa cosa nei parti a casa Bali, da dove è appena tornata. La cosa non mi sorprende affatto: la mistica del “parto naturale” che permetterebbe una maggior espressione della soggettività della donna nelle società a bassa tecnologia non è confermata dagli studi ma al contrario sappiamo che praticamente in tutte le società il parto viene normato e controllato attraverso differenti rituali. Nella nostra società, in questo momento storico, questo ruolo di disciplinamento e controllo è assunto dalla tecnologia e  medicalizzazione, che però non rappresenta lacausa ma solo lo strumento attraverso il quale noi priviamo le donne del loro potere generativo perché appartiene solo alle donne lo straordinario potere di trasformare un semplice materiale genetico in nuove persone.

Dunque non è tornando alla natura che cambierà qualcosa, ma perderemmo solo i vantaggi che il progresso scientifico ci ha dato. La strada è un altra e per fare chiarezza ci vuole l’aiuto e il contributo di tutte e tutti.

La violenza sul parto 10

 

Femminicidio e femmicidio: anche il dizionario italiano sbaglia

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Diverse scuole di pensiero nel femminismo hanno individuato in quello che oggi abbiamo, da un certo punto in poi, chiamato femminicidio il punto decisivo nelle teorie fondanti sul patriarcato. Comunque nominata, la violenza maschile sulle donne è intesa o sottintesa come mezzo potente di moderazione dei comportamenti femminili. L’individuazione delle differenti espressioni della violenza maschile, nei pensieri femministi supporta e sostiene le teorie sull’antico predominio del patriarcato come forma politica e sociale. Un filo sottile, a volte di un punto dato per scontato, forse perché tutte sappiamo di cosa parliamo, o di cosa non vogliamo parlare per non riconoscerci vittime. Il movimento delle donne, e l’UDI in particolare, ha raccolto il filo e lo ha seguito esplicitando che storia, fatti, intuizioni e teorie postulavano uno svelamento che scopriva il cuore e le fondamenta di una separazione, perché no, programmata tra le donne e le libertà civili. Sulla violenza partiamo da lontano ma in particolare dal 2004 intorno al femminicidio si è aperta una vertenza politica della cui definizione i contorni sono in continua ridefinizione. I processi di integrazione, o meglio di inglobazione, delle intuizioni più esplosive in fatto di svelamento delle contraddizioni tra sistema politico dato e pensiero femminista, hanno di fatto spuntato e appannato la radicalità e centralità del tema della violenza sessuata anche tra le donne. Il contrasto alla violenza è progressivamente divenuto un tema di violazione generica dei diritti umani o un “tema di pari opportunità”, cioè un tema settoriale aggiunto all’agenda politica, indifferente allo sviluppo delle governo complessivo delle cose. Mai si è parlato tanto di femminicidio, e mai tanto l’uso della parola si è ritorto contro le donne vittime o no. La cronaca come sempre rispecchia la cultura del paese, ma la posizione e il peso della realtà nella cronaca sono quelle stabilite dalla politica. Da una parte i fatti e la loro esistenza, dall’altra, semplificando, i titoli dei giornali e le tendenze governative. Nello spazio e nel tempo forse i fatti vincono, ma oggi dobbiamo dire che tra i fatti c’è la riduzione del femminicidio al vecchio e vituperato “uxoricidio”. È una suggestione profondamente voluta da una politica che non vuole occuparsi delle donne: vuole occuparsi della famiglia. Non in quanto a servizi e non in quanto alle famiglie quali sono realmente, ma in quanto al mantenimento delle condizioni che l’hanno resa il luogo più impermeabile al cambiamento, nei secoli. Parliamo di femminicidio, nell’accezione totale del termine. Parliamo di femminicidio per riconquistare l’autonomia del nostro pensiero che, a questa condizione, può con chiarezza confrontarsi col governo del mondo. (da www.udinazionale.org)

Su questo, e su tutto quello che in Italia si è detto e fatto intorno al femminicidio in questi ultimi anni, si svolge domani e dopodomani il seminario che a Napoli è stato organizzato dall’Udi e che ha coinvolto donne di diverse professioni intorno al nucleo di questa parola che, dopo le diverse polemiche e resistenze sul suo utilizzo, se da una parte ha alla fine avuto il merito di far emergere il fenomeno in tutta la sua potenza, dall’altra è stato piegato a significati e simbologie lontane dal suo originario senso. A questo proposito, come spiega bene il commento di presentazione del seminario napoletano riportato sopra, sarà interessante capire come questa strumentalizzazione sia avvenuta, nel tentativo di riportare la parola femminicidio al suo significato originale che, almeno nel nostro Paese, è stato manipolato e falsamente distorto, soprattutto grazie all’impreparazione e ai pochi strumenti della stessa informazione che non si è mai preoccupata di andare a indagare l’origine della parola stessa, e quindi il suo corretto uso, proprio nel momento in cui la nominava. Malgrado infatti i numerosi tentativi di studiose, esperte, avvocate e anche giornaliste, nel riportare la parola al suo senso originale e proprio, la distorsione è stata così massiccia da sembrare quasi impossibile parlare davvero di femminicidio: un termine ridotto, mano a mano e da molti media italiani, a semplice uxoricidio. Un’operazione che non solo testimonia la potenza di questo termine ma anche quanto questa stessa, probabilmente, faccia paura. Non è un caso se, dopo anni di uso e abuso del termine femminicidio, sia ancora ignorata non solo dalla vulgata ma dagli stessi professionisti dell’informazione che non conoscono l’esatto significato del termine e tantomeno il fatto che femmicidio non è la stessa cosa di femminicidio: come dimostrato sul campo da uno dei corsi di formazione per giornalisti che ho tenuto un mese fa alla Rai in cui i partecipanti si sono fatti ripetere varie volte la differenza dei due termini e il loro significato preciso (prendendo appunti). Una differenza, quella tra femmicidio e femminicidio, importante e significativa: parole che molt* ancora usano in maniera equiparata, riducendo spesso tutte e due sempre e comunque all’uxoricidio. Un danno per le donne, che si trovano espropriate dei loro stessi strumenti, e una distorsione fatta con troppa leggerezza che può diventare anche un errore amplificato, come dimostra il dizionario Zanichelli che, pur nelle buone intenzioni, ha inserito nel dizionario il termine femminicidio, definendolo: “uccisione o violenza compiuta nei confronti di una donna, spec. quando il fatto di essere donna costituisce l’elemento scatenante dell’azione criminosa”  – definizione riduttiva anche per il termine criminologico femmicidio coniato da Diana Russel, figuriamoci se applicato al termine sociologico di femminicidio di Marcela Lagarde – dimostrando così non solo di non aver capito il significato della parola stessa ma di dare un’informazione sbagliata attraverso uno strumento che dovrebbe essere autorevole e fidato, dato che si tratta di un dizionario della lingua italiana (e forse sarebbe il caso di farglielo sapere).

Come possiamo trattare in maniera seria l’argomento, se prima di tutto non se ne comprende il significato corretto?

Femmicidio (termine criminologico)

Nel novembre del 2012 a Vienna, la “Academic Councilon United Nations System”(ACUNS), ha redatto un documento sul femmicidio (da non confondere femminicidio), in cui esperte internazionali come Diana EH Russell (criminologa statunitense che ha coniato il termine), Michelle Bachelet (ex UN Women e ora presidente del Cile), Rashida Manjoo (relatrice speciale dell’ONU sulla violenza contro le donne), hanno discusso in un simposio di studiose ed esperte sulla radice di genere delle varie forme di violenza contro le donne che portano fino alla loro uccisione. Nel rapporto finale si può leggere che «il femmicidio è l’ultima forma di violenza contro le donne e le ragazze, e assume molteplici forme» e che «Le sue molte cause sono radicate nelle relazioni di potere storicamente ineguali tra uomini e donne, e nella discriminazione sistemica basata sul genere». Infine il documento rammenta che «Per considerare un caso come femmicidio, ci deve essere l’intenzione implicita di svolgere l’omicidio e un collegamento dimostrato tra il crimine e il genere femminile della vittima» e che «Finora, i dati sul femmicidio sono altamente inaffidabili e il numero stimato di donne che ne sono state vittime variano di conseguenza», ma che «i femmicidi avvengono in ogni paese del mondo e la più grande preoccupazione è che questi omicidi continuano ad essere accettati, tollerati o giustificati come fossero la norma».

Femminicidio (termine sociologico)

Marcela Lagarde indica con femminicidio«la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia».

 

SEMINARIO*

“FEMMINICIDIO: FENOMENOLOGIA E ANALISI POLITICHE”

28 e 29 novembre 2014,

Palazzetto Urban, Via Concezione a Montecalvario 26

PROGRAMMA

Ore 14
Saluti e benvenuto dell’UDI di Napoli

Ore 14,30
VITTORIA TOLA
resa di coscienza e marasma politico ovvero il senso del negazionismo permanente. Le politiche delle donne e risultati ottenuti.

Ore 15
STEFANIA GUGLIELMI
introduzione e conduzione su “Il ventaglio dei problemi culturali E giuridici intorno al femminicidio”
Intervengono sul tema:

ELENA COCCIA
la storia del femminicidio e della violenza nelle leggi Italiane

ELVIRA REALE
la manipolazione del processo attraverso le perizie

MARTA TRICARICO:
la legislazione italiana destinata a contrasto e prevenzione della violenza nelle relazioni familiari in ottica di genere.

ERMINIA COZZA
il superamento delle pari opportunità e sviluppodell’ottica di genere.

MILLY VIRGILIO
“Anche contro la tua volontà: leggi e pratiche di tutela giudiziarie”

Ore 17,30

STEFANIA CANTATORE
introduzione e conduzione su“Le politiche di governo e il femminicidio: le parallele divergenti ovvero la manipolazione della realtà e di un progetto politico”.
Intervengono sul tema :

LUISA BETTI
Il ruolo dei media e della pubblicita’. Il sensodelladivulgazione delle notizie di violenza e femminicidio come normalitàpassionale e follia

NADIA NAPPO
La scomparsa dei corpi

Ore 18,30

Adesione ai gruppi di lavoro:
Politica e contrasto, Cultura e media, le politiche del Giuridico legale.
Breve concertazione e appuntamento ai lavori per la mattina del 29

29 Novembre ore 9,30

Lavoro dei gruppi fino all’ora del break

Ore 12:
Restituzione dei gruppi e discussione

Conclusioni e saluti :

VITTORIA TOLA e STEFANIA CANTATORE
Accoglienza e organizzazione a cura dell’Udi di Napoli

UDI – Unione Donne in Italia
Sede nazionale Archivio centrale
Via dell’Arco di Parma 15 – 00186 Roma
Tel 06 6865884 Fax 06 68807103
udinazionale@gmail.com
http://www.udinazionale.org

*LOGISTICA
La partecipazione al Seminario è aperta a tutte le interessate previa compilazionedell’allegato modulo di adesione online dove sono segnalate e consigliate sistemazioni di pernottamento. Nel corso del seminario è prevista una performance di Anna Sobczak “Approcciinversi”. Nel pomeriggio del 28 sarà offerto il break “o’ ccafè e o’ vascuotto”. Per la sera del venerdì è prevista una cena sociale tipica in una pizzeria storica, per la quale è necessaria un’adesione da riportare nella scheda d’iscrizione, infatti è necessario riservare almeno orientativamente un certo numero di posti vista la limitata accoglienza dei locali tipici. Per il sabato sarà offerto uno spuntino a base di prodotti tipici della cucina napoletana femminile, con un piccolo contributo.

La violenza sulle donne e la paura di un vero cambiamento

Immagine di Anarkikka (autrice Stefania Spanò)

Immagine di Anarkikka (autrice Stefania Spanò)

Il 25 novembre è diventata una data che non passa più inosservata in Italia. Da quel lontano 1999, anno in cui le Nazioni Unite decisero per una giornata internazionale contro la violenza sulle donne, sono passati molti anni di silenzio e omertà in cui i giornali parlavano di donne uccise nel mistero o sbattevano in prima pagina l’immigrato di turno dando la sensazione di un territorio invaso da barbari stupratori. E mentre i maschi italiani agivano del tutto inosservati a casa propria e in piena impunità, anche quando i dati dell’Istat nel 2007 ci facevano notare che l’85% della violenza era violenza domestica, si è continuato per molto tempo a stigmatizzare la violenza sulle donne come un fatto che non riguardava le “famiglie normali” e su cui lo Stato poteva tranquillamente agire puntando il dito sul rumeno di turno. Per parlare della violenza maschile sulle donne in un modo più aderente alla realtà, e in maniera più corretta, è stata necessaria una vera e propria sollevazione delle donne che trasversalmente hanno cominciato a interrogarsi e a dialogare con chi sulla violenza ci lavorava da sempre: quei centri antiviolenza nati in maniera indipendente 30 anni fa che conoscevano bene cosa era la violenza domestica sulle italiane. Uno sforzo, quello delle donne e della società civile, che ha avuto il merito di porre al centro dell’attenzione politica il fenomeno, sia nell’informazione che di fronte alle istituzioni, dando diversa dimensione al femminicidio e a tutte le forme di discriminazione sulle donne in questo Paese e nel mondo. Un lavoro capillare e prezioso senza il quale oggi, questa giornata, continuerebbe a essere una come le altre. Una campagna di sensibilizzazione permanente sulle donne che ormai parte da ottobre in vista del 25 novembre, allungando la data fino a dicembre, riprende a gennaio in vista del One Billion Rising (14 febbraio) e culmina nell’8 marzo (che non è più solo la triste mimosa) per proseguire su questa scia fino all’estate. Un salto di qualità per un Paese dove, secondo il rapporto del World Economic Forum, ci vogliono ancora 81 anni per raggiungere una certa equità tra uomini e donne (l’Italia è al 69° posto nel Gender Gap) e in cui la discriminazione delle donne – nel lavoro, a casa, in famiglia, nelle aziende e in tutti i luoghi pubblici e privati – è ancora molto forte e sostenuta da una cultura lontana dall’abbattere definitivamente quegli stereotipi che sono alla base stessa della violenza maschile sulle donne.

Ma una sensibilizzazione così massiccia, che in pochi anni ha cambiato molte carte in tavola, quali risultati ha avuto e quali sono state le risposte concrete da parte delle istituzioni?

In un recente report dal titolo “Rosa shocking. Violenza, stereotipi… e altre questioni del genere” di We World Intervita, presentato alla camera una settimana fa, si può leggere che se da una parte è certo un aumento notevole della sensibilizzazione sull’argomento violenza maschile sulle donne – triplicata in soli 5 anni (2009/2013) con un + 34% tra ‘12 e il ‘13 – dall’altra sono 65 i milioni di euro che le aziende spendono ogni mese per proporre a un enorme pubblico campagne pubblicitarie legate a un’immagine femminile oggettivizzata e stereotipata che va dalle donne decorative, a quelle manichino fino alle pre-orgasmiche: categorie che in ambito maschile vengono sostituite da professionisti di successo o sportivi. Cifre che fanno impallidire se paragonate a quello che le onlus in Italia hanno speso nel 2013 per valorizzare la figura femminile nel contrastare e prevenire la violenza sulle donne, malgrado sia aumentata passando da 6,3 milioni di euro a 16,1 milioni nel biennio 2012-2013. Stereotipi, quelli legati alla donna come oggetto da usare ora per pubblicizzare una marca di caffè ora da utilizzare come schiava in casa, che in Italia sono ancora fortemente radicati nel tessuto sociale e che culturalmente classificano la donna come un accessorio utilizzabile dall’uomo dalla A alla Zeta, e che nella percezione della violenza porta a una sostanziale sottovalutazione del fenomeno: tanto che, sempre secondo We World, non solo 1 Italiano su 5 non considera violenza la denigrazione di una donna ma è convinto che se le donne non indossassero abiti provocanti non subirebbero violenza. Per 1 italiano su 3, ancora oggi e dopo quell’incremento così considerevole di sensibilizzazione sul fenomeno, la violenza domestica dovrebbe prima di tutto essere risolta in famiglia: l’esatto contrario di quello che ci indica la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, ratificata da noi lo scorso anno e ora in vigore. In Italia, nonostante le norme per il contrasto alla violenza sulle donne varate nel 2013 e malgrado la ratifica della citata Convenzione di Istanbul, ogni 3 giorni una donna viene uccisa dal partner, dall’ex o da un familiare, e in un anno più di 1 milione di donne hanno subito violenza maschile con oltre 25 casi di stalking al giorno: casi che possono essere anche archiviati, malgrado sia ormai chiara la pericolosità dello stalker e il fattore di rischio (di vita) che la donna ha soprattutto quando cerca di sottrarsi alla violenza e non è adeguatamente protetta. Se ancora in alcuni tribunali italiani si stenta a riconoscere la violenza all’interno delle mura di casa scambiandola per semplice “conflittualità”, non solo rivittimizzando la donna che denuncia ma a volte anche colpevolizzandola e sottraendo alla stessa i figli in quanto “madre malevola” rea di manipolazioni sulla prole che ha assistito o subisce direttamente la violenza di un padre, non ci possiamo stupire se la percezione degli italiani sulla violenza è così minimizzante. Una violenza che sempre We World ha monetizzato, con un’indagine fatta lo scorso anno (“Quanto costa il silenzio”), con una spesa di 17 miliardi di euro annui a carico dalla collettività per gli effetti devastanti di un fenomeno che è strutturale e per questo difficile da contrastare. Un nodo, quello tra stereotipi e violenza, ben presente anche ad alcune rappresentanti istituzionali di un certo peso, come la presidente della camera, Laura Boldrini, e la vicepresidente del senato, Valeria Fedeli, che durante la presentazione del rapporto di We World hanno lanciato anche delle proposte e suggerito riflessioni. Se Boldrini ha fatto notare l’importanza del cambiamento culturale a tutti i livelli e come le stesse aziende, che qui promuovono le donne “grechine”, altrove lanciano altri tipi di campagne proprio perché non hanno gli stessi agganci culturali, Fedeli ha valutato come necessari a un vero contrasto alla violenza la rappresentanza istituzionale delle donne, il dialogo tra istituzioni e società civile, una strategia di un quadro nazionale per l’implementazione della Convenzione di Istanbul, l’importanza della trasformazione della cultura attraverso scuola e media, una “commissione bicamerale” che relazioni a scadenza annuale i lavori e l’efficacia delle azioni istituzionali per contrastare la violenza sulle donne, “un osservatorio di genere presso la presidenza del consiglio che valuti ex ante le politiche che si scelgono”, e infine una riflessione sulle stesse aziende italiane che possono scegliere di fare “campagne per una pubblicità sostenibile sul ruolo delle donne nella società”.

Ma allora che cosa è che non funziona?

Le italiane da parte delle istituzioni, oltre all’impegno costante di alcune rappresentanti, hanno avuto due risposte concrete sul tema della violenza: la prima è stata l’importante ratifica della Convenzione di Istanbul, la seconda le norme per il contrasto alla violenza sulle donne contenute nel pacchetto sicurezza poi diventata legge. Eppure se ancora oggi per un uomo su due – sempre secondo We World – il matrimonio viene considerato “il sogno di tutte le donne” e per quasi 7 uomini su 10 “è più facile per una donna fare dei sacrifici nella famiglia”, significa che quelle risposte o non sono efficaci, o non sono abbastanza, o c’è qualcosa che non va. Forse perché serve anche altro, come la vera e unica novità a livello istituzionale – poi messa nel cassetto – che fu l’iniziale e proficua interlocuzione con tutte le associazioni italiane fatta dalla ex ministra delle pari opportunità, Josefa Idem. Perché malgrado sia stata la ministra precedente, Mara Carfagna, a varare la legge sullo stalking, il primo piano antiviolenza nazionale in Italia (scaduto nel 2013) e il finanziamento per i centri antiviolenza, è stata la ministra Idem la prima a costituire una task force interministerale sulla violenza contro le donne, che avrebbe dovuto essere costantemente collegata ai tavoli delle ong, e a convocare tutte le associazioni italiane esistenti e operanti sul tema: un ponte che qui in Italia non si era mai fatto pubblicamente e con un impegno così esplicito.

Ma cosa rimane oggi di quel lavoro?

Un piano antiviolenza le cui linee principali dovrebbero essere illustrate oggi dall’onorevole Giovanna Martelli – consigliera delle pari opportunità del presidente del consiglio – all’Aranciera di San Sisto (via di Valle delle Camene 11 dalle ore 10) in occasione del lancio della campagna #cosedauomini e dal titolo “Vincere la partita più importante: quella contro la violenza sulle donne”, insieme alla ministra Boschi. Un piano che Martelli ha già dichiarato essere stato “costruito in modo partecipato, attraverso tavoli tematici” ma sul quale le stesse associazioni di donne che si sono sedute a quei tavoli hanno cominciato a contestare: a partire da DiRe (rete nazionale dei centri antiviolenza che oggi si riunisce a Roma – Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani – con il convegno Contrastare la violenza contro le donne, migliorare la qualità della vita”), che ha pubblicamente disconosciuto i lavori del piano i quali, secondo DiRe, disconoscerebbero “le specificità che caratterizzano il lavoro delle donne nei Centri antiviolenza e le competenze acquisite dalle operatrici dei centri”, prevedendo “la presenza di personale maschile”, dettando “criteri che schiacciano la connotazione politico-culturale dei centri antiviolenza”, e prevedendo finanziamenti che non solo non coprirebbero l’attività dei centri così come sono ma che sarebbero assolutamente insufficienti anche per applicare le linee decise dal Piano stesso. Una difficile eredità, quella ricevuta da Giovanna Martelli, che dalle mani di una ministra, Josefa Idem, è passata con una delega nelle mani della ex viceministra del lavoro, Cecilia Guerra, e che ora è invece rimasta stretta nelle mani del nuovo premier Renzi che ha incaricato Martelli di seguire i lavori del Dpo per suo conto la quale, come ha suggerito Boldrini, deve svolgere questa attività da una posizione ben differente da quella di una ministra.

Ma perché il vuoto di una ministra come referente unico e con pieni poteri va così stretto a una società civile di donne che in pochi anni è riuscita a triplicare la sensibilizzazione sul femminicidio, portando il tema sull’agenda istituzionale e premendo sul tasto della discriminazione di genere?

Effettivamente l’input da cui era partita la ex ministra Idem, interloquendo preliminarmente con tutte le associazioni presenti sul territorio nazionale – nessuna esclusa – ha dato un imprinting che, se anche stroncato sul nascere, è rimasto indelebile come punto di svolta, e che solo un’altra ministra con il suo stesso potere e le sue stesse capacità potrebbe portare avanti fino a farne scaturire un quadro coerente ed efficace di risposta reale alla violenza contro le donne in questo Paese. Un’opinione, quella della necessità di una figura nel governo che sia un riferimento per le politiche di genere, condivisa anche da Boldrini e da Fedeli, su cui la stessa ex ministra Idem, intervenuta pochi giorni fa all’Adnkronos, ha dichiarato che “Bisogna ripristinare il ministero delle Pari opportunità e andare alla radice del male, concentrandosi sulla sua origine culturale. La legge sul femminicidio – ha spiegato – ha avuto sicuramente ricadute positive, incentivando le denunce e va valutata nel tempo, ma non basta. Quello che il governo sta facendo con l’istituzione di un consigliere ad hoc e l’azione del dipartimento per le Pari opportunità, non è sufficiente, perché manca un organismo di coordinamento dei centri sul territorio e soprattutto serve che ci sia qualcuno, al tavolo del Consiglio dei ministri, che ricordi la necessità di investire risorse. Se anche gli altri ministeri – ha detto Idem – vengono trattati allo stesso modo, sostituiti da strutture come queste perché si è dimostrato utile, allora mi piego a questa logica, ma se questo trattamento si riserva solo alle Pari opportunità, allora è chiaro che sta venendo meno l’attenzione su questo tema”.

 

 

Violenza, stereotipi e media: la parola ai numeri

In vista della giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne che si celebra il 25 novembredomani 18 novembre a Roma, alla Camera dei deputati (sala Aldo Moro), presentazione del nuovo rapporto di WeWorld sulla percezione della violenza e gli stereotipi di genere nei media e nella pubblicità: "Rosa Shocking. Violenza, stereotipi... e altre questioni del genere". Interverranno la presidente della camera, Laura Boldrini, la nuova consigliera di pari opportunità del governo, Giovanna Martelli, la vice presidente del senato, Valeria Fedeli, che insieme agli autori dell'inchiesta dialogheranno con le direzioni dei maggiori media italiani.

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“Rosa Shocking. Violenza, stereotipi… e altre questioni del genere” è l’ultimo report di WeWorld* (già Intervita) che sarà presentato alla Camera dei Deputati martedì 18 novembre dalle 10 in poi, nella sala Aldo Moro e con il Patrocinio della Camera dei Deputati. Una ricerca che, dopo l’indagine dell’anno scorso sui costi della violenza (“Quanto costa la violenza”), renderà pubblici gli inquietanti dati sulla percezione della violenza contro le donne in Italia, l’incidenza degli stereotipi femminili attraverso la pubblicità e i media con i costi che ne conseguono, e di quanto negli ultimi anni è salita comunque l’attenzione riguardo il fenomeno grazie all’azione della società civile e alcuni interventi istituzionali – come la ratifica della Convezione di Istanbul e la conversione in legge del pacchetto sicurezza che comprendeva alcune normative sul contrasto alla violenza contro le donne. Un’indagine divisa in due parti: una sulla violenza e l’altra sugli stereotipi sostenuti dai media, punti che appaiono oggi fondamentali, dopo almeno quattro anni di graduale aumento dell’attenzione su questi temi, per la prevenzione alla violenza soprattutto a partire da un cambiamento culturale chiesto a gran voce da più parti. Per questo l’incontro comprenderà la partecipazione delle istituzioni e il confronto con i vertici dei media italiani, soprattutto televisivi, all’interno della presentazione del report che sarà fatta dai ricercatori che l’hanno svolta. Un confronto che avrà come focus le azioni possibili nell’ambito della prevenzione, e in modo particolare sul versante culturale e mediatico, mettendo l’accento sull’importanza di una corretta percezione della violenza da parte di tutti e tutte (compresi i media), facendo però anche il punto sui costi. Sarà analizzato l’investimento che negli ultimi anni è stata fatto per contrastare la violenza sulle donne, distinguendo la parte della società civile e quella istituzionale, ma anche il cospicuo investimento su campagne pubblicitarie che spesso sostengono stereotipi femminili e maschili.

Martedì 18 novembre ore 10.00, Camera dei Deputati

Sala Aldo Moro

Piazza Montecitorio, Roma

Laura Boldrini – Presidente Camera dei Deputati
Giovanna Martelli – Consigliera del Presidente Consiglio dei Ministri per le Pari Opportunità

Marco Chiesara – Presidente WeWorld Intervita Onlus
Stefano Piziali – Responsabile Advocacy WeWorld Intervita Onlus
Massimo Guastini – Presidente Art Directors Club Italiano
Direttore Creativo&Partner cOOkies ADV
Nando Pagnoncelli – Ipsos
Valeria Fedeli – Vice Presidente Senato

Media invitati per il dibattito
Maria Bollini – Presidente della Commissione per le Pari Opportunità della Rai
Urbano Cairo – Presidente Cairo Editore
Fedele Confalonieri –  Presidente Mediaset
Alberto Contri – Presidente Pubblicità Progresso
Diamante D’Alessio – Direttore IO Donna
Luca Dini –  Direttore Vanity Fair
Barbara Stefanelli – Vice Direttore Il Corriere della Sera
Rosa Urso – Production’s Supervisor Endemol Italia
Andrea Zappia – Amministratore Delegato Sky

Modera: Luisa Betti – Giornalista esperta diritti donne e minori

Per accreditarsi scrivere a comunicazione@intervita.it
accesso consentito solo in orario e fino a esaurimento posti. Si ricorda che, nei palazzi della Camera, per gli uomini è d’obbligo la giacca.

* WeWorld Intervita è una Ong attiva in Italia e nel Sud del Mondo, si occupa di diritti dei bambini e delle donne e stila rapporti sulla violenza e gli stereotipi di genere.

 

Programma WeWorld per il convegno Rosa Shocking alla Camera il 18 novembre

Programma WeWorld per il convegno Rosa Shocking alla Camera il 18 novembre

 

Media e centri antiviolenza: collaborazione indispensabile

Ripropongo l’articolo  di Annalisa Dall’Oca sul Fatto online che sintetizza l’incontro “Le parole della violenza” che si è svolto tra centri antiviolenza e media ieri a Bologna nella Cappella Farnese di Palazzo d’Accursio. Un bellissimo incontro dove chi opera nei centri e sta a contatto quotidiano con le donne che chiedono aiuto, ha mostrato le proprie perplessità sulla narrazione del femminicidio confrontandosi con chi invece opera nell’informazione che oltre a far luce su cosa succede nelle redazioni, e anche con un’analisi dei testi, ha fatto emergere una lettura critica della trattazione dei media rispetto al femminicidio. Tra i punti fondamentali, portati in primo piano anche dal presidente dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna Antonio Farnè, ci sono stati i corsi di formazione per giornalisti proprio su come si tratta la materia che riguarda la violenza sulle donne – ma anche le tematiche di genere e i diritti delle donne – che possono essere un inizio per affrontare la preparazione di chi lavora nell’informazione e racconta la violenza sulle donne, con l’augurio della partecipazione diretta a questa formazione di chi lavora nei centri e può spiegare quanto sia importante avere una cognizione specifica quando si tratta un tema così delicato e quali danni può provocare una narrazione distorta della violenza. A questo proposito è emersa l’esigenza di una preparazione specifica dei giornalisti, che troppo spesso ripropongono dei modelli culturali stereotipati a sostegno di una cultura che stigmatizza l’uomo come inconsapevole delle sue azioni, e quindi colpevole di un reato non grave – o nel suo eccesso opposto come mostro – e la donna vittima-preda o addirittura tentatrice. Una specializzazione che dovrebbe entrare nei giornali fin dalle stesse scuole di giornalismo. Particolarmente toccante la testimonianza di Giovanna Ferrari, madre di Giulia Galliotto, uccisa dal marito nel 2009 e quindi vittima di femmicidio, che ha testimoniato i danni della rivittimizzione, sia in tribunale che mediatica, attraverso la sua storia reale. Infine l’associazione “Nondasola”, “Donne insieme contro la violenza” di Reggio Emilia, e l’associazione “Casa delle donne contro la violenza” di Modena, hanno allestito una mostra fotografica e un libro dal titolo “Donne al centro” (Corsiero editore) con testi e foto sui centri antiviolenza.

Incontro "Le parole della violenza" al comune di Bologna tra centri antiviolenza e media

Incontro “Le parole della violenza” al comune di Bologna tra centri antiviolenza e media

IlFattoQuotidiano.it / Donne di Fatto / Passate parola

 “La violenza sulle donne raccontata dai mass media? Troppi stereotipi”

Il linguaggio e la comunicazione al centro di un convegno organizzato a Bologna dai centri antiviolenza dell’Emilia Romagna. “Le storie vengono spesso distorte. Così la donna è vittima due volte”

Cambiare il linguaggio per cambiare la cultura. È un appello rivolto ai mass media, ma anche alle istituzioni, alle forze dell’ordine e alla giustizia italiana, quello lanciato dai centri antiviolenza dell’Emilia Romagna, che a Bologna, nell’ambito del convegno “Le parole della violenza”, si sono ritrovati per fare il punto sulle modalità con cui stampa, televisioni, radio e web raccontano dei tanti episodi di violenza nei confronti delle donne che ogni anno si verificano in Italia. Storie di maltrattamenti, abusi pubblici o privati, minacce e omicidi “che troppo spesso – spiega Samuela Frigeri, presidente del Coordinamento dei centri antiviolenza emiliano romagnoli – vengono derubricate attraverso stereotipi e luoghi comuni, che le classificano come raptus, gelosia, amore malato. Che vengono distorte al punto tale da trasformare l’uomo, responsabile della violenza, nella vittima della situazione, e la donna in colei che in qualche modo se l’è cercata”.Un deficit di comunicazione considerato dannoso da chi lotta per contrastare un fenomeno in larga parte ancora sommerso, “poiché favorisce quella stessa cultura su cui attecchisce la violenza contro le donne – sottolinea Simona Lembi, presidente del Consiglio comunale di Bologna – quella del delitto d’onore, dell’uomo capofamiglia che viene umanizzato, che si sfoga sulla moglie, nella cui vita si scava morbosamente per individuare aspetti che in qualche modo giustifichino la violenza perpetrata”. E che secondo Luisa Betti, giornalista ed esperta di diritti di donne e minori, “in molti casi è dovuto a un’ignoranza di fondo in materia di femminicidio, che dai mass media è stato ridotto a uxoricidio, cioè il marito che uccide la propria moglie. Ma il termine in realtà comprende anche un aspetto sociologico, al cui interno rientrano tutti gli episodi di violenza privata o pubblica, così come il rischio che alcune donne vivono di poter essere assassinate”.La conseguenza è che il medium, che sia la stampa o la televisione, spiega Betti, “ritorna a trattare questo tipo di violenza come un fatto di cronaca nera isolato, optando per una narrazione morbosa da fiction utile a rendere la storia più appetibile, e minimizzando la gravità del reato”: l’offender, cioè l’uomo che commette la violenza, viene descritto come il “bravo ragazzo”, il “padre premuroso”, che per un raptus di gelosia, un momento di follia, ha ucciso. E la donna diventa vittima due volte: del reato, e poi della narrazione che di quella violenza viene resa pubblica.“Come accaduto per Sonia Trimboli, strangolata dal fidanzato aMilano, un delitto descritto come un impeto quando in passato lui aveva già provato a strangolarla – cita ad esempio la giornalista e scrittrice Marina Terragni – o per Fabiana Luzzi, accoltellata e poi bruciata viva dal ragazzo di 17 anni, a sua volta dipinto come momentaneamente privo di raziocinio, o ancora Matilde Passa, accoltellata dal marito che poi si è suicidato. Un marito dipinto come depresso, entrato in tunnel da cui non poteva uscire se non uccidendo moglie”.E poi c’è quella “narrazione consolatoria” che descrive il femminicida come un’entità estranea, al di fuori della quotidianità. “Ma anche questo preconcetto è sbagliato e distorce la realtà – spiega Betti – si tende a dare maggiore rilievo agli episodi che vedono come carnefice lo straniero, l’immigrato, o il folle, anche se nell’85% dei casi la violenza contro le donne avviene entro le mura domestiche”.“Il linguaggio attraverso cui si racconta la violenza maschile sulle donne – precisa Frigeri – è un punto fondamentale, quindi, per combattere il femminicidio, perché è il primo passo per cambiare la cultura della società e i media, così come le istituzioni e le forze dell’ordine, in questo hanno una grande responsabilità”. Il delitto d’onore è stato abrogato in Italia nel 1981, “ma è ancora insito nel modo in cui osserviamo la realtà”.Lo sa bene Giovanna Ferrari, madre di Giulia Galiotto, assassinata dal marito appena trentenne, l’11 febbraio del 2009, che per anni ha vissuto quello che ricorda come un “processo calvario, persino peggiore dell’omicidio di mia figlia”. Tanto da raccontare quella terribile esperienza in un libro, intitolato “Per non dargliela vinta”. “Non solo i media, ma a volte anche i tribunali sembrano voler sminuire la drammaticità dei fatti – spiega Ferrari – basta che qualcuno pronunci la parola ‘gelosia’ che si forma un preconcetto, e tutti lo seguono. Per questo serve grande attenzione da parte di chi si trova per primo a raccontare episodi di violenza contro le donne. Oggi finalmente molti tabù stanno crollando, di questo fenomeno si parla sempre più spesso, ed è importante perché è un modo per combatterlo. Ma è necessario che, nel farlo, ci si attenga all’oggettività dei fatti, senza pregiudizi”.

Il retrogusto amaro del gelato di Madia

Un particolare del servizio pubblicato su "Chi" che ritrae la ministra Marianna Madia in un momento privato

Un particolare del servizio pubblicato su “Chi” che ritrae la ministra Marianna Madia in un momento privato

Ho una certa riluttanza a parlare di questa vicenda perché mi fa veramente schifo. Ne hanno parlato tutti e tutte con grande indignazione: la senatrice Laura Puppato ha lanciato su twitter il grido d’allarme e da lì si è scatenata un’onda che creato hashtag come #chivergognati o #sequestisonogiornalisti, #cisofareanchio con foto di donne che mangiano il gelato, mentre il direttore della rivista incriminata, Alfonso Signorini, si è rimediato un procedimento disciplinare dall’Ordine dei giornalisti lombardo. Sotto accusa sono le foto che “Chi” ha pubblicato con la ministra Madia che mangia un gelato e titolato “Ci sa fare con il gelato”, alludendo all’atto sessuale della fellatio. Un titolo certamente allusivo, assolutamente fuori luogo e che lede senza dubbio la privacy di una persona che, ministra o non ministra, stava tranquillamente mangiando un gelato come le pareva e piaceva, e soprattutto non sapeva di essere ritratta in questo suo momento privato in macchina con il marito. Il problema però è la natura del “batti e ribatti” che si è prodotto, e che da un lato ha fruttato al giornale una discreta pubblicità – vero obiettivo che in questo caso è stato centrato in pieno – e dall’altro ha sottolineato la moralistica sciatteria tutta italiana di non andare al nocciolo della questione ma di soffermarsi solo all’apparenza per gridare a un’indignazione che non sposterà una virgola dell’esistente in un panorama preoccupante e deprimente. Una superficialità che sceglie di rimproverare a Signorini di non aver dato “una notizia”, anche se si tratta di giornali che per loro natura non danno notizie ma si fanno gli affari altrui, ricalcando in maniera pedissequa quegli stereotipi uomo-donna che attirano un mercato – con tirature altissime qui in Italia – completamente immerso nell’immaginario comune più scontato e deleterio (quello che in realtà andrebbe cambiato alla radice).

Eppure la “non notizia” ha creato la notizia e si è gridato allo scandalo perché in questo caso si è andati oltre, e a nulla è valsa la rampicata sugli specchi di Signorini che ha paragonato queste immagini a quelle della giovane Francesca Pascale (attuale fidanzata di Berlusconi) che mangiava il calippo in spiaggia, alludendo a un trattamento diverso tra le donne di destra e quelle di sinistra. Un paragone forzato di chi non sa cosa rispondere e che va a pescare una Francesca Pascale che si esibiva davanti alla telecamera di Telecafone, consapevole di essere ripresa e quindi libera di fare quello che desiderava, come contraltare a una Marianna Madia che invece era in un momento privato ignara del paparazzo che la fotografava.

Ma per capire cosa è successo e perché siamo ancora qui a controbattere su questi argomenti, bisogna andare a vedere questo “oltre” che si regge su due punti precisi: da una parte chiedersi perché questi giornali vendono così tanto e perché l’esibizione dei fatti privati conditi da tette e culi di donne più o meno popolari (quest’estate le ministre erano spesso ritratte in costume o in topless con tanto di voti) appassiona i lettori e soprattutto le lettrici italiane; dall’altra è avere il coraggio di domandare perché se una ministra s’indigna per foto come queste (su cui è giustissimo reagire con forza), non s’infuria e non fa scattare questa stessa solidarietà quando la chiamano ministro, facendogli spuntare miracolosamente attributi maschili molto diversi dalla sua reale identità e sottoponendola a una violenza che mette in discussione la sua stessa persona. Non è forse altrettanto offensivo vedere scritto su un giornale d’informazione “alta” il “ministro incinta”? Qui non c’è l’allusione sessuale ma un affronto diretto all’identità della persona che in questo modo viene privata dell’unica cosa certa, e cioè del fatto che è una donna. Uno schiacciamento della persona nel ruolo che ricopre – che essendo un vertice può essere solo maschile e per questo appellato quindi solo al maschile – e che cancella una diversità che non essendo riconosciuta diventa strumento di oblio, di cancellazione del sé, di messa in discussione di un essere vivente solo ed esclusivamente in base al sesso. Un’operazione che sembra più “normale”, meno scandalosa, tanto che alcune donne rivendicano di essere chiamate direttore o ministro perché altrimenti credono di valere meno: come se la funzione coniugata al femminile fosse degradante e non all’altezza del ruolo per la donna che lo ricopre (e che si presume di passaggio).

La risposta quindi a entrambe le domande è una sola: la cultura che ancora oggi regola i rapporti uomo-donna e che riproduce esattamente una dinamica sbilanciata tra i sessi. Una cultura discriminatoria per le donne che se non viene messa in seria discussione fa scivolare l’indignazione in un moralismo ipocrita che non spazzerà via una volta per tutte quegli stereotipi su cui non solo campa “Chi” e tutte le riviste di gossip che vendono milioni di copie, ma su cui è basata tutta la nostra società e che ritrae a pennello lo squilibrato rapporto tra uomini e donne e fa fotografare una ministra, e non un ministro, che mangia il gelato con sotto il titolo “ci sa fare”. Un servizio, quello fatto da “Chi”, che in un contesto meno “squilibrato” non avrebbe avuto nessun senso fare e probabilmente non sarebbe stato fatto.

Ma il gelato che mangia Marianna Madia ha basi antiche e per questo ha un suo retrogusto amaro: nessuno s’indigna e apre fascicoli per le storie di donne buttate in pasto alla cronaca nera perché vittime di violenza e spesso trattate come fossero delle sciagurate con vite sregolate che in realtà se la sono cercata; o per le foto di minorenni sbattute sui giornali “che fanno le notizie” con il racconto di particolari anche intimi e con dettagli tali da svelarne l’identità che nulla a che fare con la notizia ma che mescola nella morbosità ricalcando quegli stessi stereotipi e con una esposizione gravissima dei soggetti che non solo manda in frantumi la deontologia ma infrange la legge.

Nessun richiamo all’Ordine dei giornalisti per questi signori, nessun procedimento disciplinare, nessuna solidarietà per tutte queste donne e queste ragazzine sbattute in prima pagina da giornali “per bene”. Eppure, per esprimere una vera solidarietà con la ministra Madia, bisognerebbe partire proprio da lì: dalla rappresentazione di tutte le donne nella nostra società e dagli stereotipi regolati da squilibrati rapporti di forza tra i sessi, e dall’immaginario che a tutto questo si richiama. Chi ha il potere di farlo, cominci a lavorarci sopra.

A Bologna incontro tra centri antiviolenza e media

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Il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia Romagna presenta per venerdì 7 novembre 2014 il convegno “Le parole della violenza. Centri antiviolenza e media si confrontano su come raccontare la violenza contro le donne”, dalle ore 10 alle ore 16 presso Palazzo d’Accursio – Sala Farnese (piazza Maggiore, 6 / Bologna).

Con quali parole si può dire la violenza maschile contro le donne?

Vent’anni fa i Centri antiviolenza hanno portato all’attenzione dei giornalisti e delle giornaliste il problema del linguaggio dei mass media nei casi di violenza contro le donne, analizzando i contenuti che venivano espressi in articoli e servizi televisivi o radiofonici, e destrutturando stereotipi e pregiudizi che raccontavano la morte delle donne e nello stesso tempo occultavano le radici culturali della violenza maschile.
Ora leggiamo le parole femicidio o femminicidio in molti articoli di giornale, ma le troviamo a volte snaturate e svuotate di significato dalla riproposizione di stereotipi e di pregiudizi: gli stessi di vent’anni fa.
L’articolo 17 della Convenzione di Istanbul invita i mass media a rispettare la dignità delle vittime di violenza, e li responsabilizza perché attraverso il cambiamento del linguaggio si produca un cambiamento culturale.
Il convegno intende creare un momento di confronto tra esperte dei centri antiviolenza, giornaliste, blogger e scrittrici.
Il programma
-Saluti: Simona Lembi, presidente Consiglio Comunale di Bologna e Samuela Frigeri, presidente Coordinamento dei Centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna
-Intervengono: Antonio Farnè, presidente dell’ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna – Chiara Cretella, assegnista di ricerca, Università di Bologna: “End/less Love. Relazioni di genere, modelli culturali, violenza.” – Marina Terragni, scrittrice, giornalista e blogger: “Mi amavo più della sua vita” – Luisa Betti, giornalista, esperta di diritti di donne e minori: “La narrazione del femminicidio” – Stefania Spanò in arte Anarkikka, autrice, vignettista: “Anarkikka VS Media Complice” – Nadia Somma, presidente di Demetra – Donne in aiuto di Lugo: “La voce delle donne: parole per ricostruire, parole per decostruire” – Carmen Marini, presidente di Nondasola di Reggio Emilia.
Porterà la sua esperienza Giovanna Ferrari, colpita prima dalla violenza maschile che le ha ucciso la figlia, e poi dal linguaggio con cui i media e il tribunale hanno occultato la violenza che ha subito, contribuendo a una sua seconda vittimizzazione.
Il convegno è accompagnato dalla mostra fotografica e dal libro/catalogo “Donne al Centro” progetto coordinato dall’Associazione Nondasola di Reggio Emilia e dalla Casa delle donne di Modena. Le fotografie sono state realizzate da Valeria Sacchetti nei centri antiviolenza della Casa delle donne di Reggio Emilia, Bologna e Modena. Parole e immagini per raccontare storie di violenza, ma anche di riscatto, di ricostruzione della propria vita libera dalla violenza fermando l’obiettivo sugli ‘spazi’ gestiti da associazioni femminili di matrice femminista, che praticano la relazione tra donne quale strada per sostenere altre donne nel percorso di uscita dalla violenza. Lo studio è arricchito dai contributi di testi di Lea Melandri, Giuditta Creazzo e dall’intervento grafico di Pietro Mussini.
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