Discriminazione

Ma davvero Renzi pensa di comprarci con 80 euro?

renzi ursoNon c’è più nessun dubbio: questo governo con una mano prende i tuoi soldi e con l’altra di dà gli spicci facendoti credere che è un affare. Eppure gli italiani e le italiane sembrano non accorgersi: soprattutto le donne, ingannate dallo specchietto per le allodole delle 8 ministre su 16, che partendo già da evidenti svantaggi pagheranno il conto più salato di questa politica del prestigiatore.

Annunciare la domenica pomeriggio, come ha fatto il presidente del consiglio Matteo Renzi ieri, attraverso una delle trasmissioni più nazional popolari d’Italia, come “Domenica live” condotta da Barbara D’Urso su Canale 5, che ci sarà “un bonus di 80 euro alle neo-mamme per i primi 3 anni”, senza una risposta di indignazione, significa non capire. Perché è dare un calcio nel sedere a tutte le lotte delle donne degli ultimi 50 anni e dare uno schiaffo sonoro alla nostra intelligenza. Un maschilismo profondo su cui neanche il fascismo, che dava la medaglia d’onore alle madri di famiglie numerose, era arrivato.

Uno ulteriore schiaffo a quelle che se anche hanno un lavoro, e decidono di avere un figlio, saranno alla fine costrette a lasciarlo per la decostruzione così precisa del diritto al lavoro che insieme a un welfare ormai inesistente, farà tornare molte di noi a casa. Donne che con il jobs act saranno ancora più esposte nel momento in cui avessero la malaugurata idea di procreare. In Italia il tasso di occupazione femminile non raggiunge lo standard europeo fissato al 60% e le donne occupate tra i 15 e i 64 anni è del 46,5%, un’occupazione che cala del 6,8% con l’arrivo di un figlio e arriva al 15,7% in caso di due figli: dati che non si risolvono regalando 80 euro, il cui messaggio è molto chiaro: statevene a casa a fare le mamme e rinunciate al resto, un’operazione che fa risparmiare molto di più a uno Stato già inefficiente e che toglie una parte importante nell’ingorgo dell’accesso al lavoro. E allora, a cosa serve sbandierare la parità tra uomo e donna, su cui l’Italia torna inevitabilmente indietro nella pratica, da parte di un governo che, come quello turco e quello spagnolo (dove sia Erdogan che Gallardòn hanno cercato di mettere mano al diritto all’interruzione di gravidanza incoraggiando le donne a fare figli e a rientrare nel ruolo di moglie/madre), pensa di risolvere la crisi riportando le donne a casa a fare i lavori di cura? Una manovra sul lavoro che nel suo complesso macellerà l’Italia, e che Renzi propaganda come “ultima occasione per far tornare “l’Italia a fare l’Italia” ma che in realtà sarà il definitivo e cimiteriale smantellamento dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici: un piano che -rendendo tutto più flessibile e dando la possibilità di impiegare e licenziare a piacimento – creerà nuovi posti di lavoro, più precari di prima, cancellando il diritto e cacciando (sempre a calci nel sedere) chi già lavora senza il bisogno di creare nuovi posti ma rendendo “flessibili” quelli he già ci sono, con un’operazione rappresentata da un sintetico: avanti c’è posto!

Una manovra che, come suggerisce Chara Saraceno, attraverso i nuovi contratti brevi non darà ai giovani “alcuna ragionevole garanzia di stabilizzazione dopo tre anni di rinnovi”, e che per quanto riguarda le donne “consentirà ai datori di lavoro di ignorare del tutto legalmente la norma sul divieto di licenziamento durante il cosiddetto periodo protetto” e per questo “non occorrerà neppure più far firmare, illegalmente, dimissioni in bianco, o indagare, sempre illegalmente, sulle intenzioni procreative al momento dell’assunzione”, perché “basterà fare loro sistematicamente contratti brevi non rinnovandoli alla scadenza in caso di gravidanza: con l’ulteriore conseguenza negativa che molte donne non riusciranno a maturare il diritto alla indennità di maternità piena e faranno fatica a iscrivere il bambino all’asilo nido, dato che non potranno dimostrare di avere un contratto di lavoro almeno annuale”. Un messaggio, quello degli 80 euro al mese nei primi tre anni di maternità, che va in questa direzione: se in questa situazione scegli di fare un figlio è una tua responsabilità, quindi te ne puoi anche stare a casa evitando di ingorgare i pochi posti di lavoro disponibili e di cercare posto in asili su cui anche dobbiamo risparmiare.

Un dato sulla miopia renziana verso le politiche di genere, di cui c’è ancora molto bisogno in Italia e che Renzi pensava di aver risolto con la manovra 8 ministre, che però non sfugge a chi sa che Renzi oltre a non nominare una ministra delle pari opportunità (termine che non piace neanche a me ma si chiama così), si è tenuto ben strette queste deleghe, nominando pochi giorni fa una consigliera per le pari opportunità la deputata Giovanna Martelli – sull’esempio del ministro Alfano che ha nominato alle sue dirette dipendenze la consigliera PO Isabella Rauti già due anni fa – che dovrà svolgere il suo lavoro a titolo gratuito. Una mossa che non passa inosservata in un momento delicato come questo dove alle porte c’è la presentazione del piano “straordinario” antiviolenza (altro escamotage per non verificare quello ordinario varato dalla ministra Mara Carfagna nel 2010 e che doveva essere controllato dopo 3 anni), che coinvolge direttamente il dipartimento delle Pari opportunità. Renzi sa che le politiche per le donne hanno un costo, e se nel Paese si dibatte sul femminicidio da diverso tempo con l’inattivismo totale delle istituzioni a cambiare in maniera sostanziale la situazione, malgrado i numeri della violenza e le forti pressioni dalla società civile che se occupa al posto tuo e con l’acqua alla gola, è meglio andare cauti e non fare troppa pubblicità: meglio non parlarne.

Una vergogna, quella di questo governo sul femminicidio, ancora più vergognosa se pensiamo che questa settimana (23-24 ottobre) al ministero degli affari esteri si svolgerà la conferenza del Consiglio Europeo “Gender Equality in Europe: Unfinished Business?” dove i rappresentanti dell’Italia sul gender equality, a livello istituzionale, sarà rappresentato da due uomini: i sottosegretari Scalfarotto e Del Rio, mentre la nuova Consigliera per le PO, nell’arco di due giorni, farà il proprio debutto moderando la sessione “Combating all Forms of Violence against Women and Girls”.

Riflettendo su tutto questo, e dato che a tutto c’è un limite, forse abbiamo davvero bisogno di un “audace e scandaloso femminismo” che rimetta un po’ di disordine a un ordine che non ci piace, parafrasando l’editoriale pubblicato dal “Gurdian” e scritto da Jacqueline Rose, docente universitaria alla Queen Mary University di Londra, che di recente ha pubblicato “Women in dark times”, donne in tempi bui. Tempi buissimi, direi quasi tenebre, dove trovo azzeccato indicare, come fa Rose nel suo articolo, che “È tempo di tornare a ciò che il femminismo ha da dirci. È tempo che le donne si diano da fare per dire ciò che devono sui rischi del nostro mondo moderno”. Fare questo andando più in là del “diritto delle donne all’uguaglianza o affermando che le donne sono in grado di entrare nelle Corti di giustizia e nei corridoi del potere”: affermazioni “importanti”, dice Rose, ma che “tendono ad essere enunciate – con veemenza, come dev’essere – a detrimento di un altro tipo di comprensione, meno ovvio, ma non meno vitale, che apre la strada agli spazi più bui del mondo, strappando il velo delle illusioni col quale le forme più mortali del potere si sostengono e si compiacciono”. Arrivare cioè direttamente al fulcro che “consente alle donne di lottare per la libertà senza essere cooptate da false pretese o dal volgare esercizio del potere a proprio vantaggio”.

Un femminismo che procuri “scandalo, che sappia abbracciare, senza inibizioni, gli aspetti più oltraggiosi e penosi dell’animo umano”, in quanto “le donne posseggono il dono di guardare attraverso ciò che è davvero folle nel mondo, soprattutto quella crudeltà e quelle ingiustizie con le quali il mondo tende ad organizzarsi”. In “un clima internazionale di oppressione violenta che sembra peggiorare di giorno in giorno”, Jacqueline Rose invita a rilanciare partendo proprio dalla contraddizione più esplicita e lampante: quella della violenza sulle donne che il nostro Renzi pensa di poter affrontare sottotono e che invece in questi anni ha fatto emergere le zone più buie e le crepe più profonde di questo sistema basato sul dominio violento e sull’oppressione delle donne in tutto il mondo, e che le donne, con alla testa le femministe, hanno ben tracciato in modo lucido, netto, chiaro e senza indugi, (comprese alcune soluzioni almeno transitorie). Un femminismo che non ha ancora esaurito la sua funzione storica – come vorrebbe certa propaganda che stigmatizza la femminista come repellente strega castrante di maschi virgulti – e che, conclude Rose, ha la capacità di costringere il resto del mondo ad affrontare quello che vorrebbe piuttosto ignorare.

2 risposte »

  1. Queste sono strategie politiche di un crudo ‘pluralismo liberale’ che deve costruire e aggregare clientele nella societa’ civile per mantenere il controllo politico a livello di stato nazionale.

    La costruzione di “gruppi di donne” – ogni gruppo segmentato in dimensioni potenzialmente infinite — richiede la distruzione della “classe di donne” come soggetto unitario, e il suo rimpazzamento con una miriade di gruppi di donne che possono anche entrare in conflitto / competizione tra di loro. Una volta frammentata la ‘classe’ — come soggetto unitario — si puo’ poi riaggregare gruppi di donne che si ritrovano, o per eventi personali o per cambiamenti macro (o non cambiamenti) socioeconomici e politici, con interessi specifici. Il piu’ spesso si creano interessi specifici per disintegrare interessi esistenti, e poi reintegrare i nuovi interessi in forme nuove.

    In questo caso si disintegra la classe di donne creandone una sotto-classe (o tipo) che viene ad esistere come clientela politica con un interesse specifico. Cio’ che e’ interessante per questa sotto-classe e’ la sua fluidita’: e’ un nuovo soggetto sociale che non ha una identificazione fissa. INclude, ma solo temporaneamente, le donne-mamme nei primi tre anni. E’ quindi un contenitore con un numero pressocche’ costante di individui che pero’ cambiano da momento a momento — considerando che in ogni istante c’e’ chi entra nel contenitore e c’e’ chi esce (dopo i tre anni).

    Questa strategia e’ ‘razionale’ per quelli che oggi sono definiti come ‘political entrepreneurs’. Ma la strategia e’ cinica nella sua razionalita’: esclude da considerazione obiettivi e strategie alternative che non frammenterebbe la classe sociale di donne e non creerebbe clientele dalla frammentazione. Tali possono essere, come suggerito qui e altrove, politiche alternative che mirano a creare asili nido.

    La domanda cruciale — analitica e empirica, ma anche ideologica — concernerebbe il chiarimento di quali realta’ alternative potrebbero creare le due strategie: 80 Euro per tre anni a donne-mamme; creazioni di asili nido funzionali per tutti.

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