Mariella Gramaglia e il sogno di libertà

Mariella Gramaglia in India.
Mariella Gramaglia in India.

Ieri alla Casa Internazionale delle donne di Roma, un unico nome girava tra le sale e il giardino: Mariella Gramaglia. Un nome sussurrato, pianto, ricordato e raccontato da chi l’aveva conosciuta a chi non l’aveva mai incontrata. Occhi lucidi per la sua scomparsa dopo una lunga malattia, volti smarriti come di chi è consapevole che un altro pezzo importante della vita se ne va e vivrà solo nel ricordo e nelle parole dette o non dette. “State parlando di Mariella?”, chiedeva una donna mentre eravamo in giardino, per condividere quel dolore e quell’affetto di chi ha lottato insieme a lei.

“Mi chiamo Mariella Gramaglia – aveva scritto sul suo blog per presentarsi prima di partire per l’india –  sono nata a Ivrea e mi sono laureata in filosofia nel 1972. Tra Palazzo Campana, Mirafiori, Vanchiglia e Palazzo Nuovo ho visto molte albe lungo i viali e sotto i portici, quando Torino era fiammeggiante di molte passioni, ma non ancora swinging. Poi Roma e il femminismo, la grande scoperta della mia vita: quando i cuori delle donne hanno cominciato a cantare solo quando ne avevano voglia loro. Insieme alla politica ho cominciato il lavoro giornalistico: al Manifesto, alla Rai, al Lavoro, nelle riviste e infine a Noidonne, come direttrice nel 1985. Intanto nascevano due figli: Maddalena e Michele. Oggi due adulti, con dei bei sorrisi e due teste piene di idee”. Giornalista, scrittrice, docente, parlamentare negli anni Novanta nella Sinistra indipendente e assessora alle Pari opportunità al Comune di Roma (2001-2006), Mariella nel 2007 aveva scelto di andare a raccontare le donne in India lasciando tutto, perché le donne erano il punto intorno al quale girava tutta la sua vita: “Oggi, maggio 2007, lasciato il mio incarico di assessora, comincia una nuova storia. Vado in India, ad Ahmedabad, Gujarat, a collaborare con Sewa, un importante sindacato autonomo di donne, su incarico di Progetto Sviluppo e della Cgil. Amo l’India, ci sono stata molte volte, ma non ne voglio parlare qui sommariamente. Il blog nasce proprio per usare tutto il tempo e lo spazio che ci vuole per avvicinarmi prudente e modesta a uno dei soggetti più complicati che esistano. Dico solo che non sto scappando né dall’impegno, né dalla politica, che non ho una personalità particolarmente eroica o spericolata e che mi sto facendo un bellissimo regalo di libertà”. Un sogno di libertà che si concluse con “Indiana”, un libro fatto “nel cuore della democrazia più complicata del mondo”.

Una vita intensa, e sempre schierata dalla parte giusta, che oggi la Casa Internazionale delle donne di Roma ha voluto ricordare così, iniziando con l’incipit della poesia dedicata a lei e scritta da Edda Billi:

I SOLI SONO

LANTERNE ROSSE

ORA CHE IL TUO GIROTONDO

DI LIBERTA’

SFILA PER ALTRE CONTRADE.

MI PREME L’URLO

DEI TUOI CAPELLI

BIANCHI.

(Edda Billi)

Cara amica Mariella

Femminista, giornalista, scrittrice, parlamentare, amministratrice, critica letteraria e cinematografica… ricordare i tanti momenti creativi della storia di Mariella Gramaglia, le sue tante intuizioni di rinnovamento e di radicalità non è ancora sufficiente a dar conto della ricchezza della sua generosa esistenza e del debito che le donne, e in particolare le donne del femminismo romano, hanno verso di lei. Ora che dolorosamente dobbiamo accettare la sua perdita, i ricordi e le emozioni ci suggeriscono percorsi di riflessione sul suo modo di stare con noi, in un continuo e vivace confronto. Un luogo come la Casa internazionale delle Donne e, prima ancora, il palazzo di via del Governo Vecchio, è stato abitato da Mariella in modi, in tempi, con ruoli diversi, scanditi dalle diverse fasi del movimento e della città. Mariella è stata costruttrice di libertà femminile, non solo nel movimento femminista (come dimenticare la lucidità delle sue analisi sul venir dopo e andar oltre del movimento femminista rispetto al’68, o gli accenti appassionati nel suo ripercorrere le conquiste di quegli anni, a proposito, per esempio, del documentario di Paola Sangiovanni: “Ragazze, la vita trema”?) ma anche quando ha ricoperto ruoli importanti nell’amministrazione capitolina: la semplificazione, la cura dei tempi delle donne, la intelligente innovazione da lei messa in atto nei servizi della città hanno cambiato in meglio le nostre vite e la convivenza di tutti e tutte. Lo scrive lei stessa: “Lavorare nell’amministrazione di Roma, aprire le serrande della burocrazia, inventare nuove opportunità per i cittadini e servire la loro sovranità con fierezza, sono stati una sfida e un gusto quotidiani”. Il suo bisogno di libertà la spinse poi a cercare nuovi bandoli per capire il mondo: da qui la decisione, solo apparentemente improvvisa, di trasferirsi in India, per un progetto di cooperazione con la CGIL e con SEWA, un sindacato autonomo di donne indiane. “Lascio che le indiane e gli indiani mi cambino e mi facciano apprendere. Per guardare meglio il mio paese domani. Magari con gli occhi resi più precisi dalla lontananza con cui di solito guardiamo solo i paesi degli altri”.

In questi ultimi anni dopo il suo ritorno dall’India, anni di difficile elaborazione di lutti personali e collettivi, Mariella, coerente con la sua passione per l’impegno civile e politico (è tra le promotrici di Se non ora quando?) ha voluto approfondirne il senso e la ricchezza nella ricerca spirituale e nella “esplorazione del mondo interno”, nella profondità affettiva della relazione madre-figlia (lo straordinario, commovente dialogo con Maddalena, di cui abbiamo parlato in tante occasioni, e anche alla Casa delle Donne) come nelle raffinate analisi di testi letterari e cinematografici, che ci regalava dal sito di in-genere. Il suo ultimo bellissimo testo (in Epiche, a c. di Paola Bono e Bia Sarasini) a partire dalla trilogia di Deepa Mehta, pone domande importanti sulla possibilità per le imprese femminili di fare mondo e conferma con forza la ribellione delle donne indiane di fronte al sangue versato per la costruzione di una nazione, la necessità di affermare la loro estraneità a quella violenta grammatica elementare maschile. “Fare mondo”, spiega Mariella alla figlia, “vuol dire anche aspirare a influenzare il corso delle cose”, affermare la possibilità di libertà e costruirla, oltre le sconfitte della storia: “anche essere felici è un lavoro”.

Ciao cara amica Mariella: a Maddalena e Michele la nostra tenerezza nella gratitudine commossa del tuo ricordo.

La tua Casa Internazionale delle Donne

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