Antiviolenza: perché le parole sono importanti

10690206_10202943474207800_8703731527959418699_n
Giornata di studi al comune di Modena, “Prevenire è comunicare la violenza di genere” a cura del Centro documentazione donna

“Ormai sei di casa, ti daremo la cittadinanza onoraria!”, mi hanno gridato venerdì sera a Modena prima di ripartire per Roma dopo un un pomeriggio di studi dedicati alla narrazione della violenza sulle donne e dove ho avuto l’onore di moderare la parte dedicata ai nuovi linguaggi. Un incontro che si è svolto nella sala consigliare del comune di Modena, che offre questo spazio istituzionale per far discutere con e sulle donne, anche stavolta strapiena di uomini, donne ma soprattutto di giovani. Evento dal titolo “Prevenire è comunicare la violenza di genere”, organizzato dal Centro documentazione donna e condotto dalla presidente Vittorina Maestroni, che ha concluso un anno di progetto di ricerca sociale intitolata “Le parole per (non) dirla“, in cui ha affrontato il tema della violenza contro le donne per studiare la percezione comune e diffusa del fenomeno e di indagare le parole con cui viene descritto e analizzato. Un progetto, durato un anno, che è stato promosso del Centro documentazione donna, con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e con il patrocinio di Ministro per l’Integrazione, Provincia di Modena e Comune di Modena.

Nell’incontro modenese è stato nuovamente battuto il tasto sul bisogno di cambiare la cultura, sulla necessità di trasformare la mentalità come forma di prevenzione stessa alla violenza. Su questo, e con osservatori e analisi su diversi fronti, sono intervenut* Serena Ballista, Monica Martinelli, Elisa Coco, Stefano Ferrari, Daniela Ricci, Silvia Bonacini, Serena Bersani , Roberta Mori, Marco Deriu, Judith Pinnock, Ingrid Caporione e altr*, ma tutti e tutte hanno sottolineato l’importanza di cambiare la testa soprattutto quella delle persone che hanno responsabilità in luoghi strategici come giornalisti, educatori, insegnanti, politici, magistrati, ecc.

In particolare Elisa Coco ci ha descritto la nascita e la realizzazione della campagna d’informazione sulla violenza contro le donne “NOINO” che è nata proprio nominando la responsabilità degli uomini più che mettere sempre in esposizione la donna come vittima piena di lividi e ferite. “Noi di comunicattive – ha detto Coco – abbiamo voluto volontariamente e per scelta evitare di esibire nuovamente lo stereotipo della donna picchiata e con il viso tumefatto per questa campagna di sensibilizzazione, e abbiamo preferito mettere in evidenza la responsabilità del soggetto maschile coinvolgendo gli uomini perché la violenza sulle donne riguarda loro in prima persona”. Serena Bersani, della rete Giulia, ha fatto una carrellata su come i media continuino, malgrado le campagne d’informazione e il martellamento anche mediale, a chiamare il femminicidio “raptus di follia” o “delitto passionale”, e come si dia spazio più alla morbosità che alla realtà dei fatti: “Un po’ di tempo fa – dice Bersani – c’è stato un femminicidio-suicidio in cui l’uomo ha tentato una violenza su una donna che ha poi ucciso, uomo che prima di suicidarsi ha inscenato le morti con un gioco erotico lasciando anche un bigliettino scritto per descrivere la dinamica dell’accaduto. Un fatto – continua – che i giornali hanno buttato in prima pagina titolando addirittura “Sesso e morte”. Quando però poi le indagini hanno portato a galla la verità, ovvero che si trattava di una donna che aveva portato da mangiare a questo uomo il quale aveva tentato di violentarla fino a ucciderla, la rettifica del fatto è stata messa alla decima pagina, e ora se comunque si cerca il nome di quella donna, si troverà associata a un evento che non la riguardava affatto, cioè protagonista, suo malgrado, di un gioco erotico mai avvenuto. Cioè, ha preso il sopravvento lo scoop a tinte fosche che non la realtà dei fatti”.

Esilarante l’intervento conclusivo dell’assessora alle pari opportunità del comune di Modena, Ingrid Caporione, che ha descritto in maniera illuminante la realtà di una cittadina come Modena, che certamente è molto più avanzata di altre sul piano pratico, dove ha faticato a farsi chiamare assessora, più o meno come descritto un anno fa dalla presidente della camera Laura Boldrini sul fatto che veniva (ed è ancora) chiamata signor presidente: “All’inizio, quando li riprendi perché ti chiamano assessore, sorridono – racconta Caporione –  ma poi quando insisti ti chiedono perché vuoi essere chiamata assessora, in fondo è brutto, suona male. Infine ti chiamano assessora per farti piacere, quasi fosse un complimento, un sovrappiù, una concessione. Ma la cosa importante è che se tu non ne fai passare neanche una e tutte le volte li correggi, alla fine si abituano e non ci fanno più caso”.

Pubblico di seguito, e con il suo permesso, la relazione di Judith Pinnock, psicologa e psicoterapeuta nonché autrice, tra le altre pubblicazioni e insieme a Serena Ballista, del libro Bellezza femminile e verità. Modelli e ruoli nella comunicazione sessista” (Fausto Lupetti, 2012). Un intervento interessante su come i luoghi comuni siano duri a morire e come un approccio sistematico rispetto a questi stereotipi sia fondamentale per comprenderne la portata e, finalmente, decostruirli per creare un nuovo tipo di linguaggio e di relazione tra gli esseri umani.

 


In occasione della giornata di studi “Prevenire è comunicare la violenza di genere”  a cura del Centro documentazione donna a conclusione del progetto “Le parole per (non) dirla

Comune di Modena – 26/09/2014 

LE PAROLE TRA I GENERI

di Judith Pinnock

Da più di dieci anni il Centro documentazione donna[1] (d’ora in poi CDD) ha diretto il proprio sguardo ed i propri interventi sulle relazioni tra i generi all’interno della coppia. Lo ha fatto ad esempio occupandosi di conciliazione di tempi di vita e di lavoro, tema diffuso ma nel quale non tutti puntano l’attenzione su un aspetto fondamentale, la condivisione dei lavori di cura, che, se tralasciato, non fa che confermare lo stereotipo ed il modello della donna “angelo del focolare” che si trasforma, in una visione solo apparentemente pro-femminile, in una sorta di super eroina che riesce, appunto, a conciliare non solo il lavoro fuori casa con quello dentro casa, ma anche con il proprio tempo libero. Se poi il tempo libero consiste nella personale capacità organizzativa incrociata con le opportunità offerte dal proprio territorio, per cui mentre si portano i bambini a nuoto ci si infila la lezione di yoga, tanto meglio. La super donna è servita.

Anche quando il CDD si è dedicato ad azioni volte a prevenire la violenza di genere ha puntato l’attenzione su cosa, nella relazione di coppia, assuma la veste di sintomo spia di un rapporto basato sul controllo e sul possesso invece che su rispetto e riconoscimento di pari dignità dell’altra/o, a partire da ciò che accade nelle coppie di adolescenti, incontrati in tanti laboratori svolti nelle scuole superiori, ma anche investigando sull’immaginario condiviso da individui ancora più giovani, nelle scuole medie e addirittura elementari.

Quest’anno la visione del CDD si è completata aggiungendo la ricerca/intervento sui genitori di bambini in età di asilo nido e scuola d’infanzia, su come e quanto, quindi, le loro convinzioni sui generi vengano trasferite ai più piccoli. Infine, un progetto, Le parole per (non) dirla, ha dato l’opportunità di confrontarsi con due gruppi di adulti, uno di donne ed uno di uomini, con diversa provenienza e competenze professionali. Parto da questi.

Ai due gruppi sono state poste alcune domande, le stesse per tutti, che volevano sondare il sentire comune rispetto alla violenza contro le donne ed al ruolo ricoperto o attribuito ai due generi in questo contesto. Mi soffermo sull’ultima domanda: “Secondo voi, che cosa dovrebbero fare le donne e che cosa dovrebbero fare gli uomini per contrastare la violenza di genere?”. Andando oltre le previsioni e le aspettative sulle possibili risposte, le persone partecipanti hanno prodotto interessanti riflessioni sui due generi e, di conseguenza, le osservazioni che seguono sulle loro affermazioni. Ad esempio, la discussione ha avuto un carattere di maggiore complessità negli uomini, le donne sembravano ripiegate su se stesse, con affermazioni che, nello stile, richiamano la tendenza delle donne maltrattate di cercare di cambiare i propri compagni violenti (termini frequenti: la relazione, parlare, la terapia di coppia, parlare con le amiche).

Gli uomini sembravano dibattuti tra una necessità di far evolvere e aumentare i propri registri comunicativi (trasformare il maschile, esprimere la tenerezza) e l’essere bloccati in un maschile ancestrale, dove l’istinto è solo quello della pulsione funzionale e non anche quello legato ad emotività e relazione (se un uomo non può sfogare le sue pulsioni sessuali diventa violento).

Interessante il fatto che un uomo, rispetto a questa domanda, e una donna, rispetto ad una domanda precedente, abbiamo espresso la convinzione che l’uomo sia giustificato nel cercare altrove soddisfazione alle pulsioni se la compagna non dà loro risposta (U. Gli uomini devono parlare di più con le proprie compagne e chiedere all’interno della coppia ciò che chiedono all’esterno, non è detto che non sia un’esigenza anche delle donne soddisfare il proprio compagno. D. E’ malato chi va con le minorenni e invece non controlla i propri impulsi con la coniuge).

Infine, merita una considerazione il fatto che le donne non abbiano espresso alcuna opinione rispetto a ciò che dovrebbero/potrebbero fare gli uomini per contrastare la violenza di genere. Ciò appare del tutto coerente con la generale e diffusa convinzione che il problema della violenza sia una questione femminile, da ricondurre alla capacità delle donne di difendersi, o di evitare situazioni a rischio, o di dover intraprendere azioni per il cambiamento della cultura che provoca la violenza contro le donne.

Rispetto al contesto di questa tavola rotonda, mi sembra interessante evidenziare alcune risposte, raccolte in macro temi, date dagli uomini:

LA RELAZIONE

 “Bisogna ripensare le relazioni affettive nelle coppie”. “La relazione è legata al consumo come merce, manca la complessità del vivere l’altro nei suoi bisogni e nelle sue richieste, anche tramite il conflitto”. “Bisogna fare le cose insieme”. “Uomini e donne insieme devono lavorare sulla cultura sessista e l’affettività, dando valore alle parole che identificano stati d’animo”.

LA CULTURA

“Dobbiamo cambiare il linguaggio, come dire che chi va con tante donne è figo: è un termine maschilista”. “Fin dalle scuole primarie bisogna fare educazione sessuale ed emotiva”. “Bisogna dare il buon esempio”. “Il sistema educativo deve concentrarsi sulla consapevolezza più che sulla conoscenza”.

LE DONNE

“Una donna determinata fa paura”. “Le donne devono affrontare il tema della sessualità”. “Le donne devono smettere di giocare con la propria appartenenza di genere, chi è emancipata non deve giocare per ottenere dei vantaggi”. “Le donne devono essere più forti, cercare aiuto”. “Le donne devono esercitare il potere che hanno, non solo quello di rompere le scatole”.

GLI UOMINI

“Andare con le ragazzine mette meno in crisi, con una prostituta c’è parità”. “Il maschio dovrebbe essere più donna, le donne più donne, c’è un modo femminile di fare le cose”. “Gli uomini devono accogliere le proprie pulsioni, capire che sono sostitutive di bisogni non espressi”. “Anche l’uomo deve riscoprire atteggiamenti di tenerezza, che non deve essere appannaggio del mondo femminile. Bisogna trasformare il maschile, far emergere la tenerezza latente”.

Queste riflessioni mi fanno venire in mente cosa dice la filosofa Michela Marzano sulla relazione di coppia:

In amore, il giusto e l’ingiusto non hanno alcun senso. Siamo tutti “giusti” e tutti “sbagliati”. Perché, in fondo, nessuno di noi può colmare il vuoto che l’altro si porta dentro. Quel vuoto che ci abita e che ci tormenta tutti. Quel “qualcosa di assente” cui non si riesce mai a dare un nome preciso e che, nonostante tutto, c’è, e fa male. Il principe azzurro, una volta che diventiamo grandi, è proprio questo: quella persona che dovrebbe essere capace di occupare lo spazio vuoto che abbiamo in noi, esattamente quello e nient’altro. Occupare quel posto che gli abbiamo preparato da sempre. Senza muoversi e senza far rumore. Per mettere a tacere le nostre ansie e saziare i nostri desideri.

E poi? E poi, se veramente qualcuno prova ad occupare quello spazio vuoto e a tacere, allora sì che soffochiamo e moriamo. Almeno da un punto di vista psichico. Oppure è lui che soffoca e muore. Perché rinuncia al proprio desiderio e si trasforma in un semplice oggetto. Come accadeva un tempo alle nostre nonne. Silenziose e mansuete per non disturbare il marito. Prima di rendersi conto che la vita era passata e che, invece di aver trovato il principe azzurro, erano state accanto ad un padrone…

La condivisione non fa sognare nessuno. Ma l’amore ne è impastato. Quando sai che qualunque cosa accada, “lui” o “lei” ti sono vicini. A loro modo, certo. Ma ci sono. Ecco perché il famoso “ti amo” dovrebbe forse essere sostituito da un ben più sgrammaticato “io amo con te”. È quel semplice “con” che fa tutta la differenza. Visto che nell’amore è “con” l’altro che si cerca di attraversare il vuoto che ci si porta dentro. È “con” l’altro che si scopre pian piano che, nella vita, è tutto un andirivieni tra l’“io” che parla e il “tu” che ascolta nella speranza di colmare quella distanza che ci separa da noi stessi. La “con-divisione” è proprio questo: pensare e sentire “con” l’altro anche quando si è diversi, non la si pensa nello stesso modo, si agisce in modo differente[2].

Marzano arriva dunque ad evocare la differenza, nel rapporto con l’altro. Trovo questo elemento emblematico, se pensiamo che il nostro sviluppo evolutivo passa proprio da una tappa obbligata: il passaggio dalla percezione di un sé corporeo, indistinto, tutt’uno con l’ambiente, un IO abnorme, assoluto ed egocentrico alla scoperta dell’esistenza di un TU. È questa scoperta che, paradossalmente, permette la vera consapevolezza del sé inserendolo in un mondo fatto di oggetti e relazioni, dunque a loro volta soggetti di relazione. Dice ancora Marzano:

Gelosia e possesso, con l’amore, c’entrano poco o niente. Perché l’amore è fatto anche di distanza e di separazione. L’amore è fatto anche di rispetto dell’alterità. L’amore è fatto soprattutto di libertà. Ecco perché uno degli errori più grandi che si possano fare quando si ama, è proprio confondere l’amore con la volontà di controllo e di possesso. Quando si pensa che l’altro ci appartenga completamente. E allora lo si tratta come un oggetto che ci si illude di poter spostare a piacimento, trovandolo ogni volta nel posto esatto in cui lo si è lasciato[3].

Chiude bene questa prima riflessione il confronto tra due affermazioni fatte una nel gruppo delle donne che citavo prima e l’altra nel gruppo degli uomini:

  1. Gli uomini ci guardano e vedono oggetti
  2. Il nostro sguardo è sempre all’opera.

Che cosa raccontano queste due frasi, così tragicamente complementari, se non la dannazione di due ruoli contrapposti, asfittici, stereotipati e modellizzanti? Chi è l’artefice di un dictat così impositivo?

Molto recentemente ho visto su un social network, facebook, questa immagine, pubblicata da una mia amicacon alcuni commenti molto positivi per il cambiamento e l’apertura mentale che rappresenta:

foto pinnock

Vi invito ad osservarla prima di leggere il mio commento. Che cosa notate?

Ora vi dico la mia. Le spose sono tutte vestite di bianco. Tutte. Compreso, cioè, uno degli sposi della coppia gay. Gli sposi hanno tutti, in modi diverso, un atteggiamento protettivo. Tutti. Compreso uno degli sposi della coppia gay. La coppia in alto a destra lo rappresenta in modo classico: lo sposo è più alto, la sposa è leggiadra, lo sposo è saldamente in piedi, la sposa è appesa al collo dello sposo in una postura quasi da danzatrice. Nella coppia in basso a destra è lo sposo che guida l’automobile. La coppia composta da Topolino e Minnie è fuori concorso, si sa che tra gli eterni fidanzati uno sviluppo materiale della loro relazione non è mai stato previsto! La coppia al centro, quella composta da due uomini, ci mostra un personaggio vestito con giacca nera che, con fare protettivo ed espressone seria, tiene un braccio sulle spalle dell’altro, il secondo personaggio ha la giacca bianca, sorride, ha le mani pudicamente conserte, gli occhi vezzosamente rivolti verso il compagno.

A quanto pare, gli stereotipi non risparmiano nessuna coppia. Dice Jamison Green, esperto di cultura queer e di questioni transgender: “Genere e genitali costituiscono la roccaforte del controllo che vincola ogni persona ad un ordine sociale che ha serie difficoltà a tollerare la diversità o il cambiamento”. Secondo gli autori queer il dualismo sessuale non è inevitabile, è solo un prodotto delle società vincolate alla riproduzione. Non è inevitabile, ma difficilissimo da evitare, tanto che nelle coppie lesbiche si riproducono, a volte, i ruoli etero con il fenomeno delle butch (lesbiche mascoline) e delle loro compagne femme (lesbiche femminili ma anche gay femminili), spesso rimandandoci una visione della mascolinità e della femminilità talmente esasperate ed eccessive da respingerci.

La cultura queer, le nuove piste seguite dall’anarco femminismo, con le loro rivendicazioni rispetto all’assoluta e non negoziabile peculiarità di ciascun individuo, aprono nuovi scenari: non c’è solo l’adesione, più o meno inconsapevole e automatica, ad una visione stereotipata del maschile e del femminile, ma anche, forse, la consapevole pressione, in tale direzione, da parte di un sociale che ci vuole facilmente incasellabili e quindi governabili.

Suggerisce ancora Michela Marzano:

È solo nell’intimità delle relazioni affettive che si esce dai meccanismi perversi dell’anonimato e dell’intercambiabilità. Non solo perché l’amore non lo si merita e non lo si guadagna – non basta impegnarsi o fare tutto quello che si pensa di dover fare per essere amati; o si è amati, oppure no; e quando si è amati lo si è per quello che si è, indipendentemente dagli sforzi o dalle competenze acquisite. Ma anche e soprattutto perché nell’amore nessuno è intercambiabile. Chi mi ama, ama me, esattamente me, solo me. E anche se un giorno dovesse amare un’altra persona, quella persona occuperebbe un altro posto e non potrebbe mai prendere il mio. Quello che ho occupato o occupo io. Quello che corrisponde solo a me, perché sono unica e diversa da tutti gli altri.

L’amore è anticapitalistico. Ed è per questo che, anche quando tutto crolla, resiste e ci permette di sopportare la violenza dell’anonimato contemporaneo. E anche quando tutto intorno a noi ci urla che siamo inutili e non serviamo a nulla, l’amore ci sussurra che non è vero, che non è così, che siamo speciali. L’unicità di quello sguardo che ci riconosce e che non ne vuol sapere niente di tutte quelle persone che cercano di occupare il nostro posto e di buttarci via. L’unicità di quelle parole – esattamente quelle – che ci accolgono la sera anche quando sono un po’ stanche e un po’ distratte. Solo perché “sono io”. Ecco perché è proprio in questo periodo di crisi, che abbiamo tanto bisogno dell’amore[4].

Come proseguire la nostra lotta contro la discriminazione che scaturisce da questa cultura dominante? Questo forse è già stato detto, in modo anche così efficace da essere stato inserito in molte normative: intervenire sulla cultura, investire sull’educazione dei giovani. Benissimo, ma attenzione: si sente usare in modo indifferenziato i termini educazione sentimentale, educazione emotiva, educazione alla socialità, educazione civica. Non sono la stessa cosa. E, lasciati a se stessi, sono contenitori vuoti. Pongo una semplice domanda: quale Maestra o Maestro possono insegnare sentimenti ed emozioni? Quali competenze devono avere? E nel curriculum? Quali esperienze devono aver fatto? Devono avere molto amato, od essere stati molto amati? O, come diceva un mio insegnante all’università, grande psicoanalista contemporaneo, devono aver amato ed essere stati amati, aver tradito ed essere stati traditi, aver lasciato ed essere stati lasciati… Difficile da definire.

E quali saranno i contenuti delle lezioni, le materie? Io, ad esempio, credo che in questo ambito valga molto più saper ascoltare che saper dire, molto più osservare che proporre. E penso anche che ci sia tanto da imparare dalle giovani generazioni, quelle che andiamo disperatamente inseguendo perché ci appaiono evanescenti, sfuggenti, invisibili. Rendiamoci noi invisibili, affinché non abbiano paura di essere ciò che sono.

Concludo il mio ragionamento con uno stimolo molto interessante che proviene da uno scritto prodotto da un giovane anarco queer – questa è la definizione che si dà – Chriss Crass, nell’articolo “Cose di me che mi spaventano”, che è già un bell’inizio:

Una cooperazione tra gli uomini per superare la supremazia mascolina è solo una strategia necessaria, tra tante altre, per sviluppare un movimento di liberazione delle donne multirazziale, antirazzista, femminista, di liberazione omo e transessuale. Come un uomo può farsi carico di questa lotta? Ad esempio, in un’organizzazione, gli uomini possono prendersi solo pochi minuti per parlare durante le riunioni; prendersi la responsabilità dei luoghi dove si svolgono le riunioni; fare attenzione ai bambini; fare fotocopie e altri lavori poco affascinanti. Chiedere alle donne e ad altre persone discriminate dal proprio genere che si assumano le funzioni che normalmente si prendono gli uomini (come proporre tattiche e strategie, rappresentare il gruppo, moderare le riunioni). Essere coscienti di chi ascolta di più e controllare l’ansia di protagonismo.

Nel suo articolo l’autore compie un vero e proprio viaggio alla scoperta stupefacente di quanto il sessismo gli appartenga, nonostante lui pensasse di esserne indenne. Chiudo con una sua presa di coscienza molto interessante, che ci spiega quelle due affermazioni contrapposte? “Gli uomini ci guardano e vedono oggetti – Il nostro sguardo è sempre all’opera”. Crass, onestamente, riconosce:

Sono cosciente del fatto che mai mi è capitato di perdere la concentrazione mentre un uomo mi parlava perché avevo pensieri sessuali su di lui. Sono totalmente a favore della passione, del desiderio sessuale e della politica a favore del sesso. Questi non sono problemi. Il problema è il potere, il diritto che sentiamo molti noi uomini di trattare le donne come oggetti sessuali, la marginalizzazione della partecipazione delle donne con il filtro del desiderio mascolino eterosessuale.

C’è questo, nel futuro della lotta contro la discriminazione di genere. La scoperta del “con”, quindi condivisione, concertazione, contaminazione, congiungimento, la scoperta dell’intimità e della distanza, del rispetto e della differenza. Dall’io al noi, passando per il tu.


[1] Il Centro documentazione donna di Modena, Associazione femminile e Istituto culturale di ricerca, nato nel 1996 dalla volontà di un gruppo di donne di creare un luogo per la conservazione e la fruizione pubblica delle fonti per la storia delle donne in età contemporanea, opera nel settore della promozione della cultura della differenza di genere. Il CDD lavora affinché il punto di vista delle donne si affermi in ogni ambito della vita sociale, politica e culturale, attraverso molteplici attività raggruppabili per categorie: promozione di iniziative culturali; elaborazione e ricerca storica e sociale; formazione e trasmissione; documentazione archivistica e libraria; progetti educativi e didattici.

[2] Dal blog di Michela Marzano (https://marzanomichela.wordpress.com/) che ha sviluppato lo stesso tema in forma più estesa, per un approfondimento cfr. Michela Marzano, L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore, Utet, Torino 2013.

[3] Ib.

[4] Ib.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...