In diretta dall’inferno: i libri inchiesta di Lydia Cacho

La giornalista Lydia Cacho

La giornalista Lydia Cacho

Arriva in Italia tradotto e pubblicato da Fandango “Los Demonios del Eden” (2005), dove la giornalista senza paura, Lydia Cacho, racconta il traffico delle bambine, gli stupri, il mercato del sesso. In sintesi: l’inferno. Per ricordare tutto il lavoro della giornalista messicana, riporto qui la recensione di “Memorie di un’infamia” (Lydia Cacho, Fandango, 2011, 16,50 euro) che ho fatto due anni fa su “Le monde Diplomatique”, dove si parla anche dei “Demoni dell’Eden” che Lydia Cacho verrà a presentare in Italia e che dalla prossima settimana sarà a Roma con un imperdibile appuntamento alla Casa Internazionale delle donne.

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Memorie di un’infamia – Lydia Cacho Fandango, 2011, 16,50 euro

«Metti che dico a Lesly Portamene una di 4 anni, e lei mi dice: Se la sono già scopata, io lo vedo se l’hanno già scopata vedo se è il caso di metterglielo dentro o no. Tu lo sai che è il mio vizio, no? È una stronzata ma non so resistere, e lo so che è un reato e che è proibito però è talmente facile, una bambina piccola non ha difese, la convinci in un amen e la prendi». Lydia Cacho ha cominciato da qui, dalle immagini di una confessione strappata da una telecamera nascosta a Jean Succar Kuri, imprenditore pedofilo coinvolto nel trafficking di bambine e adolescenti all’interno di una rete internazionale e coperto da importanti esponenti politici e uomini d’affari probabilmente, anche loro, implicati nel traffico. Un’inchiesta che ha portato la giornalista messicana prima alla pubblicazione di Los Demonios del Eden (2005), dove racconta il traffico delle bambine, gli stupri, il mercato del sesso all’interno di una rete con «molteplici connessioni internazionali», frutto di una vasta e capillare raccolta di documentazione e di materiale pedopornografico, con video e foto, in cui la scrittrice non ha paura di fare nomi e cognomi dei responsabili; e poi a Memorie di un’infamia (2011) dove racconta anche la sua storia, il suo incubo personale. Accusata di diffamazione e calunnia, a causa del primo libro, dagli stessi responsabili del trafficking, Lydia Cacho non sapeva di aver messo il dito su una piaga che coinvolgeva non solo l’imprenditore Succar ma un intero entourage politico fatto di legami e clientelismi, che l’avrebbe portata quasi a morire per mano della polizia giudiziaria corrotta. Arrestata, sequestrata, torturata, portata in un carcere fuori la sua giurisdizione, Lydia è viva per miracolo, e dopo essere stata coinvolta in processi senza fine, riceve ancora oggi minacce di morte. Ed è per questo che è importante parlare di lei, perché oltre al suo coraggio è viva anche «grazie alla mobilitazione dell’opinione pubblica e all’appoggio di colleghi e colleghe del mondo del giornalismo e, più in generale, di quello dei mezzi di comunicazione», come spiega lei stessa, perché se il suo caso non fosse diventato pubblico e se il suo arresto non fosse balzato ai mass media al momento del suo prelievo coatto, il suo corpo sarebbe stato probabilmente ritrovato in mare senza vita. Un esempio di giornalismo militante che acquista i suo potere «quando dà voce a chi è stato costretto a tacere dalla forza schiacciante della violenza», uno dei motivi per cui Lydia Cacho, insieme a Roberto Saviano, ha ricevuto pochi giorni fa l’Olof Palme Prize 2012, il premio svedese destinato a chi lotta per la libertà, per la «instancabile, altruista e spesso solitaria battaglia per i loro ideali e per i diritti umani».

Antiviolenza: perché le parole sono importanti

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Giornata di studi al comune di Modena, “Prevenire è comunicare la violenza di genere” a cura del Centro documentazione donna

“Ormai sei di casa, ti daremo la cittadinanza onoraria!”, mi hanno gridato venerdì sera a Modena prima di ripartire per Roma dopo un un pomeriggio di studi dedicati alla narrazione della violenza sulle donne e dove ho avuto l’onore di moderare la parte dedicata ai nuovi linguaggi. Un incontro che si è svolto nella sala consigliare del comune di Modena, che offre questo spazio istituzionale per far discutere con e sulle donne, anche stavolta strapiena di uomini, donne ma soprattutto di giovani. Evento dal titolo “Prevenire è comunicare la violenza di genere”, organizzato dal Centro documentazione donna e condotto dalla presidente Vittorina Maestroni, che ha concluso un anno di progetto di ricerca sociale intitolata “Le parole per (non) dirla“, in cui ha affrontato il tema della violenza contro le donne per studiare la percezione comune e diffusa del fenomeno e di indagare le parole con cui viene descritto e analizzato. Un progetto, durato un anno, che è stato promosso del Centro documentazione donna, con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e con il patrocinio di Ministro per l’Integrazione, Provincia di Modena e Comune di Modena.

Nell’incontro modenese è stato nuovamente battuto il tasto sul bisogno di cambiare la cultura, sulla necessità di trasformare la mentalità come forma di prevenzione stessa alla violenza. Su questo, e con osservatori e analisi su diversi fronti, sono intervenut* Serena Ballista, Monica Martinelli, Elisa Coco, Stefano Ferrari, Daniela Ricci, Silvia Bonacini, Serena Bersani , Roberta Mori, Marco Deriu, Judith Pinnock, Ingrid Caporione e altr*, ma tutti e tutte hanno sottolineato l’importanza di cambiare la testa soprattutto quella delle persone che hanno responsabilità in luoghi strategici come giornalisti, educatori, insegnanti, politici, magistrati, ecc.

In particolare Elisa Coco ci ha descritto la nascita e la realizzazione della campagna d’informazione sulla violenza contro le donne “NOINO” che è nata proprio nominando la responsabilità degli uomini più che mettere sempre in esposizione la donna come vittima piena di lividi e ferite. “Noi di comunicattive – ha detto Coco – abbiamo voluto volontariamente e per scelta evitare di esibire nuovamente lo stereotipo della donna picchiata e con il viso tumefatto per questa campagna di sensibilizzazione, e abbiamo preferito mettere in evidenza la responsabilità del soggetto maschile coinvolgendo gli uomini perché la violenza sulle donne riguarda loro in prima persona”. Serena Bersani, della rete Giulia, ha fatto una carrellata su come i media continuino, malgrado le campagne d’informazione e il martellamento anche mediale, a chiamare il femminicidio “raptus di follia” o “delitto passionale”, e come si dia spazio più alla morbosità che alla realtà dei fatti: “Un po’ di tempo fa – dice Bersani – c’è stato un femminicidio-suicidio in cui l’uomo ha tentato una violenza su una donna che ha poi ucciso, uomo che prima di suicidarsi ha inscenato le morti con un gioco erotico lasciando anche un bigliettino scritto per descrivere la dinamica dell’accaduto. Un fatto – continua – che i giornali hanno buttato in prima pagina titolando addirittura “Sesso e morte”. Quando però poi le indagini hanno portato a galla la verità, ovvero che si trattava di una donna che aveva portato da mangiare a questo uomo il quale aveva tentato di violentarla fino a ucciderla, la rettifica del fatto è stata messa alla decima pagina, e ora se comunque si cerca il nome di quella donna, si troverà associata a un evento che non la riguardava affatto, cioè protagonista, suo malgrado, di un gioco erotico mai avvenuto. Cioè, ha preso il sopravvento lo scoop a tinte fosche che non la realtà dei fatti”.

Esilarante l’intervento conclusivo dell’assessora alle pari opportunità del comune di Modena, Ingrid Caporione, che ha descritto in maniera illuminante la realtà di una cittadina come Modena, che certamente è molto più avanzata di altre sul piano pratico, dove ha faticato a farsi chiamare assessora, più o meno come descritto un anno fa dalla presidente della camera Laura Boldrini sul fatto che veniva (ed è ancora) chiamata signor presidente: “All’inizio, quando li riprendi perché ti chiamano assessore, sorridono – racconta Caporione –  ma poi quando insisti ti chiedono perché vuoi essere chiamata assessora, in fondo è brutto, suona male. Infine ti chiamano assessora per farti piacere, quasi fosse un complimento, un sovrappiù, una concessione. Ma la cosa importante è che se tu non ne fai passare neanche una e tutte le volte li correggi, alla fine si abituano e non ci fanno più caso”.

Pubblico di seguito, e con il suo permesso, la relazione di Judith Pinnock, psicologa e psicoterapeuta nonché autrice, tra le altre pubblicazioni e insieme a Serena Ballista, del libro Bellezza femminile e verità. Modelli e ruoli nella comunicazione sessista” (Fausto Lupetti, 2012). Un intervento interessante su come i luoghi comuni siano duri a morire e come un approccio sistematico rispetto a questi stereotipi sia fondamentale per comprenderne la portata e, finalmente, decostruirli per creare un nuovo tipo di linguaggio e di relazione tra gli esseri umani.

 


In occasione della giornata di studi “Prevenire è comunicare la violenza di genere”  a cura del Centro documentazione donna a conclusione del progetto “Le parole per (non) dirla

Comune di Modena – 26/09/2014 

LE PAROLE TRA I GENERI

di Judith Pinnock

Da più di dieci anni il Centro documentazione donna[1] (d’ora in poi CDD) ha diretto il proprio sguardo ed i propri interventi sulle relazioni tra i generi all’interno della coppia. Lo ha fatto ad esempio occupandosi di conciliazione di tempi di vita e di lavoro, tema diffuso ma nel quale non tutti puntano l’attenzione su un aspetto fondamentale, la condivisione dei lavori di cura, che, se tralasciato, non fa che confermare lo stereotipo ed il modello della donna “angelo del focolare” che si trasforma, in una visione solo apparentemente pro-femminile, in una sorta di super eroina che riesce, appunto, a conciliare non solo il lavoro fuori casa con quello dentro casa, ma anche con il proprio tempo libero. Se poi il tempo libero consiste nella personale capacità organizzativa incrociata con le opportunità offerte dal proprio territorio, per cui mentre si portano i bambini a nuoto ci si infila la lezione di yoga, tanto meglio. La super donna è servita.

Anche quando il CDD si è dedicato ad azioni volte a prevenire la violenza di genere ha puntato l’attenzione su cosa, nella relazione di coppia, assuma la veste di sintomo spia di un rapporto basato sul controllo e sul possesso invece che su rispetto e riconoscimento di pari dignità dell’altra/o, a partire da ciò che accade nelle coppie di adolescenti, incontrati in tanti laboratori svolti nelle scuole superiori, ma anche investigando sull’immaginario condiviso da individui ancora più giovani, nelle scuole medie e addirittura elementari.

Quest’anno la visione del CDD si è completata aggiungendo la ricerca/intervento sui genitori di bambini in età di asilo nido e scuola d’infanzia, su come e quanto, quindi, le loro convinzioni sui generi vengano trasferite ai più piccoli. Infine, un progetto, Le parole per (non) dirla, ha dato l’opportunità di confrontarsi con due gruppi di adulti, uno di donne ed uno di uomini, con diversa provenienza e competenze professionali. Parto da questi.

Ai due gruppi sono state poste alcune domande, le stesse per tutti, che volevano sondare il sentire comune rispetto alla violenza contro le donne ed al ruolo ricoperto o attribuito ai due generi in questo contesto. Mi soffermo sull’ultima domanda: “Secondo voi, che cosa dovrebbero fare le donne e che cosa dovrebbero fare gli uomini per contrastare la violenza di genere?”. Andando oltre le previsioni e le aspettative sulle possibili risposte, le persone partecipanti hanno prodotto interessanti riflessioni sui due generi e, di conseguenza, le osservazioni che seguono sulle loro affermazioni. Ad esempio, la discussione ha avuto un carattere di maggiore complessità negli uomini, le donne sembravano ripiegate su se stesse, con affermazioni che, nello stile, richiamano la tendenza delle donne maltrattate di cercare di cambiare i propri compagni violenti (termini frequenti: la relazione, parlare, la terapia di coppia, parlare con le amiche).

Gli uomini sembravano dibattuti tra una necessità di far evolvere e aumentare i propri registri comunicativi (trasformare il maschile, esprimere la tenerezza) e l’essere bloccati in un maschile ancestrale, dove l’istinto è solo quello della pulsione funzionale e non anche quello legato ad emotività e relazione (se un uomo non può sfogare le sue pulsioni sessuali diventa violento).

Interessante il fatto che un uomo, rispetto a questa domanda, e una donna, rispetto ad una domanda precedente, abbiamo espresso la convinzione che l’uomo sia giustificato nel cercare altrove soddisfazione alle pulsioni se la compagna non dà loro risposta (U. Gli uomini devono parlare di più con le proprie compagne e chiedere all’interno della coppia ciò che chiedono all’esterno, non è detto che non sia un’esigenza anche delle donne soddisfare il proprio compagno. D. E’ malato chi va con le minorenni e invece non controlla i propri impulsi con la coniuge).

Infine, merita una considerazione il fatto che le donne non abbiano espresso alcuna opinione rispetto a ciò che dovrebbero/potrebbero fare gli uomini per contrastare la violenza di genere. Ciò appare del tutto coerente con la generale e diffusa convinzione che il problema della violenza sia una questione femminile, da ricondurre alla capacità delle donne di difendersi, o di evitare situazioni a rischio, o di dover intraprendere azioni per il cambiamento della cultura che provoca la violenza contro le donne.

Rispetto al contesto di questa tavola rotonda, mi sembra interessante evidenziare alcune risposte, raccolte in macro temi, date dagli uomini:

LA RELAZIONE

 “Bisogna ripensare le relazioni affettive nelle coppie”. “La relazione è legata al consumo come merce, manca la complessità del vivere l’altro nei suoi bisogni e nelle sue richieste, anche tramite il conflitto”. “Bisogna fare le cose insieme”. “Uomini e donne insieme devono lavorare sulla cultura sessista e l’affettività, dando valore alle parole che identificano stati d’animo”.

LA CULTURA

“Dobbiamo cambiare il linguaggio, come dire che chi va con tante donne è figo: è un termine maschilista”. “Fin dalle scuole primarie bisogna fare educazione sessuale ed emotiva”. “Bisogna dare il buon esempio”. “Il sistema educativo deve concentrarsi sulla consapevolezza più che sulla conoscenza”.

LE DONNE

“Una donna determinata fa paura”. “Le donne devono affrontare il tema della sessualità”. “Le donne devono smettere di giocare con la propria appartenenza di genere, chi è emancipata non deve giocare per ottenere dei vantaggi”. “Le donne devono essere più forti, cercare aiuto”. “Le donne devono esercitare il potere che hanno, non solo quello di rompere le scatole”.

GLI UOMINI

“Andare con le ragazzine mette meno in crisi, con una prostituta c’è parità”. “Il maschio dovrebbe essere più donna, le donne più donne, c’è un modo femminile di fare le cose”. “Gli uomini devono accogliere le proprie pulsioni, capire che sono sostitutive di bisogni non espressi”. “Anche l’uomo deve riscoprire atteggiamenti di tenerezza, che non deve essere appannaggio del mondo femminile. Bisogna trasformare il maschile, far emergere la tenerezza latente”.

Queste riflessioni mi fanno venire in mente cosa dice la filosofa Michela Marzano sulla relazione di coppia:

In amore, il giusto e l’ingiusto non hanno alcun senso. Siamo tutti “giusti” e tutti “sbagliati”. Perché, in fondo, nessuno di noi può colmare il vuoto che l’altro si porta dentro. Quel vuoto che ci abita e che ci tormenta tutti. Quel “qualcosa di assente” cui non si riesce mai a dare un nome preciso e che, nonostante tutto, c’è, e fa male. Il principe azzurro, una volta che diventiamo grandi, è proprio questo: quella persona che dovrebbe essere capace di occupare lo spazio vuoto che abbiamo in noi, esattamente quello e nient’altro. Occupare quel posto che gli abbiamo preparato da sempre. Senza muoversi e senza far rumore. Per mettere a tacere le nostre ansie e saziare i nostri desideri.

E poi? E poi, se veramente qualcuno prova ad occupare quello spazio vuoto e a tacere, allora sì che soffochiamo e moriamo. Almeno da un punto di vista psichico. Oppure è lui che soffoca e muore. Perché rinuncia al proprio desiderio e si trasforma in un semplice oggetto. Come accadeva un tempo alle nostre nonne. Silenziose e mansuete per non disturbare il marito. Prima di rendersi conto che la vita era passata e che, invece di aver trovato il principe azzurro, erano state accanto ad un padrone…

La condivisione non fa sognare nessuno. Ma l’amore ne è impastato. Quando sai che qualunque cosa accada, “lui” o “lei” ti sono vicini. A loro modo, certo. Ma ci sono. Ecco perché il famoso “ti amo” dovrebbe forse essere sostituito da un ben più sgrammaticato “io amo con te”. È quel semplice “con” che fa tutta la differenza. Visto che nell’amore è “con” l’altro che si cerca di attraversare il vuoto che ci si porta dentro. È “con” l’altro che si scopre pian piano che, nella vita, è tutto un andirivieni tra l’“io” che parla e il “tu” che ascolta nella speranza di colmare quella distanza che ci separa da noi stessi. La “con-divisione” è proprio questo: pensare e sentire “con” l’altro anche quando si è diversi, non la si pensa nello stesso modo, si agisce in modo differente[2].

Marzano arriva dunque ad evocare la differenza, nel rapporto con l’altro. Trovo questo elemento emblematico, se pensiamo che il nostro sviluppo evolutivo passa proprio da una tappa obbligata: il passaggio dalla percezione di un sé corporeo, indistinto, tutt’uno con l’ambiente, un IO abnorme, assoluto ed egocentrico alla scoperta dell’esistenza di un TU. È questa scoperta che, paradossalmente, permette la vera consapevolezza del sé inserendolo in un mondo fatto di oggetti e relazioni, dunque a loro volta soggetti di relazione. Dice ancora Marzano:

Gelosia e possesso, con l’amore, c’entrano poco o niente. Perché l’amore è fatto anche di distanza e di separazione. L’amore è fatto anche di rispetto dell’alterità. L’amore è fatto soprattutto di libertà. Ecco perché uno degli errori più grandi che si possano fare quando si ama, è proprio confondere l’amore con la volontà di controllo e di possesso. Quando si pensa che l’altro ci appartenga completamente. E allora lo si tratta come un oggetto che ci si illude di poter spostare a piacimento, trovandolo ogni volta nel posto esatto in cui lo si è lasciato[3].

Chiude bene questa prima riflessione il confronto tra due affermazioni fatte una nel gruppo delle donne che citavo prima e l’altra nel gruppo degli uomini:

  1. Gli uomini ci guardano e vedono oggetti
  2. Il nostro sguardo è sempre all’opera.

Che cosa raccontano queste due frasi, così tragicamente complementari, se non la dannazione di due ruoli contrapposti, asfittici, stereotipati e modellizzanti? Chi è l’artefice di un dictat così impositivo?

Molto recentemente ho visto su un social network, facebook, questa immagine, pubblicata da una mia amicacon alcuni commenti molto positivi per il cambiamento e l’apertura mentale che rappresenta:

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Vi invito ad osservarla prima di leggere il mio commento. Che cosa notate?

Ora vi dico la mia. Le spose sono tutte vestite di bianco. Tutte. Compreso, cioè, uno degli sposi della coppia gay. Gli sposi hanno tutti, in modi diverso, un atteggiamento protettivo. Tutti. Compreso uno degli sposi della coppia gay. La coppia in alto a destra lo rappresenta in modo classico: lo sposo è più alto, la sposa è leggiadra, lo sposo è saldamente in piedi, la sposa è appesa al collo dello sposo in una postura quasi da danzatrice. Nella coppia in basso a destra è lo sposo che guida l’automobile. La coppia composta da Topolino e Minnie è fuori concorso, si sa che tra gli eterni fidanzati uno sviluppo materiale della loro relazione non è mai stato previsto! La coppia al centro, quella composta da due uomini, ci mostra un personaggio vestito con giacca nera che, con fare protettivo ed espressone seria, tiene un braccio sulle spalle dell’altro, il secondo personaggio ha la giacca bianca, sorride, ha le mani pudicamente conserte, gli occhi vezzosamente rivolti verso il compagno.

A quanto pare, gli stereotipi non risparmiano nessuna coppia. Dice Jamison Green, esperto di cultura queer e di questioni transgender: “Genere e genitali costituiscono la roccaforte del controllo che vincola ogni persona ad un ordine sociale che ha serie difficoltà a tollerare la diversità o il cambiamento”. Secondo gli autori queer il dualismo sessuale non è inevitabile, è solo un prodotto delle società vincolate alla riproduzione. Non è inevitabile, ma difficilissimo da evitare, tanto che nelle coppie lesbiche si riproducono, a volte, i ruoli etero con il fenomeno delle butch (lesbiche mascoline) e delle loro compagne femme (lesbiche femminili ma anche gay femminili), spesso rimandandoci una visione della mascolinità e della femminilità talmente esasperate ed eccessive da respingerci.

La cultura queer, le nuove piste seguite dall’anarco femminismo, con le loro rivendicazioni rispetto all’assoluta e non negoziabile peculiarità di ciascun individuo, aprono nuovi scenari: non c’è solo l’adesione, più o meno inconsapevole e automatica, ad una visione stereotipata del maschile e del femminile, ma anche, forse, la consapevole pressione, in tale direzione, da parte di un sociale che ci vuole facilmente incasellabili e quindi governabili.

Suggerisce ancora Michela Marzano:

È solo nell’intimità delle relazioni affettive che si esce dai meccanismi perversi dell’anonimato e dell’intercambiabilità. Non solo perché l’amore non lo si merita e non lo si guadagna – non basta impegnarsi o fare tutto quello che si pensa di dover fare per essere amati; o si è amati, oppure no; e quando si è amati lo si è per quello che si è, indipendentemente dagli sforzi o dalle competenze acquisite. Ma anche e soprattutto perché nell’amore nessuno è intercambiabile. Chi mi ama, ama me, esattamente me, solo me. E anche se un giorno dovesse amare un’altra persona, quella persona occuperebbe un altro posto e non potrebbe mai prendere il mio. Quello che ho occupato o occupo io. Quello che corrisponde solo a me, perché sono unica e diversa da tutti gli altri.

L’amore è anticapitalistico. Ed è per questo che, anche quando tutto crolla, resiste e ci permette di sopportare la violenza dell’anonimato contemporaneo. E anche quando tutto intorno a noi ci urla che siamo inutili e non serviamo a nulla, l’amore ci sussurra che non è vero, che non è così, che siamo speciali. L’unicità di quello sguardo che ci riconosce e che non ne vuol sapere niente di tutte quelle persone che cercano di occupare il nostro posto e di buttarci via. L’unicità di quelle parole – esattamente quelle – che ci accolgono la sera anche quando sono un po’ stanche e un po’ distratte. Solo perché “sono io”. Ecco perché è proprio in questo periodo di crisi, che abbiamo tanto bisogno dell’amore[4].

Come proseguire la nostra lotta contro la discriminazione che scaturisce da questa cultura dominante? Questo forse è già stato detto, in modo anche così efficace da essere stato inserito in molte normative: intervenire sulla cultura, investire sull’educazione dei giovani. Benissimo, ma attenzione: si sente usare in modo indifferenziato i termini educazione sentimentale, educazione emotiva, educazione alla socialità, educazione civica. Non sono la stessa cosa. E, lasciati a se stessi, sono contenitori vuoti. Pongo una semplice domanda: quale Maestra o Maestro possono insegnare sentimenti ed emozioni? Quali competenze devono avere? E nel curriculum? Quali esperienze devono aver fatto? Devono avere molto amato, od essere stati molto amati? O, come diceva un mio insegnante all’università, grande psicoanalista contemporaneo, devono aver amato ed essere stati amati, aver tradito ed essere stati traditi, aver lasciato ed essere stati lasciati… Difficile da definire.

E quali saranno i contenuti delle lezioni, le materie? Io, ad esempio, credo che in questo ambito valga molto più saper ascoltare che saper dire, molto più osservare che proporre. E penso anche che ci sia tanto da imparare dalle giovani generazioni, quelle che andiamo disperatamente inseguendo perché ci appaiono evanescenti, sfuggenti, invisibili. Rendiamoci noi invisibili, affinché non abbiano paura di essere ciò che sono.

Concludo il mio ragionamento con uno stimolo molto interessante che proviene da uno scritto prodotto da un giovane anarco queer – questa è la definizione che si dà – Chriss Crass, nell’articolo “Cose di me che mi spaventano”, che è già un bell’inizio:

Una cooperazione tra gli uomini per superare la supremazia mascolina è solo una strategia necessaria, tra tante altre, per sviluppare un movimento di liberazione delle donne multirazziale, antirazzista, femminista, di liberazione omo e transessuale. Come un uomo può farsi carico di questa lotta? Ad esempio, in un’organizzazione, gli uomini possono prendersi solo pochi minuti per parlare durante le riunioni; prendersi la responsabilità dei luoghi dove si svolgono le riunioni; fare attenzione ai bambini; fare fotocopie e altri lavori poco affascinanti. Chiedere alle donne e ad altre persone discriminate dal proprio genere che si assumano le funzioni che normalmente si prendono gli uomini (come proporre tattiche e strategie, rappresentare il gruppo, moderare le riunioni). Essere coscienti di chi ascolta di più e controllare l’ansia di protagonismo.

Nel suo articolo l’autore compie un vero e proprio viaggio alla scoperta stupefacente di quanto il sessismo gli appartenga, nonostante lui pensasse di esserne indenne. Chiudo con una sua presa di coscienza molto interessante, che ci spiega quelle due affermazioni contrapposte? “Gli uomini ci guardano e vedono oggetti – Il nostro sguardo è sempre all’opera”. Crass, onestamente, riconosce:

Sono cosciente del fatto che mai mi è capitato di perdere la concentrazione mentre un uomo mi parlava perché avevo pensieri sessuali su di lui. Sono totalmente a favore della passione, del desiderio sessuale e della politica a favore del sesso. Questi non sono problemi. Il problema è il potere, il diritto che sentiamo molti noi uomini di trattare le donne come oggetti sessuali, la marginalizzazione della partecipazione delle donne con il filtro del desiderio mascolino eterosessuale.

C’è questo, nel futuro della lotta contro la discriminazione di genere. La scoperta del “con”, quindi condivisione, concertazione, contaminazione, congiungimento, la scoperta dell’intimità e della distanza, del rispetto e della differenza. Dall’io al noi, passando per il tu.


[1] Il Centro documentazione donna di Modena, Associazione femminile e Istituto culturale di ricerca, nato nel 1996 dalla volontà di un gruppo di donne di creare un luogo per la conservazione e la fruizione pubblica delle fonti per la storia delle donne in età contemporanea, opera nel settore della promozione della cultura della differenza di genere. Il CDD lavora affinché il punto di vista delle donne si affermi in ogni ambito della vita sociale, politica e culturale, attraverso molteplici attività raggruppabili per categorie: promozione di iniziative culturali; elaborazione e ricerca storica e sociale; formazione e trasmissione; documentazione archivistica e libraria; progetti educativi e didattici.

[2] Dal blog di Michela Marzano (https://marzanomichela.wordpress.com/) che ha sviluppato lo stesso tema in forma più estesa, per un approfondimento cfr. Michela Marzano, L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore, Utet, Torino 2013.

[3] Ib.

[4] Ib.

Femminismo sovversivo: Hermione diventa strega cattiva ma le spagnole vincono

 

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Emma Watson alle Nazioni Unite per lanciare la campagna #HerForShe

Non è vero che dappertutto la parola femminista fa orrore, ma sicuramente non sono molti i luoghi in cui ci si possa dichiarare femministe con molta nonchalance. E se questo è vero in Paesi come Stati Uniti o Gran Bretagna, diciamo pure che in Italia è quasi come dire una bestemmia in chiesa. Ma perché? Perché le parole sono importanti e in un contesto maschilista, come quello mondiale abituato a erigere bastioni a difesa del proprio dominio, il richiamo del femminismo a un immaginario di donna castrante, repellente, magari anche brutta, pelosa, maleodorante, e sicuramente lesbica perché odia gli uomini, è di per sé un’ottima difesa alla preservazione di una cultura machista che il femminismo potrebbe mettere un po’ troppo in discussione. E malgrado sia in realtà uno stereotipo ben poco credibile (basta guardare molte femministe), è una convinzione ormai così radicata e profonda, da diventare un’offesa per tutte le donne, anche per chi si dichiara non femminista. Per questo il discorso fatto da Emma Watson, alias Hermione della best seller cinematografico “Harry Potter”, alle Nazioni Unite per la campagna #HerForShe, è importante. La giovane attrice, idolo di milioni di giovani donne ma anche di giovani ragazzi e conosciuta nel mondo per aver interpretato il personaggio femminile nella saga Rowling, ha rotto un tabù nel modo più semplice: dichiarandosi femminista senza indugi e davanti a una platea internazionale e per di più in veste di supporter Onu. Quale occasione migliore per dire una volta per tutte che le femministe si sono stufate di essere etichettate e marchiate sul loro corpo come streghe inavvicinabili, solo perché difendono i loro diritti e i diritti delle altre donne (anche quelle che si dichiarano antifemministe), neanche avessimo l’orologio fermo al Medioevo?

Emma Watson nel suo intervento ha detto: “più ho parlato di femminismo e più mi sono resa conto che troppo spesso combattere per i diritti delle donne diventa sinonimo di odio per gli uomini”, uno stereotipo falso e fuorviante che ha solo l’effetto di mettere le femministe in bel recinto con scritto: Danger! “Se c’è una cosa che so con certezza – ha proseguito – è che questo deve finire. Il femminismo è la convinzione che uomini e donne debbano avere pari diritti, pari opportunità. E’ la teoria dell’uguaglianza politica, economica e sociale dei sessi”, ovvero è una lotta contro l’ingiustizia più ingiusta del Pianeta dove in base al pregiudizio del rapporto squilibrato tra i sessi, la ripartizione del potere e delle pari opportunità a ogni livello della convivenza umana, è sfacciatamente discriminatorio (e poi la chiamano civiltà). Un invito fatto anche agli uomini, e in modo diretto, per chiedere una volta per tutte da quale parte vogliono stare: “Se gli uomini non devono essere aggressivi per essere accettati, le donne non si sentiranno in dovere di essere sottomesse – dice Watson – e se gli uomini non devono controllare, le donne non dovranno essere controllate”, che significa fatevi anche voi uomini un esame di coscienza e decidete seriamente dove collocarvi, senza esibire la faccia di chi “difende” le donne e poi ricalca gli stessi stereotipi maschilisti nella sostanza.

Ma la questione è profonda perché credo che su questo abbia ragione Laurie Penny, giornalista e attivista inglese, quando dice che in realtà il femminismo fa paura, ed è per questo che viene così stigmatizzato in tutte le sue forme, perché “il femminismo è una minaccia allo status quo”. Le minacce fatte a Watson di divulgare foto compromettenti nel web fatta sulla piattaforma 4Chan, anche se lanciata con scopi pubblicitari, sono in verità un elemento rivelatore, visto il numero di visite che ha scatenato (7 milioni di utenti si sono collegati), un numero che testimonia come il problema sia reale: perché non sarebbe stata la prima volta – 4Chan a fine agosto ha pubblicato le foto nude di Jennifer Lawrence e Kate Upton – e perché non c’è bisogno di essere Emma Watson per essere minacciate (dato che la maggior parte di noi, intendo sporche e luride femministe, lo sono state per davvero e più volte). La forma del ricatto intimidatorio e della minaccia, che è una forma di violenza, vale quindi anche se “per scherzo”, perché condiziona subdolamente su quello che stai dicendo e sulla spinta che gli stai dando perché anche se ora “non è” ci sono comunque buone probabilità che “potrebbe essere” (in fondo succede a tante).

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Manifestazione contro il disegno di legge Gallardòn sull’aborto

Che il femminismo sia intrinsecamente e potenzialmente sovversivo, ce lo hanno dimostrato recentemente le spagnole – di cui i giornali italiani non parlano adesso che hanno vinto – donne che oltre a far ritirare lo scellerato disegno di legge che avrebbe cancellato  l’interruzione di gravidanza volontaria nel Paese, hanno portato il ministro della giustizia alle dimissioni. Alberto Ruiz-Gallardón in persona, martedì scorso, ha riconosciuto di non essere “stato in grado di far passare in legge il disegno di legge”, quello sull’aborto, e di non aver avuto la capacità di andare avanti su quel progetto. Un disegno di legge che è stato ritirato per “mancanza di sufficiente consenso sociale”, ha riferito il Premier Mariano Rajoy, e per cui non solo Gallardón si è dimesso ma si è ritirato dalla scena politica: una vittoria plateale per le spagnole e un esempio per tutte le donne del mondo, volutamente oscurata dai media perché pericolosa. Una vittoria che senza la società civile e senza le femministe, sarebbe stata impossibile. Ed è stata Justa Montero, storica attivista spagnola, che ha fatto sapere dall’Assemblea femminista di Madrid che in Spagna nella giornata di “domenica 28 settembre, giorno internazionale per la depenalizzazione dell’aborto, ci saranno manifestazioni convocate dal movimento femminista in molte città” e che “sarà una magnifica occasione per incontrarci tutte e tutti e celebrare, manifestare che sì,  si può”. Un grande incoraggiamento per tutte le donne sul fatto che vincere contro l’ingiustizia e per i diritti delle donne, è possibile. Ma il messaggio è deflagrante e quindi va mantenuto segreto,  perché questo significa realemente che lo stauts quo può essere sovvertito e che se le femministe, se ci si mettono seriamente e tutte insieme, hanno una forza e un impatto molto più incisivo di quello che vogliono far apparire attraverso stereotipi, quelli sì, vetero-sfiancanti.

E se la cultura è importante, e se le parole sono importanti, cominciamo a usarle meglio evitando obsoleti pregiudizi ma anche inventandone di nuove. Per questo domani, venerdì 26 settembre alle 15 a Modena (sala del Consiglio comunale, Piazza Grande), ci sarà un bell’incontro dal titolo “Prevenire è comunicare la violenza di genere” e in cui modererò una parte della tavola rotonda dove si ragionerà appunto su un modo nuovo di nominare la realtà fuori dagli stereotipi.

Programma dell'incontro "Prevenire è comunicare la violenza di genere" a Modena il 26 settembre

Programma dell’incontro “Prevenire è comunicare la violenza di genere” a Modena il 26 settembre

 

Femminicidio, rivittimizzazione e Convenzione di Istanbul

 

Roma, 19 settembre 2014 – In occasione dell’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul

CONFERENZA “AL SICURO DALLA PAURA, AL SICURO DALLA VIOLENZA”

Camera dei deputati – Palazzo Montecitorio

Sessione I “Cambiare la mentalità sulla violenza contro le donne”

 “Femminicidio: il ruolo dell’informazionela rivittimizzazione mediatica e la Convenzione di Istanbul” 

relazione di Luisa Betti Dakli

In “Transforming a Rape Culture”, Patricia Donat e John D’Emilio definiscono la cultura dello stupro come “un complesso di credenze che incoraggiano l’aggressività sessuale maschile e supportano la violenza contro le donne”, una cultura che “condona come normale il terrorismo fisico ed emotivo contro donne” e in cui “sia gli uomini che le donne assumono la violenza come un fatto della vita inevitabile”. Per contrastare la violenza contro le donne, inteso come fenomeno strutturale e non emergenziale, si parla della necessità di un cambiamento di mentalità, una trasformazione culturale che porti all’adeguata consapevolezza che stereotipi e ruoli imposti sono così radicati nel modo di vivere da risultare spesso invisibili. Modelli che pongono uomini e donne su piani di superiorità e subalternità esclusivamente in base al sesso e senza altra motivazione, condizionando pesantemente le relazioni umane. Gabbie invisibili, sia per le donne che per gli uomini, e humus culturale su cui prolifera una discriminazione di genere che è già una forma di violenza in quanto considera la donna come un oggetto da conquistare, possedere, controllare, ed eventualmente sopprimere.

L’aspetto internazionale

Dal punto di vista internazionale, dati Onu ci dicono che nel mondo 7 donne su 10 subiscono una forma di violenza nel corso della vita, e che 600 milioni di donne vivono in nazioni che non lo considerano un reato. Un fenomeno planetario su cui Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa hanno recentemente delineato contenuti e forme di contrasto, sia con le “conclusioni condivise” per l’eliminazione e la prevenzione di tutte le forme di violenza contro donne e ragazze, nel marzo 2013 (UN Women – 57a Commission on the Status of Women, 4/15 marzo 2013, New York), sia con la “Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, presentata a Istanbul nel 2011 e ora in vigore negli Stati che l’hanno ratificata, compresa l’Italia. Documenti che insistono chiaramente sul pensante ruolo degli stereotipi. Nelle conclusioni della 57a CSW si legge che “La violenza di genere è una forma di discriminazione che nega o ostacola il godimento da parte delle donne e della bambine dei diritti umani e delle libertà fondamentali, e che è intrinsecamente correlata agli stereotipi di genere”; mentre nella Convenzione di Istanbul si legge che “il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne”. Sulla stretta relazione tra femmicidio e stereotipi, durante il simposio viennese della “Academic Councilon United Nations System” (ACUNS) del novembre 2012, esperte tra cui Diana EH Russell, Michelle Bachelet, Rashida Manjoo, hanno redatto un documento in cui viene chiarita la radice di genere delle varie forme di violenza contro le donne fino all’uccisione: “il femmicidio – si legge – è l’ultima forma di violenza contro le donne e le ragazze”, e le cause “sono radicate nelle relazioni di potere storicamente ineguali tra uomini e donne, e nella discriminazione sistemica basata sul genere”. Sul femminicidio è stata la Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo, a rompere il tabù presentando a Ginevra nel giugno 2013 il primo “Rapporto tematico sul femminicidio”, dove ha chiarito che la matrice della discriminazione delle donne non ha confini e oltrepassa paesi, società e religioni diverse tra loro nel mondo, e che “il riconoscimento dei diritti fondamentali da parte delle donne, resta un’importante strumento strategico e politico per fronteggiare questa violazione dei diritti umani”. Femminicidio che, ricordiamo, è il termine sociologico coniato da Marcela Lagarde, come “la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia”. Un significato ben più complesso e ampio di quanto ancora oggi mass media e opinione pubblica gli attribuisca.

La violenza maschile contro le donne è quindi una violazione di dimensioni globali storicamente basata sulla discriminazione tra i sessi, ed è oggi rilevata non solo dai movimenti femministi ma da un ampio panorama come fenomeno trasversale a culture e società diverse tra loro, ed esteso a ogni classe sociale e a ogni età. Eppure è ancora un fenomeno pervasivo tanto che per affrontare il cambiamento culturale necessario, è prioritario avere chiaro il problema, la sua complessità, il fatto che è strutturale e non emergenziale, e che si manifesta attraverso stereotipi evidenti in tutti gli ambiti della convivenza umana: nel sociale, nel privato, nel politico, nel pubblico, ovunque.

La Convenzione di Istanbul e l’Italia

In particolare in Italia il pregiudizio verso l’inferiorità femminile è così radicato che un occhio attento non si rende conto di quanto la discriminazione di genere sia una costante nella vita di una donna: una discriminazione che è già di per sé una forma di violenza. Imparare a memoria libri di testo in cui il proprio genere è cancellato, percepirsi come inadeguata per nascita, essere discriminate da parte dei propri genitori di fronte a fratelli maschi, sottostare alle avance indesiderate come se fossero normali, considerarsi oggetto da conquistare e possedere, è il più profondo esproprio della soggettività che un essere vivente possa subire. Ed è una violenza. La Convezione di Istanbul, oltre a condannare “ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica”, riconosce “la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere” e insiste sulla prevenzione e sulla protezione, prima che sulla punizione, suggerendo una fitta e articolata rete di sostegno per donne e i bambini che le accompagnano, ma soprattutto chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale, nel senso che si possono fare le migliori leggi del mondo ma se non cambia la testa, le leggi possono anche rimanere inapplicate o essere distorte. Convenzione che stabilisce esattamente cosa s’intenda per violenza contro le donne: “una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano, o sono suscettibili di provocare, danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata”, (…) “compresa la violenza domestica, che colpisce le donne in modo sproporzionato” e che comprende “tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia”. Concetti che nel nostro Paese non sono ancora entrati nel tessuto sociale che spesso relega la violenza sulle donne alla violenza sessuale, e solo recentemente alla violenza fisica costante.

Per applicare quindi la Convenzione di Istanbul, perché sia efficace, è necessaria una chiara percezione della violenza che non la sottovaluti fino a considerarne il rischio di vita della donna e dei minori, un cambiamento profondo che non può avvenire senza interventi mirati e competenti, seri investimenti di denaro e di forze, e senza un approccio interdisciplinare che metta sul tavolo tutti gli elementi che ruotano intorno a questa sfera d’interesse. Ma avere una chiara percezione della violenza sulle donne, significa da una parte partire da dati precisi e da un serio monitoraggio sull’efficienza attuale delle istituzioni nel contrastarla, e dall’altra occorre intervenire massicciamente sulla narrazione stessa della violenza assicurandosi che sia fatta fuori dagli stereotipi, in quanto una narrazione distorta rappresenta una delle spinte principali alla sottovalutazione del femminicidio.

Sul ruolo dei media

Alcune indicazioni della Convezione di Istanbul erano già state indicate dalle ultime Raccomandazioni all’Italia del Comitato Cedaw nel 2011 (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) – che sorveglia l’applicazione della “Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne” ratificata dal nostro Paese nell’85 con adesione al Protocollo opzionale nel 2002 – e dalle Raccomandazioni della Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo, nel 2013. Tra queste vi è la parte che riguarda il ruolo dei media e dell’informazione. Nelle Raccomandazioni Cedaw viene raccomandato all’Italia di “predisporre in collaborazione con un’ampia gamma di attori, comprese le organizzazioni femminili e le altre organizzazioni della società civile, delle campagne di sensibilizzazione attraverso i media (…), affinché la violenza nei confronti delle donne venga considerata socialmente inaccettabile”. Nelle raccomandazioni Onu di Manjoo, si raccomanda di “formare e sensibilizzare i media sui diritti delle donne compresa la violenza contro le donne per ottenere una rappresentazione non stereotipata delle donne e degli uomini nei mezzi di comunicazione nazionali”. Nella Convenzione di Istanbul si chiede, all’art.17, che “Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità”. Passi in cui sottolineerei la formazione sui diritti delle donne per gli operatori della comunicazione affinché si eviti una rappresentazione stereotipata di uomini e donne, e la partecipazione all’elaborazione e all’attuazione di politiche, oltre che all’elaborazione di linee guida, come indica la Convenzione di Istanbul. È opportuno riflettere su come tali indicazioni siano implementabili nel nostro Paese in relazione all’informazione che ha bisogno, per sua natura e carattere, di un approccio diverso rispetto ai media e alla comunicazione in generale in quanto informazioni date da giornali, telegiornali, speciali e programmi tramite stampa, tv e web – a differenza di fiction o pubblicità – si pongono nei confronti dell’opinione pubblica come oggettive, quasi super partes, influenzando in maniera diretta la percezione di un problema e di quello che accade.

L’informazione e la narrazione della violenza contro le donne

Fino a qualche anno fa i giornali italiani, malgrado i dati Istat (2006) riportassero che l’80% della violenza era violenza domestica e malgrado la maggior parte degli autori fossero membri maschi della famiglia italiana (mariti, fidanzati, ex o partner respinti), davano grande risalto allo stupro o al femmicidio da parte di un immigrato, mentre relegavano in secondo piano uccisioni di donne dopo una lunga serie di violenze domestiche e di denunce, ricalcando il solito background stereotipato nell’illustrazione dei fatti e chiamando in causa raptus, infermità mentale, gelosia, delitto passionale, problemi economici, quasi fossero attenuanti, e descrivendo la vittima come se avesse cercato il pericolo. Citando il “Rapporto Ombra” presentato dalla “Piattaforma Cedaw” a New York nel 2011 dalle Ong italiane: “I media spesso presentano gli autori di femmicidio come vittime di raptus e follia omicida, ingenerando nell’opinione pubblica la falsa idea che i femmicidi vengano commessi da persone portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa. Al contrario, negli ultimi 5 anni meno del 10% di femmicidi è stato commesso a causa di patologie psichiatriche o altre forme di malattie, e meno del 10% dei è stato commesso per liti legate a problemi economici o lavorativi”. Grazie alla mobilitazione delle donne della società civile italiana, che ha spinto tantissimo per la ratifica della Convenzione di Istanbul, nel 2011 si è cominciato a pronunciare anche qui la parola “femminicidio”, nel tentativo di trattare questi argomenti in maniera meno stereotipata. Si è cominciato a dare una prospettiva diversa alla narrazione della violenza di genere nell’informazione, al fine di argomentare il fenomeno con una prospettiva che superasse il pregiudizio discriminatorio e alcuni cliché sia sulle donne, trattate come prede o come tentatrici “che se la sono cercata”, sia rispetto a un argomento considerato inferiore e privo di una sua dimensione specifica all’interno delle redazioni, cercando di non raccontare la solita storiella isolata e sganciata dal resto, colma di particolari morbosi in cronaca nera. E questo grazie a una rete di scambio interdisciplinare che ha visto collaborare giudici, avvocate, centri antiviolenza, giornaliste, psicologhe, operatrici, in un proficuo scambio di saperi e una più corretta informazione. Ma la sottovalutazione non è l’unica causa di rivittimizzazione mediatica, perché anche una iperinformazione, se fatta in maniera improvvisata, può essere pericolosa. In Italia in pochi mesi il termine femminicidio è stato ridotto dai giornali a uxoricidio perché impropriamente abusato da chi non ne conosceva il significato e che pur non avendo strumenti, si avventurava. A un certo punto il femminicidio era diventato il passepartout su cui anche chi non aveva competenze, poteva aspirare a fare il suo scoop. Un pericolo perché lentamente il livello scende e ci si ritrova non solo a non mettere in discussione gli stereotipi ma si sostiene una cultura che stigmatizza, attraverso un’informazione scorretta, da una parte gli uomini-mostro e dall’altra donne senza spina dorsale che non si sanno difendere.

I messaggi che sono stati veicolati dalla fine del 2013 in poi in Italia, sono stati per lo più su un piano di superficialità che ha coinciso con il ristabilimento di quegli stessi stereotipi che sono alla base della violenza contro le donne. Molti programmi tv sono stati confezionati da giornalisti che si sono improvvisati e che hanno contribuito ad abbassare fortemente il livello di confronto, mentre sulla stampa nazionale ci sono stati casi in cui giornalisti e opinionisti prestigiosi ma completamente a digiuno su questi temi, hanno sentito il bisogno di disquisire su situazioni e di spiegare cause di fatti senza strumenti né formazione, ingenerando confusione e portando indietro il lavoro fatto da altri. Errori commessi in base ad un altro stereotipo, ovvero che mentre di politica, di economia, di sport, di cronaca, di cultura, si occupa il giornalista competente, ma per quanto riguarda le questioni di genere e la violenza sulle donne, chiunque può prendere parola e dire la sua, come fosse un tema libero. In realtà tutto ciò che riguarda discriminazione e violenza sulle donne, così come le questioni di genere, sono in Italia ancora considerati argomenti di serie B, dentro e fuori l’informazione, e da qui la convinzione che non serva preparazione perché non c’è un vero sapere su una condizione che dura da millenni con ruoli ben definiti e socialmente operanti, ci potrà essere indignazione ma non scienza. Una superficialità che su ampia scala ha creato un’onda mediatica enorme che, essendo instabile e priva di basi solide, si è inevitabilmente spenta creando stanchezza e disinteresse, e portando al “quasi” silenzio, anzi a un vero e proprio ritorno al passato, con il ripristino integrale di quegli stereotipi di cui abbiamo parlato, malgrado il femminicidio sia ancora presente nel nostro Paese.

Oggi l’onda della sovraesposizione mediatica sulla violenza contro le donne, che in Italia ha ancora un’altissima percentuale di sommerso, si è esaurita e il risultato è che la parola femminicidio è stata non chiarita ma relegata, e si è tornati a trattate la violenza sulle donne come un fatto di cronaca nera isolato e sporadico, attraverso una narrazione morbosa che per rendere più appetibile il racconto va nuovamente a scavare nel torbido, indugiando su aspetti da fiction, facendo ancora una volta leva su stereotipi culturali, con il risultato di minimizzare la gravità del reato, cancellare la vittima, insistere su improbabili profili psicologici dell’offender e sulla follia di un momento (era un bravo ragazzo, era un padre premuroso, ecc), spingendo così sia alla sottovalutazione della percezione della violenza – in fondo è una cosa che può succedere – e quindi rivittimizzando le donne che la vivono e anche quelle che sono state uccise. Il giornalismo italiano, a parte alcune eccezioni, ha ripreso con grande disinvoltura a descrivere i casi di femmicidio – femminicidio come se fossero un romanzo d’appendice o una fiction, casi che vengono presentati in maniera morbosa e accattivante, storielle su cui avventurarsi con inutili descrizioni come: “Sette coltellate a gola e corpo. Dopo aver fatto l’amore. Dopo averle sussurrato parole dolci”, con ingredienti a base di sesso, violenza, sangue e morte. Ne sono un esempio l’informazione data sui femmicidi avvenuti in Italia tra luglio, agosto e settembre per i quali si è tornati a parlare di motivazioni passionali e raptus di follia, abbandonando parole come femminicidio, violenza domestica, controllo e possesso sulla donna, e tracciando macabri scenari da film horror nella ricostruzione dei fatti. E mentre si insiste sulle attenuanti psichiatriche dell’offender descritti per lo più con profili da bravi ragazzi – “era un padre modello” o “era un ragazzo veramente d’oro” – la donna uccisa, presa a coltellate, buttata giù dal balcone o addirittura decapitata, sparisce, e si legge giusto il nome e il cognome in poche righe. È stato così per Alessandra Agostinelli, una donna di 34 anni uccisa a coltellate dall’ex marito, Emiliano Frocione, nel frosinate; per Oksana Martseniuk, 38 anni, accoltellata e poi decapitata il 24 agosto a Roma da Federico Leonelli, 35 anni; per Alessandra Pelizzi, 19 anni, uccisa dall’ex fidanzato Pietro Maxymilian Di Paola, 20 anni, che a Milano ha buttato la ragazza giù dal 7° piano per poi buttarsi anche lui perché non poteva sopportare di essere stato lasciato da lei.

Come evitare la rivittimizzazione mediatica e cambiare la cultura

Un triste scenario, quello della narrazione del femminicidio, che dimostra come la grande tentazione del comodo stereotipo comune, prenda inevitabilmente il sopravvento se le misure per attuare un vero cambiamento culturale non sono adeguate, serie e profonde. Nell’Italia che ha ratificato la Convenzione di Istanbul si è tornati a dare notizia di un femminicidio, che magari arriva dopo una lunga serie di maltrattamenti in famiglia, con un titolo che apre sull’attenuante psichiatrica dell’autore con i solti raptus, infermità mentale, gelosia, delitto passionale, stress dovuto alla perdita del lavoro, o con un profilo della vittima che possa giustificare l’atto di un poveretto respinto dalla donna che ama o da un uomo normale che a un certo punto perde la testa. Un’informazione che in questo modo torna a sostenere un sistema che giustifica indirettamente il reato come se fosse nella norma, un reato di minor gravità, sostenendo così quella cultura di cui la violenza si nutre. E la rivittimizzazione, in questo caso attraverso i media, diventa realtà. Un caso esemplare e di respiro internazionale, è quello di Pistorius che è apparso per mesi su tutti i giornali del mondo mentre piangeva disperato e vomitava in aula perché scosso dalla morte della fidanzata da lui stesso uccisa. Celebrato come l’eroe sconvolto per l’accaduto, suo malgrado, Pistorius è stato condannato per omicidio colposo, e non volontario, della fidanzata Reeva Steenkamp, grazie a una sentenza in cui la giudice Thokozile Masipa ha confermato che l’offender ha sparato attraverso la porta del bagno uccidendo la donna perché pensava che si trattasse di un ladro. Giudice che non ha accettato la tesi del raptus, preferendo la negligenza – cioè lo ha fatto consapevolmente ma non voleva – senza tener conto delle testimonianze dei vicini, che avevano sentito urlare la donna prima degli spari, e che di fronte a una relazione conflittuale e forse una propensione troppo spiccata dell’uomo per le armi, ha detto che le relazioni sono “dinamiche”, decidendo che quello sarebbe stato “un giudizio” sulla questione e stracciando così pagine intere scritte su femmicidio e femminicidio.

Trattare le donne come se fossero perenni inadeguate che se la cercano, farle sparire anche dalla notizia della propria morte perché vittime di un femminicidio, significa ucciderle due volte. Mettere sullo stesso piano la violenza maschile con la reazione femminile di fronte a una violenza fisica e/o psicologica, dare voce all’autore della violenza senza dotarsi di strumenti di approccio e analisi adeguate, tracciare improbabili profili dell’offender senza indagare, può essere considerata causa di una rivittimizzazione mediatica. Un atteggiamento che ha tenuto ben lontani i giornalisti da molti centri antiviolenza, i quali, per molto tempo, si sono rifiutati di dare in pasto le storie delle donne come se fosse materiale da scoop: un gap, tra la realtà della violenza e l’informazione, che ha creato danni enormi sulla percezione del problema. Soprattutto in un contesto culturale ancora così discriminatorio per le donne, dove l’idea che continua a passare è che comunque un certo tipo di atteggiamenti, anche violenti, siano un ingrediente scontato dei rapporti intimi: una convinzione che nei tribunali, nelle caserme, e in alcune perizie psicologiche (CTU), espone la donna a grave rischio, in quanto la violenza psicologica nei rapporti d’intimità, non è una semplice conflittualità della relazione ma violenza vera e propria, come indica la stessa Convenzione di Istanbul.

Conclusioni

Esercitare violenza attraverso il linguaggio non significa quindi solo insultare, offendere, ferire ma esercitare una violenza invisibile sui processi d’identità della persona che in questo caso si estende al genere e che forzano la realtà. Titolare l’articolo di cronaca di un femmicidio con “dramma della gelosia”, oppure “uomo uccide per gelosia”, o ancora “uccisa per motivi passionali”, significa deviare la percezione del fatto dando un’informazione sbagliata perché il femmicidio è una conseguenza estrema della violenza di genere e rappresenta la volontà – e non la follia – di un totale controllo sulla donna che se non è “mia” non può essere di nessun altro. Per questo le linee guida, indicate dalla Convenzione di Istanbul, hanno bisogno della competenza di chi si occupa di violenza sulle donne ma sa anche come si fa un giornale e come funziona una redazione, linee che dovrebbero comunque essere accompagnate da politiche mirate a una formazione qualificata degli operatori della comunicazione senza la quale è impossibile cambiare l’informazione e quindi anche la cultura. Il pregiudizio della discriminazione di genere e la sottovalutazione che ne consegue, è così ampia da esigere un sistema di contrasto a 360 gradi, come indica la Convenzione di Istanbul, e con un approccio interdisciplinare dove le parti in causa lavorino in tandem sulle proprie specificità ma con scambio proficuo di saperi e di idee. E questo non solo per giudici, psicologi, avvocati, operatori e forze dell’ordine, ma anche per i media, e soprattutto per quell’informazione che vuol essere oggettiva nel suo ampio raggio d’azione. Un problema che si risolve solo mettendo le persone competenti al posto giusto: perché se il problema è strutturale e culturale, l’informazione e la narrazione mediatica di questa violenza, diventa uno dei fattori propulsivi per il cambiamento.

Per dare una corretta informazione, che non sia soltanto attraverso i seppur utilissimi e validissimi blog e rubriche, è necessario entrare a pieno titolo nel tessuto vivo del giornale, avviando un processo di trasformazione dentro le redazioni che vorremmo fossero attrezzate, non solo con linee di condotta, ma con redattrici e redattori formati su questi temi che possano produrre una nuova cultura, un nuovo modo di vedere le cose. Una specie di occhio di genere che nei vari desk possa rintracciare e stimolare un nuovo linguaggio e un modo non stereotipato di raccontare la realtà. Come esiste il giornalista di esteri, interni, cultura, sarebbe auspicabile che della violenza sulle donne e sui minori non si occupasse né il cronista né il redattore di turno, ma qualcuno che sa maneggiare l’argomento. Lo mettereste uno che fa sport a fare la pagina di economia? Credo di no. *

*In caso di riproduzione anche parziale dei contenuti di questo blog, si chiede di citare la fonte, grazie


OSPITI DELLA CONFERENZA – “AL SICURO DALLA PAURA, AL SICURO DALLA VIOLENZA” – presso Camera dei deputati – Palazzo Montecitorio

(i video integrali sono visibili sul sito della camera e su You Tube)

Roma, 19 settembre 2014 • il Consiglio d’Europa è la principale organizzazione di difesa dei diritti umani del continente. Include 47 Stati membri, 28 dei quali fanno anche parte dell’Unione europea. Tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa sono segnatori della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, un trattato concepito per proteggere i diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto. La Corte europea dei diritti dell’uomo supervisiona l’attuazione della Convenzione negli Stati membri. Presenti Laura Boldrini, Pres. Camera dei deputati, Italia; Gabriella Battaini-Dragoni, Vice Segretaria generale del Consiglio d’Europa; Anne Brasseur, Presidente dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, Federica Mogherini, Ministro degli Affari Esteri, Italia.

• Preludio Da vittime ad artefici del proprio destino – Morten Kjærum, Direttore, Agenzia dell’Unione europea per i Diritti fondamentali; Katharine Quarmby, giornalista e scrittrice, Regno Unito; Giusi Fasano, giornalista, e Lucia Annibali, avvocato, Italia

• Sessione I° Cambiare la mentalità sulla violenza contro le donne – Moderatore: Maria Gianniti, giornalista, Italia; Alberto Contri, Presidente della Fondazione ‘Pubblicità Progresso’, Italia; Susana Camarero Benítez, Sottosegretario di Stato per i Servizi sociali e l’Eguaglianza, Spagna; Marceline Naudi, assistente sociale, Malta; Ingvild Næss Stub, Sottosegretario di Stato, Ministero degli Affari esteri e delle Relazioni con l’UE, Norvegia; Gauri van Gulik, difensore dei diritti delle donne, Human Rights Watch; Luisa Betti, giornalista, Italia

• Sessione II La Convenzione di Istanbul: ‘pietra miliare’ nella lotta alla violenza contro le donne – Moderatore: Mendes Bota, Presidente della Rete parlamentare “Women free from Violence”, Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa; Ingibjorg Gisladottir, Direttrice regionale per l’Europa e l’Asia centrale, UN Women; Christine Chinkin, London School of Economics, Regno Unito; Ángeles Carmona Vergara, Presidente dell’Osservatorio sulla Violenza di genere e domestica, Spagna; Maria Monteleone, magistrato specializzato in casi di violenza contro le donne, Italia; Anna Gustavsson, Soprintendente e Direttrice di Progetto, Polizia della Contea di Skåne, Margot Olsson, Coord, Programma integrato violenza domestica, Amministrazione centrale dei Servizi Sociali di Malmö, Svezia; Rosa Logar, Direttrice esecutiva del Centro di Intervento contro la violenza domestica di Vienna, Austria; Michele LeVoy, Direttrice della Piattaforma per la cooperazione internazionale sugli immigrati privi di documenti (PICUM); Laurens Jolles, Rappresentante regionale, Rappresentanza regionale dell’UNHCR per l’Europa sud-orientale

Conclusioni – Moderatore: Michele Nicoletti, Presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare COE; Feride Acar, membro CEDAW, già membro del CAHVIO, Turchia; Michael Bocheneck, Direttore esecutivo, Diritto e politiche internazionali, Amnesty International; Andrea Orlando, Ministro della Giustizia, Italia; Gabriella Battaini-Dragoni, Vice Segretaria generale del Consiglio d’Europa.

Entrata in vigore, come si applica la Convenzione di Istanbul?

LOCANDINA CONVEGNO ISTANBUL 1Domani, venerdì 19 settembre dalle ore 10 in poi, a palazzo Montecitorio (via Campo Marzio 78) si parlerà di violenza contro le donne e dell’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul ratificata anche dall’Italia, nella conferenza “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza” organizzata dalla Presidenza della Camera, il Ministero degli esteri e il Consiglio d’Europa. Oltre a diversi e interessanti sessioni di discussione su politiche integrate e azione giudiziaria, alla presenza di rappresentanti istituzionali italiani e stranieri, in tarda mattinata vi sarà la sessione “Cambiare la mentalità sulla violenza contro le donne”, dove nello specifico intervengo insieme ad altr* sul ruolo dei media e dell’informazione. Invito a chi è interessat* a prendere contatti per accreditarsi (di seguito allego il comunicato della camera con i riferimenti e il programma), nella speranza di fare un po’ di chiarezza e di riprendere un discorso lasciato a metà.

Aula Gruppi parlamentari – Venerdì dalle 10 diretta webtv

LOCANDINA CONV ISTANBUL 2

Venerdì 19 settembre, a partire dalle ore 10, si terrà la Conferenza “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza – L’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul”. L’evento, promosso dalla Camera dei deputati con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e con il Consiglio d’Europa, si terrà nell’Aula dei Gruppi parlamentari, in Via di Campo Marzio 78.

La sessione di apertura sarà inaugurata dalla Presidente della Camera Laura Boldrini, cui seguiranno gli interventi di Gabriella Battaini-Dragoni, Vice Segretario Generale del Consiglio d’Europa, di Anne Brasseur, Presidente dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, e del Sottosegretario di Stato al Ministero degli Affari Esteri, Benedetto della Vedova. La Conferenza, strutturata in quattro sessioni, terminerà nel pomeriggio con le conclusioni di Gabriella Battaini-Dragoni e di Andrea Orlando, Ministro della Giustizia.

L’iniziativa sarà trasmessa in diretta sulla webtv della Camera dei deputati. “La violenza contro le donne – dichiara la Presidente della Camera, Laura Boldrini – non può e non deve più essere considerata un fatto privato, da nascondere per paura o per vergogna tra le pareti di casa.

E’ un fatto che riguarda la società, e per questo le istituzioni hanno il dovere di occuparsene. Ed è indispensabile – conclude la Presidente – anche il coinvolgimento dell’altro sesso: dalla violenza usciremo soltanto quando gli uomini si convinceranno che il problema è innanzitutto il loro.” La “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica” (Council of Europe Convention on Preventing and Combating Violence Against Women and Domestic Violence) costituisce il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante per la creazione di un quadro normativo di tutela contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne.

Allo stato attuale la Convenzione è stata firmata da 36 Stati membri del Consiglio d’Europa. Sono 14 gli Stati, tra cui l’Italia, che hanno proceduto alla ratifica dello strumento, entrato in vigore il primo agosto 2014. Una dichiarazione congiunta dei rappresentanti degli stati del Consiglio d’Europa che hanno ratificato la Convenzione di Istanbul verrà pronunciata in diverse lingue per evidenziare ulteriormente la natura paneuropea di questo strumento giuridico.

La Conferenza del 19 settembre mira a celebrare il ruolo della Convenzione di Istanbul quale strumento privilegiato nella tutela delle donne dalla violenza di genere e domestica. Verranno discusse misure concrete che gli Stati possono adottare in materia di prevenzione, protezione e punizione dei responsabili degli abusi e confrontate esperienze e buone pratiche tra tutti i partecipanti. L’evento intende rivolgersi a tutti i soggetti coinvolti nella realizzazione e nell’esecuzione della Convenzione di Istanbul, ed in particolare: Autorità governative, parlamentari e locali; esponenti del Potere giudiziario e delle forze di polizia; Organizzazioni internazionali e regionali e relativi Organi ed Agenzie; ONG e Società civile.

Giornalisti, fotografi e cineoperatori che intendano partecipare ai lavori della conferenza, dovranno accreditarsi presso l’Ufficio Stampa della Camera dei Deputati (Tel. 06 6760 2125 – 2866 / mail: sg_portavoce@camera.it ).