Pari opportunità dentro palazzo: le donne le vogliono anche fuori

Il nuovo governo dopo il giuramento al Quirinale, Roma. (Alberto Lingria, Afp)
Il nuovo governo dopo il giuramento al Quirinale, Roma. (Alberto Lingria, Afp)
Giuramento del nuovo esecutivo al Quirinale e i giornali si dedicano alla sfilata delle ministre. 
Il nuovo premier è davvero in grado di superare gli stereotipi e tutto quello che ne consegue?

#GovernoRenzi: 8 donne e mezzo (gaudio)

Luisa Betti – 22 febbraio – donne 99 da pagina99.it 

In Italia non esistono più le discriminazione sulle donne né gli stereotipi. In un sol un balzo e nel giro di poche ore, Matteo Renzi, nuovo presidente del consiglio, ha fatto quello che molte italiane non sono riuscite a fare lavorando sul campo giorno e notte. Con un sorprendente coup de théâtre, l’attuale premier ha superato l’atavico potere maschile andando a ribaltare gli equilibri proprio nel cuore di questo potere. Con la velocità di un momento ci ha fatto capire che non solo in Italia non c’è nessuna discriminazione di genere da pareggiare, ma che le donne ormai sono dentro il potere, e quindi il problema non sussiste, non c’è, e chi oserà porlo, da adesso in poi, sarà considerata una che si lamenta senza ragionare sul “fare”. Un governo di 16 ministri e ministre, fatto per metà da uomini e metà da donne – alle quali Renzi ha comunque rifilato i tre ministeri senza portafoglio – è un salto politico che non solo ci fa sembrare risolte ma indirizza, in modo particolare a chi lavora su questi temi, un messaggio preciso: io le donne ve le ho messe, le ho scelte come mi pareva ma le ho messe, ora siamo pari. Un salto che tappa idealmente la bocca già in partenza su quello che invece era stato faticosamente messo in ballo in questi anni dalle donne stesse: femminicidio, stereotipi, lavoro, welfare, ecc. Che Renzi driblasse la questione si era capito ma l’atto di mettere 8 ministre nel suo governo senza nominare una ministra delle pari opportunità – richiesta a gran voce dalla società civile già dopo le dimissioni della ex ministra, Josefa Idem – in questo momento risuona come una provocazione. Non perché le PO siano la soluzione (magari bastasse) ma perché sulle questioni poste recentemente con forza sui diritti delle donne e sui diritti civili, sarebbe opportuno avere di nuovo una seria e concreta attenzione istituzionale, che sembra invece sempre più superficiale o di facciata. Per farla breve: le 8 ministre del governo Renzi, senza nulla togliere alle singole di cui aspettiamo di vedere l’operato così come per i ministri maschi, costeranno care alle donne e non perché le 8 siano incapaci ma perché manca il fulcro della questione che non sono solo le donne fisiche ma le politiche per tutti quei diritti che riguardano il genere, che è ben altra cosa. Un percorso che non comincia da un uomo che decide di rilanciare e piazza sul piatto la sua quota “rosa” ma comincia, semmai, mettendo al primo punto un dicastero con portafoglio (cioè coi soldi) che non si chiami più “pari opportunità” (ma per esempio “dei diritti e delle donne” alla francese), il cui senso però sia molto chiaro. Se Renzi avesse capito qual è il problema delle italiane, avrebbe aggiunto una nona nel gruppo di governo, una persona indicata e dedicata a queste politiche. E nel caso desse una delega a qualche sottosegretari* ancora da nominare, l’inefficacia delle deleghe alle pari opportunità è stata ampiamente dimostrata sia dalla ex ministra del lavoro nel governo Monti, Elsa Fornero, che dalla recente viceministra al lavoro, Cecilia Guerra: la prima perché ha lasciato la questione come ultima senza affrontarla mai veramente e chiedendo un resoconto del Dipartimento pari opportunità agli sgoccioli della legislatura; la seconda, malgrado la buona volontà, perché ha dimostrato ampiamente di non avere uno spazio di manovra autonomo e un potere reale di decisione al di fuori di schemi decisi da un governo maschile e con redini ben salde nelle mani dell’ex premier Letta e del ministro degli interni, Alfano. Questo a dimostrazione che una donna, come un uomo, sono comunque ricattabili dal potere in maniera proporzionale al ruolo che ricoprono, e che l’autonomia di pensiero e di azione sono il vero potere: un valore che va al di là del sesso, ma che può avere diverse conseguenze se agito da un uomo o da una donna, in base a stereotipi ormai conclamati in questo Paese. Un’autonomia pagata a caro prezzo dalla ex ministra delle PO, Josefa Idem, e dalle associazioni italiane che avevano iniziato un dialogo con lei nella sua veste istituzionale, e che si sono ritrovate poi escluse da ogni coinvolgimento reale dopo le sue dimissioni. Una delega alle pari opportunità, Renzi sarà comunque costretto a darla per tutto ciò che è in sospeso in quel dipartimento: a partire dalla task force sul femminicidio e il piano antiviolenza, rimessi in piedi da Cecilia Guerra e Isabella Rauti dopo le dimissioni di Idem e la conversione in legge del decreto sicurezza, la cui presentazione era prevista per l’8 marzo al Quirinale e per la quale Cecilia Guerra e la ormai ex ministra all’istruzione, Maria Chiara Carrozza, si erano già preparate. Chi andrà quindi? Senza dubbio l’unica persona che rimane in campo e con le mani “in pasta” sull’operato istituzionale a riguardo, è Isabella Rauti che, nominata consigliera per le politiche di contrasto della violenza di genere e del femminicidio al Viminale da Angelino Alfano, ha seguito la task force fin da quando era in carica Idem, proseguendo e prendendo parte attiva al piano in quanto rappresentante di uno dei ministeri più importanti nei tavoli della task force. Un nome che ha destato preoccupazione in molte donne sia perché Rauti – pur non essendo assolutamente a digiuno su questi temi – ha da sempre non riconosciuto l’autorevolezza e il lavoro del femminismo italiano, ma soprattutto perché quando è stata alla Regione Lazio nella scorsa giunta Polverini, che adesso è sotto inchiesta con Alemanno (e nella cui lista appariva anche Rauti), si era schierata pubblicamente a favore della legge Tarzia: quella che mirava a cancellare i consultori nel Lazio con un attacco frontale alla 194, dimostrando quindi di avere sì una competenza ma anche una chiara posizione politica in proposito. Posizioni politiche che non hanno un valore puramente “tecnico” ma che sono a favore o contro l’autodeterminazione delle donne, e che non sfuggono alle donne stesse: elementi importanti nella scelta dei nomi se si tratta di responsabilità istituzionali. Non c’è dubbio che quella delle politiche femminil-femministe sia un campo scivoloso per Renzi, come ha dimostrato in veste di sindaco nella gaffe del cimitero dei feti di Firenze – da cui ha cercato di tirarsi fuori anche con l’aiutino di amiche fidate – e non è passato inosservato il suo silenzio volutamente esibito sulla questione alla Leopolda per le primarie del Pd, in cui si percepiva un certo imbarazzo a riguardo ma soprattutto una volontà a saltare a piè pari il problema. Fatto sta che in Italia la questione non è pari opportunità sì o no, ma la necessità di dotarsi di strumenti concreti per cambiare la cultura di un Paese che è indubbiamente maschilista e che continua a fare danni, una scommessa che può essere intrapresa solo attraverso un’interlocuzione seria e un piano a 360 gradi che interessi tutti gli ambiti dei diritti delle donne, nessuno escluso, con una chiara linea politica che sia prima di tutto laica e realmente a favore del superamento totale della discriminazione di genere. Una cultura così profondamente radicata da sembrare quasi banale: a partire dai giornali che oggi fanno la sfilata delle ministre che hanno giurato al Quirinale, a partire da vestiti e dalle scarpe. Mi sembra chiaro che per le donne #lavoltabuona non è questa.

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