Federico: il bimbo ucciso dal padre perché doveva vederlo (per forza)

federico1okOggi, 25 Febbraio 2014 a Milano a Palazzo Sormani (via Francesco Sforza 7) dalle ore 10.00 alle ore 18.00, si svolge il Convegno "La tutela del minore in ambito protetto", in memoria di Federico Barakat, ucciso nel 2009 dal padre durante un incontro protetto presso i servizi sociali di San Donato Milanese. Il Convegno, organizzato da Antonella Penati, mamma di Federico, ha la collaborazione del Comune di Milano e il patrocinio dell'Ordine dei giornalisti lombardo, e sarà aperto dal Presidente del Consiglio Comunale, Basilio Rizzo, dall'Assessore alle politiche sociali, Pierfranceco Majorino, e avrà l'eccezionale partecipazione di Dario Fo (in basso tutti gli interventi).

E’ un incarico enorme quello che ci viene chiesto come relatori e relatrici oggi a Milano al Convegno “La tutela del minore in ambito protetto” che si svolge a Palazzo Sormani (via Francesco Sforza 7 – ore 10/18). Un incontro dove si parla di quale forma di tutela ci sia in Italia per bambini e bambini, a partire da una storia che non vorremmo mai fosse successa: la morte di Federico Barakat, ucciso a 8 anni dal padre il 25 febbraio del 2009 nelle stanze dei servizi sociali di San Donato Milanese durante un incontro protetto. A ricordarlo oggi, insieme alla mamma Antonella Penati che ha organizzato l’evento con grande forza e impegno, saremo in molti: giornaliste, avvocati, psicologhe, medici, giudici, autorità e istituzioni (vedi locandina sotto), accompagnati dall’eccezionale presenza di Dario Fo, premio Nobel per la letteratura, che aprirà i lavori insieme alla mamma di Federico.

Organizzato da mesi, questo convegno appare già come peculiare e diverso dagli altri, perché non è un incontro qualunque, ma si svolge sul ricordo di un bambino che oggi poteva essere vivo. Un bambino che ha pagato con la sua vita, e con una morte spaventosa per mano di un padre che con un coltello ha infierito su di lui fino alla fine suicidandosi subito dopo, proprio nel momento in cui doveva essere protetto, ovvero nelle stanze di quei servizi sociali che avrebbero dovuto vigilare gli incontri protetti con il padre – dopo la separazione della coppia e l’intervento del Tribunale dei minori di Milano – in una situazione di pericolo che da più parti era stata già allertata ma mai presa in seria considerazione da nessuna autorità che si occupava del caso. Un uomo che prima di uccidere il figlio, aveva già più volte aggredito fisicamente e minacciato verbalmente Antonella Penati, mandandola in ospedale.

Una responsabilità istituzionale enorme che ancora oggi, malgrado si sia svolto il processo e con una sentenza del ricorso in appello, rivela una serie di inquietanti ombre sia su questo caso che in generale su come si intenda la tutela dei minori in questo Paese che, malgrado le direttive internazionali, continua a considerare i bambini e le bambine cittadini di serie b senza un’autonomia di pensiero e senza un reale diritto, neanche quello a una vita libera dalla violenza e dal rischio di morte. Quello che chiediamo oggi, insieme a Antonella Penati, è che quello che è successo a Federico non debba succedere mai più: anche se abbiamo ancora molti dubbi in proposito.

Vi aspettiamo per raccontarvi il resto. Grazie

federico ok

Pari opportunità dentro palazzo: le donne le vogliono anche fuori

Il nuovo governo dopo il giuramento al Quirinale, Roma. (Alberto Lingria, Afp)

Il nuovo governo dopo il giuramento al Quirinale, Roma. (Alberto Lingria, Afp)

Giuramento del nuovo esecutivo al Quirinale e i giornali si dedicano alla sfilata delle ministre. 
Il nuovo premier è davvero in grado di superare gli stereotipi e tutto quello che ne consegue?

#GovernoRenzi: 8 donne e mezzo (gaudio)

Luisa Betti – 22 febbraio – donne 99 da pagina99.it 

In Italia non esistono più le discriminazione sulle donne né gli stereotipi. In un sol un balzo e nel giro di poche ore, Matteo Renzi, nuovo presidente del consiglio, ha fatto quello che molte italiane non sono riuscite a fare lavorando sul campo giorno e notte. Con un sorprendente coup de théâtre, l’attuale premier ha superato l’atavico potere maschile andando a ribaltare gli equilibri proprio nel cuore di questo potere. Con la velocità di un momento ci ha fatto capire che non solo in Italia non c’è nessuna discriminazione di genere da pareggiare, ma che le donne ormai sono dentro il potere, e quindi il problema non sussiste, non c’è, e chi oserà porlo, da adesso in poi, sarà considerata una che si lamenta senza ragionare sul “fare”. Un governo di 16 ministri e ministre, fatto per metà da uomini e metà da donne – alle quali Renzi ha comunque rifilato i tre ministeri senza portafoglio – è un salto politico che non solo ci fa sembrare risolte ma indirizza, in modo particolare a chi lavora su questi temi, un messaggio preciso: io le donne ve le ho messe, le ho scelte come mi pareva ma le ho messe, ora siamo pari. Un salto che tappa idealmente la bocca già in partenza su quello che invece era stato faticosamente messo in ballo in questi anni dalle donne stesse: femminicidio, stereotipi, lavoro, welfare, ecc. Che Renzi driblasse la questione si era capito ma l’atto di mettere 8 ministre nel suo governo senza nominare una ministra delle pari opportunità – richiesta a gran voce dalla società civile già dopo le dimissioni della ex ministra, Josefa Idem – in questo momento risuona come una provocazione. Non perché le PO siano la soluzione (magari bastasse) ma perché sulle questioni poste recentemente con forza sui diritti delle donne e sui diritti civili, sarebbe opportuno avere di nuovo una seria e concreta attenzione istituzionale, che sembra invece sempre più superficiale o di facciata. Per farla breve: le 8 ministre del governo Renzi, senza nulla togliere alle singole di cui aspettiamo di vedere l’operato così come per i ministri maschi, costeranno care alle donne e non perché le 8 siano incapaci ma perché manca il fulcro della questione che non sono solo le donne fisiche ma le politiche per tutti quei diritti che riguardano il genere, che è ben altra cosa. Un percorso che non comincia da un uomo che decide di rilanciare e piazza sul piatto la sua quota “rosa” ma comincia, semmai, mettendo al primo punto un dicastero con portafoglio (cioè coi soldi) che non si chiami più “pari opportunità” (ma per esempio “dei diritti e delle donne” alla francese), il cui senso però sia molto chiaro. Se Renzi avesse capito qual è il problema delle italiane, avrebbe aggiunto una nona nel gruppo di governo, una persona indicata e dedicata a queste politiche. E nel caso desse una delega a qualche sottosegretari* ancora da nominare, l’inefficacia delle deleghe alle pari opportunità è stata ampiamente dimostrata sia dalla ex ministra del lavoro nel governo Monti, Elsa Fornero, che dalla recente viceministra al lavoro, Cecilia Guerra: la prima perché ha lasciato la questione come ultima senza affrontarla mai veramente e chiedendo un resoconto del Dipartimento pari opportunità agli sgoccioli della legislatura; la seconda, malgrado la buona volontà, perché ha dimostrato ampiamente di non avere uno spazio di manovra autonomo e un potere reale di decisione al di fuori di schemi decisi da un governo maschile e con redini ben salde nelle mani dell’ex premier Letta e del ministro degli interni, Alfano. Questo a dimostrazione che una donna, come un uomo, sono comunque ricattabili dal potere in maniera proporzionale al ruolo che ricoprono, e che l’autonomia di pensiero e di azione sono il vero potere: un valore che va al di là del sesso, ma che può avere diverse conseguenze se agito da un uomo o da una donna, in base a stereotipi ormai conclamati in questo Paese. Un’autonomia pagata a caro prezzo dalla ex ministra delle PO, Josefa Idem, e dalle associazioni italiane che avevano iniziato un dialogo con lei nella sua veste istituzionale, e che si sono ritrovate poi escluse da ogni coinvolgimento reale dopo le sue dimissioni. Una delega alle pari opportunità, Renzi sarà comunque costretto a darla per tutto ciò che è in sospeso in quel dipartimento: a partire dalla task force sul femminicidio e il piano antiviolenza, rimessi in piedi da Cecilia Guerra e Isabella Rauti dopo le dimissioni di Idem e la conversione in legge del decreto sicurezza, la cui presentazione era prevista per l’8 marzo al Quirinale e per la quale Cecilia Guerra e la ormai ex ministra all’istruzione, Maria Chiara Carrozza, si erano già preparate. Chi andrà quindi? Senza dubbio l’unica persona che rimane in campo e con le mani “in pasta” sull’operato istituzionale a riguardo, è Isabella Rauti che, nominata consigliera per le politiche di contrasto della violenza di genere e del femminicidio al Viminale da Angelino Alfano, ha seguito la task force fin da quando era in carica Idem, proseguendo e prendendo parte attiva al piano in quanto rappresentante di uno dei ministeri più importanti nei tavoli della task force. Un nome che ha destato preoccupazione in molte donne sia perché Rauti – pur non essendo assolutamente a digiuno su questi temi – ha da sempre non riconosciuto l’autorevolezza e il lavoro del femminismo italiano, ma soprattutto perché quando è stata alla Regione Lazio nella scorsa giunta Polverini, che adesso è sotto inchiesta con Alemanno (e nella cui lista appariva anche Rauti), si era schierata pubblicamente a favore della legge Tarzia: quella che mirava a cancellare i consultori nel Lazio con un attacco frontale alla 194, dimostrando quindi di avere sì una competenza ma anche una chiara posizione politica in proposito. Posizioni politiche che non hanno un valore puramente “tecnico” ma che sono a favore o contro l’autodeterminazione delle donne, e che non sfuggono alle donne stesse: elementi importanti nella scelta dei nomi se si tratta di responsabilità istituzionali. Non c’è dubbio che quella delle politiche femminil-femministe sia un campo scivoloso per Renzi, come ha dimostrato in veste di sindaco nella gaffe del cimitero dei feti di Firenze – da cui ha cercato di tirarsi fuori anche con l’aiutino di amiche fidate – e non è passato inosservato il suo silenzio volutamente esibito sulla questione alla Leopolda per le primarie del Pd, in cui si percepiva un certo imbarazzo a riguardo ma soprattutto una volontà a saltare a piè pari il problema. Fatto sta che in Italia la questione non è pari opportunità sì o no, ma la necessità di dotarsi di strumenti concreti per cambiare la cultura di un Paese che è indubbiamente maschilista e che continua a fare danni, una scommessa che può essere intrapresa solo attraverso un’interlocuzione seria e un piano a 360 gradi che interessi tutti gli ambiti dei diritti delle donne, nessuno escluso, con una chiara linea politica che sia prima di tutto laica e realmente a favore del superamento totale della discriminazione di genere. Una cultura così profondamente radicata da sembrare quasi banale: a partire dai giornali che oggi fanno la sfilata delle ministre che hanno giurato al Quirinale, a partire da vestiti e dalle scarpe. Mi sembra chiaro che per le donne #lavoltabuona non è questa.

Premia la tua immagine amica con un click

La IV edizione del Premio Immagini Amiche è promossa dall’UDI e dal Parlamento Europeo – con la collaborazione del Comune di Venezia e presieduta dalla scrittrice e giornalista Daniela Brancati – valorizza una comunicazione che veicoli messaggi creativi positivi, oltrepassando gli stereotipi. La partecipazione al premio è libera e gratuita per chiunque: basta andare sul sito

http://www.premioimmaginiamiche.it

entro il 28 febbraio e segnalare l’immagine che si vorrebbe veder premiata.

Il premio è diviso in cinque sezioni: pubblicità televisiva, pubblicità stampata, affissioni, programmi televisivi e siti web.
La premiazione, che si svolgerà il 10 marzo a Venezia e avrà due categorie di vincitori: la prima decretata dalla Giuria in base alle iscrizioni pervenute, la seconda decretata dal popolo del web in base al numero delle segnalazioni.
Un premio, inoltre, verrà attribuito alle scuole e in particolare per i lavori dei giovani fra i 18 e i 20 anni che frequentano l’ultimo anno di scuola di design, arte, pubblicità. Una menzione sarà, infine, riservata alla città che avrà tenuto comportamenti virtuosi sulle immagini amiche, su segnalazione da parte di associazioni femminili. “La pubblicità sessista e volgare spesso veicola un’immagine degradante della donna, facendo passare il messaggio che tutto sia lecito”, spiega Vittoria Tola, responsabile dell’UDI Unione donne in Italia. “Il premio – aggiunge – vuole dimostrare che si può fare della buona pubblicità senza cadere nei soliti stereotipi e da quando siamo partite con l’iniziativa, qualche risultato lo abbiamo ottenuto”.

Il premio vuole contrastare la tendenza di televisione e pubblicità ad abusare dell’immagine delle donne, svilendone il ruolo, affermando che una diversa cultura è possibile, ed è stato ideato sulla scorta di quanto indicato dalla risoluzione del Parlamento europeo, del 3 settembre 2008, sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità tra donne e uomini.
Ha il sostegno e la collaborazione dell’Ufficio del Parlamento europeo per l’Italia.

 REGOLAMENTO DEL PREMIO

Art.1 Il Premio “Immagini Amiche” si ispira alla Risoluzione del Parlamento europeo votata il 3 settembre 2008 sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità tra donne ed uomini. Intende valorizzare una comunicazione per immagini che non strumentalizzi le donne, non utilizzi stereotipi e al tempo stesso veicoli messaggi creativi propositivi. Inoltre incoraggia la crescita di una diversa generazione di creative e creativi più attenta e socialmente responsabile.

Art.2 Promotori ed organizzatori del Premio sono l’UDI Sede nazionale e l’Ufficio d’Informazione in Italia del Parlamento europeo con sede a Roma in partenariato con la Rappresentanza in Italia della Commissione europea ed il Dipartimento per le Pari Opportunità. Ai promotori spetta la nomina e la convocazione del Comitato d’onore, la nomina della Giuria e della Presidente del Premio. I partner saranno rappresentati nella Giuria e parteciperanno anche a tutti gli oneri relativi all’organizzazione del Premio stesso, per i quali possono accettare il sostegno di soggetti terzi, ivi compreso media partner che esplicitamente rinuncino a concorrere direttamente o indirettamente al Premio.

Art.3 La Presidente del Premio rappresenta il Premio nelle istanze pubbliche, lo promuove in tutte le sedi opportune, convoca la Giuria e proclama i vincitori.

Art.4 Il Comitato d’onore sostiene e collabora alla promozione e alla diffusione del Premio e resta in carica un anno.

Art.5 La Giuria è composta da persone in numero dispari di comprovata competenza nel settore della comunicazione, che non abbiano partecipato alla realizzazione di nessuno dei lavori che concorrano. Della Giuria fanno parte di diritto rappresentanti dei due organismi promotori e i partner (uno per ciascun organismo). La giuria è convocata dalla Presidente del Premio. Alla Giuria spetta la definizione dei criteri di partecipazione e assegnazione del Premio e l’aggiudicazione dello stesso. La giuria resta in carica un anno.

Art. 6 Il Premio “Immagini Amiche” è apartitico, pertanto i componenti della Giuria e del Comitato d’Onore si autosospendono in caso di propria candidatura per la durata delle campagne elettorali.

Art.7 L’iscrizione al Premio è libera e gratuita per chiunque (le iscrizioni si chiudino il 28 Febbraio 2014). Le modalità e le date sono consultabili nel sito del Premio (www.premioimmaginiamiche.it). Possono concorrere lavori realizzati e pubblicati o messi in onda (su stampa, tv e web) nell’anno d’interesse e possono essere iscritti dalle agenzie, dai committenti e dai cittadini. Il Premio ha quattro sezioni: pubblicità televisiva, pubblicità stampata, affissioni, programmi televisivi. La Giuria opererà una prima selezione sulla base di criteri che verranno stabiliti nella prima riunione plenaria, e pubblicati sul sito del Premio (www.premioimmaginiamiche.it). I lavori che supereranno la prima selezione entreranno a far parte di una rosa di titoli per ogni sezione. Su questa short list deciderà la Giuria, che darà motivazione pubblica e inappellabile.

Art.8 E’ attribuito un Premio speciale per le scuole primarie e secondarie o di design, arte, pubblicità e omologhe. Vanno iscritti i lavori ideati/realizzati sulla base delle 2 categorie citate.

Art.9 Menzione speciale del pubblico. Una votazione popolare via web darà luogo a una menzione speciale per ogni sezione. Saranno premiati i lavori più segnalati dal pubblico.

Art.10 Una menzione speciale sarà riservata alla città che avrà tenuto comportamenti virtuosi sulle immagini amiche, su segnalazione motivata da parte di associazioni femminili.

Art.11 Premiazione. Il luogo e la data della premiazione saranno scelti dai promotori insieme alla Presidente del Premio.

Nota bene: le specifiche tecniche per le iscrizioni e tutti gli invii saranno pubblicate sul sito del Premio.

Partita l’onda di “One Billion Rising for Justice”

4dwAlY=--Donne - Contro la violenza sulle donne e bambine. Domani in tutto il mondo una mobilitazione internazionale nata dal lavoro di Eve Ensler, autrice dei "Monologhi della vagina". Quest'anno il tema è la giustizia. 
Molti dei nostri sostenitori – spiega Eve Ensler – ci hanno scritto per dirci che quest’anno volevano andare oltre, andare più in profondità, affrontare la questione dell’impunità e della mancanza di responsabilità da parte delle istituzioni, quali fattori significativi nella perpetuazione della violenza contro le donne. E un miliardo per la giustizia, chiama le sopravvissute, e coloro che le hanno aiutate, a rompere il silenzio attraverso l’arte, la danza, le processioni, i rituali, con canzoni, parole, testimonianze e altre modalità che meglio esprimano il loro senso di ribellione, i loro bisogni, i loro desideri e la loro gioia”.

Il mondo balla per la giustizia: oggi One Billion Rising

13 febbraio @ 15.10 – Luisa Betti da pagina99

e su articolo21  e Lauraboldrini.it

One Billion Rising questa volta è “for justice” e cioè “un appello per promuovere una giustizia rivoluzionaria”, come la chiama Monique Wilson direttrice dell’evento mondiale che anche quest’anno chiede di danzare contro la violenza su donne, ragazze e bambine. Una mobilitazione internazionale nata dal lavoro di Eve Ensler che ha portato per anni in giro per il mondo i suoi “Monologhi della vagina”, e che lo scorso anno ha voluto lanciare il XV anniversario del V-Day, chiamando un miliardo di donne e uomini in una mobilitazione che ha visto più di 10mila eventi sparsi per tutto il Pianeta.  Ma la danza non basta ed è per questo che OBR domani, 14 febbraio, punterà il suo dito dritto verso la giustizia, o meglio contro l’ingiustizia che colpisce trasversalmente tutte le donne di ogni età, ceto sociale, cultura, paese e provenienza. “Molti dei nostri sostenitori – spiega Eve Ensler – ci hanno scritto per dirci che quest’anno volevano andare oltre, andare più in profondità, affrontare la questione dell’impunità e della mancanza di responsabilità da parte delle istituzioni, quali fattori significativi nella perpetuazione della violenza contro le donne. E un miliardo per la giustizia, chiama le sopravvissute, e coloro che le hanno aiutate, a rompere il silenzio attraverso l’arte, la danza, le processioni, i rituali, con canzoni, parole, testimonianze e altre modalità che meglio esprimano il loro senso di ribellione, i loro bisogni, i loro desideri e la loro gioia”. “One Billion Rising for justice” è quindi un evento non perché si balla ma perché se è vero che nel mondo “in media, almeno una donna su tre è stata picchiata, abusata sessualmente o aggredita dal partner durante la sua vita”, come riporta l’Onu, questa è l’occasione in cui molte persone vengono raggiunte da un messaggio preciso sulla violenza contro le donne, e soprattutto le associazioni e chi lavora sul territorio può unirsi, confrontarsi e fare rete per spingere in quello che è la specificità del proprio luogo (come dimostra la mappa) dandosi forza reciproca.


Per questo il 14 febbraio non si ballerà soltanto
: per domani le donne bosniache hanno ottenuto di far discutere in parlamento la legge sulla sull’indennità di guerra per gli stupri subiti durante il conflitto, e in Perù il Demus, un’organizzazione che si batte per migliaia d’indigene sterilizzate durante il regime Fujimori e per le tutte le donne stuprate durante il conflitto armato, ha messo un processo “finto” in cui chiama in causa lo Stato per adempiere all’obbligo di dare il giusto risarcimento alle donne con una Corte presieduta da importanti personalità come Cecilia Medina Quiroga, ex presidente della Corte dei diritti dell’uomo Inter-Americana (IACHR). In tutta l’America Latina, che ha il più alto tasso di femminicidio nel mondo, dal Guatemala alla Colombia, il Costa Rica, Panama, Cile, El Salvador, tutte e tutti gli attivisti si sono mobilitati da mesi sia nelle comunità rurali, che cercando canali di interlocuzione con funzionari governativi, e in Messico si sta lavorando per ospitare 12.000 persone nella Plaza de la Constitución di fronte alla Cattedrale di Città del Messico. In Sud Africa, sia a Città del Capo che Johannesburg, si affrontano due grandi temi: la violenza contro la comunità LGBT e gli stereotipi maschili, mentre i gruppi di donne del Sud-Est e Asia meridionale – Filippine, IndiaNepal, Bangladesh, Indonesia, Thailandia – chiedono uno sviluppo economico e ambientale sostenibile per le donne nel sud del mondo e la fine della militarizzazione e dell’intervento straniero nelle zone di conflitto. In Usa le campagne sono tantissime e ci si concentra su immigrate, diritti delle farmworker, le molestie sessuali sul luogo di lavoro, trafficking e turismo sessuale.

Negli ultimi 20 anni ci son state 20.000-50.000 donne stuprate in Bosnia, 250.000-500.000 in Ruanda, 50.000-64.000 in Sierra Leone, e una media di 40 donne stuprate al giorno nella Repubblica Democratica del Congo: stupri di guerra per cui ancora adesso molti dei responsabili, sono rimasti impuniti (dati Onu). Le spose bambine sono circa 60 milioni con territori, sempre secondo l’Onu, come il Medio Oriente in cui la situazione è difficile da valutare perché il fenomeno non è censito, e Paesi come lo Yemen dove l’elenco delle “piccole spose” che muoiono di parto è un bollettino di guerra. Nei 14 anni di guerra civile liberiana il 40% delle donne ha subito violenze con conseguenze psichiche e fisiche devastanti, e nella sanguinosa guerra civile in Sierra Leone migliaia di donne, ragazze e bambine sono state stuprate e ridotte a schiave sessuali, mentre un numero imprecisato di donne e ragazze sono state violentate in Darfur, nel Sud Sudan e sui Monti Nuba durante conflitti dove venivano spezzate le gambe alle ragazze che scappavano per evitare lo stupro, secondo Amnesty International. Donne che nei campi profughi di Kenya, Ciad, Etiopia, Eritrea, continuano a essere vioolentate appena si allontanano dalla propria locazione per fare legna da ardere. Una violenza che si combatte a partire dalla parola, dalla rottura del silenzio e con il racconto delle storie individuali, come chiede Eve Ensler. Per una giustizia reclamata e pretesa che metta in luce la violenza contro le donne non solo come violenza fisica o sessuale ma come violenza che nasce dalla discriminazione di genere da quando una persona nasce femmina. “Il richiamo alla giustizia – dice Nico Corradini, una delle responsabili di OBR Italia – non è solo riferito all’accesso delle donne alla giustizia ma esprime il desiderio di una vita in cui sia possibile una maggiore giustizia sociale a partire da una reale parità tra uomini e donne in tutti gli ambiti della vita quotidiana: a scuola, in famiglia, sul lavoro, ovunque. Questo – spiega – è un movimento che arriva veramente a tutti e che può divulgare anche quello che molti non sanno o che conoscono solo superficialmente”. OBR, che ha anche appoggiato la campagna spagnola e poi europea #yodecido per l’accesso delle donne all’interruzione di gravidanza volontaria contro i tentavi di cancellarla, come quello del governo spagnolo, valuta come passo importante di una società, l’autodeterminazione delle donne, e riguardo la violenza non rinuncia a sottolineare la necessità dell’applicazione della Convenzione di Istanbul che dà “un quadro completo di come affrontare il tema e per definire azioni che vanno dai centri antiviolenza alla prevenzione, l’educazione, e la sensibilizzazione in ogni ambito: passi necessari per un cambiamento culturale profondo”, conclude Corradini.
Parlare di violenza contro le donne, e di una maggiore giustizia sociale, significa parlare di un fatto che tocca tutte in diversi modi e in diverse fasi della vita, e in cui le istituzioni e le autorità troppo spesso non intervengono o intervengono in maniera superficiale o inefficace, esponendo in ogni caso e ulteriormente la donna che chiede giustizia. Sia la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica (2011), e sia la Carta redatta dalla 57a “Commission on the Status of Women” dell’Onu (2013), sottolineano come la violenza contro le donne comprenda “ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi o possa provocare, danno fisico, sessuale o psicologico o una sofferenza alle donne e le ragazze, comprese le minacce di tali atti, la coercizione o arbitrarie privazione della libertà, sia in pubblico che nella vita privata”, a cui si aggiunge l’esportazione a “governi, soggetti attivi nel settore del sistema delle Nazioni Unite, organizzazioni internazionali e regionali, delle donne e di altre organizzazioni della società civile e del settore privato, ad adottare le azioni a livello nazionale, regionale e globale”, per “il raggiungimento della parità di genere e l’empowerment delle donne in tutte le sue dimensioni”, in quanto “essenziali per affrontare le cause profonde della violenza contro le donne e le ragazze”. Questo perché ancora adesso, come sottolineato anche dal rapporto di Michelle Bachelet, ex responsabile di UN Women oggi presidente del Cile – “Il progresso delle donne nel mondo: alla ricerca della giustizia” (2012) – troppo spesso “i crimini contro le donne non vengono divulgati” e che “milioni di donne nel mondo continuano a subire ingiustizia, violenze e disparità nelle loro case, nel loro posto di lavoro e nella loro vita sociale”, fattori che rendono difficile il superamento reale di una disparità tra uomini e donne. Una discriminazione presente non solo in paesi “lontani” ma anche nella civile Europa, come la Danimarca dove “un certo numero di reati e abusi sessuali non consensuali in cui la vittima è indifesa a causa di una malattia o ebrezza, non sono punibili per legge se il perpetratore e la vittima sono spostati”, o la Norvegia dove “nonostante il numero di stupri denunciati alla polizia sia aumentato, più dell’80% di questi casi sono stati chiusi prima di giungere in tribunale” (Rapporto Amnesty International 2012).

Link del video ufficiale

Link per la mappa mondiale degli eventi

Link elenco completo eventi in Italia

Roma

13.30 Piazza di Spagna hula hoop di Carla Kearns, a seguire flash mob di Linda Foster, Parcour dancers e HoW

16.00 Piazza Cavour scalinata di Palazzo di Giustizia flash mob di Differenza Donna a cui aderisce la Casa internazionale delle donne di Roma

17.00 Piazza Immacolata a San Lorenzo flash mob di Alamiré onlus

17.00/19.00 Testaccio, Città dell’Altra Economia readings, flash mob e installazione dell’artista rap Chiara Rapaccini con i suoi “Amori Sfigati” a cura dell’associazione Feminil C

19.00 Trastevere, via della Lungara 19, serata conclusiva alla Casa Internazionale delle Donne, con proiezioni di film, tra cui Rising di Eve Ensler e Tony Stroebel, readings, musica, cibo e danze con Nicoletta Salvi

Milano

18.00 Piazza Duomo lettura di alcuni testi di Eve Ensler e flash mob sulle note di Break the Chain, inno ufficiale di One Billion Rising (a tutti i partecipanti è chiesto di indossare un capo rosso e un capo nero, i colori della campagna)

18.30 Piazza San Fedele proiezione del film Le parole non bastano più, organizzato da Intervita

21.00 Spazio Luce messa in scena dei Monologhi della vagina di Eve Ensler

Radio Popolare (FM 107.60), in diretta dagli studi di Milano, manderà in onda la canzone Break the Chain, inno della campagna, alle ore 14:00, alle 17:00 e alle 18:00, per i flash mob delle città che vorranno collegarsi tramite lapp RADIO per smartphone o in streaming su www.radiopopolare.it

Flash mob

Bologna

17.30 Piazza Maggiore

Firenze

19.00 Piazza Santa Maria Novella

Napoli

11.00 Piazza Enrico De Nicola davanti al tribunale

16.00 Piazza del Plebiscito

Palermo

17.00 Piazza Vittorio Emanuele Orlando davanti al tribunale

Trieste 
18.00 Piazza dell’Unità

Quando ti difendi e ti danno della “santarellina” (da donne99 su pagina99.it)

Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle, con Marco Travaglio, vicedirettore del "Fatto

Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle, con Marco Travaglio, vicedirettore del “Fatto

Grillo e co. vs Boldrini - Travaglio spiega sulla presidente della camera che “Prima non se la filava nessuno” ma “appena s’è buttata in politica le è spuntata l’aureola". Eppure i toni non sono certo distensivi e affiora l'ipotesi di estender la scorta al compagno e alla figlia della presidente dopo la lettera minatoria arrivata a Boldrini la scorsa settimana. 
Intanto la presidente della camera rilascia un'intervista al "Guardian" in cui viene riassunta la vicenda e dove Boldrini non parla solo di sé ma anche della situazione delle donne inItalia e come sia difficile combattere una cultura maschilista e sessista in questo Paese.

Quando ti difendi e ti danno della “santarellina”

07 febbraio @ 14.07 di Luisa Betti da donne99 su pagina99.it

Una giovane di 19 anni, Chiara Insidioso Monda, è in coma all’ospedale San Camillo di Roma per la violenza del compagno, Maurizio Falcioni di 35 anni, che le ha procurato la mandibola e l’orbita fratturate, la milza spappolata e un vasto ematoma nel cervello. Ridotta in fin di vita dai calci e dai pugni del suo convivente lunedì in un appartamento di Roma in zona Casal Bernocchi, la ragazza sarebbe stata soccorsa solo dopo che, verso le 18, il compagno ha chiesto aiuto ai vicini dicendo che la ragazza era caduta: una tesi che l’uomo ha continuato a sostenere anche mentre la donna veniva portata in ospedale, gridandole: “Dillo che sei caduta, dillo che non ti ho picchiata!”. Una violenza che si è scatenata quando Chiara aveva deciso di allontanarsi dal fidanzato, come testimoniato dal padre di lei, e che lunedi pomeriggio, malgrado le urla fortissime durate per ore, non ha destato sospetti né attenzione del condominio in cui nessuno ha allertato le forze dell’ordine.   Due giorni fa la corte d’Assise d’appello di Bologna ha confermato la condanna di primo grado nei confronti di Alessandro Persico, ex ingegnere della Ferrari, che uccise a coltellate la compagna, Barbara Cuppini di 36 anni, il 18 giugno 2011 a Serramazzoni in provincia di Modena. Una condanna che ha confermato 12 anni in carcere e altri 6 in ospedale psichiatrico giudiziario, in un processo che si è svolto con il sostegno dell’Udi (Unione donne in Italia) che ha organizzato un presidio davanti al tribunale insieme alla Casa delle Donne di Modena e ad altre associazioni. Eppure, malgrado la conferma della condanna, sembra strano che per Persico, che uccise la donna nel sonno con tredici colpi usando due coltelli nascosti sotto il letto, figuri nella sentenza l’infermità mentale, perché, come sottolinea Marta Tricarico dell’Udi Bologna “qui stiamo parlando di premeditazione”, un fatto che rende “difficile sostenere l’infermità mentale”. Un giudizio sostenuto anche da Laura Piretti, responsabile Udi di Modena, che sottolinea come “le associazioni degli psichiatri si sono dichiarate preoccupate per l’utilizzo delle loro perizie nei processi al fine di giustificare atti di violenza”, in quanto anche in questo caso, “la premeditazione e tutta una serie di aggravanti delle precedenti violenze (di Persico, ndr) , non sono state prese in considerazione: è come se l’uccisione di una donna non fosse abbastanza grave”.   Poi la sera di mercoledì, è uscita la notizia di una lettera minatoria nei confronti della presidente della camera, Laura Boldrini, intercettata in un ufficio postale vicino Milano, dentro una busta contenente un proiettile calibro 3,80. La firma della lettera era “Nuove B.” (senza la erre) e una stella a cinque punte rossa, e c’era scritto “sappiamo dove sei, ti verremo a prendere”, “ti getteremo l’acido addosso”. Un fatto che riguarda la presidente diventata nuovamente bersaglio di massa su facebook con la nascita del gruppo: “Querela la Boldrini per diffamazione”, che incoraggia a sottoscrivere una maxiquerela alla Presidente per la frase sulla violenza dei commentatori di Grillo – l’ormai famoso post “Cosa faresti con Boldrini in macchina” – definiti dalla stessa presidente come “potenziali stupratori” durante la trasmissione “Che tempo fa” di domenica sera, ospite da Fabio Fazio. “Se anche tu segui il Blog di Grillo ma non sei uno stupratore querela la Boldrini iscrivendoti qui”, c’è scritto sul gruppo che ha raccolto quasi 7mila sostenitori tra cui alcuni parlamentari 5 Stelle. Minaccia pubblica di querela, riportata anche in assemblea del gruppo pentastellato della Camera e ivi accantonata anche se, ha precisato il senatore 5S Vito Crimi, “se arriva qualche decina di migliaia di firme possiamo pensare anche di spingerlo”. Un’eventualità a cui la presidenza della camera ha replicato dicendo che nel caso “toccherà sottoporre ai giudici il lunghissimo repertorio di minacce sessiste, di stupri evocati, di oscenità, di insulti che da domenica sono comparsi sul blog e sulla pagina facebook di Beppe Grillo, e sentire da loro quale delicata definizione meritino invece gli autori di queste sconcezze, che in nessun modo e in nessuna sede la presidente Boldrini ha riferito agli aderenti”. Un gruppo, quello di Fb, a cui si è contrapposto il gruppo “Diciamo basta agli insulti contro Laura Boldrini. Stop violenza!”, a sostegno della presidente che ha già avuto segni di solidarietà da organizzazioni come Magistratura democratica, l’Udi, DiRe, la Casa internazionale delle donne, le giornaliste di Giulia, e tutta la Convenzione “No More” che si è schierata contro la violenza sessista fuori e dentro al parlamento, richiamando le istituzioni alla Convenzione di Istanbul ed esprimendo solidarietà sia a Boldrini che alla deputata Loredana Lupo dei 5S (aggredita dal questore Stefano Dambruoso di Scelta Civica) e alle deputate del Pd assalite verbalmente dall’onorevole pentastellato, Massimo De Rosa.   Un silenzio assordante è invece sceso su Claudio Messora, il responsabile della comunicazione del Movimento 5 stelle al senato che domenica sera aveva scritto (e poi cancellato) su twitter la ormai nota frase: “Cara Laura, volevo tranquillizzarti… anche se noi del blog di Grillo fossimo potenziali stupratori, tu non corri nessun rischio”, ipotizzando così una categoria di “donne stuprabili” e a cui è seguita anche una petizione online che ne chiede le dimissioni. Messora ha in effetti chiesto scusa, scrivendo su twitter di aver “esagerato col bar dello sport” e di essere stato “avventato e indelicato nei confronti di una signora (un po’ birbantella)”, mettendo la questione sullo scherzo e senza sapere che con queste frasi ulteriori non solo non chiede scusa ma rivittimizza attraverso la banalizzazione della violenza. Scuse che dimostrano che Messora, come altri fuori e dentro il suo movimento, non abbia la benché minima percezione della gravità che c’è nell’esprimere, sostenere, difendere ma anche banalizzare e ironizzare sulla violenza e su chi la vive, in qualsiasi forma essa si esprima. E in Italia può succedere così, banalmente e con una leggerezza assoluta, che un vicedirettore di una testata nazionale, scherzosamente e in una serata qualsiasi davanti a milioni di spettatori, appiccichi addosso a una donna che sta cercando di arginare un’aggressione mediatica sempre più ampia, quella “santa subito” che rimette in gioco il pericoloso, quanto irritante, stereotipo di “santarella” e che suggerisce: eccola qua la “santarellina”. È successo ieri sera durante “Servizio pubblico” condotto su La7 da Michele Santoro, dove Marco Travaglio – vicedirettore di un giornale che pur avendo una rubrica online come “Donne di fatto” ha spesso e volentieri pubblicato articoli negazionisti sul femminicidio o addirittura dileggianti verso lo stesso (Il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2012, “L’ossessione per la donna” di Massimo Fini in cui si prendono in giro tre ragazze stuprate e uccise in Abruzzo) – spiega che Laura Boldrini “prima non se la filava nessuno” ma “appena s’è buttata in politica le è spuntata l’aureola, il pidistallo di marmo, i lumini, e la teca di cristallo tutt’intorno: santa subito”, riferendosi forse alla solidarietà che ha avuto in questi giorni. Un Travaglio che in tutto il suo “editoriale” travestito da simpatica letterina, pensando forse di essere spiritoso, ha in realtà con un tono sottilmente canzonatorio e denigratorio messo in ridicolo una situazione in cui si continua a confondere la “libertà di espressione e di pensiero” con la violenza, banalizzando questa stessa nonché la persona che la sta vivendo.   Ma cosa c’entrano gli episodi d’attualità raccontati all’inizio di questo articolo con la vicenda grillini-Boldrini? C’entrano perché riguardano un unico e solo argomento, ovvero la mancanza di percezione della violenza sulle donne in Italia, sia fisica che sessuale, psicologica o economica (come indica la “Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna” dell’Onu – Cedaw – ratificata nel 1985 dall’Italia), e quindi dell’assoluta mancanza di strumenti nella valutazione del rischio di una situazione. Una continua sottovalutazione generale che ha portato ancora in questi giorni, dopo una legge che doveva risolvere tutto e la ratifica di Istanbul, ad attribuire a Persico l’infermità mentale pur l’evidente premeditazione e in assenza di raptus, che ha spinto i vicini di casa di Chiara a non allertare le forze dell’ordine nel pomeriggio in cui è stata massacrata dal convivente, e che porta ancora oggi a non mettere un freno al rilancio dell’esposizione pubblica di una donna che ricopre, in questo caso, un ruolo istituzionale e che quindi ha una risonanza internazionale e una rispercussione su tutte noi. Una sottovalutazione che porta ancora a valutazioni errate e quindi dannose, compresa la violenza presentata come un ingrediente normale delle relazioni, e che in un quadro di discriminazione basata sul genere, e con tutti gli stereotipi che ne conseguono, rappresenta per tutte le cittadine del mondo un pericolo costante. Una sottovalutazione e un pericolo ben espresso, nella vicenda Grillo-Boldrini, da Claudio Messora secondo cui esistono donne “stuprabili”: un concetto che sembra equiparare a un giudizio erotico-sessuale “positivo” di una donna la sua potenziale “stuprabilità”. In sintesi se ti trovo “stuprabile” è perché sei eroticamente attraente e quindi ne devi essere contenta e stare zitta.   Ma allora perché l’affermazione di Laura Boldrini alla trasmissione “Che tempo fa” su Rai3 da Fabio Fazio sui “potenziali stupratori” è più grave di quella di Messora sulla stuprabilità delle donne? soprattutto se a ipotizzare questa “stuprabilità” del genere femminile non è un simpatizzante qualsiasi ma proprio il responsabile della comunicazione al senato di quella precisa forza politica? Il fatto che si rilanci la questione con una maxiquerela di massa sostenuta anche da alcuni parlamentari stellati, invece di placare e chiedere le dovute e corrette scuse – non scherzose ma serie – da parte del leader Grillo che ha esposto Boldrini a violenza mediatica (in cui appaiono chiaramente anche minacce di stupro), e da parte dei rappresentanti del Movimento 5 Stelle coinvolti, come nel caso di Messora che dovrebbe accompagnare alle scuse anche le sue dimissioni, dimostra proprio questo: ovvero che non ci si rende conto che la violenza non è un ingrediente delle relazioni uomo-donna e che non è una semplice offesa augurare uno stupro, dire che sei una che fa pom**ni o definirci più o meno stuprabili, e che questa è una cultura sessista che non ricopre solo le pareti “dei cessi” (come vorrebbe Travaglio) ma è presente anche nelle esternazioni pubbliche di rappresentanti istituzionali di questo Paese. Persone che se anche fossero dalla parte della ragione dovrebbero avere ben presente che il confronto avviene su un piano di rispetto reciproco e non esponendo a stupro mediatico la “rivale” politica per distruggerla. Il pericolo sono infatti le derive a cui si può arrivare in questa esagerata esposizione, che sono le schegge impazzite come quella della lettera minatoria in cui la minaccia di “acidificazione” verso Boldrini riporta direttamente al femminicidio.   La cosa più imbarazzante è però che nel sostegno della maxidenuncia, che ha l’amaro sapore di ritorsione su chi tenta di difendersi da violenza mediatica pubblica e che per questo va punita in maniera esemplare, appaiano non solo parlamentari ma anche onorevoli grilline che pur avendo ratificato Istanbul e condiviso la battaglia sulla conversione di legge sulla violenza contro le donne, non hanno esitato a partecipare a questa specie di ritorsione di massa dai connotati molto maschili. Non c’è stata, da parte delle grilline, nessuna posizione chiara e compatta di condanna sull’esposizione a violenza sessista della presidente almeno come donna, e solo quattro senatori 5stelle – Lorenzo Battista, Laura Bignami, Monica Casaletto e Luis Alberto Orellana –  si sono dissociati da tutti gli attacchi contro Boldrini, mentre Paola Taverna, ex capogruppo M5S al Senato ha preso posizione chiara verso Messora, dicendo – a “Radio anch’io” di Radio1 Rai – che “dovrà delle spiegazioni al Movimento” ma che “sicuramente si sta pensando al Senato di procedere in qualche maniera”. E se sul gruppo FB si allerta la popolazione italiana che “Laura Boldrini ha deciso di arruolare una società – la Hagakure srl – per dare la caccia a chi sul web e sui social network deride l’immagine della Camera e della stessa presidente”, confondendo ancora una volta la violenza con l’irriverenza, in Francia, tanto per fare un salto in un Paese più civile del nostro, il 24 gennaio il governo ha deciso che l’autorità per la vigilanza sul web potrà indagare e punire gli autori di commenti sessisti, omofobi e contro i diversamente abili, dopo che lo scorso anno sono pervenute 120 mila segnalazioni. In più, sempre il governo francese, ha anche deciso che le scuole di giornalismo prevedano corsi di formazione “sull’uguaglianza tra i sessi”: una decisione basata, come espresso dal socialista Sébastien Denaja, sul fatto che i media hanno comunque un forte potere nella società.

*In questo articolo sono volontariamente omessi i riferimenti e i link al blog di Grillo e a tutti i siti e gruppi del Movimento 5 stelle, per mia libera scelta a non supportare economicamente tali persone e gruppi, come riportato da Milena Gabanelli nell’inchiesta andata in onda il 19/05/2013 “Il transatlantico delle nebbie” su “Report”.  – See more at: http://www.pagina99.it/blog/3666/Quando-ti-difendi-e-ti-danno.html#sthash.cdE5JRPw.dpuf

Violenza a 5 stelle (da donne99 su pagina99)

0wtTCo=--la_presidente_laura_boldrini_con_il_suo_staff_da_www_lauraboldrini_itGrillo vs Boldrini – Mentre continua la bufera, Claudio Messora, responsabile comunicazione dei pentastellati, scrive (e poi cancella) su twitter: “Cara Laura, volevo tranquillizzarti… anche se noi del blog di Grillo fossimo potenziali stupratori, tu non corri nessun rischio”, come se esistesse una categoria di “donne stuprabili”. Poi Messora chiede scusa e scrive ancora su twitter riferendosi al suo post e a quanto dichiarato dalla presidente della camera, e cioè che coloro che l’hanno aggredita sulla bacheca di Grillo sono “potenziali stupratori” (intervista di domenica sera da Fabio Fazio a “Che tempo fa” su Rai3): “trovo quello che ha detto la boldrini inaccettabile. Io ho esagerato col bar dello sport e mi dispiace” e anche “ok sono stato avventato e indelicato nei confronti di una signora (un po’ birbantella) “, mettendolo sullo scherzo e rivittimizzando attraverso la banalizzazione della violenza. Scuse che dimostrano che Messora, come altri, non ha la benché minima percezione della gravità del fatto di aver espresso il concetto (nel twitter poi cancellato), che in teoria esisterebbero delle donne “stuprabili”, un concetto che qui equivale a un giudizio erotico-sessuale “positivo” di una donna: cioè, se ti trovo “stuprabile” è perché sei eroticamente attraente e quindi ne devi essere contenta. Un concetto che suggerisce che in realtà l’affermazione di Laura Boldrini da Fazio, non sia affatto esagerata. Ma essendo Messora responsabile della comunicazione di un Movimento che ha il 25% dei voti in Italia, Movimento 5Stelle, non dovrebbe forse aggiungere alle scuse anche le sue dimissioni? Oppure rappresenta, in qualche modo, davvero  un gruppo politico che tra i suoi rappresentanti istituzionali annovera persone così?

Violenza a 5 stelle

03 febbraio @ 09.53 – Luisa Betti – da donne99 su pagina99

anche su Articolo 21 

Cosa succederebbe se durante un conflitto armato una donna in prima linea fosse indicata da un capo branco come causa del disastro e quindi bersaglio da punire? Semplice, la risposta è stupro collettivo. Lo stupro come arma di guerra abbraccia culturalmente ambiti radicati nella vita quotidiana da cui non è slegato – altrimenti non esisterebbe e non avrebbe senso – ed è l’extrema ratio della violenza contro le donne in una situazione “limite” come è una guerra, ma porta in sé gli stessi concetti di controllo, punizione, possesso, corpo ridotto a oggetto, distruzione di questo stesso corpo umiliato e ridotto a “nulla”, propri del femminicidio, e che considera lo stupro un’arma a tutti gli effetti. Oggi, a proposito di questo, parliamo di stupro mediatico collettivo in un contesto di conflitto rappresentato da una bassa soglia di tollerabilità e assenza di confronto. Ma che cosa è? È quando un obiettivo, in questo caso politico, vive in un corpo femminile e per questo non viene solo esposto alla pubblica rabbia ma simbolicamente lanciato dal capo branco nell’arena dove la massa di accoliti sono pronti a procedere al dilaniamento: una distruzione che nel caso di un corpo femminile, avviene attraverso un’azione distruttiva sessuale. Il fatto che avvenga realmente o che sia a livello simbolico, e in questo caso mediatico, non ne cambia i termini culturali e sostanziali, e non fa differenza che la donna in questione rappresenti un’istituzione, un punto di vista o una semplice cittadina, perché se è una donna, è prima di tutto una femmina e per questo sarà attaccata in base a un presupposto di genere che si basa su una cultura discriminatoria. Ma veniamo ai fatti, e partiamo dall’inizio, ovvero da quello che è successo alla Camera la scorsa settimana a seguito dell’ostruzionismo a oltranza dei 5 Stelle sul disegno di legge Imu-Bankitalia, passato poi con 236 sì e 209 no, che ha scatenato una escalation di violenza, anche sessista, in parlamento. Grillo/Casaleggio, in proposito, hanno fatto sapere subito dopo l’accaduto, come in aula siano avvenuti “due fatti incontrovertibili, l’aggressione filmata e vista in tutto il mondo del questore di Scelta Civica, Dambruoso, alla portavoce del M5S Lupo, e il totale stravolgimento delle regole parlamentari con l’interruzione d’imperio, motu proprio, degli interventi dell’opposizione sul decreto IMU/Bankitalia da parte della presidente della Camera, Boldrini”. Un resoconto in cui si dimentica di ricordare l’irruzione di alcuni deputati 5stelle nella commissione giustizia dove il deputato grillino Massimo De Rosa, ha apostrofato violentemente alcune deputate del Pd dicendo: “Voi del Pd siete arrivate qui solo perché avete fatto dei po**ini”, a cui è seguita querela. Dopo qualche giorno, il leader del Movimento 5 stelle, Beppe Grillo, pubblica sulla sua pagina facebook la seguente frase: “Che fareste in auto con Boldrini?”, postando sotto un video in cui un giovane movimentista in macchina inscena, con una Boldrini di cartone, un monologo sugli avvenimenti alla camera e la cosiddetta “ghigliottina” attribuita alla presidente. Un’esca a cui accorrono i militanti e i simpatizzanti 5 stelle che dalle 23 di sabato sera si esibiscono con più di 400 commenti al post del leader, scatenandosi contro Laura Boldrini come l’orda di cui sopra (v. preambolo), e con frasi del tipo:

“mi farei fare una poa” “la metto a pera e poi la foo in co”

“ti sale in macchina perché la stai pagando, mi raccomando le protezioni”

“la riempirei di botte”

“impossibile, non vado a mi***tte”

“la porti in un campo rom e la fai tro**are con il capo villaggio”

e così via.

A questo punto, e con tutte le reazioni che ci sono state di fronte a questa esposizione a violenza mediatica, lo staff del movimento 5 stelle cancella, si scusa e fa sapere: “Prendiamo le distanze dalle offese sessiste dal post di Grillo. I messaggi sono stati scritti nella notte quanto non era possibile operare alcun controllo”. Bene, come scusa può andare: ma chi ha esposto Laura Boldrini a questa violenza, cosa aspetta a fare le sue scuse pubbliche alla presidente e alle cittadine italiane? Non solo, perché lo staff pentastellato aggiunge che “chi ha scritto le minacce può essere querelato tranquillamente” e che “la rete è libera e deve rimanere libera ma ognuno si assume le proprie responsabilità”. Frasi di circostanza, e davvero poco sensate, perché si giustifica indirettamente la violenza del linguaggio e l’esposizione a tale violenza, come libertà di espressione: cose ben diverse in cui la censura non c’entra, perché è come dire che in fondo la violenza domestica è una cosa normale perché ognuno, a casa sua, può fare quello che gli pare. Come osservato dalla stessa Boldrini intervenuta telefonicamente in tv a “L’Arena” condotta da Massimo Giletti, “questo non è dissenso: questi sono atti violenti e intimidatori”, in quanto “non discutono del mio operato” ma “essendo donna, gli insulti all’istituzione si traducono in volgarità a sfondo sessuale”. Concetti ampiamente chiariti da Fabio Fazio ieri sera a “Che tempo fa” su Rai3, in cui la presidente sottolinea come il video postato sul blog di Grillo in quel modo fosse una “istigazione alla violenza” di cui sono riprova i commenti che sono seguiti “tutti a sfondo sessista”. E lei lo sa bene che cosa è la violenza e il linciaggio mediatico, perché non è nuova a questi assalti e aggressioni da cui lei, fin dall’inizio, ha osato difendersi. Chi non ricorda il “Giornale” che scriveva di “inediti e inquietanti particolari sullo smodato uso del potere, da casta vecchio stile, della presidente della Camera, Laura Boldrini, che per arginare la foto-burla che su Facebook ritraeva una finta Boldrini nuda, ha scatenato l’inferno”? Su di lei è stato detto di tutto, le sue foto sono state ritoccate in diversi modi e suo corpo simbolicamente fatto a pezzi, smontato. Ma esporre alla violenza tutti coloro che non vanno a genio, e se si tratta di una donna usare il peggiore dei metodi machisti, è comunque per i 5stellati un vizietto. Lo abbiamo visto con diversi giornalisti, tra cui la collega de “L’Unità”, Maria Novella Oppo, ma soprattutto con Federica Salsi, consigliera del Comune di Bologna eletta nel M5S, che rea di una partecipazione a “Ballarò”, fu redarguita dal capo Grillo che la descrisse come una che va in tv a cercare il suo punto G e precisamente “il punto G, quello che ti dà l’orgasmo nei salotti dei talk show”. Una messa all’indice del leader che creò un varco a una violenza mediatica che sul sito e su Fb si è sfogata con frasi come:

“Fuori dai cog*ni!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! non capisci un cao!!! questa testa di cao!!!!!!!!!!!!!!!!!sembrava quella faccia da co della gelni, ma vai a care te e i tuoi amici del ca**o!!!!!!!!!!!!!!!!!!io gli farei fare una bella intervista anche su playboy!”.

In un Paese in cui la radice culturale della discriminazione di genere è così profonda, trasformare un bersaglio politico che vive in un corpo di donna in bersaglio “debole”, è molto semplice, anche perché questo tipo di violenza non è ancora riconosciuta come tale. I commenti al post di Grillo rappresentano l’italiano arrabbiato che invece di approfondire la sua rabbia e politicizzare davvero il suo disagio, preferisce scagliarsi contro il primo bersaglio che il suo capo gli indica e nel modo più scontato. E cosa c’è di più scontato degli stereotipi legati al machismo? (anche se la vera domanda è: perché Grillo tira fuori il peggio e non il meglio dei suoi seguaci?). Il fatto più grave di tutta questa storia rimane poi l’ancora scarsa percezione sia della violenza sia dell’esposizione a questa, che rappresenta già in sé una rivittimizzazione: una svalutazione che porta a confondere le botte con il troppo amore, l’attacco violento come fosse una burla: cose in fondo non gravi. E se è importante che le donne, in questo caso Boldrini, denuncino la violenza per riuscire a combatterla, è anche importante condannare la negazione e la banalizzazione che è una rivittimizzazione grave. Come quella fatta da Claudio Messora, responsabile comunicazione del Movimento 5 Stelle, che su twitter ha risposto alle dichiarazioni di Boldrini da Fazio – che ha identificato i pentastellati che l’hanno aggredita su Fb come “potenziali stupratori” – con la frase “Cara Laura, volevo tranquillizzarti… anche se noi del blog di Grillo fossimo potenziali stupratori, tu non corri nessun rischio” (post comparso ieri notte e poi cancellato per le proteste ma ancora reperibile). Oltre a Grillo e ai suoi “simpatizzanti” virtuali, una riflessione va fatta anche su chi gli sta vicino, o meglio sulle onorevoli e gli onorevoli che prendono uno stipendo per le loro funzioni istituzionali e che hanno ratificato, e quindi letto, la Convenzione di Istanbul e che hanno presentato diversi emendamenti al decreto sicurezza sui tre capitoli riguardanti la violenza contro le donne. Onorevoli che in aula hanno argomentato sul femminicidio in maniera ampia, e che forse si sono già dimenticati, o non hanno capito cosa facevano, oppure hanno ripetuto pedissequamente quanto suggerito dalle associazioni delle donne, sul fatto che “la violenza nei confronti delle donne intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano, o sono suscettibili di provocare, danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica, economica, comprese le minacce di compiere tali atti”, (“Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica”, Istanbul, 2011). Sono loro che avrebbero il dovere di interoquire con il loro leader che adotta non la ghigliottina ma la forca per chi osa criticare e che, se si tratta di una donna che “sgarra”, non disdice di adottare la deprolevole esposizione a violenza mediatica, e quindi psicologica, come già successo con Federica Salsi e ora con Boldrini. Un escamotage per cui certo, si può querelare chi usa violenza attraverso il linguaggio ma cosa puoi fare contro chi ti espone a questa violenza? E a che serve poi battersi per la Convenzione di Istanbul e per il contrasto contro violenza sulle donne-femminicidio, se non la si riconosce in casa propria, e se addirittura il responsabile della comunicazione del tuo movimento si esprime con questi toni, rivittimizzando invece di chiedere scusa? Infine, diciamolo fuori dai denti: Laura Boldrini, presidente della camera dei deputati e terza carica dello stato, è una donna che non è stata mai simpatica né ai grillini né alla destra, perché in realtà fa quello che loro proclamano, ed è un bersaglio politico a cui si punta con disprezzo di genere e tentativi di screditamento. Boldrini si è davvero diminuita lo stipendio, ha dimezzato il suo staff e soprattutto ha un rapporto diretto e di ascolto con le persone che le chiedono una interlocuzione, con la gente. Pur non facendosi pubblicità, una pubblicità che sicuramente altri non sdegnerebbero, Boldrini si comporta come una cittadina qualsiasi in molte situazioni e non ha la “spocchia” di molti altri: una persona che non si sottrae mai a una richiesta, che viaggia con voli di linea anche per visite ufficiali, una donna che raccoglie i biglietti che le lasciano nella borsa e in tasca durante gli interventi pubblici e che contatta direttamente quella gente disperata che non sapendo dove andare, spera in un ascolto delle istituzioni e lo fa individuando lei come interlocutrice. Una carica istituzionale pronta a chiedere “scusa” per le disfunzioni dello stato prendendosi lei, con la sua faccia e di persona, lo sfogo e la disperazione di chi, in questo Paese, si sente abbandonato. Oltre ogni capacità fisica, Laura Boldrini c’è sempre e si pone con gli altri con una dose di umiltà che farebbe bene a molti parlamentari dell’ultima ora. Una presidente che quando è venuta ad ascoltare le associazioni sul femminicidio alla Casa internazionale delle donne, non si è assolutamente vergognata di tirare fuori il suo quaderno nero per prendere appunti, al contrario di molti altr* onorevoli che pur non sapendo nulla dell’argomento, hanno sfoderato un inventario di banalità senza eguali (e ne ho sentite tante con le mie orecchie). Boldrini è una donna che non ha paura e per questo fa paura, una presidente che nel suo intervento al senato durante il convegno di settembre su “Convenzione di Istanbul e media” organizzato dalla vicepresidente vicaria del senato, Valeria Fedeli – ero a quel tavolo e quindi presente – non ha avuto nessuna remora formale a dire che gli stereotipi di genere sono alla base della violenza e che gli uomini devono cominciare a elaborare questo concetto ovunque, anche all’interno delle istituzioni: un discorso che Boldrini ha fatto chiamamando in causa se stessa e dicendo chiaro e tondo di voler essere chiamata signora presidente e non più signor presidente, “perché noi non siamo meteore” che appaiono per poi sparire. Noi ci siamo e continueremo a esserci, ed è per tutto questo, e non solo, che #iostoconlaura.

*In questo articolo sono volontariamente omessi i riferimenti e i link al blog di Grillo e a tutti i siti del Movimento 5 stelle, per mia libera scelta a non supportare economicamente tali persone e gruppi, come riportato da Milena Gabanelli nell’inchiesta andata in onda il 19/05/2013 “Il transatlantico delle nebbie” su “Report”.

Aborto, una “marea violeta” invade Madrid (da pagina99.it)

foto madridSpagna – Decine di migliaia di persone manifestano contro la legge che riporta all’indietro i diritti delle donne in Spagna consentendo l’aborto solo in caso di stupro e pericolo di morte della donna. E l’ondata di protesta arriva nelle piazze europee, da Parigi a Roma

Aborto, una “marea violeta” invade Madrid 

01 febbraio @ 18.12 – Luisa Betti – da pagina99.it

È una marea violeta quella che nella mattinata ha inondato le vie di Madrid: decine di migliaia di persone, donne e uomini di tutte le età che sono arrivati da ogni parte della Spagna insieme al “Treno della libertà” partito dalle Asturie. L’appuntamento è alla stazione di Atocha, per sfilare nelle strade della capitale contro il progetto di legge proposto dal ministro della giustizia Gallardòn ,che vorrebbe ridurre l’interruzione di gravidanza ai casi di stupro o di pericolo di vita della donna certificata da due medici, cancellando così la precedente legge sull’aborto approvata nel 2010 da Zapatero. Una marea violeta inarrestabile che aumenta di ora in ora, e che procede decisa perché vuole voncere come la marea blanca che ha fermato la privatizzazione di alcuni ospedali pubblici di Madrid. Quello che questa gente vuole, è il ritiro della proposta di legge sull’aborto del governo Rajoy, ed è per questo che nelle strade di Madrid, oggi, la parola d’ordine è “Gallardòn dimission!”, un coro che quando arriva sotto il ministero della Sanità, grida forte per avere anche le dimissioni della ministra Ana Mato.

In bella vista c’è lo striscione del treno della libertà, su un altro c’è scritto “Nosotros decidemos”, una ragazza ha disegnato sulla sua pancia nuda “fuori la chiesa dal mio ventre”, e nelle mani il fiume di gente tiene strette bandierine con i simboli femministi, ombrelli rossi aperti ma anche le bandiere delle province e delle regioni spagnole chiamate a raccolta stamattina contro la legge Gallardòn, raffigurato in piazza come un dracula gigante di cartapesta.

Gill McBride, un’australiana catapultata a Madrid per manifestare insieme alle donne spagnole, racconta dalla piazza: “E’ un fiume di gente così grande che non si riesce a vedere né la fine né l’inizio del corteo. La strada della manifestazione è enorme; sembra il raccordo di una grande città pieno di persone di tutti i tipi”. Gli striscioni non sono numerosi ma le bandiere della repubblica spagnola svettano per aria insieme a quelle azzurre delle Asturie. E’ uno spettacolo festoso; chi balla, chi canta: “Accanto a me c’è una nonna che sbatte sul coperchio di una penatola e grida slogan, è incredibile la forza e la vitalità di questo corteo, e quello che risalta è che si tratta di persone normali, famiglie, che sono qui perché vogliono decidere per se stessi, tutti”. Le ore passano e le donne che sono in testa avanzano gridando: “Gallardón, io controllo il mio utero”, e non arretrano davanti alle tre fila di transenne. Poco prima delle 14, ora in cui il documento “Porque Yo decido”, firmato da 334 associazioni, deve essere consegnato, il ministro degli Interni Jorge Fernandez Diaz fa sapere che il governo ha già stabilito la sua posizione nel progetto di riforma della legge sull’aborto e che “nulla è più progressista nella vita che tutela i più svantaggiati”, frase che arriva dopo la dichiarazione del minstro Gallardòn che, già nella giornata di ieri, si era detto pronto a lasciare il governo ove passasse una pur minima modifica al suo articolato di legge. Arrivate alle transenne, alcune donne vanno a trattare con le forze dell’ordine, per portare il documento al palazzo del congresso. Quando riescono ad oltrepassare le sbarre e a consegnare il documento che chiede di ritare la proposta di legge antiabortista e di lasciare quella attuale, scoppia un applauso che contagia la piazza, e tutti gridano: “Si può! Si può!”.

Una possibilità che diventa più reale perché a sostenere le donne e gli uomini spagnoli che oggi sono scesi in piazza ci sono altre città del mondo che manifestano: da Londra a Parigi, Lisbona, Dublino, anche grazie a un passaparola che è stato determinante sui social network, più che sull’informazione tradizionale, e che ha lavorato  a livello internazionale. Dopo le 14 sono iniziate infatti le manifestazioni un po’ ovunque, a cominciare dalla Francia dove più di 90 associazioni e gruppi si sono mobilitate nelle diverse città, e dove tutti i consultori francesi si sono mossi per questo appuntamento del primo febbraio. A Parigi, sotto l’ambasciata spagnola, c’erano bandiere e striscioni in difersa dei diiritti delle donne e non hanno partecipato solo donne ma anche molti uomini, e la stessa Anne Hidalgo, la candidata socialista a sindaca di Parigi di origine spagnola, era lì con loro.

In italia le donne si sono ritrovate in moltissime città anche sotto la pioggia: Firenze, Bologna, Napoli, Torino, Palermo, e in tutte quelle in cui si erano date appuntamento con la rete  Womenareurope. In particolare a Roma la manifestazione sotto l’ambasciata spagnola è stata molto vivace e partecipata: “Ci sono le ginecologhe, le ostetriche, anche alcune parlamentari, ma posso dire che in realtà ci sono tutte le associazioni e i collettivi di donne romane che conosco, oggi ci siamo tutte qui – dice Francesca Koch della Casa internazionale delle donne – e soprattutto vedo tante giovani che sono, direi, molto arrabbiate”. Gli slogan e gli striscioni nella capitale sono: “il corpo mio e io decido”, “io decido se essere madre”, “io decido di non fare il passo indietro”, e le ragazze buttano i coriandoli ovunque. Meno partecipata quella di Milano, per una pioggia battente che però non ha impedito di far scendere in strada donne e uomini, soprattutto ragazzi, che hanno partecipato alla manifestazione sotto il consolato spagnolo.