Diritti Umani

Sierra Leone, miniera di sangue (2010)

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IL MANIFESTO – FUORIPAGINA – 16/12/2010

Luisa Betti

“Siamo partiti appena finita la guerra, eravamo i primi occidentali a entrare in Sierra Leone con un visto per giornalisti. Quando l’Unicef propose alla Rai di andare a documentare cosa era successo in questo paese, accettarono di mandarmi malgrado non avessi mai fatto l’inviato di guerra, solo dopo ho saputo che in realtà nessuno voleva partire, avevano tutti paura e in fondo non avevano torto, noi eravamo delle lampadine che giravano con una telecamera in mano, e se penso che avevo 35 mila dollari in contanti nella tasca posteriore della giacca con cui dovevamo pagare tutto, perché non c’era la carta di credito, mi vengono i brividi”.

Era l’ottobre del 2002 e la pace era stata firmata dopo dieci anni di guerra civile rimasta impressa nell’immaginario collettivo per la sua inaudita violenza: in quei 10 anni in Sierra Leone i bambini dai 4 anni in su venivano rapiti e addestrati a uccidere, mentre il 90% delle bambine veniva ridotto in schiavitù dai militari. “C’erano ragazze giovanissime che erano state rapite da bambine e rese schiave sessuali – racconta Celli – erano state violentate e non riuscivano a tornare al villaggio sia perché non lo trovano sia perché non erano accettate dai parenti, e la cosa grave era che queste ragazze abbandonavano i bambini perché frutto di violenze, e il tentativo degli aiuti umanitari era quello di supportarle e aiutare i bambini”. Il primo contingente dell’Onu viene mandato nel 1999, 6.000 unità che vengono fatte immediatamente prigioniere dal Ruf (Revolutionary United Front). Solo nel 2000 arriva un grande contingente dell’Onu con circa 65.000 unità, poi l’accordo di pace e l’arrivo delle diverse organizzazioni umanitarie senza le quali la situazione sarebbe precipitata.

“Se non fossero arrivati gli aiuti umanitari molte persone e bambini sarebbero morti per le violenze e le atrocità subite – continua – ed è una cosa che ho percepito fin troppo bene quando sono andato al centro di riabilitazione per mutilati della periferia di Freetown e ho visto quello che veniva chiamato l’inferno degli amputati: donne, uomini, ragazzi e bambini, tutti senza mani o senza braccia, o senza gambe, assistiti dal mangiare fino per andare in bagno, persone che sarebbero morte senza aiuto. Poi incontrai Saidù, un ragazzo di 13 anni rapito e arruolato dal Ruf a 5 anni, e capii che questo inferno era figlio di un altro inferno”. Nel 1996, durante la guerra civile, la Nprc (National Provisional Ruling Council) aveva indetto votazioni presidenziali e la gente era andata a votare, ma il Ruf, che controllava la zona nord, cioè la più ricca miniera di diamanti del paese, era contrario, e per terrorizzare la popolazione “prendevano i bambini come Saidù, li portavano nei villaggi armati di machete e ordinavano di fare questa domanda: tu sei andato a votare? con quale mano hai votato? Poi alzavano il machete e chiedevano: manica corta e manica lunga? Cioè vuoi che ti taglio la mano o il braccio? Alle volte amputavano anche i bambini, i figli di quelli che avevano votato”.

Il risultato di quel viaggio fu “Il sangue dei diamanti”, un reportage di 45minuti andato in onda su Raidue, e oggi “portato in giro” nelle scuole e nei convegni per l’Italia, e che stasera, giovedì 16 dicembre, sarà proiettato a Lucca (ore 21 nella Sala Rappresentanza di Palazzo Ducale) durante l’incontro organizzato dalla Scuola per la Pace e da Emergency su “Sierra leone: un paese dimenticato”, con Stefano Baccelli (presidente della Provincia), Alessandro Bertani (vicepresidente di Emergency), e lo stesso Dario Celli, non tanto per ricordare ma perché se in Sierra Leone la guerra è finita, le cose devono ancora cambiare. Secondo le statistiche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’aspettativa di vita nel paese è di 49 anni e il 21% dei bambini con meno di 5 anni è sottopeso, il tasso di mortalità infantile è di 123 decessi ogni 1.000 bambini e 194 decessi tra bambini con meno di cinque anni, mentre per la mortalità materna ci sono 1.800 gestanti che, ogni 100.000 parti, muoiono per complicazioni durante la gravidanza.

Ed è per far fronte a questa mattanza che Emergency il suo ospedale di Goderich, alla periferia di Freetown, non l’ha smantellato ed è una fortuna se si pensa che è completamente gratuito nel paese più povero del mondo: “Quando sono andato all’ospedale di Emergency, è stato come entrare all’improvviso in un altro mondo. Ero appena stato in un ospedale pubblico – continua Celli – con gente malata per terra, senza letto, senza coperta, insomma senza niente, quindi entrare in un ospedale dove i pazienti avevano anche il pigiama è stato un impatto notevole. Quell’ospedale ancora è lì, ed è una eccezione perché di solito dopo la guerra Emergency se ne va, mentre in questo caso sono rimasti perché l’emergenza non era finita”. I bambini che corrono in questo ospedale con l’esofago corroso dalla soda caustica sono tantissimi: spesso la soda viene scambiata e bevuta come acqua dai bambini perché è trasparente e le mamme la usano per fare il sapone, ma le principali cause di mortalità nei minori di 5 anni continuano a essere la polmonite (20%), i disturbi gastrointestinali (21%) e la malaria (13%), ed è dal 2008 che Emergency ha avviato con l’Università di Parma un programma per offrire un alimento ipercalorico e iperproteico per i bambini denutriti da preparare con alimenti reperibili in loco.

 La colpa della Sierra Leone? Troppa ricchezza di cui non è padrona: diamanti, oro, bauxite e rutilio, un territorio fertile e un mare pescoso, e adesso il petrolio (Anadarko e Tullow Oil stanno cominciando l’estrazione del petrolio prima dal Ghana e poi dalla Sierra Leone), in un paese che, secondo il Rapporto 2010 del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), risulta essere al 180° posto su 182 nella graduatoria dell’indice di sviluppo umano. Un paese in cui ancora si pratica la Fgm (Female genital mutilation), dove i tassi di violenza sono ancora altissimi e le donne non hanno nessun accesso alla proprietà della famiglia. “La situazione, dopo nove anni, non è cambiata molto. La chiave di volta secondo me – dice Dario Celli – è la diga di Bumbuna che doveva essere aperta quando stavo là ma che è stata inaugurata il 27 gennaio di quest’anno e che alimenterà l’intero paese. Un vero investimento, perché è fatto in un paese in cui bisogna rifare tutti gli impianti, le strade, insomma tutto, e fino a quando non c’è l’elettricità non si può fare niente. A farla sono stati gli italiani della Salini spa, la Banca Africana di Sviluppo, l’Inghilterra e l’Opec, ma a mantenerla in questi anni di guerra sono stati gli italiani”.

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