Quel genere di grido che lo Stato non ascolta (2012)

Rashida Manjoo, Special Rapporteur dell'Onu sulla violenza contro le donne
Rashida Manjoo, Special Rapporteur dell’Onu sulla violenza contro le donne

Combonifem – 01.03.2012 –

Luisa Betti

«Quello che avete voi non è solo un problema di genere ma di violazioni dei diritti umani, e non ve ne rendete conto!». L’Italia non firma le Convenzioni internazionale ed europea sulla violenza e sulle discriminazioni nei confronti delle donne, non le tutela quando denunciano, non prende provvedimenti davanti al crescente numero di casi di femminicidio. Così l’Onu richiama le istituzioni al loro dovere, segnalando l’esistenza di un problema prima di tutto culturale. 

I primi di febbraio, nel gelo di una Roma in mezzo alla neve, un giovane padre di 26 anni ha ucciso il figlio di 16 mesi, lanciandolo nel Tevere alle 6 di mattina. Patrizio Franceschelli, questo il nome dell’uomo, si era presentato a casa della nonna del piccolo, che lo aveva in custodia dopo il ricovero della mamma, per strappare il bimbo dal sonno e portarlo via perché quello era “suo” figlio. Un gesto che, più che il raptus di un folle – come molti giornali titolano erroneamente quando trattano di fatti estremi ai danni di donne e minori –, è stato un atto di potere sulla vita di un essere umano, che l’uomo intendeva di sua proprietà, e soprattutto una vendetta sulla madre del piccolo che aveva lasciato l’uomo per rifugiarsi a casa dei familiari dopo l’ennesima violenza subita. «Non è un pazzo, come lui stesso si definisce, ma solo un uomo violento, un padre-padrone che massacrava di botte mia figlia», ha poi spiegato la nonna del piccolo Claudio, che ha tentato di salvare il bimbo slogandosi un braccio e un piede. Questo episodio di inaudita violenza come anche la maggior parte dei femminicidi che si consumano in Italia – circa 130 nel 2011 e almeno 18 dall’inizio del 2012 – sono legati a un background di violenza domestica, un fenomeno in crescita costante che, secondo la relatrice speciale dell’Onu sulla violenza di genere, Rashida Manjoo (nella foto), inviata in Italia lo scorso gennaio, «risulta essere la forma di violenza più pervasiva che colpisce le donne di tutto il Paese».
Normale? No, reato

Per Manjoo, che ha parlato alla Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi) di Roma e che esporrà il Rapporto sull’Italia alla 20asessione del Consiglio dei Diritti Umani di giugno a New York, «la violenza tra le mura domestiche si riflette nel numero crescente delle vittime di femminicidio perché, dalle statistiche fornite, risulta che se nel 2006 sono state uccise dal partner, dal marito o dall’ex compagno ben 101 donne, nel 2010 il dato è aumentato a 127». Ad aggravare la situazione ci sarebbe il fatto che le donne «non denunciano e non segnalano» a causa della dipendenza economica dal partner, ma anche perché la percezione riguardo alle istituzioni non è quella di uno Stato che protegge le donne, ma al contrario che le espone a «un quadro giuridico frammentario con inadeguatezza delle indagini, delle sanzioni e del risarcimento alle vittime; fattori che contribuiscono al muro di silenzio e di invisibilità che circonda questo tema». Nel nostro Paese «questa violenza non viene ancora percepita come un reato e un danno – continua Manjoo – e viene troppe volte considerata normale all’interno della famiglia. Una cosa che succede sia nei nuclei italiani che tra le minoranze straniere presenti nel Paese e dove, in entrambi i casi, le donne non si sentono tutelate né all’interno delle mura domestiche né dallo Stato, in un contesto culturale in cui spesso non si rendono conto di quello che accade perché non ne hanno consapevolezza». Se nel mondo una donna su tre vive una forma di violenza e ogni anno vengono stuprate 150 milioni di bambine, in Italia ci sono quasi 7 milioni di donne che, tra i 16 e i 70 anni, hanno subìto nella vita almeno un tipo di violenza (il 78,7% più di una volta), con un totale di circa 700 femminicidi dal 2006 a oggi.
Una violenza che, secondo la relatrice speciale dell’Onu, è legata agli stereotipi sui quali la donna italiana è stata appiattita: «Se nella società e nei media – ha spiegato – la donna viene rappresentata in maniera riduttiva e viene considerata esclusivamente o come oggetto sessuale o come procreatrice, si crea un terreno fertile per discriminazione e violenza di genere».

Mancate ratifiche

L’Italia ha dimostrato negli ultimi anni di sottovalutare il ruolo e la presenza della donna nella società e, oltre alla mancanza di una legge idonea che definisca la violenza di genere in tutte le sue forme, non ha ancora firmato la Convenzione Europea per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne di Istanbul – già siglata da 18 Paesi – né dimostra una seria applicazione della Convenzione internazionale per l’eliminazione delle discriminazioni nei confronti delle donne (Cedaw), ratificata nel 1985.
Su questo, sempre a gennaio, Violeta Neubauer, membro del Comitato Onu che vigila sull’applicazione della Cedaw, è venuta a Roma, a Montecitorio, per chiedere spiegazioni istituzionali sul ritardo dell’Italia . Una richiesta, quella dell’Onu, che avviene dopo la presentazione del Rapporto Ombra, nel luglio scorso a New York, redatto dalla Piattaforma “Lavori in corsa: 30 anni diCedaw” – costituita dalle ong che lavorano sul territorio nazionale (Actionaid, Arci, Pangea, Differenza donna, Be free, Casa internazionale delle donne, Fratelli dell’uomo, Giuristi democratici e le9) – in cui si illustrava la situazione delle italiane in tutti i campi: dal lavoro al welfare, dagli stereotipi alla Tratta e alla prostituzione, fino alla violenza e al femminicidio. Questa Convenzione internazionale, principale strumento di riconoscimento e difesa dei diritti delle donne a livello globale, è «l’unica Convenzione che parla delle donne e non delle pari opportunità – ha spiegato Neubauer – e una volta ratificata è vincolante per gli Stati anche a livello giuridico».
Eppure, in Italia le raccomandazioni Cedaw sono ancora sulla carta. «Questo che avete voi non è solo un problema di genere ma di violazioni dei diritti umani, e non ve ne rendete conto. Questo è un Paese – ha precisato la rappresentante Onu – che ha applicato regole sociali che hanno sostenuto le diseguaglianze tra uomini e donne nella distribuzione delle risorse e del potere, con stereotipi di genere che hanno dilagato nella politica pubblica, nelle istituzioni, nella cultura. Quando la Cedaw ha interpellato il vostro governo, quest’ultimo ha risposto in maniera generica, e malgrado l’esecutivo si fosse impegnato a pubblicare e divulgare la traduzione del Rapporto e le raccomandazioni Cedaw, non l’ha fatto, e non c’è nulla in nessun sito istituzionale, neanche in quello delle Pari opportunità». Per Neubaeur, come anche per Rashida Manjoo, il problema principale rimane quello culturale: «Se non risolvete il problema culturale – ha ribadito – non sarà possibile risolvere il resto».
L’Onu ha mandato un messaggio chiaro al governo italiano: la crisi economica non può essere una “giustificazione” per diminuire le risorse dedicate alla lotta contro tutte le manifestazioni della violenza su donne e bambine in questo Paese, in quanto, come ha precisato la rappresentanteCedaw, «le donne non sono il problema ma la soluzione».

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