Violenza sessuale

#Violenza sulle donne, mattanza silenziosa (2010)

processo per stupro

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IL MANIFESTO – FUORIPAGINA 25/11/2010

Luisa Betti

In occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne, l’associazione D.i.re, Donne in rete contro la violenza che coordina 58 centri in tutta Italia, lancia un grido disperato per fermare la chiusura dei centri e delle case di accoglienza che ospitano donne devastate da abusi e violenze. Sono Carmen, Vichi, Mariolina, Eleonora, che sono arrivate ieri a Roma, alla Casa Internazionale delle donne di via della Lungara, per testimoniare cosa succede a Palermo, Cosenza, Udine, Latina, Viterbo, e per raccontare che non sanno più come e dove accogliere donne violentate, maltrattate, picchiate e abusate, perché non sanno come pagare bollette, affitti, assistenza, per chi è costretta a scappare. Sono avvocate, psicologhe, antropologhe, operatrici che lavorano con grande professionalità e con una forza motrice al posto del cuore.

“Da noi è tutto volontariato ormai – racconta Carmen Currò del Cedav di Messina – tu vedi professioniste di alto livello che di giorno lavorano al centro gratis e la notte fanno le baby sitter. Sono due anni che non abbiamo finanziamenti e per andare avanti facciamo sottoscrizioni, feste, però adesso siamo allo stremo”. Soluzioni creative dettate dalla disperazione di chi una mano sulla coscienza se la mette davvero, come Eleonora Baldacci del “Iotunoivoi” di Udine, che ha ipotecato la sua casa per pagare i debiti del centro, ben 100 mila euro, “e con me era d’accordo anche la mia famiglia – dice con un sorriso – non possiamo lasciare per la strada queste donne, come si fa ad abbondare una ragazzina di 12 anni abusata da tutti i conviventi della madre? Me lo devono spiegare gli Enti locali che ci stanno tagliando i fondi, che facciamo, la rimandiamo a casa? Noi accogliamo 300 donne l’anno e sono tutte situazioni tragiche”.

Ma la guerra è guerra e queste donne non si fermeranno di fronte a un semplice: no, mi dispiace. Al centro “Erinna” di Viterbo coordinato da Anna Magni, le donne sono soprattutto italiane e non straniere, perché il problema della violenza sessuale non è un problema di sicurezza come la maggioranza dei mass media italiani vuol far passare, e si tratta di abusi, violenze sessuali, maltrattamenti, umiliazioni fino all’urina versata sul corpo e minacce di morte, cose atroci di cui molte donne non sono neanche consapevoli perché non riescono a capire quello che stanno subendo soprattutto se sono all’interno del matrimonio. “A Viterbo – continua Anna Magni – abbiamo avuto tre casi di stupro da parte del branco ma la maggior parte sono tutti abusi in famiglia, e non avendo la possibilità di un rifugio a volte ospitiamo noi queste donne o ci autotassiamo per pagare un albergo”.

Ma veniamo ai dati nazionali: questi centri nel 2009 hanno accolto sul territorio italiano 13.587 donne, delle quali 9.126 italiane e 3.859 straniere, per un totale di 49.158 colloqui, quasi 50.000 donne prese per mano e condotte fuori da un incubo. “La situazione più comune è la violenza in famiglia – conferma Emanuela Moroli, presidente di Differenza donna di Roma – ma adesso stiamo sfiorando il 90%, e la cosa tragica è che sono sempre partner o ex partner o anche i parenti più stretti. Figure che più sono vicine e più sono pericolose con un livello altissimo di stalking che spesso sfocia nell’omicidio. Quest’anno in 26 giorni tra ottobre e novembre sono state uccise 19 donne, quasi una donna ogni due giorni, una cosa che non succede neanche nei paesi in cui c’è il delitto d’onore. E ti rendi conto che è una mattanza, e che rispetto a questa mattanza le istituzioni e gli Enti locali sono indifferenti, anzi ostili, perché non capiscono la ragione per cui dovrebbero dare i soldi ai centri antiviolenza, e lo sai perché? perché pensano che non sia un fenomeno importante, non si rendono conto della distruzione devastante che una violenza porta in una famiglia, su una donna, sui bambini. Queste istituzioni non sono solo indifferenti, sono ignoranti”.

Un’ignoranza che nel 2010 ha causato 115 morti tutte ascrivibili a violenze da parte di uomini, un vero e proprio femminicidio in costante aumento dal 2006 a oggi, e questi sono dati che non solo confermano l’alto rischio che le donne maltrattate corrono, ma che individuano nella società italiana il pericolo più grosso, perché il 76% degli assassini sono uomini italiani e per la precisione il 36% sono mariti, il 18% conviventi, il 9% ex, il 13% parenti. Come la ragazza di Terracina uccisa qualche giorno fa dal suo ex, un uomo agli arresti domiciliari che un anno prima l’aveva accoltellata ma che non era stato considerato pericoloso, ma allora uno si chiede: perché la ragazza è andata a casa sua? “Perché la percezione del pericolo da parte della donna è in relazione a come l’uomo viene considerato dalle istituzioni – risponde Mariolina Martelli del centro “Lilith” di Latina – se l’uomo non viene allontanato subito, o è anche ai domiciliari come in questo caso, la donna percepisce un pericolo minore e si espone, cioè si mette lei stessa in pericolo di morte. Anche se, e questo lo dico in tutta sincerità, le donne che si rivolgono al centro non muoiono, perché vengono sostenute e imparano a proteggersi, imparano a distinguere”.

Una rete di donne, una rete di mani tese difficile da spezzare, come quelle di Vichi Zoccoli e delle sue operatrici, venute a Roma da Cosenza per dire che il rifugio del Centro “Roberta Lanzino” lo hanno dovuto chiudere perché non avevano più soldi: “E’ un dolore profondissimo vedere queste donne che ti vengono a bussare direttamente a casa perché non sanno dove andare. Una di loro, dopo la chiusura del rifugio, ha chiamato i carabinieri per una settimana, tutti i giorni chiedendo aiuto, non sa che fare né dove andare. Il rischio di queste donne è di vita o di morte, e se le donne muoiono perché non sono ascoltate e soccorse, le istituzioni si devono prendere la responsabilità di queste morti”.

A dare un’occhiata alle raccomandazioni internazionali a sostegno dei centri antiviolenza vengono i brividi: “Devono essere assicurati finanziamenti di base sia per le istituzioni di donne che per tutte le organizzazioni impegnate nell’obiettivo di combattere la violenza contro le donne” (Risoluzione del Parlamento Europeo sulla violenza contro le donne, Doc. A2-44/86), oppure “Tutti i governi nazionali devono essere obbligati a creare e a finanziare un’offerta esaustiva e gratuita di supporto alle donne maltrattate e ai loro figli” (Forum esperti Conferenza Ue, 1999), ma poi esplode la rabbia quando vai sul blog della ministra alle Pari opportunità, Mara Carfagna, e leggi che ci sarebbero ben 18 milioni di euro stanziati per il Piano nazionale contro la violenza sulle donne e lo stalking , dichiarazioni in netto contrasto con la chiusura a domino dei centri antiviolenza, in contrasto con la realtà e il buon senso. E allora la domanda sorge spontanea: i soldi ci sono o non ci sono? E se ci sono dove sono finiti?

“I 500 mila euro che erano stanziati per Napoli non sappiamo che fine hanno fatto”, dice Annamaria Raimondi del centro “Aurora” di Napoli. “Noi siamo l’eccellenza in Italia – spiega Annamaria – non c’è un altro centro come il nostro sul territorio nazionale. Siamo coordinate con l’Unità di psicologia clinica della Asl di Elvira Reale e il Centro clinico per i maltrattamenti in famiglia, e abbiamo il protocollo con il Centro ascolto psicologico. Tu dirai, che vuol dire? Te lo spiego, è un servizio di accoglienza psicologica al Pronto Soccorso dell’Ospedale San Paolo di Napoli, per cui quando arriva una donna violentata o maltrattata all’ospedale viene immediatamente soccorsa, sostenuta e indirizzata al centro, non solo, perché viene fatta subito una perizia da una esperta e scatta la segnalazione in Procura in tempo reale con attestazione psicologica e la sintesi della storia. Questo facciamo noi. Un servizio con una professionalità che se la sognano, e sai qual è la verità? Che se non arrivano i soldi, noi chiudiamo a febbraio”.

Domani è la Giornata internazionale contro la violenza sessuale su donne e bambine, voluta e celebrata dall’Onu non come un giorno qualsiasi ma come una spinta ad agire sia a livello internazionale che nazionale, che punti a sollecitare l’attenzione dell’opinione pubblica su un’emergenza sociale troppo spesso sottovalutata e che, in realtà, rappresenta una delle più diffuse violazioni contro la persona. Lo stesso segretario generale dell’Onu,Ban Ki-moon, ha dichiarato ieri come questa non sia “una commemorazione ma una chiamata globale all’azione”, sottolineando la necessità di incrementare le risorse contro tutte le forme di violenza alle donne. Dichiarazioni delle Nazioni Unite, come quella sull’Eliminazione della violenza contro le donne del 1993, e Convenzioni internazionali, come quella per l’Eliminazione di tutte le forme di discriminazioni contro le donne del 1979 (l’anno del celebre “Processo per stupro” di Tina Lagostena Bassi, quanto mai attuale, di cui riproduciamo qui una scena), tutte sottoscritte dall’Italia, stanno lì a dimostrare che la violenza sessuale non è una bravata o un aspetto caratteriale di un uomo particolarmente irruente, ma una grave violazione dei Diritti umani. Rispettiamole e facciamole rispettare.

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