Caso #Idem: una vergogna che non finisce qui

solo logo non ho paura Spazzata via, come se nulla fosse stato, in un battibaleno. Basta, fine, cancellata, come si fa quando una cosa ti stufa, diventa insopportabile, da cassare. Tante parole sul femminicidio, trasmissioni televisive in cui si parlava solo di violenza domestica, numeri, ipotesi: quante saranno state quest’anno i femmicidi? 124 o 157? Cascate di articoli sulla ratifica della Convenzione di Istanbul, interviste sulla task force interministariale per contrastare la violenza, giornalisti che si accavallavano all’audit della ministra delle pari opportunità con le associazioni sulla violenza e per i diritti Lgbt, parlamentari mobilitate accanto alla ministra che vuole finalmente fare da tramite tra le istituzioni e la società civile. Mai successo in questo Paese, cosa accade, un miracolo? Certo, un miracolo che dura 50 giorni è pur sempre un miracolo, e dopo? dopo c’è il deserto dei tartari perché fatta fuori la ministra, non c’è più nessuna traccia neanche del ministero. E perché? perché Letta ieri ha fatto tre cose: ha dato delega delle pari oportunità alla viceministra Cecilia Guerra del dicastero del lavoro (che non sederà al CdM) spacchettando l’incarico della dimissionaria Idem, ha salutato per l’ultima volta l’ex ministra con parole piene di sentimento, e ha varato il pacchetto svuota carceri, lasciando per il momento da parte l’insufficiente e a tratti dannoso capitolo IV sulla norme per la “Prevenzione e contrasto di fenomeni di particolare allarme sociale” – che comprende l’ammonimento d’ufficio e ampliamente spiegato su questo blog – e che invece sarà discusso nei prossimi giorni. Velocemente tornate al punto di partenza senza passare da Via, come succede quando esce la carta Imprevisti sul Monopoli, le italiane si ritrovano oggi senza quelle forti gambe e poderose braccia in cui avevano sperato. Ma un governo che ha tolto alle donne la concreta speranza di avere il diritto a vivere una vita libera dalla violenza e che, facendo quello che ha fatto in questi giorni, si prende una responsabilità che è più grave del non fare, si rende conto delle conseguenze? Un gesto, quello di dare delega delle pari opportunità al lavoro senza designare una nuova ministra al posto della dimissionaria Idem, che dimostra apertamente che delle donne, della violenza, del femmicidio – da Stefania Noce a Fabiana Luzzi – a questo governo, non gli interessa un bel niente. Un volta faccia, una virata, un cambiamento totale, che a questo punto fa intravedere la possibilità reale che forse la testa della ministra, che si era esposta troppo in questa azione, fosse in realtà necessaria per bloccare tutto il lavoro che stava portando avanti. Josefa Idem aveva fatto quello che nessuna prima di lei aveva osato: aveva ascoltato le donne per ore, aveva girato l’Italia in cerca di problemi da risolvere, e aveva avuto il coraggio di andare al gay pride nazionale di Palermo senza battere ciglio. Idem era convinta che i soldi per contrastare il femminicidio e la cultura che è alla base della violenza, sarebbero stati trovati, e voleva che la Convenzione di Istanbul non fosse una mossa di facciata ma una roba seria. L’Italia però è un Paese cattolico, profondamente conservatore in fatto di cultura, e qui le donne devono stare in famiglia dove hanno il loro posto, mentre le coppie gay, che mettono in discussione il nucleo fondamentale della società, danno fastidio. Certo la violenza è una brutta cosa, ma mica puoi sovvertire la struttura portante di una società per risolvere la violenza? La famiglia non si tocca, basterà fare un po’ di leggi restrittive e inutili.

Certe cose qui non si dicono ma soprattutto non si fanno, e il potere di cambiare le carte in tavola che lei aveva, ha fatto paura perché stava per essere usato per il bene di comune. Perché dico questo? Perché sono convinta che con la sua testardaggine e grande forza di volontà, Josefa Idem era diventata scomoda. Perché non si manda a casa una ministra che ha la residenza a casa sua sopra la sua palestra, facendo pensare alla “furbetta” che faceva finta di dormire sulla panca per non pagare le tasse, con 120 metri quadri di casa dove poteva avere giustamente, se voleva, anche la residenza. Non si manda a casa una persona perché in quel “ravvedimento operoso” del pagamento dell’Imu, che chissà cosa s’intende dire, c’è stato un errore di conteggio che non è stato il suo. E non si accettano le dimissioni di una ministra che sta finalmente lavorando 10 ore al giorno per milioni di donne, perché “forse” c’è stato un abuso nella ristrutturazione della palestra (ancora da dimostrare), o perché il marito, che era anche il suo allenatore, l’ha assunta come consulente sportiva (lei che ha vinto più di 30 medaglie) il 25 maggio 2006 nella sua società, quindi prima della nomina di assessora avvenuta nel giugno 2006, da cui l’aspettativa e i giusti contributi versati dal comune all’Inps. Non si va a scorticare pubblicamente una persona dicendo che c’è un fascicolo aperto alla Procura di Ravenna quando si tratta di una indagine senza nessuna ipotesi di reato (modello 45), facendo pensare a chissà quali imputazioni a carico dell’interessata. Infine, anche nel caso vi fossero irregolarità (cosa ancora da accertare definitivamente), non si cancella una persona devastandola mediaticamente ma si attende l’esito delle indagini, e solo nel caso fosse accertato qualcosa di realmente grave le si chiede gentilmente (e in maniera civile) di alzarsi dalla poltrona. Il tutto poi ha il sapore del ridicolo e della totale ipocrisia, se si pensa che questo avviene in un Paese in cui una seria indagine tra quegli scranni manderebbe a casa parecchie persone. Un Paese che ha avuto l’anno scorso una Regione (Lazio) in cui si usavano tranquillamente soldi pubblici per fare feste e tanto altro, un Paese dove per anni un premier ha destinato incarichi e poltrone, come fossero di sua proprietà, a persone a lui care anche se privi di competenza. Un Paese in cui la norma è la raccomandazione, il favore sessuale, la pacca sulla spalla, la stretta sul sedere, e dove se non hai le conoscenze giuste, te ne stai a casa. Questo Paese, terra del bunga bunga e dell’inciucio per eccellenza, si è però rizzato a grande moralizzatore appena una donna, per giunta “straniera”, ha solo pensato di sovvertire alcune chiare regole di un potere intoccabile: un delitto per cui è stata puntita e lanciata in un’arena dove si è consumato il pasto pubblico tra una zannata e un morso, come succede negli stupri di gruppo. Una donna forte e fiera, la cui sconfitta ha il sapore di una doppia vittoria per un potere tutto maschile.

Lasciata quasi del tutto da sola – senza neanche il sostegno da parte di chi, forse, lei pensava di potere essere sostenuta – alla fine la ex ministra ha deciso, lei stessa, di sottrarsi a quel massacro. Sui giornali, che avrebbero dovuto almeno riportare i fatti ancora da accertare con una certa cautela, l’operazione di linciaggio ha avuto diversi livelli: dal dico-non dico (quindi ti faccio passare da persona poco pulita), a “crucca faccia tosta”, “furba come un marmittone di Sturmtruppen”, “Medaglia d’oro, faccia di bronzo”, ma anche “torna a remare”, “gaffe, furbate e spacconate”, e così via: un linguaggio che ha aperto il fronte a orde che si sono accanite chiamandola “ladra”, “put*ana”, “barcarola”, “fuori dai cogl*oni”, “furbetta”. Ho letto calunnie, offese, sputi nell’anima, espressioni di una violenza che ha ribaltato la posizione di questa donna che da ministra che combatte la violenza, si è ritrovata lei stessa bersaglio politico al femminile con forte esposizione alla lapidazione mediale sessista e violenta – come già successo alle sue colleghe Boldrini e Kyenge – in quanto donna/personaggio pubblico.

Ora, dopo tutti i bei discorsi che abbiamo fatto sulla violenza, su ogni tipo di violenza (fisica, sessuale, economica, psicologica anche attraverso il web), accettare il linciaggio fatto a Idem significa accettare e sdoganare il peggio di questo Paese, e significa soprattutto che ognuna di noi è in serio pericolo, perchè chiunque può entrare nella tua vita e usarti tranquillamente violenza. Su Idem, come su Boldrini e Kyenge, come su ogni donna. Ma tutto il male non viene per nuocere e ci sono varie lezioni da imparare da questa vicenda: la prima, è che stavamo sulla strada giusta; la seconda, che la ex ministra è una donna libera da schieramenti e inciuci (e per questo ha pagato); e la terza, che in giro c’è gente pericolosa. Ma c’è una lezione anche per chi ha voluto la testa della ex ministra: che le donne, che hanno nelle vene un secolare dna di resistenza a tutto, quando si impuntano non si fermano davanti a niente, nenache davanti a una prima sconfitta.

Oggi, in una conferenza stampa al senato, è stato presentato il ddl sulla “Commissione parlamentare sul fenomeno dei femminicidi e femminicidi”, redatto su iniziativa della vicepresidente Valeria Fedeli (Pd), che in maniera trasversale sta raccogliendo sostegno tra senatori e senatrici, tra cui Finocchiaro (Pd), Petraglia (Sel), De Pietro (M5S), Lanzillotta (Scelta Civica) e Bonfrisco (Pdl). Una commissione che prevede un approccio «olistico» per scavare nelle cause strutturali di discriminazione delle donne, e che elaborerà una relazione annuale in cui saranno indicate misure in linea con gli standard internazionali. Un ddl che parte da una impostazione corretta nel distinguere femmicidio e femminicidio – un errore che si continu a vedere sui giornali – e in cui vengono citate Diana Russel e Marcel Lagarde, che nel 2003 promosse al senato la “Commissione speciale per le indagini sui casi di uccisioni di donne a Ciudad Juarez”, e poi alla camera, la “Commissione speciale sul femminicidio”. Una lavoro su cui Valeria Fedeli aveva già detto una settimana fa che “Se è vero che la violenza sulle donne ha cause strutturali, la prima cosa è verificare l’applicazione delle leggi esistenti, i vuoti e le inefficienze, e tutto l’apparato culturale che c’è sotto”.

Ebbene le donne, che non si arrendono così facilmente, ripartiranno da qui.

 

#femminicidio in carta: narrazione della violenza sui media

admi2

 

Intervento sui Media e femminicidio nell’ambito del Convegno “Violenza di genere: nuove forme di tutela dei diritti fondamentali – Il femminicidio e la Convenzione di Istanbul”, organizzato da ADMI (Associazione Magistrate Democratiche Italiane) a Roma presso sala Occorsio del Tribunale Penale di Roma, 12 giugno 2013

Femminicidio in carta – Narrazione della violenza sulle donne dai media alla società

Luisa Betti

Si parla continuamente del bisogno di un cambiamento di cultura rispetto alla violenza contro le donne, ma cosa significa cambiare la cultura? Significa prima di tutto cambiare la percezione della violenza, e uno dei nodi fondamentali è l’informazione che, a differenza di fiction o della pubblicità, si pone come “oggettiva” e per questo influenza in maniera diretta la percezione del problema che viene posto: un’informazione che, qualora non venga data in maniera corretta, può procurare anche distorsioni e danni.

Riguardo l’informazione sul fenomeno della violenza contro le donne, almeno fino a poco tempo fa, i media italiani continuavano a ricalcare una cultura stereotipata della donna, proponendo il problema in maniera distorta e fondamentalmente riduttiva, sia riportando per lo più casi isolati di cronaca nera in cui si insisteva su particolari morbosi del fatto (anche quando si trattava di minori) e/o sulla vita privata della vittima, sia organizzando salotti televisivi in cui tutti, anche chi non se ne occupava, parlava facendo “opinione” sul fenomeno con una pericolosa banalizzazione del discorso in un contesto di urgenza e di sicurezza: il tutto a fronte di un problema che è invece strutturale e profondo, come quello appunto della violenza maschile sulle donne.

Sul femmicidio (termine che indica la morte di una donna con movente di genere), si è parlato e scritto a lungo in termini di omicidi per mano di uomini in preda a raptus o come delitto passionale, mentre riguardo la violenza contro le donne – femminicidio (che comprenda una gamma che va dalla violenza fisica, sessuale, psicologica, economica), si parlava quasi escusivamente di casi di violenza sessuale arrivati in tribunale, mettendo l’accento sulla morbosità e/o sulla “consensualità o meno” della vittima e senza una chiara cognizione dell’intero fenomeno.

Ma chi informa deve essere informato e non può prescidnere da una formazione seria su temi così delicati che non possono essere improvvisati da professionisti dell’informazione, come appunto siamo noi giornalisti e giornaliste.

In Italia sono stata una delle primissime giornaliste a usare la parola femminicidio scrivendolo nero su bianco nei miei articoli (“Il Manifesto” e il blog “Antiviolenza” sul Manifesto online) molto prima che l’ondata di indignazione si scatenasse in maniera così forte. Occupandomi di diritti delle donne e dei minori, ho insistito a dare un quadro più articolato sulla violenza contro le donne, al di là del fatto di cronaca nera o di un articolo in giudiziaria, non solo perché esperta sui temi di genere ma anche perché il giornale su cui scrivo me lo ha permesso senza mai toccarmi una virgola.

Con queste premesse, ho messo a punto il lavoro sul femmicidio-femminicidio nella Rete nazionale delle giornaliste italiane (Giulia) in cui, quando sono arrivata, nessuna sapeva l’esatto significato dei termini ed era poco consapevole di tutto il dibattito internazionale, dall’Onu al Consiglio d’Europa, che ruotava intorno a questo argomento. Per questo alla fine del 2011 – dopo la stesura della Convezione di Istanbul e dopo il Rapporto Ombra della Piattaforma Cedaw portato dalle Ong italiane all’Onu di New York – ho creduto opportuno condividere il mio lavoro e il materiale da me raccolto e studiato, con le giornaliste della rete, e ciò succedeva quando ancora nessuno, sulla stampa e in Tv, parlava ancora di femmicidio/femminicidio, come succede adesso. Il tam tam che è scaturito da quel lavoro, ha portato l’informazione a concentrarsi in maniera differente sul problema, e mi ricordo come le giornaliste dopo le nostre riunioni, andassero con grande tenacia nelle redazioni in cui lavoravano, cercando di portare faticosamente quel bagaglio di studi e di informazione all’interno del lavoro nelle diverse testate in cui erano. E’ stato così che dall’inizio del 2012 le giornaliste della Rete, e poi anche fuori dalla Rete, hanno cominciato a dare una prospettiva diversa al trattamento della violenza contro le donne all’interno dell’informazione, sia dandosi maggiori strumenti di analisi, sia ascoltando di più la società civile a contatto con le donne che subiscono violenza (come per esempio i centri Antiviolenza, le avvocate e le psicologhe specializzate, i movimenti delle donne), al fine di argomentare il fenomeno con una prospettiva che superasse il pregiudizio discriminatorio sia sulle donne che rispetto alla considerazione di un argomento “inferiore” e privo di una sua dimensione specifica di genere.

Altra spinta propulsiva, nel maggio 2012, è stata quella profusa dalla costruzione della Convenzione “No More” contro la violenza sulle donne / femminicidio – di cui sono la referente in Giulia e nella quale ho portato io stessa la rete delle giornlaiste con un documento specifico redatto ad hoc sul trattamento del femminicidio nei media – e dove sono confluite le forze della società civile con le più importanti associazioni che si occupano di discriminazione e violenza di genere in Italia: DiRe (rete dei centri antiviolenza), l’Udi, la Casa internazionale delle donne, e tutte le associazioni all’interno della Piattaforma Cedaw come Action Aid, Differenza donna, Giuristi democratici, Bee Free, Pangea, Le Nove, Arcs-Arci, Fratelli dell’Uomo.

Da questi diversi input si sono prodotte buone pratiche e i giornali, soprattutto cartacei, hanno cominciato a dare un diverso rilievo al fenomeno non solo usando la parola femminicidio ma anche nel creare spontaneamente una specie di osservatorio sul trattamento di tali argomenti: una massiccia proposta di cambiamento a tutto quello che riguardava questi temi che, se anche non sempre congrua e perfettamente corretta e a volte anche propagandistica con promozione personale di visibilità dei non-esperti, ha comunque cambiato le carte in tavola a livello culturale. E se oggi siamo qui, è anche per merito di tutto questo immenso lavoro sotterraneo.

Già a marzo del 2012, dopo un mio ampio articolo sul femmincidio (“Il Manifesto” – 7 marzo 2012 – “La famiglia italiana fa più vittime della mafia”), da parte delle giudici Antonella Di Florio (Tribunale civile di Roma) e Tiziana Coccoluto (Tribunale Penale di Roma), mi è stato chiesto di istituire insieme un tavolo interdisciplinare che mettesse in contatto diverse categorie professionali (giudici, avvocati, giornalismo, psicologi, e società civile) intorno al tema del femminicidio. Un altro grande passo avanti nella costruzione di una rete sempre più larga e con contenuti professionalmente alti, che ha prodotto un tavolo proficuo dal titolo “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario. Per una strategia concreta di lavoro interdisciplinare”, in cui erano sedute la procuratrice Maria Monteleone, la giudice Franca Mangano, la direttrice dello Sco, Luisa Pellizzari, l’avvocata Barbara Spinelli, i giudici di Cassazione Giovanni Diotallevi ed Elisabetta Rosi, la psicologa Elvira Reale, e Vittoria Tola dell’Udi (oltre la sottoscritta e la giudice Antonella Florio che conduceva). Un tavolo voluto da Magistratura Democratica, Giulia e Giuristi democratici, che, tra tutti i tavoli e i convegni che ho fatto nel corso di questi anni, è stato uno dei più importanti incontri sul femminicidio con spunti di riflessione che sono stati poi ripresi in diversi ambiti di discussione, e in cui già si auspicava la ratifica della Convenzione di Istanbul. Convenzione che oggi, finalmente, vediamo ratificata dall’Italia soprattutto per merito e sotto la spinta di tutta quella parte di donne, professioniste e della società civile, che si è mobilitata e ha prodotto sapere e consapevolezza su questo fenomeno, come oggi questo convegno.

Un approccio, dicevo, interdisciplinare, indispensabile se si vuole intervenire con efficacia sulla violenza di genere nella sua trasversalità, proprio perché la violenza discende da una discriminazione profonda delle donne che attraversa tutta la società, nessuna sua parte esclusa. Un sistema che oggi trova d’accordo anche la ministra del pari opportunità Idem, sia per il suo dialogo con la società civile – con l’istituzione di tavoli di discussione specifici – sia nell’organizzazione del tavolo interministeriale, che comprende il coinvolgimento dei ministri interessati (giustizia, istruzione, sanità, interno, lavoro, ecc), a dimostrazione che senza un coinvolgimento di diversi ambiti di competenza non è possibile affrontare un fenomeno che in Italia non è un’emergenza ma un problema strutturale profondo. Ovviamente, auspichiamo che tutto questo sia fatto attaverso una preliminare indagine accurata – e speriamo anche in una commissione ad hoc – che avvii un monitoraggio sulla realtà riguardo la violenza contro le donne/femminicidio, in un’Italia già redarguita dall’ONU con le Raccomandazioni Cedaw e quelle della Special Rapporteur, Rashida Manjoo, e nel rispetto della appena ratificata Convenzione di Istanbul.

L’impreparazione però, non è solo dei giornalisti ma degli stessi legislatori e delle istituzioni italiane. Un esempio è l’ignoranza con cui si usa femmicidio e femminicidio, la cui differenza ci ha spiegato l’avvocata Spinelli: un errore che non solo tocca i media ma anche le istituzioni – come dimostrato dal dibattito in aula della ratifica della Convezione di Istanbul a cui ho assistito alla Camera, e dove abbondavano termini scorretti e interventi che toccavano solo in superficie il problema. Risolvere quindi il problema culturale è il nodo: ma lo dobbiamo fare da sole? Io farei un passo in più perché vorrei costringere gli uomini a darci retta, a fare quello che noi diciamo, perché questa è la vera scommessa: costringere gli uomini a prendere in mano il problema nella modalità da noi indicata perché comunque li riguarda. Nei giornali, per esempio, la maggioranza dei direttori e caporedattori centrali qui in Italia sono uomini, e per far adottare la parola femmicidio/femminicidio è stata una lotta immane, figuriamoci per il resto.

Giorni fa sono stata al #nohatespeech, seminario alla Camera promosso dalla presidente Laura Boldrini, e lì io, Loredana Lipperini e Lorella Zanardo, abbiamo parlato della violenza sulle donne nel web, un fenomeno odioso quanto grave di cui noi stesse siamo state oggetto, (io per avere dato informazione sul ddl 957 al senato l’anno scorso e sulla sindrome di alienazione parentale), ma il muro sembra duro da abbattere. E ciò è dimostrato dal fatto che quando la presidente Boldrini, vittima di attacchi sessiti violenti, si è mossa su questo, è stata gridata la parola “censura” malgrado lei non l’avesse proferita, per una sottovalutazione di quello che rappresenta in realtà la violenza sessista e discriminatoria, anche a mezzo web, contro le donne. Ma quel è la liberta di espressione che si rappresenta in uno sfogo violento fatto di epiteti, calunnie e minacce? In quella sede così importante e con addetti ai lavori, pochi hanno capito però la connessione tra la violenza psicologica, presente in tutte le convenzioni internazionali che riguardano le donne (dalla Cedaw alla Convenzione di Istanbul), e i suicidi delle ragazze che hanno subito assalti mediatici. Non si capisce che non accettare la violenza in tutte le sue forme, compresa quella psicologica anche mediata dalla nuova tecnologia, non significa censurare perché quella non è libertà.

Un pregiudizio, quello della discriminazione di genere, che non passa solo attraverso i media o il web, ma anche con l’insegnamanto nelle scuole in cui le protagoniste della storia umana vengono oscurate, nel trattamento delle donne nei posti di lavoro, o in famiglia nei ruoli che “competono” le donne, e anche in ambito giudiziario dove – al di là di un impianto giuridico anche attrezzato – ancora oggi le donne possono non essere credute quando denunciano una violenza. Donne che rischiano di essere rivittimizzate in tribunale, che non hanno la dovuta protezione nel lasso di tempo che va dalla querela al giudizio (momento in cui sono più vulnerabili), che possono essere costrette a un affido condiviso coatto anche in presenza di violenza domestica se il procedimento penale non viene esplicato nei tempi dovuti (e quindi la violenza non è tenuta in considerazione), che si ritrovano ancora adesso rimandate a casa dalle forze dell’ordine per mancanza di preparazione e di formazione di tutti gli operatori che si possono trovare ad avere a che fare con reati di questo tipo su tutto il territorio nazionale (come dimostrato anche dal fatto che il 70% dei femmicidi italiani del 2012 erano stati segnali ai servizi sociali o alle forze dell’ordine).

Il punto cruciale è allora la percezione della violenza nella sua reale gravità: una cultura della “sottovalutazione della violenza” che traspare ovunque con conseguenze enormi, e in cui si rischia di far passare come normalità, un danno o una violazione. Per questo l’informazione ha un ruolo fondamentale: perché se i media sostengono in massa questa cultura della sottovalutazione – che poggia sul pregiudizio della discriminazione di genere – è ovvio che anche la percezione dell’intera opinione pubblica sarà tale, a parte eccezioni. Raccontare uno stupro come una storiella, insinuare che lei forse era consenziente (come si fa anche in moltissimi processi per stupro e come è successo nella orribile puntata del programma televisivo delle “Iene” dal titolo “Sesso o stupro”), andare a rovistare nelle storie intime della donna, parlare di delitto passionale per un femmicidio che magari arriva dopo anni di violenze intrafamiliari (gelosia e impeto che nei processi possono apparire come appigli per l’ottenimento di uno sconto di pena), non è solo scorretto a livello di informazione ma è dannoso, e per questo noi cercheremo di agire entrando nelle redazioni sulla base anche delle indicazioni ONU e della Convenzione di Istanbul. Le donne oggi sono l’avanguardia di un profondo cambiamento culturale che farà bene a tutti e che porterà vantaggi all’intera società, sia alle donne che agli uomini, ma gli uomini devono ascoltarci e prendere sul serio le nostre indicazioni. Grazie.

 

 

#femminicidio: #Idem avvia ufficialmente task force ma con #Cancellieri non ci siamo capite

giornata-violenza-donne-contro-violenza-donne1

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne – Pubblicato da Giulia R_MiM il 27 aprile 2012 su milanoinmovimento.com

 

Oggi la ministra delle pari opportunità, Josefa Idem, ha dato avvio ufficiale alla task force annunciata dopo la sua nomina e in realtà già avviata da giorni in via informale. Stamattina si sono incontrati i capi di gabinetto dei ministeri dell’Interno, Istruzione, Giustizia, Economia, Lavoro, Difesa, Integrazione, Salute, coordinati dalla Capo di gabinetto, consigliera Germana Panzironi della Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento Pari Opportunità, che – come si legge sul comunicato – “hanno condiviso la necessità di avviare relazioni di confronto al fine di adottare, a breve termine, misure di contrasto in particolare contro il femminicidio e la violenza contro le donne”.  Si legge, sempre sul comunicato, che “Il prefetto Giuseppe Procaccini, accompagnato dalla consigliera Isabella Rauti, ha assicurato concreto sostegno da parte del Ministero dell’Interno e dei prefetti nel contrasto sul territorio dei fenomeni di violenza. Il consigliere Luigi Fiorentino ha fornito utili indicazioni per diffondere i principi del rispetto verso le donne già a partire dal sistema scolastico. I gabinetti di Giustizia, Lavoro, Salute, Integrazione, Difesa ed Economia hanno esposto le proprie proposte nell’ambito delle rispettive competenze: rafforzare l’impianto sanzionatorio e accelerare il processo penale; adottare misure antidiscriminazione negli ambienti di lavoro; contrastare la violenza sulle donne immigrate; coordinare le strutture sanitarie che si occupano di violenza sulle donne”. Idem ha anche costituito tre gruppi di lavoro coordinati dalle pari opportunità: il primo, diretto da Linda Laura Sabbadini (Istat), dovrà disegnare l’Osservatorio sulla violenza di genere per il monitoraggio del fenomeno, individuando i gap informativi esistenti e le azioni da mettere in atto; il secondo provvederà a ricavare elementi utili all’emissione di un bando per l’istituzione di un numero verde per gli uomini maltrattanti; e un terzo, coordinato dalla giornalista Natascha Lusenti, avrà il compito di studiare azioni di comunicazione e informazione che verranno lanciate nei successivi sei mesi.

Tutte premesse ad azioni ancora da svolgere, e che vedremo, ma di sicuro precedute, qualche giorno fa, da un passo assolutamente inadeguato della guardasigilli e su cui sarà opportuno chiarire alcuni punti fondamentali per non commettere altri errori, soprattutto così gravi.  E mi riferisco al decreto-legge della ministra Cancellieri, dal titolo “Disposizioni urgenti per contrastare il sovraffollamento delle carceri e in materia di sicurezza” (26 articoli divisi in cinque capitoli), in cui al capitolo IV si leggono norme per la “Prevenzione e contrasto di fenomeni di particolare allarme sociale”. Un pacchetto che ha trovato in disaccordo il ministro Alfano, tanto da posticiparne la discussione a venerdì (forse) e su cui, come scrive Grignetti sulla Stampa, “C’è la forte possibilità che del decreto originario resti la parte sulla violenza domestica, il furto d’identità e l’assunzione di 1.000 nuovi vigili del fuoco, e che venga stralciata la parte dedicata alle carceri”.  Ebbene, diciamo subito che anche il capitolo sulla violenza domestica non va, perché inadeguato e inefficace anche come misura a breve termine, nonché pericoloso. Misure che, se vediamo attentamente, passano sulla testa delle donne che non decideranno ma saranno “decise” da eventuali segnalazioni di terzi (per esempio il medico del pronto soccorso dato che qui si riduce la violenza domestica a lesioni personali “non episodiche”), a prescindere dalla volontà dei soggetti interessati, con tutto quello che comporta – per la donna – intraprendere un percorso del genere. Contraddicendo la Convenzione di Istanbul (che al senato verrà ratificata domani), che dice chiaramente che “la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”, l’assunto del provvedimento che cancella l’autodeterminazione della donna a decidere con la scusa di proteggerla, impone chiarimenti in proposito: perché un conto è indicare all’interessata il percorso informandola degli strumenti che ha a disposizione per uscire dalla violenza, e un conto è costringerla a rischiare sul suo corpo. In più, per il contrasto al femmminicidio (parola che comprende l’intera gamma delle violenze che una donna può subire e non solo la morte della donna in quanto donna), questi provvedimenti schiaffati in un pacchetto che parla di altro, e che non sono stati ragionati sulla base di una seria verifica delle mancanze istituzionali e di applicazione di norme già esistenti – come richiesto più volte dall’Onu – risultano un’azione di facciata. La Special rapporteur dell’Onu sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo, ha detto chiaramente e senza indugio, quando è venuta in Italia, che la violenza coinvolge una responsabilità dello Stato italiano e che le donne “non denunciano e non segnalano” sia perché sono all’interno di un “contesto culturale patriarcale incentrato sulla famiglia”, con forte dipendenza economica della donna, sia perché la percezione riguardo alle istituzioni non è quella di uno Stato che protegge le donne, ma al contrario le espone in “un quadro giuridico frammentario con inadeguatezza delle indagini, delle sanzioni e del risarcimento alle vittime, fattori che contribuiscono al muro di silenzio e di invisibilità che circonda questo tema”. Una esposizione che con questo “pacchetto” sarà aumentata.

A cosa è servito allora la ratifica della Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica? Forse non ci siamo capite.

Adottare misure efficaci sul femminicidio non è in nessun modo l’adozione di misure “urgenti” buttate lì per far vedere che si fa qualcosa, perché se la violenza domestica si rivela come “la forma di violenza più pervasiva che continua a colpire le donne italiane”, cioè la più diffusa e la più capillare, forse va presa da un’altra parte.

Ma vediamo alcuni provvedimenti.

Il primo articolo dice che nei “casi in cui alle forze dell’ordine sia segnalato un fatto che debba ritenersi riconducibile al reato di cui all’articolo 582 (lesioni personali, ndr), secondo comma, del codice penale, consumato o tentato, nell’ambito di violenza domestica, il questore, anche in assenza di querela, può procedere, assunte le informazioni necessarie da parte degli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, all’ammonimento dell’autore del fatto. Ai fini del presente articolo si intendono per violenza domestica tutti gli atti, non episodici, di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”.

Per prima cosa è un po’ ridicolo che vengano citate le parole della Convenzione di Istanbul (riportate qui in corsivo) in maniera riduttiva sia perché ci si riferisce a  lesioni personali (quindi fisiche) sia per l’aggiunta della frase “non episodici“, che snatura tutta la portata della Convenzione che invece recita sulla violenza domestica: “tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”. Per caso significa che la violenza nei rapporti intimi è solo quando il partner ti mena più volte e ti lascia i segni? (che è già una sottovalutazione intrinseca della violenza). Ma cosa dice l’articolo 582, secondo comma, del codice penale? tratta di lesioni personali per cui qualora il danno procurato abbia “una durata non superiore ai venti giorni (…) il delitto è punibile a querela della persona offesa”. Quindi se ti menano e vai al pronto soccorso più volte (“non episodici”), il medico stesso segnalerà il fatto, così poi il questore chiamerà tuo marito e gli dirà di non farlo più. E poi tu come ci torni a casa, armata? ma soprattuto: a che serve?

Un ammonimento “d’ufficio” che non solo è riduttivo ma è ridicolo se pensiamo che ancora oggi spesso le forze dell’ordine rimandano a casa, o al massimo dal giudice di pace, le donne che con grande coraggio invece denunciano consapevoli di quello a cui vanno incontro. A cosa serve questo “pacchetto” se una donna che arriva faticosamente davanti a un giudice dopo aver denunciato con cognizione di causa e convinta di farlo, fatica poi a dimostrare la violenza subita, e soprattutto viene esposta senza tutela al suo offender nel lasso di tempo che passa dalla querela al giudizio, fino a rischiare la vita? e a che serve, se una donna che fa per sua volontà una, due, tre, quattro, anche dieci denunce si vede poi scivolare tutto nei meandri della “giustizia” senza nulla di fatto? se vede le sue denunce di stalking archiviate, procedimenti di affido condiviso coatto anche con procedimenti penali per maltrattamenti in famiglia in corso? perché non cercare di porre fine a questa infinita cultura di “sottovalutazione” della violenza cercando di far applicare le leggi che già ci sono, evitando magari di mettere a rischio la donna che affronta un iter lungo e complesso? e perché non porsi il problema che l’ammonimento senza volontà dell’interessata significa far sapere al coniuge violento che è stato segnalato, così quando torna a casa la massacra o l’ammazza direttamente? Provvedimenti che potrebbero portare le donne, che già non denunciano, a non ricorrere neanche più al pronto soccorso, perché se il medico segnala il partner senza il suo consenso lei avrà il terrore di tornare a casa. E poi al secondo articolo: “Il questore può richiedere al prefetto del luogo di residenza del destinatario dell’ammonimento l’applicazione della misura della sospensione della patente di guida per un periodo da uno a tre mesi”. Sospensione della patente? ma cosa cambia? che l’offender sta a casa per accanirsi ancora di più sulla partner?

La verità è che con questi provvedimenti si spoglia la donna di ogni decisionalità e consapevolezza del percorso che dovrà fare, e che invece di sostenerla, informarla dei suoi diritti, proteggerla, allontanando immediatamente l’offender, la donna viene ulteriormente esposta: un fatto che può anche produrre risultati contrari. Perché è vero che spesso le donne ritirano la denuncia o hanno paura di denunciare ma non è forzandole che si risolve il problema, bensì avviandole a un percorso, come già oggi fanno nei centri antiviolenza avvocate, psicologhe, operatrici, specializzate sulla violenza.

In più l’ammonimento esiste già ed è per gli atti persecutori (stalking) che avvengono per lo più in fase di separazione (mentre le lesioni alla persona avvengono maggiormente quando i due convivono o stanno insieme), e può essere richiesto dalla donna che non vuole fare subito denuncia (Decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11  – “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori” – Art. 8. – Ammonimento). Ammonimento che può essere efficace quando l’uomo non vive con te, perché magari in fase di separazione, mentre quando ci vivi insieme è necessario l’allontanamento e non l’ammonimento che invece ti espone, tanto più se viene fatto senza il consenso dell’interessata.

Secondo Teresa Manente – avvocata responsabile Ufficio legale Differenza Donna ONG e referente nazionale rete avvocate dei Centri antiviolenza Ass. Di.Re – “Premesso che la violenza di genere non è un problema di emergenza sociale ma culturale, come ormai ribadito da tutti gli organismi internazionali, l’esperienza ventennale nella difesa dei diritti delle donne vittime di violenza di genere, e in particolare della violenza domestica, maturata nei Centri antiviolenza mi insegna che, quasi sempre, quando la donna chiede l’intervento delle forze dell’ordine aumenta l’escalation di violenza perché l’uomo violento punisce la donna che si è ribellata al suo controllo. Disporre l’ammonimento per l’uomo violento senza predisporre contestualmente una protezione per la vittima, di fatto, significa aumentare il rischio per l’incolumità della stessa. La Convenzione di Istanbul e la Direttiva 2012 del Parlamento Europeo e del Consiglio l’Unione Europea in materia di diritti delle vittime di reato, non a caso, parlano di diritto all’informazione, sostegno e protezione della vittima. A mio parere queste misure servono a poco se non sono inserite in un sistema articolato che dispone di una politica integrata”, (come spiega ulteriormente l’avvocata nel testo riportato sotto riguardo i diritti della persona offesa e la protezione delle donne che subiscono violenza).

Per Barbara Spinelli, avvocata esperta di femminicidio, “se siamo in un contesto di maltrattamenti, questo reato già prevederebbe l’adozione di misure maggiormente tutelanti della persona offesa rispetto all’ammonimento, come per esempio l’allontanamento. In casi di violenza in famiglia nell’ambito di un maltrattamento, in assenza della denuncia, iniziare il procedimento penale d’ufficio, o anche ai soli fini dell’ammonimento avviare un contatto con il maltrattante,  potrebbe determinarne l’esposizione ad una escalation di violenza, perchè, a differenza dello stalking,che riguarda fatti tra persone nella maggior parte dei casi non conviventi, nel caso dei maltrattamenti  l’aggressore si ritrova a continuare a convivere con la donna su cui esercita violenza, sapendo di non avere più il pieno controllo della situazione, e di essere esposto a conseguenze per le sue azioni.La definizione di violenza domestica contenuta nel decreto legge riduce la portata del concetto di violenza domestica così come definito dalla Convenzione di Istanbul, e questo è grave perché determinerebbe una applicazione ristretta di tutte le altre norme della convenzione. Allora dobbiamo pensare che c’è proprio  una volontà politica di continuare a minimizzare la violenza in famiglia, a negare la realtà delle violenze psicologiche ed economiche, e la necessità di protezione anche per le donne che subiscono situazioni di questo tipo. Va ribadita la necessità di raccogliere i dati, di capire quali sono i nodi da sciogliere attraverso i lavori di una commissione parlamentare di inchesta, prima di agire: altrimenti si continueranno a fare errori. Se tu ratifichi la Convenzione di Istanbul – continua Spinelli – e riconosci quella definizione di violenza domestica, non  puoi dopo decidere di intervenire a protezione della donna solo nei casi di maltrattamento in cui vi sono episodi di violenza fisica. Cosa significa aggiungere non episodica alla definizione di violenza domestica offerta dalla Convenzione? Significa affermare che tutte le misure contenute nella Convenzioni di Istanbul sono valide solo per le donne maltrattate, e non anche per le altre donne che comunque subiscono violenza nelle relazioni di intimità. E’ questo il meccanismo che porta in Italia ancora a confondere la violenza domestica con la conflittualità coniugale, a riconfermare l’idea che insomma, lo isu corrigendi della moglie, anche se la legge da 40 anni lo ha eliminato, tutto sommato a noi piace. Due schiaffetti si possono perdonare. Questa logica di intervento legislativo, esprime il profondo radicamento di una cultura  sessista, ed è veramente intollerabile, tanto vale allora non ratificare la Convenzione, se culturalmente non si è ancora pronti ad accettarne le conseguenze”.

Il problema della violenza maschile sulle donne, lo abbiamo detto fino all’esaurimento, va affrontato in maniera strutturale e non emergenziale. Prima della repressione e inasprimento delle pene, lo abbiamo ripetuto, servono strumenti di prevenzione e protezione, e questa consapevolezza, che non appare in questo decreto in cui s’infila la violenza domestica in una contesto “altro”, deve partire dalla piena consapevolezza di cosa sia la violenza: un passo fondamentale per le istituzioni che non possono pretendere questa consapevolezza sulla violenza da parte delle donne, se prima di tutto non la maturano loro. Un Governo che si è impegnato su un lavoro interministeriale guidato dalle pari opportunità, ascoltando la società civile, non presentare provvedimenti di questo tipo, perché fa tornare indietro tutti. Come dice Spinelli il profondo radicamento di pregiudizi sessisti ha impedito una buona applicazione delle leggi esistenti, e anche per questo “urge un cambio di approccio delle istituzioni alla vittimizzazione femminile determinata da violenza di genere, in particolare nelle relazioni di intimità”. 

 

_____________________________

 

(di seguito l’esplicativo intervento di Teresa Manente, avvocata responsabile Ufficio legale Differenza Donna ONG e referente nazionale rete avvocate dei Centri antiviolenza Ass. Di.Re, che al Convegno “Violenza di genere: nuove forme di tutela dei diritti fondamentali – Il femminicidio e la Convenzione di Istanbul”, organizzato da ADMI (Associazione Magistrate Democratiche Italiane,  ha spiegato cosa andrebbe fatto per la protezione delle donne che iniziano un percorso di denuncia della violenza subita, sulla base di un’esperienza ventennale in proposito e in un quadro di implementazione della Convenzione di Istanbul).

 

DIRITTI DELLA PERSONA OFFESA E FUNZIONE DEI CENTRI ANTIVIOLENZA

“Buon pomeriggio a tutte e a tutti ringrazio l’associazione Donne Magistrate e vi porto i saluti della mia Associazione, Differenza Donna che è una ONG , fondata nel 1989 e che dal 1992 gestisce i centri antiviolenza del comune e della provincia di Roma per donne e figli minorenni vittime di violenza. In questi venti anni Differenza Donna ha accolto presso i suoi centri oltre 25 mila donne, elaborando buone pratiche di assistenza multidisciplinare per le vittime. Ha contribuito alla creazione e al rafforzamento di una estesa rete tra tutte le istituzioni sul territorio. Ricordo il protocollo di interazione del dicembre 2010 promosso da Differenza Donna tra Tribunale, Procura, Forze dell’ordine, Asl, e ospedali in tema di tutela alle vittime di maltrattamenti stalking e violenza sessuale. Nell’ambito della Rete nazionale delle avvocate dei centri antiviolenza, Ass. Di.Re, abbiamo condotto una ricerca nazionale che ha dato luogo alla prima direttiva del C.S.M. in tema di violenza domestica, relative all’intervento giudiziario e alla posizione della vittima di questi specifici reati. Segnalo inoltre che il mese scorso , il CSM su nostra richiesta, ha avviato un nuovo monitoraggio per verificare lo stato di attuazione delle direttive emanate in materia. In Italia i centri antiviolenza gestiti da associazioni di donne, oggi sono 64, e sono riuniti in un’associazione nazionale: DiRe, donne in rete contro la violenza alle donne. La Convenzione di Istanbul all’articolo 9, riconosce i centri antiviolenza, quali soggetto fondamentale della strategia di prevenzione del fenomeno e di protezione delle vittime perché concorrono a realizzare la tutela dei diritti delle persone offese prima, durante e dopo il procedimento penale.

Profili operativi

Sul piano operativo le mie considerazioni in tema di intervento e assistenza alle donne vittime di violenza di genere e violenza domestica si basano sull’esperienza, ormai ventennale, nella difesa dei diritti delle donne, persone offese e sulla normativa europea ed internazionale in materia. Di certo venti anni fa parlare dei diritti della vittima non era cosa pacifica, ricordo i colleghi della difesa degli imputati, infastiditi dalla presenza della parte civile, perché, a loro dire, intralciava la speditezza del processo. Sono testimone di un cambiamento culturale del sistema giudiziario non solo rispetto alla violenza alle donne, ma in generale sul ruolo della vittima nel procedimento penale. Oggi, il quadro di riferimento dell’azione giudiziaria è completamente mutato sia a livello di normativa europea che di normativa internazionale

Sugli Stati, infatti, oggi incombe l’obbligo

1)  di assicurare non solo i diritti dell’imputato/indagato ma anche la piena tutela dei diritti della vittima di reato così come ribadito dalla Direttiva n.29 del 2012 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione europea che introduce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato.

2) la Direttiva del 2012 riprende e rafforza la prospettiva innovativa della decisione quadro del 2001/220/GAI sulla posizione della vittima nel procedimento penale.

A differenza però della decisione quadro, mai attuata dall’Italia, la Direttiva del 2012, impone nell’immediato un obbligo di conformità. Ciò significa che nel periodo antecedente il termine di attuazione della Direttiva e cioè novembre 2015, lo Stato non può adottare atti in contrasto con gli obiettivi della direttiva.

Inoltre, in caso di mancato recepimento nel termine, poiché la Direttiva contiene disposizioni di precettività immediata e sufficientemente precise, produce effetti diretti in capo ai singoli che possono rivendicare diritti sulla base della direttiva, e in capo ai giudici nazionali che hanno l’obbligo di interpretazione conforme.

Premesso ciò, i diritti riconosciuti alle vittime di violenza di genere e di violenza domestica dalla Convenzione di Istanbul e dalla Direttiva dell’Unione europea riguardano tre aspetti:

1)  Diritto all’informazione e sostegno;

2)  Diritto alla Partecipazione al processo penale;

3)  Diritto alla Protezione;

il sistema che deve essere assicurato, pertanto, sia in vista di riforme legislativa, ma anche nella quotidiana applicazione delle norme attualmente vigenti, deve assicurare che le vittime siano riconosciute e trattate in maniera rispettosa, sensibile, personalizzata, professionale e non discriminatoria.

1)  DIRITTO ALL’INFORMAZIONE E SOSTEGNO

E’ opportuno che la vittima di tali reati, sin dall’inizio del procedimento penale,

a) sia accolta da personale specializzato in sede di denuncia, ma anche in caso di accesso al pronto soccorso o ai servizi sociali, (rafforzare sportelli presso i pronto soccorsi, l’istituzione dei cd codice rosa);

b) sia informata dalle forze dell’ordine e dagli operatori tutti dell’esistenza di servizi di sostegno e di ospitalità, come i centri antiviolenza;

c) è necessario che sia informata del diritto di nominare un difensore, anche a spese dello stato (articolo 13 ) sin dall’inizio del procedimento penale, cosa che spesso le vittime ignorano stante l’obbligo attuale di informazione solo per l’indagato;

d) la vittima ha diritto a ricevere informazioni sul proprio caso (articolo 6 direttiva).

Spesso le donne che si rivolgono a noi hanno presentato più querele per singoli episodi e non ne conoscono l’esito perché non hanno indicato ex art. 408 c.p.p. di voler ricevere informazioni sulla richiesta di archiviazioni il diritto di ricevere notifica ex art.408 c.p.p dovrebbe invece prescindere dall’inserimento specifico nella querela di tale richiesta.

415 bis

Il diritto all’informazione della vittima, inoltre, nel nostro ordinamento è compromessa dalla mancata notifica alla stessa dell’avviso del 415 bis, notificato solo all’indagato, precludendo così alla stessa la possibilità di apportare ulteriori elementi di prova. Tale disciplina rappresenta un considerevole vulnus ai diritti della persona offesa, a maggior ragione allorché l’imputato in udienza preliminare esprima la volontà di essere giudicato allo stato degli atti ex art. 438 c.p.p comma 1. L’attività integrativa, infatti, è riservata esclusivamente all’imputato o al giudice.

2.  DIRITTO ALLA PIENA PARTECIPAZIONE AL PROCEDIMENTO PENALE

Esso implica innanzitutto il diritto alla comprensione degli atti cui si procede e ciò spesso non è assicurato soprattutto al momento della querela: la Direttiva e la Convenzione di Istanbul stabiliscono l’obbligo di assicurare interpreti con una specifica formazione in materia di violenza di genere e violenza domestica.

a) L’articolo 11 della Direttiva si sofferma sui diritti della vittima in caso di decisione di non esercitare l’azione penale: sul punto di certo è limitativo il termine di 10 giorni per presentare opposizione alla richiesta di archiviazione. L’Articolo 10 si concentra sul diritto a fornire elementi di prova e sul diritto di essere sentiti, anche durante le indagini preliminari.

Allo stesso modo, utile sarebbe assicurare alla vittima l’audizione anticipata in sede di incidente probatorio ex art. 392 comma 1 bis c.p.p. considerato che quasi sempre l’esame testimoniale avviene dopo 2 0 3 anni dai fatti denunciati e nella stragrande maggioranza dei casi l’imputato è il padre dei propri figli , con cui la donna deve continuare ad avere rapporti. E quasi sempre l’uomo violento continua a intimidire la donna, condotta questa che cessa, abbiamo verificato, dopo la testimonianza della donna. Di fatto, è questo il momento in cui l’ uomo violento prende consapevolezza di non aver più controllo sulla vittima e la lascia andare. A riguardo si evidenzia che, nonostante l’ampliamento delle possibilità di richiesta, l’istituto dell’incidente probatorio è poco utilizzato, poiché presuppone la discovery integrale degli atti di indagine, non sempre ritenuta opportuna per la completezza delle attività investigative. Forse disporre la testimonianza della vittima ex art.392 c.p.p. in udienza preliminare risolverebbe tale problematica e risponderebbe contestualmente alle esigenze di protezione della vittima.

Criticabile risulta la mancanza di coordinamento tra l’art. 392 comma 1 bis, e l’art. 398 comma 5 bis. L’art 392 comma 1 bis prevede l’incidente probatorio per le vittime maggiorenni e minorenni nei casi di indagini per i reati ivi indicati, tra cui anche i maltrattamenti, e l’art. 398 comma 5 bis, che permette l’applicazione di misure di protezione durante l’audizione escludendo, del tutto inspiegabilmente, le ipotesi di maltrattamenti. Ciò comporta che un minorenne, in caso di procedimenti per maltrattamenti, potrà essere sentito in incidente probatorio, ma senza modalità protette con grave pregiudizio per i minorenni vittime di maltrattamenti diretti o assistiti.

3. PROTEZIONE DELLE VITTIME

Sia nell’ottica della Convenzione di Istanbul che nella prospettiva della Direttiva , si intende in due accezioni:

a) quella della tutela dell’incolumità psicofisica della persona offesa in caso di pericolo di reiterazione del reato, e quindi si fa riferimento alle misure cautelari specifiche;

b) e quella della tutela dei diritti fondamentali della persona che possono essere lesi dalla partecipazione al procedimento penale (vittimizzazione secondaria).

a – Sotto il primo profilo evidenzio che dall’attuale rilevamento dati da noi condotto in Italia come avvocate dei centri antiviolenza risulta che le misure cautelari ex art. 282 bis e ter, sono ancora poco applicate, benché esse risultino invece efficaci nella stragrande maggioranza dei casi secondo la nostra esperienza, l’uomo interrompe la condotta criminosa. Infatti pochi i casi in cui si è dovuto procedere ex articolo 276 c.p.p. all’aggravio della misura cautelare. Paradossalmente vi è un maggiore utilizzo di custodie cautelare in carcere: ciò a dimostrare che si interviene quando ormai l’escalation di violenza, caratteristica di tali reati , è esplosa in maniera talmente grave da richiedere necessariamente la misura custodiale. Segnalo inoltre la quasi totale disapplicazione dell’art. 282 bis, comma 3 relativo alle misure patrimoniali anche se richiesta dal difensore perché il ricatto economico è molto frequente. 

b –  Per ciò che riguarda il profilo della protezione avente ad oggetto la prevenzione della seconda vittimizzazione, la Direttiva e la Convenzione impongono:

  • una valutazione individuale delle vittime per definire specifiche esigenze di protezione in considerazione, della particolare natura del reato;
  • la direttiva si riferisce all’esigenza di assicurare che non vi sia contatto tra vittima e imputato in termini di diritto soggettivo della vittima di reato.

Sarebbe auspicabile predisporre anche qui a Roma una stanza per i testimoni. Mi è capitato proprio ieri che la mia assistita prima di essere esaminata è stata minacciata e intimorita dall’imputato e dai suoi familiari nel corridoio del Tribunale. Protezione anche durante la sua testimonianza, momento molto difficile per la vittima di questi reati: la donna deve ricordare e ripetere umiliazioni profonde che hanno offeso la propria dignità, schiacciato la propria libertà, offese che ha voluto dimenticare per riprendere la sua vita.

Non è un caso che ormai anche gli organismi internazionali si riferiscono alle donne vittime della violenza di genere nei termini di “sopravvissute”, non solo per evidenziare la gravità di quanto patito, del rapporto di soggezione determinato dalla condotta subita, ma anche per valorizzare le risorse impiegate dalle donne per uscire dalla situazione di violenza. Per alcune donne il momento della testimonianza è vissuto come un momento di liberazione, per altre invece rappresenta un vero e proprio calvario così come definito anche dalla Corte EDU ( S.N contro Svezia del 2 luglio 2007). Ricordo, ad esempio, il caso di una donna agente di polizia, vittima di maltrattamenti e violenze sessuali da parte del marito: la quale ha presentato nei giorni prima dell’esame testimoniale addirittura problemi di enuresi notturna, causati dal terrore di dover rivivere con la testimonianza i fatti subiti. In tali situazioni, è stato utile richiedere l’uso di un paravento che ha consentito alla donna di non sentirsi addosso lo sguardo dell’imputato. Ciò ha consentito sia di salvaguardare il principio della genuinità della prova, e allo stesso tempo di salvaguardare l’integrità psico fisica della vittima. Tale prassi NON lede il principio del contraddittorio nella formazione della prova, né mina i diritti di difesa, e rientra in quei trattamenti specifici che la ”particolare vulnerabilità della vittima” impone di adottare in base ai principi della Convenzione di Istanbul e della direttiva 2012.

Quanto al diritto al risarcimento del danno

L’O.M.S considera la violenza domestica come uno dei più gravi problemi di salute pubblica. Si tratta di lesione di diritti inviolabili della persona, (art. 3, art. 2, art. 29 e 32 della cost.), che causa un danno che può essere liquidato, già in sede penale, in via equitativa e definitiva (art. 538, 539 c.p.p e art. 9, decisione quadro) come avviene già in materia di violenza sessuale da parte di alcuni collegi.

E vengo alle conclusioni dicendo che incontri come questi, di denuncia del disvalore sociale e criminale di fenomeni come il femminicidio, simbolo brutale della discriminazione di genere, contribuiscono ad innovare la cultura giudiziaria e a rendere veramente democratico il nostro Paese in quanto solo il pieno riconoscimento e la concreta affermazione dei diritti umani delle donne segnano il grado di avanzamento democratico di una società”.

 

#nohatespeech della camera: c’ero e non è stato un fallimento

IMG_5152

 

Educazione è stata parola che si è ripetuta più volte durante il seminario parlamentare alla Sala del Mappamondo di Montecitorio voluto dalla presidente della camera Laura Boldrini lunedì scorso. “Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, era il titolo, e anche se non tutti sono stati proprio educati (uno degli invitati ha preso la porta molto prima che l’incontro finisse per poi scriverne senza completa cognizione del risultato), il concetto chiave di quel seminario è stato, in realtà, il desiderio di un cambiamento culturale molto più ampio che non qualche regoletta per il web. Perché al di là di quello che succede online, la capacità di un confronto senza scontro, la possibilità di dialogo anche su posizioni diametralmente opposte, la volontà di gestire la collera e l’accettazione della diversità, fanno parte di una scommessa ampia che coinvolge la comunità intera, soprattutto se questa comunità vuole sentirsi chiamare civiltà. Al #nohatespeech c’erano la presidente della camera, Laura Boldrini, la ministra delle pari opportunità, Josefa Idem, il professor Stefano Rodotà, la Vice-Segretaria del Consiglio d’Europa, Gabriella Battaini-Dragoni, e tra gli inetrventi: la mamma della ragazza suicida dopo le violenze subite pochi mesi fa, il padre di una ragazza sottoposta a cyberbullismo, Raffaella Milano (Save the Children Italia), Elisabeth Linder (Facebook), Giorgia Abeltino (Google Italia), ma anche giornalisti e blogger, tra cui me medesima, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo, Massimo Melica, Stefano Andreoli, Alessandro Bonino, Arturo Di Corinto, Giulia Innocenzi, Clarissa Gigante, Guido Scorza. Moderava Luca Sofri, direttore del “Post”. Non entro qui nel merito di tutto quello che si è detto, perché è stato già fatto altrove, perché è tardi e perché questa non è una cronaca, e quindi dirò solo cosa mi è piaciuto e cosa meno.

Mi è piaciuto che se ne sia parlato, che sia iniziato un dialogo tra istituzioni e diverse realtà che ogni giorno sono a contatto con la rete, e soprattutto sono contenta di aver parlato lì, dove si analizzavano aspetti della violenza in rete, delle conseguenze di quest’odio sulle parti più esposte, cioè le donne e i minori, e in maniera particolare le ragazze. Mi è piaciuto come tra me, Loredana Lipperini e Lorella Zanardo, si sia attivato un solido cerchio “magico”, come solo le donne riescono a fare (e non sempre), mettendo in campo in maniera armonica e straordinaria i vari aspetti del problema, senza alcuna preparazione ma solo con uno scambio rapido di idee iniziali. E mi è piaciuto sentire tante volte ripetere in quella sala che non ci vogliono leggi restrittive sul web o bavagli, che chi fa un reato in rete è già rintracciabilissimo, che la rete è un luogo proficuo di scambio e di libertà delle idee, e che quello che ci vuole è invece una seria educazione alla differenza, ovvero un ben più difficile e complesso cambiamento culturale, che definirei come un’apertura dell’orizzonte di molte teste fuori e dentro la rete, e quindi nella società. Un cambiamento di testa che Idem e Boldrini dimostrano già in atto con quello che fanno: l’ascolto della società civile per affrontare insieme la violenza contro le donne, l’andare pubblicamente al gay pride di Palermo affrontando ogni critica e meraviglia, l’aver combattuto per mettere subito in agenda la ratifica della Convenzione di Istanbul.

Quello che invece non mi è piaciuto è che questo non si sia capito fino in fondo, e non mi sono piaciuti alcuni commenti a posteriori come “il seminario è fallito”. Soprattutto non mi è piaciuto che si sia gridata alla strumentalizzazione del dolore in quella sede dove la madre della ragazza che si è tolta la vita, ha voluto parlare per libera scelta e senza forzature, niente a che vedere coi luoghi della speculazione del dolore, come tanta televisione italiana, in cui la storia serve solo per rizzare lo share e non per rendere conto della realtà. Il dolore va detto, narrato, raccontato, con i dovuti metodi e le dovute cautele. Io ci sto dentro tutti i giorni, tantissime donne mi cercano disperatamente per raccontare le loro storie affinché le istituzioni facciano qualcosa. Non le espongo mai, ma faccio raccontare quello che vogliono, contestualizzando quel dolore e quella sofferenza affinché arrivi il senso ultimo di quella storia: e cioè che la realtà va cambiata, che quella sofferenza deve cessare, e che chi racconta, come tutt*, ha il diritto di vivere una vita libera dalla violenza e da quel dolore. Chi dà voce a chi non ce l’ha, non strumentalizzando ma offrendo il testimone e senza esporre gratuitamente quel dolore, lavora per il bene comune affinché questo arrivi a poter cambiare le cose. E quale palco migliore se non quello che direttamente parla a una ministra e una presidente della camera, dove un cittadino o una cittadina possono dire apertamente: questo deve cambiare perché voi, nel vostro ruolo istituzionale rappresentate tutt* noi e quindi dovete usare quel potere per migliorare la condizione di tutt*? Il principio base della democrazia, direi.

Mi è piaciuto invece il commento di Luca Sofri che moderava e che alla fine dell’intervento Lipperini-Betti-Zanardo, ha voluto sottolineare, a una fitta platea di uomini, che i commenti che possiamo avere nei nostri blog (noi donne) rispetto a loro (uomini) sono certamente diversi. A questo aggiungo che sia io che Loredana abbiamo parlato delle minacce e dei commenti sessiti, discriminatori e violenti che abbiamo ricevuto, compresi la distorsione “violenta” delle nostre immagine ritoccate. A me hanno fatto le zanne e gli occhi rossi, a lei l’hanno messa nuda. Per non parlare di epiteti, calunnie, minacce varie, una palma che ci contendiamo con la presidente Boldrini che è stata mediaticamente lapidata, e che pur non essendo la sola a subire la violenza del web ha finalmente affrontato questa violenza nella sua giusta dimensione: cioè non uno “scherzetto”, come alcuni hanno definito, ma una violenza. Lì, ieri, pochi hanno capito la connessione tra la violenza psicologica, presente in tutte le convenzioni internazionali che riguardano le donne (dalla Cedaw alla Convenzione di Istanbul) e i suicidi delle ragazze che hanno subito assalti mediatici. Non si capisce, e allora lo rispieghiamo: non accettare la violenza in tutte le sue forme, compresa quella psicologica anche mediata dalla nuova tecnologia, non significa censurare perché quella non è libertà. Se tu mi minacci per sms o mi minacci per chat, sempre stalking rimane. Se mi ritrovo il video di una violenza che ho subito che va in giro su youtube o su facebook, è una seconda violenza, e se le autorità non fanno nulla per fermare tutto questo, la violenza si triplica, e se quella ragazza si suicida, diventa complicità alla sua morte, anzi istigazione. Se scrivo una frase o un pezzo, o dico una cosa che non va a genio a qualcuno, o se semplicemente sto antipatica e questo qualcuno mi minaccia e mi ricopre di insulti, e poi istiga altri tanto che gli insulti si moltiplicano, questa non è libertà di espressione ma è violenza. Ed è la stessa dinamica della violenza domestica: se tu non accetti la “libertà” di tuo marito a trattarti come uno straccio da terra e ti ribelli, se non accetti che ti picchi e ti riduca come una zampogna, se non accetti di farti stuprare ogni volta che lui ha voglia di fare sesso, e quindi lo denunci: quello che stai facendo non è non riconoscere il suo amore che si dimostra in “mille modi” nella sua libertà di espressione, ma ti stai difendendo da una violenza. 

Una violenza che raggiunge i massimi livelli quando viene narrata, oltre che dalla rete, dai media con una sottovalutazione spropositata. Un’esempio per tutti: lo stupro della ragazza minorenne avvenuta in Ohio (Usa) raccontato dagli offender su youtube come una “bravata”. Ragazzi che, una volta rintracciati, hanno subito regolare processo e che, condannati, sono stati presentati dai principali media nazionali come due poveri ragazzi, studenti modello, ai quali era stata stroncata la carriera da giocatori da questa brutta storia, di cui si è anche nominato il nome della famiglia della vittima dando la possibilità a chiunque di rintracciarne l’identità. Ma non basta, perché poi sulla ragazza molti giovani del luogo hanno infierito attraverso twitter, mettendo in dubbio il fatto che non era stata una violenza perché lei “ci stava”. Un’aggressione, quello della rivittimizzazione e del misconoscimento della violenza attraverso la tesi del rapporto consensuale, non diversa da quella che ha subito e continua a subire la ragazza stuprata qui, a Montalto di Castro, che ha visto i suoi otto stupratori riconosciuti colpevoli dal tribunale dei minori che però ha concesso loro una seconda “messa alla prova”. Esempi che dimostrano come, al di là dei mezzi con cui si comunica e si veicola la violenza, il concetto rimane lo stesso, perché è l’impianto culturale che deve essere cambiato. Riconoscere la violenza è il primo passo per tutti, donne e uomini: altrimenti che senso ha ratificare una Convenzione come quella di Istanbul.

Per quanto riguarda gli adolescenti la cosa è ancora più delicata: perché se cresciuti in un contesto che non riconosce tutto questo, possono anche non rendersi conto di compiere reati, sia che vengano messi in opera attraverso il web che fisicamente, ma con una differenza: il bullismo diretto finisce quando torni a casa mentre quello veicolato dalla rete, entra in casa tua e sta con te 24 ore su 24, con l’optional dell’anonimato di chi ne è responsabile. Come ho già scritto un anno fa su questo argomento, nella rete possono essere veicolate ingiurie, minacce, offese gravi, forme di reato come il furto di identità per diffamare compagn* senza essere riconosciuti, rendere pubbliche informazioni private, postare fotografie o video delle amiche e degli amici senza permesso, rubare il cellulare per carpire informazioni e usarle contro compagn* diffamando pubblicamente, costruire gruppi da cui escludere intenzionalmente amici o fare dei gruppi contro alcuni amici: tutte forme di alienazione sociale dannosa che possono provocare nelle vittime ansia, timore, vergogna, rabbia, frustrazione, fino a depressione e alienazione vera e propria, e anche pulsioni suicide. In alcuni casi si tratta di reati veri e propri che, trattandosi di un minore, non sono perseguibili, ma che non possono essere lasciati senza un controllo dai genitori, i quali per il 56%  in Europa non è a conoscenza di quello che i figli fanno sul web, una cifra che in Italia sale all’81%. Eppure una cosa che ho sperimentato io stessa, è che quando spieghi bene agli adolescenti che questi sono reati, alcuni gravi, molti capiscono e si mettono anche paura, mentre più difficile è rendere consapevoli i “grandi” che stanno con loro. Un caso banale che mi ha colpito è stato quello di una ragazza a cui era stato sottratto un cellulare all’interno del liceo che frequentava, un evento subito comunicato dalla studentessa ai genitori, i quali tempestivamente si sono preoccupati di parlare con la dirigente scolastica, che ha semplicemente detto che le dispiaceva e che se fosse ritornato il cellulare indietro, avrebbe restituito l’apparecchio alla ragazza. Alle rimostranze dei genitori che hanno sottolineato il pericolo di appropriazione di immagini e materiale personale della minorenne che si sarebbe potuto divulgare, la dirigente è rimasta basita, e data la sottovalutazione del fatto, i genitori hanno ritenuto opportuno avvertire che avrebbero comunque fatto una denuncia. A quel punto l’intero staff della scuola si è dato da fare per ritrovare l’apparecchio e il cellulare è saltato magicamente fuori.

 

Femminicidio: anche per le magistrate il primo problema è la cultura

L’anno scorso, a dicembre, ho messo in piedi con Magistratura Democratica, l’incontro “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario. Per una strategia concreta di lavoro interdisciplinare”, uno dei tavoli più interessanti sul femminicidio che siano mai stati fatti nell’arco dell’anno: sia perché interdisciplinare, e quindi con competenze diverse tra loro (dalla magistratura al giornalismo e alla psicologia, ecc), sia perché di altissimo livello professionale, e con un intreccio di riflessioni che, una volta uscite da quel tavolo, hanno caratterizzato la campagna di informazione e di mobilitazione sul femminicidio in Italia. Oggi, grazie anche a quell’incontro, la sensibilità è cresciuta enormemente, e con la ratifica della Convenzione di Istanbul possiamo anche immaginare l’avvio di un nuovo percorso. Una svolta. Per questo sono onorata di partecipare oggi al convegno di ADMI, “Violenza di genere: nuove forme di tutela dei diritti fondamentali – Il femminicidio e la Convenzione di Istanbul”. Perché ci sono incontri che fanno la storia e costruiscono cambiamenti di realtà.

 

admi2

Locandina dell’evento dell’ADMI

 

Un’emergenza sociale ed un fondamentale banco di prova per le istituzioni: il tema della violenza contro le donne ha solo come punta emergente la tragica statistica delle uccisioni (statistica che registra un inesorabile incremento – da 84 a 124 – del numero delle vittime fra il 2005 e il 2012, con 25 donne già uccise nei primi mesi del 2013, soltanto in Italia). Non meno importante, tuttavia, è il substrato sociale e culturale in cui la violenza matura, devastando sia la persona contro cui direttamente si rivolge, sia l’ambito familiare della stessa, anche in assenza di immediato pericolo per la vita e l’integrità fisica. Si avverte quindi l’urgente necessità di un diverso approccio culturale, prima ancora di un’efficace e rapida repressione dei reati commessi, ad opera di personale specializzato nell’ambito sia delle forze dell’ordine che della magistratura. Quando si parla di “femminicidio” si fa riferimento ad una realtà complessa, che investe il modo di essere delle relazioni fra uomini e donne nella società contemporanea, la struttura della famiglia e le relazioni di coppia in una dimensione chiusa, in cui spesso non c’è denuncia ed in cui le denunce, quando pure vengono presentate, sono ancora più spesso travisate o sottovalutate. Tagli ai servizi per mancanza di fondi, malfunzionamento della giustizia e cecità burocratica sono gli ingredienti di una miscela esplosiva, che sta producendo effetti laceranti in una società in crisi economica e di valori. L’incontro che si propone ha come base di partenza la Convenzione di Istanbul, che prevede forme avanzate di comprensione di un fenomeno – quello della violenza di genere – in crescita e da arginare con urgenza, rilevandone le radici profonde e dettando linee risolutive concrete ed efficaci. L’Associazione Donne Magistrato Italiane, di cui fanno parte colleghe di ogni ordine, vuole farsi promotrice di un dialogo allargato fra operatori – appartenenti alla magistratura, all’avvocatura, alle forze dell’ordine, ai servizi sociali – in grado di dare il proprio apporto per l’individuazione e la soluzione dei problemi esistenti. Si cercherà quindi di fornire spunti per una proposta normativa che, in attuazione della Convenzione, affronti il tema della violenza di genere in modo articolato e completo:promuovendo anche nelle scuole nuovi modelli culturali, potenziando i centri antiviolenza, assicurando forme di tutela che tengano conto della solitudine delle vittime, dell’insostenibilità dei tempi ordinari della giustizia e delle difficoltà di formazione della prova. Ogni passo avanti, su questo difficile fronte, non può che essere un traguardo di civiltà giuridica per il Paese.

 

 

admi

Diritti umani: violazioni per tutt*

 

Amnesty_infografica_sito_ok_2013web

Locandina del rapporto di Amnesty International 2013

 

Sono 112 i Paesi che nel 2012 hanno praticato torture sui loro cittadini, 80 hanno avuto processi iniqui e in 101 paesi è stata documentata repressione della libertà di espressione. Un mondo pericoloso soprattutto per chi fugge dalle guerre o dalla tortura, i cui diritti non vengono protetti “in nome del controllo dell’immigrazione”: un dictat che non tiene conto dei 214 milioni di migranti che girano il mondo alla ricerca di un posto dove vivere. “Milioni e milioni di persone – dice Carlotta Sami di Amnesty International Italia – che si trovano in pericolo, esposte a qualsiasi tipo di abuso: stupri per le donne, vittime di tratta per donne e bambini, lavoro forzato, schiavitù”. Milioni di esseri umani che cercano una possibilità di sopravvivenza che il vicino di casa ti nega. Milioni di donne e bambini che subiscono violenza, a cui si aggiungono le aggressioni e le uccisioni di giornalisti che cercano di testimoniare la verità e dei difensori dei diritti umani che cercano di aiutare chi non ce la fa: violazioni che attraversano tutti le regioni esaminate da Amnesty, con una situazione globale di diseguaglianza e di povertà in costante aumento. Europa compresa. Sull’Italia non manca la progressiva erosione dei diritti umani, dimostrata dai ritardi e dai vuoti legislativi non colmati, non solo per contrastare seriamente la violenza contro le donne – femminicidio, ma anche da tutti gli ostacoli che incontra chi chiede giustizia per coloro che sono morti mentre si trovavano nelle mani di agenti dello Stato: un caso su tutti, quello della morte di Stefano Cucchi, il cui processo si è concluso ieri con la condanna dei soli medici dell’ospedale, colpevoli di non aver provveduto alle cure, senza neanche una parola contro l’evidenza del massacro, delle botte e della tortura disumana testimoniati delle stesse foto scattate al corpo senza vita del ragazzo. Eppure, tutti i danni delle violazioni, delle ingiustizie, delle violenze di esseri umani contro altri esseri umani, non sono casi isolati da cui qualcuno si possa sottrarre, perché come recita Martin Luter King nella frase che Amnesty  ha messo in apertura al suo rapporto: “L’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque. Siamo tutti presi in una rete di reciprocità alla quale non si può sfuggire, legati a un unico destino. Qualsiasi cosa colpisca direttamente uno, colpisce indirettamente tutti”. 

(Martin Luther King Jr, Lettera dal carcere di Birmingham, Usa, 16 aprile 1963)

 

INTRODUZIONE AL RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL 2013

(sul sito l’intero rapporto)

 

I DIRITTI UMANI NON CONOSCONO CONFINI

di Salil Shetty, Segretario generale di Amnesty International

Il 9 ottobre 2012, in Pakistan, talebani armati hanno sparato un colpo alla testa della quindicenne Malala Yousafzai. La sua colpa era di aver invocato il diritto all’istruzione per le ragazze. Il suo mezzo di comunicazione, un blog. Come Mohamed Bouazizi, il cui atto estremo nel 2010 aveva innescato un effetto a cascata di proteste nell’intera regione del Medio Oriente e Africa del Nord, la determinazione di Malala è andata ben oltre i confini del Pakistan. Il coraggio e la sofferenza delle persone, insieme alla potenza senza confini dei social network, hanno cambiato la nostra visione della lotta per l’affermazione dei diritti umani, dell’uguaglianza e della giustizia e hanno determinato un sensibile cambiamento del dibattito che circonda il concetto di sovranità e diritti umani.

In ogni parte del mondo la gente è scesa per le strade, correndo un grande rischio personale, si è esposta nella sfera digitale, per mettere in luce la repressione e la violenza esercitate dai governi e dagli altri potenti attori. Attraverso i blog, i vari mezzi di comunicazione sociale e la stampa tradizionale, la gente ha creato un sentimento di solidarietà internazionale in grado di far rivivere il ricordo di Mohamed e i sogni di Malala.

Tale coraggio, insieme alla capacità di comunicare la nostra profonda fame di libertà, giustizia e diritti, ha messo in allarme i potenti. Le espressioni di sostegno a coloro che manifestano contro l’oppressione e la discriminazione sono in aperto contrasto con le azioni di molti governi che reprimono proteste pacifiche e tentano disperatamente di co trollare la sfera della comunicazione digitale, ristabilendo anche qui i loro confini nazionali.

Pertanto, che cosa potrà significare per i potenti, che si aggrappano al concetto di “sovranità”, e abusano del suo significato, rendersi conto della forza potenziale che ha la gente di smantellare le strutture di governo e di puntare i riflettori sugli strumenti della repressione e della disinformazione che loro usano per restare al potere? Il sistema economico, politico e commerciale creato da coloro che detengono il potere spesso è stato la causa di violazioni dei diritti umani. Ad esempio, il commercio delle armi annienta vite umane eppure viene difeso dai governi, che o impiegano le armi per reprimere il proprio popolo o traggono profitto dal loro commercio. Il tutto è giustificato in nome della “sovranità”.

SOVRANITÀ E SOLIDARIETÀ
In questa ricerca di libertà, diritti e uguaglianza, dobbiamo ripensare il concetto di sovranità. La forza della sovranità dovrebbe – e di certo può – derivare dalla conquista del proprio destino, come è accaduto per gli stati emersi dal colonialismo o dalla sottomissione di paesi vicini o che sono sorti dalle ceneri di movimenti che hanno rovesciato regimi repressivi e corrotti. Di certo, questo è il potere della sovranità. Per mantenerlo vivo e per limitare la sua strumentalizzazione, dobbiamo ridefinire il concetto e riconoscere sia la solidarietà globale sia la responsabilità globale. Siamo cittadini del mondo. Possiamo interessarci a ciò che avviene altrove, perché abbiamo accesso alle informazioni e possiamo scegliere di non rimanere chiusi nei confini.

Gli stati si richiamano regolarmente alla sovranità, facendola corrispondere al controllo sugli affari interni senza interferenze esterne, per poter fare quello che vogliono. Si richiamano alla sovranità, comunque in modo pretestuoso, per nascondere o negare uccisioni di massa, genocidi, oppressione, corruzione, morte per fame o persecuzione di genere.

Ma chi abusa del potere e dei propri privilegi non può più nascondere facilmente tali abusi. Le persone registrano con i telefoni cellulari e caricano in rete filmati che rivelano la realtà delle violazioni dei diritti umani in tempo reale e fanno luce sulla verità al di là della retorica ipocrita e delle giustificazioni autoreferenziali. Analogamente, le multinazionali e altri potenti attori privati sono più facilmente soggetti a controllo in quanto le conseguenze delle loro azioni, per quanto subdole o criminali, sono ormai difficili da nascondere.

Operiamo in un sistema dei diritti umani che dà per scontato il concetto di sovranità ma che di fatto non lo difende, neppure dopo la formulazione della dottrina della Responsabilità di proteggere, concordata nel corso di un summit mondiale delle Nazioni Unite nel 2005, e ripetutamente riaffermata da allora. È facile vedere perché; anche solo nel 2012 ci sono stati molti esempi di governi che hanno violato i diritti delle persone che governano.

Un elemento chiave della protezione dei diritti umani è il diritto di tutte le persone di e sere libere dalla violenza. Un altro elemento fondamentale è dato dai forti limiti imposti alla possibilità dello stato d’interferire nella nostra vita e in quella dei nostri familiari. Ciò comprende la protezione della nostra libertà d’espressione, associazione e coscienza. Significa anche non interferire con il nostro corpo e con i modi in cui lo impieghiamo, ovvero con le decisioni che prendiamo in termini di riproduzione, d’identità sessuale e di genere e con il modo in cui scegliamo di vestirci.

Nei primi giorni del 2012, 300 famiglie sono rimaste senza tetto nella capitale della Cambogia, Phonm Penh, dopo essere state sgomberate con la violenza dal loro quartiere. Soltanto qualche settimana dopo, 600 brasiliani sono andati incontro allo stesso destino nella baraccopoli di Pinheirinho, nello stato di San Paolo. A marzo, in Giamaica 21 persone sono state uccise in una serie di sparatorie dalla polizia, in Azerbaigian musicisti sono stati percossi, arrestati e torturati in detenzione e il Mali è sprofondato in una crisi in seguito a un colpo di stato nella capitale Bamako.

E così via: altri sgomberi forzati sono stati attuati in Nigeria; giornalisti sono stati assassinati in Somalia, in Messico e altrove; donne sono state stuprate o sessualmente aggredite tra le mura domestiche, per strada o mentre esercitavano il loro diritto di manifestare; persone Lgbti sono state duramente picchiate mentre alle loro comunità è stato impedito di partecipare agli eventi del Pride; attivisti dei diritti umani sono stati uccisi o mandati in carcere per accuse false. A settembre, per la prima volta dopo 15 anni, il Giappone ha messo a morte una donna. A novembre c’è stata una nuova escalation del conflitto tra Israele e Gaza, mentre nella Repubblica Democratica del Congo decine di migliaia di civili sono fuggiti dalle loro abitazioni quando il gruppo armato Movimento 23 marzo (M23), sostenuto dal Ruanda, ha marciato sulla capitale della provincia del Nord Kivu.

E poi c’è stata la Siria. A fine anno, secondo le Nazioni Unite i morti ammontavano a 60.000 e il loro numero purtroppo era in continua crescita.

MANCANZA DI PROTEZIONE
Troppo spesso negli ultimi decenni, la sovranità degli stati, sempre più strettamente legata al concetto di sicurezza nazionale, è stata impiegata per giustificare azioni contrarie ai diritti umani. A livello interno, i detentori del potere sostengono di essere gli unici a poter prendere delle decisioni riguardo alla vita delle persone che governano.

Come aveva fatto suo padre prima di lui, il presidente Bashar al-Assad si è mantenuto al potere mettendo l’esercito e le forze di sicurezza siriane contro il popolo che gli chiedeva di andarsene. Ma c’è una fondamentale differenza. All’epoca del massacro di Hama, nel 1982, nonostante Amnesty International e altri avessero messo in luce ciò che stava accadendo e lavorato instancabilmente per cercare di porvi fine, le uccisioni di massa erano avvenute in larga parte lontano dagli occhi del resto del mondo. Al contrario, negli ultimi due anni, coraggiosi blogger e attivisti siriani sono riusciti a raccontare direttamente al mondo ciò che stava succedendo nel loro paese, persino nel momento stesso in cui accadeva.

Nonostante il crescente numero di vittime, e malgrado le numerose prove dei crimini commessi, ancora una volta in Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non ha provveduto a proteggere i civili. Per quasi due anni i militari e le forze di sicurezza siriani hanno lanciato attacchi indiscriminati e detenuto, torturato e ucciso persone perché sospettate di sostenere i ribelli. Un rapporto di Amnesty International ha documentato 31 differenti forme di tortura e altri maltrattamenti. Gruppi armati d’opposizione hanno inoltre perpetrato uccisioni sommarie e torture, benché di portata più limitata. Il mancato intervento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite viene difeso, in particolare da Russia e Cina, in nome del rispetto alla sovranità dello stato siriano.

L’idea che né i singoli stati né la comunità internazionale debbano intervenire in maniera decisa per proteggere i civili quando i governi e le loro forze di sicurezza prendono di mira il loro stesso popolo, a meno che non esista un loro tornaconto, è del tutto inaccettabile. Sia che si tratti del genocidio in Ruanda del 1994, della letale “no fire zone” in cui circoscrivere i tamil nel nord dello Sri Lanka, dove migliaia di civili sono stati uccisi nel 2009, della morte per fame che affligge il popolo nordcoreano o del conflitto siriano, l’inerzia in nome del rispetto per la sovranità di uno stato non ha scusanti.

In definitiva, gli stati sono responsabili dell’affermazione dei diritti delle persone presenti sul loro territorio. Chi ha a cuore la giustizia e i diritti umani non può sostenere che la sovranità al momento sia in alcun modo al servizio di questi principi ma anzi è un ostacolo alla loro realizzazione.

Davvero è arrivato il momento di contestare questo mix deleterio di richiami degli stati alla loro sovranità assoluta e all’interesse per la sicurezza nazionale, più che ai diritti umani e alla sicurezza della popolazione. Non abbiamo più scuse. È ormai ora che la comunità internazionale si faccia avanti e torni a farsi carico del suo dovere di proteggere tutti i cittadini di questo pianeta.

I nostri paesi hanno l’obbligo di rispettare, proteggere e realizzare i nostri diritti. Molti non lo fanno o al massimo lo fanno in maniera incoerente. Nonostante tutti i successi raccolti negli ultimi decenni dal movimento per i diritti umani, dal rilascio di prigionieri  di coscienza alla proibizione a livello globale della tortura e alla creazione della Corte penale internazionale, questa distorsione del concetto di sovranità significa continuare a lasciare indietro milioni di persone.

CUSTODI O SFRUTTATORI
Uno degli esempi più emblematici di questa situazione creatasi negli ultimi decenni è il trattamento riservato alle popolazioni native nel mondo. Un valore fondamentale che accomuna le comunità native in tutto il mondo è il loro rifiuto del concetto di “proprietà” della terra. Al contrario, tradizionalmente s’identificano come custodi del territorio sul quale vivono. Questo rifiuto del concetto di possedere un terreno è stato pagato a caro prezzo. Molte terre abitate dalle popolazioni native si sono rivelate ricche di giacimenti e risorse. Così il governo, che dovrebbe tutelare i loro diritti, si appropria delle loro terre in nome dello “stato sovrano”, poi le vende, le dà in concessione o consente il loro sfruttamento da parte di terzi.

Invece di rispettare il valore delle comunità che sono custodi della terra e delle sue risorse, gli stati e le multinazionali arrivano in queste zone, cacciano con la forza le comunità native e requisiscono la proprietà della terra o i diritti minerari associati a essa.

In Paraguay, i sawhoyamaxa hanno trascorso il 2012 così come hanno trascorso gli ultimi 20 anni: sfollati dalle loro terre ancestrali, malgrado una sentenza della Corte interamericana dei diritti umani del 2006, che aveva riconosciuto il loro diritto a quelle terre. Più a nord, decine di comunità delle Prime nazioni in Canada hanno continuato a opporsi alla proposta di costruire un oleodotto che collega le sabbie bituminose dell’Alberta alle coste della Columbia Britannica, attraversando le loro terre ancestrali.

In un’epoca in cui i governi dovrebbero imparare dalle comunità native a ripensare il proprio rapporto con le risorse naturali, le popolazioni native di tutto mondo sono sotto assedio.

Ciò che rende tale devastazione particolarmente allarmante è fino a che punto gli stati e le multinazionali ignorano la Dichiarazione universale delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni native, che stabilisce esplicitamente che gli stati debbano assicurare la piena e concreta partecipazione delle popolazioni native in tutte le questioni che le riguardano. Attivisti dei diritti delle popolazioni native rischiano di essere vittime di violenza o persino uccisi, quando cercano di difendere le loro comunità e le loro terre.

Discriminazione, emarginazione e violenza non sono fenomeni limitati alla regione delle Americhe ma riguardano ogni parte del pianeta, dalle Filippine alla Namibia, dove nel 2012 i bambini del popolo san, ovahimba e di altre minoranze etniche hanno incontrato numerosi ostacoli che hanno impedito loro l’accesso all’istruzione. Ciò si è verificato in modo particolare a Opuwo, tra i bambini ovahimba, costretti a tagliarsi i capelli e a non indossare il loro abito tradizionale per poter frequentare la scuola pubblica.

IL FLUSSO DI DENARO E DI PERSONE
La corsa alle risorse è soltanto uno degli aspetti del nostro mondo globalizzato. Un altro è il flusso di capitali attraverso i confini, al di là degli oceani, fino a entrare nelle tasche dei potenti. Certo, la globalizzazione ha portato crescita economica e prosperità per alcuni ma l’esperienza dei nativi resta fuori da questa crescita in quelle comunità, che osservano governi e multinazionali trarre profitto dalla terra su cui vivono e sulla quale muoiono di stenti.

Nell’Africa Subsahariana, ad esempio, nonostante la significativa crescita in molti paesi, milioni e milioni di persone continuano a vivere in condizioni di povertà al limite della sopravvivenza. La corruzione e il flusso di capitali nei paradisi fiscali al di fuori dell’Africa continuano a essere due delle principali motivazioni. La ricchezza mineraria della regione continua ad alimentare affari tra le multinazionali e i politici, da cui entrambi traggono profitto; ma a quale prezzo? La mancanza di trasparenza sugli accordi di concessione e la totale assenza di accertamento delle responsabilità si traducono nell’indebito arricchimento degli azionisti delle multinazionali e dei politici da un lato e dall’altro nella sofferenza di quanti sperimentano lo sfruttamento del loro lavoro, il degrado della loro terra e la violazione dei loro diritti. La giustizia è decisamente fuori dalla loro portata.

Un altro esempio del libero flusso dei capitali è il denaro che i lavoratori migranti in tutto il mondo inviano a casa. Secondo la Banca mondiale, le rimesse dei lavoratori migranti provenienti dai paesi in via di sviluppo corrispondono al triplo dei fondi internazionali d’assistenza allo sviluppo. E tuttavia, durante l’anno questi stessi lavoratori migranti sono stati spesso lasciati senza una casa e privi di un’adeguata protezione dei loro diritti da parte degli stati ospitanti.

Le agenzie di collocamento per il lavoro in Nepal, ad esempio, nel 2012 hanno continuato a trafficare lavoratori migranti a scopo di sfruttamento e lavoro forzato e hanno addebitato costi superiori ai limiti tariffari imposti dal governo, costringendo i lavoratori a ricorrere a onerosi prestiti a tassi d’interesse elevati. I proprietari delle agenzie hanno ingannato molti migranti circa i termini e le condizioni di lavoro ma queste strutture, che hanno violato la legislazione nepalese, raramente sono state sanzionate. Per fare un esempio, con una legge che difende solo a parole i diritti delle donne, ad agosto il governo ha vietato alle donne al sotto dei 30 anni di migrare per lavorare come domestiche in Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, a causa delle denunce di abusi sessuali ed altri abusi fisici nei suddetti paesi. Ma il divieto ha potenzialmente aumentato il rischio per le donne, costrette a cercare un lavoro attraverso i canali non ufficiali. Ciò che avrebbe dovuto fare il governo era preoccuparsi di garantire loro ambienti di lavoro sicuri.

Una volta che sono partite, gli stati da cui provengono queste persone sostengono di non avere più obblighi nei loro confronti, dal momento che i lavoratori migranti non si trovano più all’interno del loro territorio, mentre gli stati ospitanti sostengono che, poiché non sono loro cittadini, non hanno diritti. Intanto, la Convenzione internazionale delle Nazioni Unite sui diritti dei lavoratori migranti e loro familiari, la cui adesione è stata aperta nel 1990, resta uno dei trattati sui diritti umani che ha raccolto meno ratifiche. Nessuno stato ricevente dell’Europa Occidentale ha ratificato la Convenzione. Né lo hanno fatto altri che ospitano moltissimi migranti come Usa, Australia, Canada, India, Sudafrica e gli stati del Golfo.

Questa vulnerabilità assume proporzioni ancor più rilevanti per i rifugiati. I più esposti restano i 12 milioni di apolidi sparsi nel mondo, un numero che equivale alla popolazione di alcune delle maggiori metropoli come Londra, Lagos o Rio. Per circa l’80 per cento si tratta di donne. In assenza della protezione del loro stato “sovrano” queste persone sono veri e propri cittadini del mondo. La loro protezione riguarda tutti noi. Rappresentano la quintessenza della realizzazione del dovere di proteggere. Poiché la protezione dei diritti umani deve essere applicata a tutti gli esseri umani, che si trovino a casa loro o no.

Ora come ora, questa protezione è percepita come subordinata alla sovranità dello stato. Nei campi profughi del Sud Sudan le donne sono stuprate, dall’Australia al Kenya richiedenti asilo sono rinchiusi in centri di detenzione o container metallici, a centinaia muoiono mentre a bordo di barconi fatiscenti cercano disperatamente di raggiungere un porto sicuro.

Durante l’anno, ancora una volta imbarcazioni di africani in difficoltà al largo delle coste italiane sono state allontanate dalla salvezza delle spiagge europee, perché gli stati sostenevano che il controllo dei loro confini era sacrosanto. Il governo australiano ha continuato a interdire in mare le imbarcazioni di rifugiati e migranti. La guardia costiera statunitense ha difeso così la propria prassi: “interdire i migranti in mare significa poterli rimandare rapidamente indietro nei loro paesi d’origine, senza le costose procedure che si rendono invece necessarie quando riescono a entrare negli Stati Uniti”. In ciascuno di questi casi, la sovranità ha avuto la meglio sul diritto degli individui di chiedere asilo.

Ogni anno circa 200 persone muoiono nel tentativo di attraversare il deserto per raggiungere gli Usa, una diretta conseguenza delle misure adottate dal governo statunitense per far sì che i passaggi più sicuri siano del tutto impraticabili per i migranti. Il loro numero è rimasto stabile nonostante una flessione del fenomeno dell’immigrazione.

Questi esempi rappresentano la più atroce rinuncia alla responsabilità di promuovere i diritti umani, compreso il diritto alla vita, e sono in netto contrasto con il libero flusso dei capitali citato in precedenza.

I controlli sull’immigrazione sono in netto contrasto anche con il flusso per lo più indisturbato di armi convenzionali attraverso le frontiere, comprese armi di piccolo calibro e armi leggere. Centinaia di migliaia di persone sono uccise, ferite, stuprate e costrette a fuggire dalle loro abitazioni a causa di questo commercio. Il traffico di armi è inoltre strettamente legato alla discriminazione e alla violenza di genere, che colpisce in maniera sproporzionata le donne. Ciò ha implicazioni di ampia portata sugli sforzi per consolidare la pace, la sicurezza, l’uguaglianza di genere e uno sviluppo sicuro. Gli abusi sono alimentati in parte dalla facilità con cui le armi vengono comprate e vendute, barattate e spedite in giro per il mondo, finendo troppo spesso nelle mani di governi responsabili di abusi e delle loro forze di sicurezza, dei signori della guerra e di bande criminali. Si tratta di un affare redditizio, pari a 70 miliardi di dollari Usa all’anno, e pertanto coloro che hanno interessi consolidati cercano di evitare ogni regolamentazione. Mentre scriviamo questo testo, i governi principali intermediari di armi si apprestano ad avviare colloqui per un trattato sul commercio di armi [poco prima di andare in stampa, il trattato è stato approvato, N.d.C.]. La nostra richiesta è che in presenza di un sostanziale rischio che queste armi saranno impiegate per commettere violazioni del diritto internazionale umanitario o gravi violazioni delle norme sui diritti umani, il loro trasferimento debba essere proibito.

IL FLUSSO D’INFORMAZIONI
L’aspetto decisamente positivo che si può trarre da questi esempi, tuttavia, è che noi siamo a conoscenza della loro esistenza. Da mezzo secolo, Amnesty International documenta le violazioni dei diritti umani nel mondo e impiega ogni risorsa a disposizione per cercare di fermare e impedire gli abusi e tutelare i nostri diritti. La comunicazione globalizzata sta creando opportunità un tempo inimmaginabili per i fondatori del moderno movimento per i diritti umani. Ormai governi e multinazionali possono fare ben poco per nascondersi dietro i loro confini “sovrani”.

La velocità con cui le nuove forme di comunicazione prendono piede nella nostra vita lascia senza fiato. Dal 1985, anno in cui fu creato il primo dominio .com, fino a oggi, con due miliardi e mezzo di persone che hanno accesso a Internet, le ruote del cambiamento hanno girato con una velocità straordinaria. Nel 1989, Tim Berners-Lee propose il sistema di ricerca documentale di Internet, nel 1996 nacque Hotmail, i blog comparvero nel 1999 e Wikipedia fu lanciata nel 2001. Nel 2004 arrivò Facebook, seguito da YouTube un anno dopo, quando Internet toccò il suo miliardesimo utente, individuato “statisticamente in una donna di 24 anni di Shanghai”. Il 2006 fu la volta di Twitter e della versione censurata cinese di Google, Gu Ge. Nel 2008 la Cina aveva più persone online degli Usa. E nello stesso anno, alcuni attivisti svilupparono in collaborazione con giornalisti keniani un sito web chiamato Ushahidi, un termine swahili che significa “testimonianza”, inizialmente per tracciare una mappatura della violenza in Kenya dopo le elezioni, e che da allora si è evoluto in una piattaforma utilizzata in tutto il mondo con la missione di “democratizzare l’informazione”.

Viviamo in un mondo in cui le notizie abbondano. Gli attivisti hanno gli strumenti per far sì che le violazioni non siano nascoste. L’informazione crea l’obbligo di agire. Affrontiamo un’epoca cruciale: continueremo ad avere accesso a queste informazioni oppure gli stati in collusione con altri potenti attori le bloccheranno? Amnesty International vuole assicurarsi che tutti abbiano gli strumenti per poter accedere e condividere le informazioni e per contestare il potere e la sovranità, qualora si verifichino abusi. Con Internet, possiamo costruire un modello di cittadinanza globale. Internet fa da contrappunto all’intero concetto di sovranità e di cittadinanza fondata sui diritti.

Il concetto che Martin Luther King Jr espresse con tanta efficacia con le frasi “rete di reciprocità alla quale non si può sfuggire” e “legati a un unico destino”, è stato abbracciato e promosso da molti grandi pensatori e difensori dei diritti prima e dopo di lui. Ma ora è il momento d’instillarlo nel vero “tessuto” del nostro modello internazionale di cittadinanza. Il concetto africano del “Ubuntu” lo esplicita con estrema chiarezza: “Io sono perché noi siamo”.

Si tratta di essere connessi gli uni agli altri, non consentendo che i confini, i muri, i mari, le rappresentazioni dei nemici identificati con “l’altro” inquinino il nostro naturale senso di giustizia e umanità. È così che il mondo digitale ci connette realmente tramite l’informazione.

RAPPRESENTANZA E PARTECIPAZIONE
È semplice. L’apertura del mondo digitale spiana il campo da gioco e consente a molte più persone di accedere alle informazioni di cui hanno bisogno per sfidare i governi e le multinazionali. È uno strumento che incoraggia la trasparenza e l’accertamento delle responsabilità. L’informazione è potere. Internet ha il potenziale di offrire in maniera significativa questo potere ai sette miliardi di persone che popolano il mondo oggi. È uno strumento che ci permette di vedere e documentare e contrastare le violazioni dei diritti umani ovunque stiano accadendo. Ci permette anche di condividere informazioni in modo tale da poter lavorare assieme per risolvere i problemi, promuovere la sicurezza umana e lo sviluppo di ciascun individuo e realizzare così la promessa dei diritti umani.

L’abuso della sovranità dello stato è l’opposto di tutto questo. Riguarda i muri, il controllo delle informazioni e della comunicazione e il nascondersi dietro oscure leggi dello stato e altre rivendicazioni di privilegi. L’argomentazione addotta per sostenere il richiamo alla sovranità è che quello che fa un governo non è interesse di nessuno se non di quel governo e, fintanto che questo agisce all’interno dei propri confini, non può essere contestato. Sono le azioni dei potenti contro chi non ha potere.

La forza e le potenzialità del mondo digitale sono immense. E poiché la tecnologia ha valore neutro, queste potenzialità possono portare sia ad azioni coerenti con la costruzione di società che rispettano i diritti umani sia ad azioni del tutto antitetiche ai diritti umani.

È interessante per Amnesty International, la cui storia nasce dalla difesa della libertà d’espressione, vedere ancora una volta come si comportano i governi quando non sono in grado di controllarla e decidono di manipolare l’accesso all’informazione. Mai questo è stato più evidente che nella persecuzione o vessazione di blogger, dall’Azerbaigian alla Tunisia, da Cuba all’Autorità Palestinese. In Vietnam, ad esempio, i popolari blogger Nguyen Van Hai, conosciuto come Dieu Cay, la blogger di “Giustizia e verità” Ta Phong Tan e Phan Thanh Hai, conosciuto come AnhBaSaiGo, sono stati processati a settembre per aver “fatto propaganda” contro lo stato. Sono stati condannati rispettivamente a 12, 10 e quattro anni di carcere e, una volta rilasciati, dai tre ai cinque anni di arresti domiciliari. Il processo è durato appena poche ore e i loro familiari sono stati vessati e detenuti per impedire loro di parteciparvi. Il procedimento giudiziario a loro carico è stato rinviato per tre volte, l’ultima delle quali perché la madre di Ta Phong Tan era morta dopo essersi data fuoco davanti agli uffici governativi, per protestare contro il trattamento riservato alla figlia.

Ma mandare in carcere persone per aver esercitato la loro libertà d’espressione e aver contestato i detentori del potere utilizzando la tecnologia digitale è soltanto la prima linea di difesa dei governi. Sempre più spesso vediamo stati che cercano di costruire programmi di protezione attorno a qualsiasi sistema di comunicazione o d’informazione. Iran, Cina e Vietnam hanno tutti cercato di costruire un sistema che consentisse loro di riottenere il controllo sia sulle comunicazioni sia sull’accesso alle informazioni disponibili nella sfera digitale.

Ma ciò che potrebbe diventare ancor più preoccupante è il numero di paesi che stanno esplorando mezzi meno ovvi di controllo in quest’area, tramite una massiccia sorveglianza e sempre più sofisticati mezzi di manipolazione dell’accesso alle informazioni. Gli Usa, che continuano a dimostrare una notevole mancanza di rispetto dei parametri di riconoscimento, come evidenziato dagli attacchi con droni effettuati in varie parti del mondo, hanno recentemente proclamato il diritto d’esercitare una sorveglianza su qualsiasi informazione trattenuta nei sistemi cloud di conservazione dei dati, luoghi d’archiviazione digitale non legati a domini territoriali. In pratica, si tratta di controllare informazioni di proprietà di singole persone e di aziende che non hanno sede negli Usa o che non sono cittadini statunitensi.

Questa battaglia sull’accesso all’informazione e sul controllo dei mezzi di comunicazione è soltanto all’inizio. Che cosa può fare la comunità internazionale per dimostrare il suo rispetto per coloro che hanno così coraggiosamente rischiato la loro vita e la loro libertà, mobilitandosi durante le rivolte nella regione del Medio Oriente e dell’Africa del Nord? Che cosa possiamo fare tutti noi per dimostrare la nostra solidarietà a Malala Yousafzai e a tutti gli altri che hanno osato alzarsi in piedi e dire “Basta”?

Possiamo chiedere che gli stati garantiscano a tutte le persone nel loro territorio un significativo accesso al mondo digitale, preferibilmente attraverso un collegamento a Internet ad alta velocità e realmente affidabile, sia che si tratti di un dispositivo portatile, come un cellulare, che di un computer fisso. In tal modo, realizzerebbero uno dei principi dei diritti umani sancito all’art. 15 dell’Icescr: “godere dei benefici del progresso scientifico e delle sue applicazioni”. E all’art. 27 della Dichiarazione universale dei diritti umani che afferma: “ognuno ha il diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici”.

Un significativo accesso a Internet certamente si qualifica come partecipazione ai benefici del progresso scientifico.

Molti anni fa, gli stati crearono un servizio postale internazionale, partendo ciascuno da un proprio sistema nazionale ma interconnesso con tutti gli altri servizi postali, realizzando così un sistema postale planetario. Chiunque poteva scrivere una lettera, acquistare un francobollo e spedire questa lettera a qualcun altro, pressoché in qualunque parte del mondo. Dove non esisteva un servizio di consegna porta a porta, c’era un sistema di cassette o di consegna generale che indicava un luogo dove far recapitare la posta.

E quella posta era considerata qualcosa di privato, indipendentemente dai confini che avrebbe attraversato per giungere a destinazione. Questa forma di comunicazione e di condivisione delle informazioni, che può sembrare piuttosto bizzarra nel mondo odierno, cambiò il modo in cui comunicavamo e fu costruita sulla presunzione del diritto alla riservatezza. Ma ancor di più, gli stati s’impegnarono a garantire che tutte le persone avessero accesso a tale servizio. E anche se molti governi indubbiamente utilizzarono il loro accesso alla posta per leggere ciò che era privato, non contestarono il principio del diritto alla riservatezza di queste comunicazioni. In innumerevoli paesi del mondo ciò spalancò la porta alla condivisione delle informazioni e della vita familiare e comunitaria tra le persone.

Oggi, l’accesso a Internet è decisivo per garantire la possibilità di comunicare e anche per assicurare l’accesso alle informazioni. Trasparenza, accesso alle informazioni e possibilità di prendere parte ai dibattiti politici e alle decisioni sono determinanti per costruire una società rispettosa dei diritti.

Poche azioni dei governi possono avere conseguenze tanto positive, immediate, potenti e di ampia portata per i diritti umani.

Ogni governo del mondo deve fare una scelta: considerare questa come una tecnologia dal valore neutro e servirsene per rivendicare il proprio potere sugli altri o utilizzarla per concretizzare e promuovere la libertà degli individui. L’avvento di Internet e la sua diffusione planetaria, attraverso i telefoni cellulari, gli Internet café, i computer accessibili nelle scuole, nelle biblioteche pubbliche, sui luoghi di lavoro e nelle case, hanno creato un’enorme opportunità di dare alle persone gli strumenti per rivendicare i loro diritti.

LA SCELTA PER IL FUTURO
Gli stati hanno la possibilità di cogliere questo momento per assicurare che tutta la loro popolazione abbia un reale accesso a Internet. Possono garantire che le persone siano in grado di connettersi alla rete a costi accessibili. Possono inoltre sostenere la creazione di molti altri luoghi d’incontro, come biblioteche e café, dove le persone possano accedere a Internet in maniera gratuita o a tariffe convenienti.

Di certo, gli stati possono garantire che le donne, soltanto il 37 per cento delle quali ha attualmente accesso alla rete, possano partecipare attivamente a questo sistema d’informazione e pertanto alle azioni e alle decisioni che vengono prese nel mondo in cui vivono. Come precisa un nuovo rapporto pubblicato dall’agenzia Un Women, da Intel e dal Dipartimento di stato americano, esiste un enorme divario di genere che riguarda Internet, in paesi come India, Messico e Uganda.

Il che significa che gli stati devono creare dei sistemi che permettano di connettersi alla rete in casa, a scuola e sul luogo di lavoro, in quanto punti d’accesso come gli Internet café sono impraticabili per quelle donne che non possono uscire di casa per motivi religiosi e culturali.

Gli stati possono inoltre lavorare per sradicare la discriminazione sociale contro le donne e gli stereotipi negativi che le riguardano. Una donna indiana con una laurea in ingegneria ha raccontato agli autori del rapporto che le era stato vietato l’uso del computer “per paura che se lo avesse toccato, qualcosa avrebbe potuto non funzionare più”. Un altro resoconto ha evidenziato come alcuni mariti vietino alle loro mogli di utilizzare il computer della famiglia, per timore che vedano contenuti sessuali inappropriati. È proprio questa la motivazione addotta in Azerbaigian, per cui soltanto il 14 per cento delle donne possono connettersi alla rete, a fronte del 70 per cento degli uomini.

Riconoscendo il diritto delle persone di accedere a Internet, gli stati possono adempiere ai loro doveri riguardo alla libertà d’espressione e al diritto all’informazione. Ma devono farlo rispettando il diritto alla riservatezza.

Fallire in questo significa creare due categorie di persone, sia a livello nazionale che globale: quelle che hanno accesso agli strumenti di cui necessitano per far valere i loro diritti e quelle che rimangono indietro.

 Ciò che ci dà speranza è il sostegno e la solidarietà della gente comune. La gente rappresenta l’unico slancio per il cambiamento. I governi non faranno nulla se non sono pressati dalla gente… la quantità di messaggi che ho ricevuto (dagli attivisti di Amnesty International) mi ha dato davvero tanta speranza, malgrado tutte le difficoltà.

Azza Hilal Ahmad Suleiman, egiziana aggredita vicino a piazza Tahrir

Conoscenza, informazione e possibilità di parlare significano potere. Gli stati che rispettano i diritti non temono questo potere. Gli stati che rispettano i diritti promuovono la capacità di agire. E la natura priva di confini della sfera digitale comporta che tutti noi possiamo provare a esercitare la nostra cittadinanza globale, utilizzando questi strumenti per promuovere il rispetto dei diritti umani nei piccoli luoghi vicino a casa, come in solidarietà con le persone che vivono lontano da noi.

Le forme tradizionali di solidarietà possono avere un impatto ancor più forte quando diventano “virali”. Prendiamo ad esempio le 12 persone per le quali si sono impegnati migliaia di attivisti in occasione della 10ª maratona mondiale “Write for Rights”, una campagna di Amnesty International svoltasi a dicembre. Si tratta del più grande evento mondiale a favore dei diritti umani degli ultimi anni, che ha raccolto due milioni di adesioni tramite l’invio di email, petizioni online, messaggi sms, fax e tweet, per esprimere solidarietà, fornire sostegno e contribuire al rilascio di persone che erano state incarcerate a causa delle loro convinzioni.

Come Amnesty International, vediamo in Internet quella radicale promessa e quelle possibilità che il nostro fondatore Peter Benenson intravide più di 50 anni fa, ovvero che persone diverse al di là dei confini, possano lavorare assieme per chiedere libertà e diritti per tutti. Il suo sogno fu liquidato come una delle più grandi follie della nostra epoca. Molti ex prigionieri di coscienza devono la loro libertà e la loro vita a quel sogno. Ci troviamo ora a un punto cruciale per creare e realizzare un altro sogno, che alcuni liquideranno come una pazzia. Ma oggi, Amnesty International abbraccia questa sfida e chiede agli stati di riconoscere che il nostro mondo è cambiato e di creare quegli strumenti in grado dare nuove possibilità a tutte le persone.

http://rapportoannuale.amnesty.it/sites/default/files/Introduzione_1.pdf

194: chi obietta mette in pericolo la vita delle donne

obiettiamo_obiettori“Oltre l’80% dei ginecologi è obiettore di coscienza e le donne respinte dalle istituzioni tornano al segreto: ventimila le interruzioni di gravidanza illegali calcolate dal ministero della Sanità, ma secondo alcune stime sono almeno il doppio. Ambulatori fuorilegge e farmaci di contrabbando”. Con questo input si apre  “194, così sta morendo una legge. In Italia torna l’aborto clandestino”, l’inchiesta di Maria Novella De Luca, giornalista di Repubblica,  pubblicata 10 giorni fa sul sito del giornale. Qui si legge che “da Nord a Sud in intere regioni l’aborto legale è stato cancellato” e che “oltre l’80% dei ginecologi, e oltre il 50% di anestesisti e infermieri, non applica più la legge 194”. In Italia ci sarebbero quindi “Ventimila gli aborti illegali calcolati dal ministero della Sanità con stime mai più aggiornate dal 2008: quarantamila, forse cinquantamila quelli reali”. Una realtà agghiacciante se a questi si aggiungono anche i “Settantacinquemila aborti spontanei nel 2011 dichiarati dall’Istat”, di cui un terzo potrebbe essere il “frutto probabilmente di interventi casalinghi finiti male“.

Come nella migliore tradizione di un potere solido e millenario, se una cosa non si riesce a combattere da fuori, basta infiltrarsi bene dentro, come un cancro che mangia e prosciuga un copro vivo, dimorandoci. Questo è quello che è successo a una legge come quella italiana sulla interruzione volontaria di gravidanza, voluta da un referendum popolare, ribadita con la stessa forza quando fu messa in discussione, e oggi quasi impraticabile qui da noi. Un effetto dell’imbarbarimento, civile e politico, di un Paese, il nostro.

Ma cosa succede altrove? Secondo l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) circa 16 milioni di adolescenti, di cui 2 milioni sotto i 15 anni, partoriscono ogni anno nel mondo, ma altre 3 milioni rischiano la vita con aborti illegali. In uno studio su Lancet si legge che la metà degli aborti nel mondo non avvengono in condizioni di sicurezza e di questi il 98% avviene in paesi dove le leggi sull’aborto sono restrittive. Come ha sottolineato Richard Horton, direttore di Lancet, “Condannare, stigmatizzare e criminalizzare l’aborto, non serve: si tratta di strategie crudeli e fallimentari”, perché dove l’aborto è consentito, la salute della donne è tutelata, mentre dove le leggi lo vietano, la donna mette in pericolo la sua vita affrontando un aborto clandestino. L’82% delle gravidanze indesiderate si verifica in donne che non riescono ad accedere a servizi di pianificazione familiare, e vietare l’aborto non è la soluzione, anzi quando una donna interrompe una gravidanza la struttura in cui ha fatto l’intervento propone subito un percorso di contraccezione, cosa che senza dubbio non avviene se l’aborto è clandestino. Ecco allora che in Italia, dove la legge c’è, impedire la sua corretta applicazione equivale realisticamente non a far diminuire gli aborti, ma a mettere in pericolo la vita delle donne.

Per l’Onu chi impedisce o si rifiuta di praticare una interruzione volontaria di gravidanza, infligge una forma di tortura alla donna e quindi gli Stati devono assicurare alle donne l’accesso alle cure mediche, comprese quelle connesse all’interruzione di gravidanza. Il report sulla tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti, presentato a Ginevra a marzo, di Juan E. Méndez (relatore speciale delle Nazioni Unite), “si concentra su alcune forme di abusi in strutture sanitarie che possono attraversare la soglia di maltrattamenti che equivale a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti”, tra cui Méndez cita specificamente la mancanza di accesso all’aborto. Méndez , da tempo attivista dei diritti umani e professore di Diritto presso l’American University, dichiara che “la negazione di servizi legali e disponibili come l’aborto e l’assistenza post-aborto”, equivalgono a “maltrattamenti e umiliazioni in contesti istituzionali”.

Ma il punto è anche un altro perché, come osserva la giornalista britannica Laurie Penny  (New Statesman) se “possiamo scegliere se e quanti figli vogliamo avere e quando averli, possiamo essere sessualmente attive senza timore di una gravidanza, e possiamo essere presenti, in teoria, in ogni ambito della vita pubblica e professionale. Possiamo avere, cioè, tutti i vantaggi di cui gli uomini hanno sempre goduto per puri motivi biologici”. Un attacco che non è semplice “guerra culturale” ma una vera  “controrivoluzione sessuale” che si gioca sulle donne in Europa, in America e nel mondo, anche se con forme diverse e in maniera trasversale. Il recente caso di Beatriz – una ragazza di 22 anni affetta da lupus e insufficienza renale, incinta di una bambina affetta da anancefalia (malformazione che comporta la quasi totale assenza del cranio) – alla quale è stato negato l’aborto terapeutico nel Salvador dove l’aborto è illegale e che alla fine ha avuto un cesareo alla ventisettesima settima da cui è uscita una bimba morta, dimostra che il problema non è la vita del nascitur* ma il fatto di vietare tassativamente un’interruzione di gravidanza come libera scelta della donna, la cui vita in fondo vale meno che zero (come ha dimostrato il caso Beatriz in cui lei ha rischiato di morire). La cosa più grave però è stato il pressing della chiesa cattolica che, con metodi identici in tutto il Pianeta, ha fatto pressione affinché la donna non ottenesse il permesso di interrompere la gravidanza dalla Corte Suprema del paese, a cui Beatriz si era rivolta con un ricorso. E qui sono scesi a fianco delle organizzazioni no-choice per impedire l’aborto, anche i vescovi, ribadendo che la vita va difesa fin dal concepimento e dimostrando quindi di mettere in secondo piano la sopravvivenza della madre.

Oggi, a un anno dal lancio della Campagna “Il buon medico non obietta”, la Consulta di bioetica Onlus organizza un Convegno nazionale sull’obiezione di coscienza alla legge sull’interruzione di gravidanza a Roma, alla Sala Mercede di Palazzo Marini (via della Mercede 55), in quanto, si legge sul comunicato: “Una posizione che è emersa all’interno della Consulta di bioetica è quella secondo la quale l’operatore sanitario (medico, infermiere e ostetrica) che, per motivi morali o per altre ragioni, non è disposto a praticare aborti, non dovrebbe rivendicare un diritto all’obiezione di coscienza ma dovrebbe scegliere una professione o un contesto lavorativo che non lo metta in conflitto con le proprie convinzioni. Da questa prospettiva, la soluzione alle difficoltà che incontrano oggi le donne che vogliono interrompere la gravidanza non va cercata in strategie aziendali che disincentivino l’obiezione di coscienza dell’operazione sanitario o che permettano all’operatore sanitario di praticare l’obiezione senza compromette i diritti delle donne, ma contestando la legittimità morale, prima che giuridica, del diritto dell’operatore all’obiezione di coscienza”.

La difficoltà che le donne incontrano nell’applicazione di un loro diritto in Italia, come altrove, non può essere causata da “l’etica professionale del medico che non dovrebbe far valere i propri convincimenti morali quando sono in gioco la salute e i diritti delle persone”. 

Il Convegno è organizzato in diverse sessioni ognuna delle quali intende affrontare il tema dell’obiezione di coscienza alla legge sull’interruzione di gravidanza dalla prospettiva di diverse aree di riflessione: una sessione darà spazio all’esperienza e all’elaborazione degli operatori sanitari (medici e ostetriche), un’altra sarà dedicata a una discussione filosofica e bioetica, un’altra ancora permetterà di analizzare il problema dal punto di vista giuridico e, infine, ci sarà spazio per un dialogo sul tema con i politici.  

bioetica

bioetica2

 bioetica3