Femminicidio: Italia tra Convenzione di Istanbul e Raccomandazioni Cedaw

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L’aula della camera nella giornata della votazione per la ratifica della Convenzione di Istanbul

Nel giorno del funerale della giovane F.L. (accoltellata dall’ex fidanzato e poi bruciata viva), il parlamento italiano ha ratificato alla camera la Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, mentre dopo nenache 24 ore, italiani e italiane sono stati costrett* ad assistere attoniti al servizio di una testata nazionale su un servizio pubblico, come il Tg2, che parlava di Franca Rame, morta all’età di 84 anni, come una “pasionaria rossa che approfittava della propria bellezza fisica per imporre attenzione, finché il 9 marzo del 1973 fu sequestrata e stuprata”. Un fatto che fa “il paio” con l’affermazione di ieri del professor Paolo Becchi del M5S, che, alla Zanzara su Radio 24, ha detto spudoratamente: “In Italia non puoi guardare il culo a una ragazza che ti accusano di femminicidio”; e con l’affermazione del cardinal Bagnasco  per il quale il femminicidio sarebbe un “comportamento inaccettabile e assolutamente deprecabile, frutto della diseducazione e di una cultura che sempre più esalta le emozioni, crea sensazioni forti che a un certo momento prendono il sopravvento sulla ragione”. Un contesto, quello italiano, in cui è difficile affrontare davvero la violenza contro le donne, sia perché in Italia si è ancora lontani dalla percezione reale di cosa sia questa violenza, sia perché la prepotenza culturale maschile sostiene che lo stupro può essere anche un castigo, una punizione, o comunque un evento, che una donna bella deve mettere in conto.

Ma cosa vuol dire ratificare una Convenzione come quella di Istanbul (ora al senato) in un Paese come questo, e cosa davvero significa affrontare la violenza contro le donne – femminicidio? Un “problema” di cui ormai chiunque parla anche senza sapere, fino a farne pura propaganda, con il rischio di far rimanere questa ratifica così importante come una pericolosa mossa di facciata. Una ratifica, ricordiamolo, che non arriva perché caduta dal cielo ma grazie al pressing della società civile e di una corretta informazione sul femminicidio da parte di alcuni media, che dura da quando la Convenzione di Istanbul è stata redatta (2011).

Al di là delle chiacchiere, è ormai chiaro che la violenza maschile contro le donne è un fenomeno che pervade il Pianeta e non da adesso, e che su questo ci si concentra a livello internazionale, sia con le Nazioni Unite, che quest’anno ha redatto un documento unanime contro la violenza su donne e bambine (CSW, 8/15 marzo), sia con il Consiglio d’Europa (Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica), che hanno sentito il bisogno di dare disposizioni organiche in merito, previa consultazione delle Ong e delle associazioni che di questo si occupano. In più a novembre del 2012 a Vienna, l’Academic Councilon United Nations System (ACUNS), ha redatto un documento sul femmicidio (da non confondere femminicidio), in cui esperte internazionali come Diana EH Russell (criminologa statunitense che ha coniato il termine) insieme a Michelle Bachelet (ex UN Women), Rachida Manjoo (relatrice speciale dell’ONU sulla violenza contro le donne), hanno discusso in un simposio di studiose ed esperte, della radice di genere delle varie forme di violenza contro le donne che portano fino alla loro uccisione in quanto donne. Nel rapporto finale, si può leggere che “il femmicidio è l’ultima forma di violenza contro le donne e le ragazze, e assume molteplici forme. Le sue molte cause sono radicate nelle relazioni di potere storicamente ineguali tra uomini e donne, e nella discriminazione sistemica basata sul genere. Per considerare un caso come femmicidio, ci deve essere l’intenzione implicita di svolgere l’omicidio e un collegamento dimostrato tra il crimine e il genere femminile della vittima. Finora, i dati sulla femmicidio sono altamente inaffidabili e il numero stimato di donne che sono state vittime di femmicidi variano di conseguenza. I femmicidi avvengono in ogni paese del mondo. La più grande preoccupazione relative al femmicidio è che questi omicidi continuano ad essere accettati, tollerati o giustificati come fossero la norma”. La Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo, ha inoltre redatto e presentato al Consiglio dei diritti umani, che si è svolto a Ginevra lo scorso giugno, il primo “Rapporto tematico sul femminicidio”. Il tutto a dimostrazione che la violenza maschile contro donne e bambine, che può portare alla morte “di genere”, è un problema di dimensioni planetarie, storicamente basato sulla discriminazione e sul pregiudizio culturale della superiorità del maschio rispetto alla femmina, nonché manifestazione dei rapporti di forza diseguale tra i sessi. E anche se non ce ne accorgiamo adesso, è un dato di fatto che in questo momento l’attenzione su questa violazione dei diritti umani, che è una conseguenza dei rapporti diciamo “sbilanciati” dei generi, non viene posta solo dai movimenti femministi ma da un panorama molto più ampio per una più ampia consapevolezza su fenomeno trasversale a culture e società diverse tra loro, ed esteso a ogni classe sociale e a ogni età. Dico questo come premessa perché per affrontare la violenza maschile sulle donne – femminicidio, bisogna prima di tutto avere chiara la sua radice che è nella discriminazione di genere, plateale nel radicamento degli stereotipi in tutti gli ambiti, da quello sociale, privato, politico, ovunque. Perché altrimenti un ragazzo “geloso” dovrebbe bruciare viva una ragazzina di 15 anni? O perché un uomo dovrebbe appoggiare la nuca a quella della moglie e sparare nel cervello di entrambi una pallottola, per il fatto che forse lei potrebbe avere un’altra relazione (come il caso del poliziotto di Cadoneghe, nel Padovano)?

La cultura maschile e maschilista non è un vezzo, un optional, ma fa parte di un sistema ben saldo sulla convinzione dell’inferiorità della donna e del controllo su di lei, ed è funzionale a un potere che gli uomini non vogliono assolutamente condividere (malgrado siano anche meno numericamente). Una donna che sta a casa, che cura i figli, che fa la spesa e cura gli anziani, una donna che si accontenta di un mezzo salario, che si adatta a fare un lavoro precario e mal pagato, che si ritrova a essere ricattata dal datore di lavoro e sta zitta perché non può perdere quei soldi, che ha paura a separarsi da un marito violento perché dipendente economicamente o perché ha paura di non vedere più i figli, e che infine rinuncia non solo al potere ma anche ai suoi diritti fondamentali, è un risparmio per lo Stato e un jolly per ogni uomo. Per questo educare ogni bambina attraverso l’oscurantismo delle sue simili nei libri di testo che è costretta a studiare a scuola, forgiare la sua personalità nutrendola a piene mani della cultura del “principe azzurro”, è un modo sicuro per l’introiezione totale di un modello maschilista. Così, inconsapevole dei propri diritti e del suo protagonismo in questo mondo che per più della metà è popolato da sue simili, la “femmina” diventerà innocua, soprattutto se poi nella sua vita continuerà a essere completamente immersa in una cultura che ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, la farà apparire come “seconda” a un qualsiasi uomo. Naturalmente a tutto c’è un limite e le donne si sono organizzate scoperchiando questo enorme vaso di Pandora. Ma cos’è un secolo di rivendicazioni in confronto a millenni di “sottomissione”?

In Italia, che a livello di cultura machista potrebbe essere un modello, il pregiudizio verso l’inferiorità femminile è talmente radicato nella società che anche l’occhio più attento non si rende conto di quanto la discriminazione di genere sia una costante dal primo giorno in cui nasci femmina: in famiglia, nella scuola, a lavoro, nelle istituzioni, nei rapporti con gli amici, per strada, e non bisogna essere dei geni per dire che questa è già una forma di violenza. Perché la discriminazione di genere è già di per sé una violenza. E’ una violenza il fatto di camminare per strada e essere considerata un “culo” o delle “tette” che camminano, ricevere commenti pesanti, studiare e imparare a memoria libri di testo in cui il proprio genere è completamente cancellato, essere discriminate da parte dei propri genitori di fronte a fratelli maschi, sottostare alle avance di un datore di lavoro per non perdere il posto, essere educate alla remissione e ad autoconsiderarsi un oggetto da conquistare e possedere. Ma quant* sono consapevoli di questo?

Sicuramente delle 545 persone che hanno votato martedì 28 maggio la ratifica italiana della Convenzione di Istanbul alla camera, molto poche. Il dibattito sul femmicidio-femminicido che c’è stato in quell’aula nel giorno della ratifica, è stato a tratti imbarazzante. Tra tutti i convegni che ho seguito sul tema, la discussione di martedì, che si è svolto in un’aula che dovrebbe essere all’altezza per poter prendere decisioni così importanti per tutte le donne, è stato sorprendente. Al di là delle posizioni politiche, con una destra sbilanciata sull’inasprimento delle pene e della repressione, e una sinistra più concentrata sulla prevenzione e la tutela delle donne, in una parte degli interventi c’è stato un susseguirsi di errori, superficialità d’analisi, e soprattutto scarsa consapevolezza di quello che davvero succede nella realtà e scarsa conoscenza riguardo ciò di cui si stava parlando. Si capiva che non tutti quelli che intervenivano si erano davvero letti queste tredici pagine, e molti dimostravano di non aver ancora capito che il femminicidio non è solo l’uccisione della donne con movente di genere (il femmicidio è classificato come atto criminale in sé), ma tutte le violenze che una donna può subire in una vita. Una camera dove si parlava di violenza sulle donne e dove l’esponente della Lega, Nicola Molteni, continuava a pronunciare  “violenza sessuale” dimostrando di non sapere l’abc: e cioè che quella sulle donne è stata classificata già da tempo come violenza fisica, economica e psicologica (e anche sessuale) e che per questo si declina come “violenza contro le donne”. Con mio sommo stupore ho sentito l’esponente del M5S, Giulia Di Vita, dire testualmente che “ troppo spesso la questione della violenza sulle donne viene affrontata generalmente con un approccio per così dire «femminista», che taglia fuori gli uomini proprio in quanto uomini, e si rivolge alle donne come unica parte in causa”, un’affermazione che ignora completamente non solo che le associazioni femministe lavorano con gli uomini ormai da tempo, ma che sulla violenza le associazioni (sempre femministe) lavorano con programmi specifici sugli offender. Ho sentito l’onorevole Roberto Capelli dire che “il Centro Democratico ha presentato una legge che commina la pena dell’ergastolo a chi si macchia del reato di femminicidio o di omicidio nei confronti dei bambini, ed aumenta inoltre le pene previste per lo stalking”, e aggiungere a questo che “è arrivato il momento di pagare un debito millenario, e ancora il percorso è lungo ed è appena iniziato”, come se l’affrontare la violenza sulle donne fosse una questione di vendetta.

In realtà la cosa più delicata sarà l’implementazione della Convezione di Istanbul, per la quale servono fondi specifici, dato che non può essere neanche immaginata a costo zero, ma anche una forte consapevolezza del fenomeno che si va ad affrontare. Sia la presidente della camera, Laura Boldrini, sia la ministra delle pari opportuntà, Josefa Idem, hanno dato indicazioni chiare (anche se di diversa natura) su questo: Boldrini, ricordando con un minuto di silenzio il femmicidio di F.L. in apertura del dibattito, ha detto che “la Convenzione che andiamo a ratificare (…), ricorda che «l’uguaglianza di genere de iure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne»” e che “nessuna violenza può essere debellata fino a quando il rapporto uomo-donna non si libererà di concetti come subalternità e possesso”. Mentre Idem, sempre lunedì, ha specificato che “L’approvazione del progetto di legge di ratifica della Convenzione di Istanbul sarà un utile strumento per introdurre nel nostro ordinamento adeguate misure di carattere amministrativo e misure di carattere normativo”, e che sta lavorando “per l’istituzione di una task force a livello governativo che riunisca tutti i ministeri interessati – interno, giustizia, salute, lavoro e politiche sociali, istruzione, università e ricerca ed economia e finanze – ma anche alla predisposizione di un decreto legge governativo sulla violenza contro le donne che affronti, in modo organico e sistemico, il problema sotto il profilo giuridico, culturale e sociale”: il tutto accompagnato da un “osservatorio nazionale sulla violenza di genere e sullo stalking”. Azioni in cui speriamo che la ministra coinvolga fattivamente le associazioni più accreditate e con più esperienza sulla violenza di genere, tra quelle pazientemente ascoltate per 7 ore di fila il 22 maggio.

Preme dire subito però, a chi nelle istituzioni si presta a mettere mano al problema, che questa Convenzione contiene alcuni punti che questo governo, se davvero vuole risolvere il problema italiano, ha l’obbligo assoluto di mettere in atto: punti che emergono già in un primo raffronto con la realtà della violenza sulle donne in Italia, e che riguardano specifiche mancanze dello Stato italiano nei confronti delle donne e dei minori. Indicazioni che in parte sono già contenute nelle raccomandazioni del Comitato CEDAW (Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna), Convenzione Onu ratificata dal nostro Paese nel 1985 (con adesione al Protocollo opzionale nel 2002), e che l’Italia non ha mai applicato in maniera coerente, tanto da meritarsi, l’anno scorso, la “bacchettata” del Comitato Cedaw, a cui il nostro governo dovrà rendere conto a luglio di quest’anno. La Convenzione di Istanbul, come afferma Bianca Pomeranzi del Comitato Cedaw, “è molto avanti, e ha un linguaggio avanzato con un approccio olistico che connette la discriminazione con il femminicidio. Un approccio e un linguaggio – continua Pomeranzi – che è avanti anche rispetto alle Nazioni Unite dove questo tipo di trattazione potrebbe avere addirittura difficoltà, a partire dalla stessa definizione di femminicidio saldamente basata sul genere, e dalla tipizzazione della violenza sulle donne in tutte le sue forme” (dalla violenza domestica ai matrimoni forzati).

Una Convezione che parte da un assunto per cui oltre a condannare “ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica”, ricononsce che “il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne”, la quale si mostra come “una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione”. Riconoscendo “la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere”, la Convenzione di Istanbul riconosce che “la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”.

Non solo, perché qui c’è scritto nero su bianco, e “con profonda preoccupazione”, che “le donne e le ragazze sono spesso esposte a gravi forme di violenza, tra cui la violenza domestica, le molestie sessuali, lo stupro, il matrimonio forzato, i delitti commessi in nome del cosiddetto onore e le mutilazioni genitali femminili”, un pacchetto che costituisce “una grave violazione dei diritti umani delle donne e delle ragazze, e il principale ostacolo al raggiungimento della parità tra i sessi”. A ciò si aggiunga che “le donne e le ragazze sono maggiormente esposte al rischio di subire violenza di genere rispetto agli uomini” e che “i bambini sono vittime di violenza domestica anche in quanto testimoni di violenze all’interno della famiglia”. Un elenco di fronte al quale, già vedendo come stiamo messe, a occhio servirebbe una rivoluzione e non solo culturale.

“Con l’espressione violenza nei confronti delle donne – si legge nella Convenzione di Istanbul – si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano, o sono suscettibili di provocare, danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata”. Inoltre “La presente Convenzione si applica a tutte le forme di violenza contro le donne, compresa la violenza domestica, che colpisce le donne in modo sproporzionato”, e che comprende “tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”. Una piattaforma molto complessa e articolata che, come già si può intuire, deve partire da un ristrutturazione dell’esistente che non può prescindere da un profondo cambiamento culturale e dall’annullamento del pregiudizio che porta, adesso, nella realtà dei fatti, a non avere chiara percezione della violenza e a sottovalutarne anche il rischio di vita: come dimostra il 70% dei femminicidi che in Italia potevano essere evitati, perché già segnalati come situazioni a rischio.  A uno sguardo attento però, molte delle indicazioni della Convezione di Istanbul, o almeno il succo di queste, sono già state suggerite nelle Raccomandazioni Cedaw all’Italia, e anche in quelle della Special Rapporteur dell’Onu sulla violenza di genere, Rashida Manjoo: raccomandazioni che devono per la maggior parte essere ancora messe in atto dal nostro Paese e di cui dovremo rendere conto all’Onu tra un mese (tra tutte abbiamo esplicitato una nuova indagine Istat sulla violenza varata da Fornero e la ratifica di Istanbul che sta procedendo con questo governo). E qui sorge una domanda: come farà l’Italia a implementare una Convenzione complessa, avanzata e accurata, se non ha ancora riempito le voragini indicate dalla Cedaw e dalla Special Rapporteur, e quindi dall’Onu? Il fatto che questo Paese sia molto indietro sulla questione di genere, non è soltanto percepibile dai fatti di cronaca o dalla scarsa presenza femminile nei posti apicali, ma anche dal fatto che le istituzioni stesse non sanno a che punto sono. Non hanno cioè la percezione reale di quello che succede veramente sulla pelle delle donne e dei bambini, perché oltre ad aprirsi alle associazioni che si occupano in maniera professionale e politica di violenza sulle donne–femminicidio (come stanno cercando di fare Idem e Boldrini), occorre un impegno serio che dia il via a un’inchiesta accurata (una commissione d’inchiesta ad hoc come alcun* senator* hanno esplicitato al presidente Grasso), affinché questa ignoranza di fondo, che rende fertile il terreno a strumentalizzazioni partitiche e di schieramento, scompaia per sempre lasciando il posto a obiettivi chiari e concreti.

Rispetto all’eventualità di uno sgonfiamento della Convenzione, oltre alla reale difficoltà di applicazione in questo contesto, c’è già un campanello d’allarme: ovvero la Dichiarazione contenuta in una nota verbale della Rappresentanza permanente d’Italia – depositata al momento della firma dello strumento, il 27 settembre 2012 – in cui si recita che: “Italia dichiara che applicherà la Convenzione, in conformità con i principi e le disposizioni della Costituzione italiana”. Una nota che era scaturita dal dibattito che ci fu al senato il 22 settembre, prima della firma alla Convenzione di Istanbul, e in cui il centro destra aveva avanzato riserve sulla Convenzione, tra cui anche il fatto che potesse essere non in sintonia con la nostra Costituzione, in quanto all’articolo 29 si recita: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. (art.29 Cost. II comma), e “Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare” (art.29 Cost. II comma). Una discussione, quella di settembre, che chiese al Governo Monti di procedere ad un approfondimento al fine di verificare, in vista della firma della Convenzione, che l’interpretazione fosse conforme ai principi del diritto naturale e alle norme della Carta costituzionale. Gallone (PdL) aveva detto che “Ci sono valori irrinunciabili, quali il valore della famiglia, il valore etico e morale di alcuni comportamenti, che devono essere sanciti dalle norme contenute nella Convenzione”, mentre Bodega (Misto-SGCMT) aveva parlato di “rischi di delegittimazione che incombono sul focolare domestico quando viene statisticamente e grossolanamente dipinto come il luogo privilegiato della violenza sulle donne”, aggiungendo che “la nostra Costituzione proclama e difende l’essenziale funzione familiare della donna, e che negare o sminuire tale specificità consapevole costituirebbe di per sé un attentato alla realizzazione personale e dunque agli stessi diritti umani dei cittadini di sesso femminile”. Più o meno in linea con quanto detto da Bagnasco ieri sulla famiglia, esclusivamente composta da “un papà e una mamma”, i quali “davanti a un insuccesso affettivo, un tradimento, una difficoltà sul lavoro, tutte cose che fanno parte della vita”, sarebbero preda di una cultura (verebbe da chiedere quale) che “esaspera il mondo emozionale” per cui “tutto diventa possibile”. 

La nota verbale “Italia dichiara che applicherà la Convenzione, in conformità con i principi e le disposizioni della Costituzione italiana”, contiene già ambiguità e riserve, sia perché nella applicazione della Convenzione si potrà ritirare fuori l’incostituzionalità di alcuni punti, per esempio quello sulla famiglia – che è invece il fulcro perché si affronta la violenza domestica – sia sulla parola “genere”, che è un altro fulcro della Convenzione. Come ha spiegato bene Pia Locatelli (Pd) martedì durante il dibattito in aula, l’articolo 3 della Convenzione di Istanbul dice infatti: “Con il termine di genere ci si riferisce a ruoli, comportamenti e attività socialmente socialmente costruiti, che una determinata società considera appropriati per uomini e donne”, e allora perché “il nostro Governo ha ritenuto che questa definizione fosse troppo ampia e incerta e presentasse profili di criticità con l’impianto costituzionale italiano”? Eppure con il termine “genere” ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini, e l’espressione “violenza contro le donne basata sul genere” designa qualsiasi violenza diretta contro una donna in quanto tale, o che colpisce le donne in modo sproporzionato. Ma è la stessa Dorina Bianchi (Pdl) a spiegare che “la parola genere, che appare en passant nell’articolo 3, non esiste, in quanto le leggi italiane parlano di uomo e donna, di sesso femminile e maschile e l’articolo 3 è molto ambiguo”. Nel senso che per lei, espressioni come: “per violenza nei confronti delle donne si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere, non ha senso perché “non si capisce l’esigenza di introdurre questa parola in una Convenzione che deve tutelare le donne”. Forse perché ci sono dei problemi di tipo culturale, i cosidetti stereotipi di genere, da cui la stessa Convenzione di Istanbul parte (e come ampiamente dimostrato sopra)? Proprio il governo Monti aveva depositato al Consiglio d’Europa quella nota verbale, riproposta alla votazione di un ordine del giorno accolto alla camera martedì, per l’esistenza di “profili di criticità con l’impianto costituzionale italiano”. Fra i promotori l’onorevole di Scelta Civica, Paola Binetti, che ha dichiarato: “Non si sentiva alcun bisogno di introdurre il concetto di genere in un trattato in cui al centro dell’attenzione c’è la donna in evidente e chiara contrapposizione con il maschio, vittima e aggressore”.

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Stralci degli articoli della Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domesticasignificativi per l’Italia, da comparare con stralci delle Raccomandazioni Cedaw e quelle della Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo, all’Italia (a cura dell’avvocata Barbara Spinelli).

 

(dalla Convenzione di Istanbul):

Articolo 7 – Politiche globali e coordinate – Le Parti adottano le misure legislative e di altro tipo necessarie per predisporre e attuare politiche nazionali efficaci, globali e coordinate, comprendenti tutte le misure adeguate destinate a prevenire e combattere ogni forma di violenza che rientra nel campo di applicazione della presente Convenzione e fornire una risposta globale alla violenza contro le donne.

Articolo 9 – Organizzazioni non governative e società civile – Le Parti riconoscono, incoraggiano e sostengono a tutti i livelli il lavoro delle ONG pertinenti e delle associazioni della società civile attive nella lotta alla violenza contro le donne e instaurano un’efficace cooperazione con tali organizzazioni.

Articolo 10 – Organismo di coordinamento – Le Parti designano o istituiscono uno o più organismi ufficiali responsabili del coordinamento, dell’attuazione, del monitoraggio e della valutazione delle politiche e delle misure destinate a prevenire e contrastare ogni forma di violenza oggetto della presente Convenzione. Tali organismi hanno il compito di coordinare la raccolta dei dati di cui all’Articolo 11 e di analizzarne e diffonderne i risultati.

Articolo 11 – Raccolta dei dati e ricerca – Ai fini dell’applicazione della presente Convenzione, le Parti si impegnano a: raccogliere a intervalli regolari i dati statistici disaggregati pertinenti su questioni relative a qualsiasi forma di violenza che rientra nel campo di applicazione della presente Convenzione; sostenere la ricerca su tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione, al fine di studiarne le cause profonde e gli effetti, la frequenza e le percentuali delle condanne, come pure l’efficacia delle misure adottate ai fini dell’applicazione della presente Convenzione.

Articolo 12 – Obblighi generali – Le Parti adottano le misure necessarie per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini; vigilano affinché la cultura, gli usi e i costumi, la religione, la tradizione o il cosiddetto “onore” non possano essere in alcun modo utilizzati per giustificare nessuno degli atti di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione; adottano le misure necessarie per promuovere programmi e attività destinati ad aumentare il livello di autonomia e di emancipazione delle donne.

Articolo 13 – Sensibilizzazione – Le Parti promuovono o mettono in atto, regolarmente e a ogni livello, delle campagne o dei programmi di sensibilizzazione, ivi compreso in cooperazione con le istituzioni nazionali per i diritti umani e gli organismi competenti in materia di uguaglianza, la società civile e le ONG, tra cui in particolare le organizzazioni femminili, se necessario, per aumentare la consapevolezza e la comprensione da parte del vasto pubblico delle varie manifestazioni di tutte le forme di violenza oggetto della presente Convenzione e delle loro conseguenze sui bambini, nonché della necessità di prevenirle; garantiscono un’ampia diffusione presso il vasto pubblico delle informazioni riguardanti le misure disponibili per prevenire gli atti di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione.

Articolo 14 – Educazione – Le Parti intraprendono, se del caso, le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto  all’integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli allievi.

Articolo 15 – Formazione delle figure professionali – Le Parti forniscono o rafforzano un’adeguata formazione delle figure professionali che si  occupano delle vittime o degli autori di tutti gli atti di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione in materia di prevenzione e individuazione di tale violenza, uguaglianza tra le donne e gli uomini, bisogni e diritti delle vittime, e su come prevenire la vittimizzazione secondaria.

Articolo 17 – Partecipazione del settore privato e dei mass media – Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della  comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità.

Articolo 18 – Obblighi generali – Le Parti adottano le necessarie misure legislative o di altro tipo per proteggere tutte le vittime da nuovi atti di violenza; adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie, conformemente al loro diritto interno, per garantire che esistano adeguati meccanismi di cooperazione efficace tra tutti gli organismi statali competenti, comprese le autorità giudiziarie, i pubblici ministeri,  le autorità incaricate dell’applicazione della legge, le autorità locali e regionali, le organizzazioni non governative e le altre organizzazioni o entità competenti, al fine di proteggere e sostenere le vittime e i testimoni di ogni forma di violenza rientrante nel campo di applicazione della presente Convenzione, ivi compreso riferendosi ai servizi di supporto generali e specializzati di cui agli articoli 20 e 22 della presente Convenzione. Con un approccio integrato che prenda in considerazione il rapporto tra vittime, autori, bambini e il loro più ampio contesto sociale;

– mirino ad evitare la vittimizzazione secondaria;

– mirino ad accrescere l’autonomia e l’indipendenza economica delle donne vittime di violenze;

– consentano di disporre negli stessi locali di una serie di servizi di protezione e di supporto;

– soddisfino i bisogni specifici delle persone vulnerabili, compresi i minori vittime di violenze e siano loro accessibili.

Articolo 26 – Protezione e supporto ai bambini testimoni di violenza – Le Parti adottano le misure legislative e di ogni altro tipo necessarie per garantire che siano debitamente presi in considerazione, nell’ambito dei servizi di protezione e di supporto alle vittime, i diritti e i bisogni dei bambini testimoni di ogni forma di violenza rientrante nel campo di applicazione della presente Convenzione. Le misure adottate conformemente al presente articolo comprendono le consulenze psicosociali adattate all’età dei bambini testimoni di ogni forma di violenza rientrante nel campo di applicazione della presente Convenzione e tengono debitamente conto dell’interesse superiore del minore

Articolo 31 – Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza – Le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al moment di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione; adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini.

Articolo 33 – Violenza psicologica – Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per penalizzare un comportamento intenzionale mirante a compromettere seriamente l’integrità psicologica di una persona con la coercizione o le minacce.

Articolo 48 – Divieto di metodi alternativi di risoluzione dei conflitti o di misure alternative alle pene obbligatorie – Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo destinate a vietare i metodi alternativi di risoluzione dei conflitti, tra cui la mediazione e la conciliazione, per tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione.

Articolo 50 – Risposta immediata, prevenzione e protezione – Le Parti adottano le misure legislative e di altro tipo necessarie per garantire che le autorità incaricate dell’applicazione della legge affrontino in modo tempestivo e appropriato tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione, offrendo una protezione adeguata e immediata alle vittime.

Articolo 51 – Valutazione e gestione dei rischi – Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per consentire alle autorità competenti di valutare il rischio di letalità, la gravità della situazione e il rischio di reiterazione dei comportamenti violenti, al fine di gestire i rischi e garantire, se necessario, un quadro coordinato di sicurezza e di sostegno.

Articolo 52 – Misure urgenti di allontanamento imposte dal giudice – Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che le autorità competenti si vedano riconosciuta la facoltà di ordinare all’autore della violenza domestica, in situazioni di pericolo immediato, di lasciare la residenza della vittima o della persona in pericolo per un periodo di tempo sufficiente e di vietargli l’accesso al domicilio della vittima o della persona in pericolo o di impedirgli di avvicinarsi alla vittima. Le misure adottate in virtù del presente articolo devono dare priorità alla sicurezza delle vittime o delle persone in pericolo.

Articolo 54 – Indagini e prove – Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che in qualsiasi procedimento civile o penale, le prove relative agli antecedenti sessuale e alla condotta della vittima siano ammissibili unicamente quando sono pertinenti e necessarie. Un bambino vittima e testimone di violenza contro le donne e di violenza domestica, deve, se necessario, usufruire di misure di protezione specifiche, che prendano in considerazione il suo interesse superiore.

E infine:

Messa a disposizione dei servizi non deve essere subordinata alla volontà della vittima di intentare un procedimento penale o di testimoniare contro ogni autore di tali reati.  Misure legislative o di altro tipo necessarie, conformemente ai principi generali del diritto internazionale, per fornire alle vittime adeguati risarcimenti civili nei confronti delle autorità statali che abbiano mancato al loro dovere di adottare le necessarie misure di prevenzione o di protezione nell’ambito delle loro competenze.


(Stralci delle Raccomandazioni del Comitato Cedaw dell’Onu all’Italia – 2011 – a cura dell’avvocata Barbara Spinelli)

AZIONI RICHIESTE ALLE ISTITUZIONI – introdurre la dimensione del genere nei modelli educativi, nell’istruzione e nella formazione professionale; istituire organismi indipendenti di monitoraggio; formazione degli operatori dei media e monitoraggio del funzionamento delle misure di autoregolamentazione; raccolta di dati relativi a tutte le forme di violenza sulle donne e alla risposta del sistema giudiziario; assicurare risorse sufficienti e sostenibili dal bilancio statale per il lavoro del Dipartimento per le Pari Opportunità, specificamente finalizzate al raggiungimento dell’uguaglianza di genere.

 RACC. 22/2011 CEDAW – Pur accogliendo con favore gli sforzi intrapresi nel settore scolastico, quale la settimana contro la violenza, organizzata ogni anno nelle scuole su tutto il territorio nazionale, il Comitato esprime il proprio disappunto circa il fatto che lo Stato-membro non abbia sviluppato un programma completo e coordinato per combattere l’accettazione generalizzata di ruoli stereotipati tra uomo e donna, come raccomandato nelle precedenti Osservazioni Conclusive del Comitato;

RACC. 27E/2011 CEDAW – Predisporre ulteriormente, in collaborazione con un’ampia gamma di attori, comprese le organizzazioni femminili e le altre organizzazioni della società civile, delle campagne di sensibilizzazione attraverso i media e delle campagne di educazione pubblica, affinché la violenza nei confronti delle donne venga considerata socialmente inaccettabile, e divulgare informazioni al pubblico sulle misure esistenti al fine di prevenire gli atti di violenza nei confronti delle donne;

RACC. 22/2011 CEDAW – Il Comitato rimane profondamente preoccupato per la rappresentazione della donna quale oggetto sessuale e per gli stereotipi circa i ruoli e le responsabilità dell’uomo e della donna nella famiglia e nella società. Tali stereotipi, contenuti anche nelle dichiarazioni pubbliche rese dai politici, minano la condizione sociale della donna, come emerge dalla posizione svantaggiata delle donne in una serie di settori, incluso il mercato del lavoro e l’accesso alla vita politica e alle cariche decisionali, condizionano le scelte delle donne nei loro studi ed in ambito professionale e comportano che le politiche e le strategie adottate generino risultati ed impatti diseguali tra uomini e donne.

RACC. 24/2011 CEDAW – Nonostante lo Stato-membro abbia recentemente adottato delle misure per affrontare le attitudini stereotipate e sessiste nei media e nell’industria pubblicitaria, dove sono particolarmente diffuse, e dove uomini e donne sono spesso rappresentati in modo stereotipato, il Comitato è preoccupato circa la mancanza di informazioni sull’impatto di tali misure.

RACC.48/2011 CEDAW – Il Comitato nota che la mediazione obbligatoria nell’ambito dei procedimenti di divorzio non si applica nei casi di violenza intra-familiare, ma rimane comunque preoccupato per la durata delle procedure di divorzio, che può accrescere il rischio di violenza nei confronti delle donne.

50/2011 CEDAW – Il Comitato ha notato che la Legge n.54/2006 ha introdotto l’affido condiviso (fisico) come via preferita in caso di separazione o divorzio. Tuttavia il Comitato è preoccupato per la mancanza di studi sugli effetti di questo cambiamento legale, in particolare alla luce di ricerche comparative che indichino gli effetti negativi sui minori, specialmente sui bambini più piccoli, in caso di imposizione dell’affido condiviso. Il Comitato è, inoltre, preoccupato per il fatto che, nell’ambito dei procedimenti relativi all’affido condiviso, in caso di presunti episodi di abuso sui minori, possano essere prodotte consulenze basate sulla dubbia teoria della Sindrome da Alienazione Parentale (PAS).

RACC. 51 CEDAW – valutare le modifiche normative in materia di affido condiviso dei minori, attraverso studi scientifici, al fine di valutare gli effetti di lungo termine sulle donne e sui minori, tenendo in considerazione l’esperienza registrata;

94D/2012 – Affrontare il vuoto normativo in materia di affidamento dei minori, aggiungendo disposizioni significative per la protezione delle donne vittime di violenza domestica; 

RACC. 26/2011 CEDAW – il Comitato rimane preoccupato per l’elevata prevalenza della violenza nei confronti di donne e bambine (…), preoccupato per l’elevato numero di donne uccise dai propri partner o ex-partner (femminicidi), che possono indicare il fallimento delle Autorità dello Stato-membro nel proteggere adeguatamente le donne, vittime dei loro partner o ex-partner.

RACC. 27B /2011 CEDAW – assicurare che le donne vittime di violenza abbiano immediata protezione, compreso l’allontanamento dell’aggressore dall’abitazione;

RACC. 27C /2011 CEDAW – assicurare che i pubblici ufficiali, specialmente i funzionari delle Forze dell’ordine ed i professionisti del settore giudiziario, medico, sociale e scolastico sistematico ricevano una sensibilizzazione sistematica e completa su tutte le forme di violenza nei confronti delle donne e delle bambine;

RACC. 27B /2011 CEDAW – assicurare che le donne vittime di violenza abbiano immediata protezione, compresa la garanzia che possano stare in rifugi sicuri e ben finanziati su tutto il territorio nazionale.

Il Governo è tenuto a presentare le osservazioni del Comitato CEDAW ai competenti uffici governativi, al Parlamento ed alla Magistratura, così da assicurarne la piena attuazione (Raccomandazione n. 10/2011 del Comitato CEDAW all’Italia); Le Istituzioni sono tenute a consultazioni trasparenti e regolari, attraverso collegamenti formali ed informali con le ONG, in particolare con le associazioni femminili e le attiviste a difesa dei diritti delle donne, al fine di promuovere un dialogo costruttivo e partecipato nel raggiungimento dell’uguaglianza di genere. (Raccomandazione n. 19c/2011 del Comitato CEDAW all’Italia)”

(Stralci delle Raccomandazioni all’Italia della Special rapporteur, Rashida Manjoo – a cura dell’avvocata Barbara Spinelli)

Assicurare accoglienza adeguata alle donne che fuggono da situazioni di violenza; formazione professionale degli operatori; monitorare l’applicazione delle leggi esistenti e proteggere le donne che fuggono da situazioni di violenza; percezione di impunità per le condotte di violenza commesse dagli uomini in famiglia in danno delle donne; assicurare il risarcimento dei danni alle donne vittime di violenza di genere; istituire una singola struttura governativa dedicata a trattare esclusivamente in genere la questione del raggiungimento dell’uguaglianza sostanziale e in particolare la violenza contro le donne, per superare la duplicazione e la mancanza di coordinamento; assicurare che le case rifugio agiscano in conformità agli standard internazionali e nazionali in materia di diritti umani e che vengano creati meccanismi di accreditamento per monitorare il supporto fornito alle donne vittime di violenza.

 

 

Addio a Franca Rame che ha lottato per tutte noi

Intervista di "Oggi" a Franca Rame, sullo stupro da lei subito nel ''73, dopo il brano "Lo stupro" da lei recitato a "Fantastico" (tratto da http://www.archivio.francarame.it)

Intervista di “Oggi” a Franca Rame, sullo stupro da lei subito nel ’73,
dopo il brano “Lo stupro” da lei recitato a “Fantastico”, tratto da http://www.archivio.francarame.it
(clicca sull’immagine per vedere il monologo).

Oggi se n’è andata una donna che ha lottato tenacemente per tutte le altre. Una donna che per denunciare la violenza contro le donne, ebbe il coraggio di raccontare pubblicamente – a teatro e in tv durante un “Fantastico” diretto da Celentano – lo stupro che subì come rappresaglia da un gruppo fascista che colpì lei per colpire tutto quello che, con il compagno Dario Fo, rappresentavano: un atto violento e cruento, nella migliore tradizione di discriminazione sessista e machista sulle donne intese come proprietà del nemico da “violare” e umiliare, né più né meno come si fa con lo stupro di guerra. Franca Rame se ne è andata a 84 anni proprio dopo la ratifica italiana della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, quasi come un monito a far in modo che le cose, in questo Paese, cambino davvero da quel 9 marzo 1973 quando lei fu rapita, stuprata e torturata su un camioncino da un gruppo di uomini che non furono mai condannati. Sì, perché su quel reato, in cui furono coinvolte anche le forze dell’ordine, non ci fu alcuna condanna ma solo la prescrizione dopo 25 anni.

Un modo di trattare la violenza sulle donne non dissimile da adesso, se pensiamo che oggi, per commentare la morte di Franca Rame, donna coraggiosa, intelligente, imponente e autorevole, un telegiornale come il Tg2 ne ha parlato come di una “pasionaria rossa che approfittava della propria bellezza fisica per imporre attenzione. Finché il 9 marzo del 1973 fu sequestrata e stuprata”: quasi come se lei stessa si fosse cercata questo castigo, questa punizione, questo inevitabile evento per una donna militante bella e per questo “appetibile” oggetto di uno stupro.

Vergognoso e arrogante il modo di sostenere questa cultura discriminatoria che mette per forza le donne in quel posto reietto, come fossimo esseri umani di serie B, non dissimile dal maschilismo violento di quei fascisti che la stuprarono e la torturarono, e che propina a milioni di telespettatori una narrazione distorta che risuona come un leit motiv nei tribunali di ieri e di oggi, come il tormentone fatto di domande insistenti su particolari insignificanti e morbosi solo per dimostrare che in una violenza la complicità della donna è prassi: “Lei ha goduto?”, “Ha raggiunto l’orgasmo?”, “Se sì, quante volte?”, chiedono il poliziotto, il medico e l’avvocato in un interrogatorio durante un processo per stupro riportato da Franca Rame nel suo monologo a teatro (riportato qui sotto).

Insinuazioni, capovolgimenti, che hanno però un nome preciso, ovvero: “vittimizzazione secondaria”, citata anche nella Convenzione di Istanbul ratificata ieri. Tutti lo sanno che non si fa, se ne scrive, se ne parla, ma la realtà scalza ogni buona intenzione perché invece si fa eccome, si è fatto durante tutto processo della minorenne stuprata da 8 ragazzi a Montalto di Castro come in tanti altri processi italiani. Si fa oggi come ieri – e come raccontato in “Processo per stupro” – con un tacito consenso che permette ancora adesso ai media di continuare a narrare la violenza contro le donne in maniera sessista: se si fa in un tribunale davanti a un giudice, perché non si può fare in televisione o sui giornali? In molti tribunali italiani le donne continuano a non essere credute e a essere colpevolizzate, e per questo molte ancora non denunciano: donne che hanno paura di questo doppio stupro e quindi preferiscono lasciar stare pur di sottrarsi alla gogna pubblica, dato che in questo Paese può succedere di essere colpevolizzate della violenza subita anche dopo la morte fisica.

Che la voce di Franca Rame non rimanga inascoltata e continui a risuonare nelle nostre orecchie come un monito forte da non dimenticare. Continuiamo a vigilare e a lottare per tutte, e a far in modo che tutto questo abbia un senso.

 

(di seguito il monologo presentato da Franca Rame e ripreso dal sito www.francarame.it)

PRESENTAZIONE DEL MONOLOGO: “LO STUPRO” 1975

“Al centro dello spazio scenico vuoto, una sedia.

PROLOGO

FRANCA Ancora oggi, proprio per l’imbecille mentalità corrente, una donna convince veramente di aver subito violenza carnale contro la sua volontà, se ha la “fortuna” di presentarsi alle autorità competenti pestata e sanguinante, se si presenta morta è meglio! Un cadavere con segni di stupro e sevizie dà più garanzie. Nell’ultima settimana sono arrivate al tribunale di Roma sette denunce di violenza carnale.
Studentesse aggredite mentre andavano a scuola, un’ammalata aggredita in ospedale, mogli separate sopraffatte dai mariti, certi dei loro buoni diritti. Ma il fatto più osceno è il rito terroristico a cui poliziotti, medici, giudici, avvocati di parte avversa sottopongono una donna, vittima di stupro, quando questa si presenta nei luoghi competenti per chiedere giustizia, con l’illusione di poterla ottenere. Questa che vi leggo è la trascrizione del verbale di un interrogatorio durante un processo per stupro, è tutto un lurido e sghignazzante rito di dileggio.
MEDICO Dica, signorina, o signora, durante l’aggressione lei ha provato solo disgusto o anche un certo piacere… una inconscia soddisfazione?
POLIZIOTTO Non s’è sentita lusingata che tanti uomini, quattro mi pare, tutti insieme, la desiderassero tanto, con così dura passione?
GIUDICE È rimasta sempre passiva o ad un certo punto ha partecipato?
MEDICO Si è sentita eccitata? Coinvolta?
AVVOCATO DIFENSORE DEGLI STUPRATORI Si è sentita umida?
GIUDICE Non ha pensato che i suoi gemiti, dovuti certo alla sofferenza, potessero essere fraintesi come espressioni di godimento?
POLIZIOTTO Lei ha goduto?
MEDICO Ha raggiunto l’orgasmo?
AVVOCATO Se sì, quante volte?

Il brano che ora reciterò è stato ricavato da una testimonianza apparsa sul “Quotidiano Donna”, testimonianza che vi riporto testualmente.

Si siede sull’unica sedia posta nel centro del palcoscenico.

FRANCA C’è una radio che suona… ma solo dopo un po’ la sento. Solo dopo un po’ mi rendo conto che c’è qualcuno che canta. Sì, è una radio. Musica leggera: cielo stelle cuore amore… amore…
Ho un ginocchio, uno solo, piantato nella schiena… come se chi mi sta dietro tenesse l’altro appoggiato per terra… con le mani tiene le mie, forte, girandomele all’incontrario. La sinistra in particolare.
Non so perché, mi ritrovo a pensare che forse è mancino. Non sto capendo niente di quello che mi sta capitando.
Ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello, la voce… la parola. Prendo coscienza delle cose, con incredibile lentezza… Dio che confusione! Come sono salìta su questo camioncino? Ho alzato le gambe io, una dopo l’altra dietro la loro spinta o mi hanno caricata loro, sollevandomi di peso?
Non lo so.
È il cuore, che mi sbatte così forte contro le costole, ad impedirmi di ragionare… è il male alla mano sinistra, che sta diventando davvero insopportabile. Perché me la storcono tanto? Io non tento nessun movimento. Sono come congelata.
Ora, quello che mi sta dietro non tiene più il suo ginocchio contro la mia schiena… s’è seduto comodo… e mi tiene tra le sue gambe… fortemente… dal di dietro… come si faceva anni fa, quando si toglievano le tonsille ai bambini.
L’immagine che mi viene in mente è quella. Perché mi stringono tanto? Io non mi muovo, non urlo, sono senza voce. Non capisco cosa mi stia capitando. La radio canta, neanche tanto forte. Perché la musica? Perché l’abbassano? Forse è perché non grido.
Oltre a quello che mi tiene, ce ne sono altri tre. Li guardo: non c’è molta luce… né gran spazio… forse è per questo che mi tengono semidistesa. Li sento calmi. Sicurissimi. Che fanno? Si stanno accendendo una sigaretta.
Fumano? Adesso? Perché mi tengono così e fumano?
Sta per succedere qualche cosa, lo sento… Respiro a fondo… due, tre volte. Non, non mi snebbio… Ho solo paura…
Ora uno mi si avvicina, un altro si accuccia alla mia destra, l’altro a sinistra. Vedo il rosso delle sigarette. Stanno aspirando profondamente.
Sono vicinissimi.
Sì, sta per succedere qualche cosa… lo sento.
Quello che mi tiene da dietro, tende tutti i muscoli… li sento intorno al mio corpo. Non ha aumentato la stretta, ha solo teso i muscoli, come ad essere pronto a tenermi più ferma. Il primo che si era mosso, mi si mette tra le gambe… in ginocchio… divaricandomele. È un movimento preciso, che pare concordato con quello che mi tiene da dietro, perché subito i suoi piedi si mettono sopra ai miei a bloccarmi.
Io ho su i pantaloni. Perché mi aprono le gambe con su i pantaloni? Mi sento peggio che se fossi nuda!
Da questa sensazione mi distrae un qualche cosa che subito non individuo… un calore, prima tenue e poi più forte, fino a diventare insopportabile, sul seno sinistro.
Una punta di bruciore. Le sigarette… sopra al golf fino ad arrivare alla pelle.
Mi scopro a pensare cosa dovrebbe fare una persona in queste condizioni. Io non riesco a fare niente, né a parlare né a piangere… Mi sento come proiettata fuori, affacciata a una finestra, costretta a guardare qualche cosa di orribile.
Quello accucciato alla mia destra accende le sigarette, fa due tiri e poi le passa a quello che mi sta tra le gambe. Si consumano presto.
Il puzzo della lana bruciata deve disturbare i quattro: con una lametta mi tagliano il golf, davanti, per il lungo… mi tagliano anche il reggiseno… mi tagliano anche la pelle in superficie. Nella perizia medica misureranno ventun centimetri. Quello che mi sta tra le gambe, in ginocchio, mi prende i seni a piene mani, le sento gelide sopra le bruciature…
Ora… mi aprono la cerniera dei pantaloni e tutti si dànno da fare per spogliarmi: una scarpa sola, una gamba sola.
Quello che mi tiene da dietro si sta eccitando, sento che si struscia contro la mia schiena.
Ora quello che mi sta tra le gambe mi entra dentro. Mi viene da vomitare.
Devo stare calma, calma.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”. Io mi concentro sulle parole delle canzoni; il cuore mi si sta spaccando, non voglio uscire dalla confusione che ho. Non voglio capire. Non capisco nessuna parola… non conosco nessuna lingua. Altra sigaretta.
“Muoviti puttana fammi godere”.
Sono di pietra.
Ora è il turno del secondo… i suoi colpi sono ancora più decisi. Sento un gran male.
“Muoviti puttana fammi godere”.
La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”.
Il sangue mi cola dalle guance alle orecchie.
È il turno del terzo. È orribile sentirti godere dentro, delle bestie schifose.
“Sto morendo, – riesco a dire, – sono ammalata di cuore”.
Ci credono, non ci credono, si litigano.
“Facciamola scendere. No… sì…” Vola un ceffone tra di loro. Mi schiacciano una sigaretta sul collo, qui, tanto da spegnerla. Ecco, lì, credo di essere finalmente svenuta.
Poi sento che mi muovono. Quello che mi teneva da dietro mi riveste con movimenti precisi. Mi riveste lui, io servo a poco. Si lamenta come un bambino perché è l’unico che non abbia fatto l’amore… pardon… l’unico, che non si sia aperto i pantaloni, ma sento la sua fretta, la sua paura. Non sa come metterla col golf tagliato, mi infila i due lembi nei pantaloni. Il camioncino si ferma per il tempo di farmi scendere… e se ne va.
Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca.
Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura.
Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido…
Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani.

Buio”.

(Questo brano è stato scritto nel 1975 e rappresentato nel 1979 in Tutta casa, letto e chiesa).

Femminicidio, uno spettro si aggira: quello di Giovanna Reggiani

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Una ricostruzione fotografica dei fatti avvenuti nel 2007
quando Giovanna Reggiani fu stuprata e uccisa a Tor di Quinto, a Roma

 

Era il 2007 quando Giovanna Reggiani fu sequestrata, stuprata e uccisa. Un femminicidio che allora non veniva ancora chiamato così perché non si usava, perché anche se le donne morivano già, era una parola che non circolava da queste parti. Ma quella morte, e quello stupro di una donna che tornava a casa dopo una giornata di lavoro, fu emblematico in questo nostro Paese. Quel femminicidio fu preso e cavalcato con azioni non certo rivolte al contrasto alla violenza sulle donne, ma fu usato e strumentalizzato per mandare fuori dall’Italia quegli stranieri che usurpano la nostra bella terra e ci rubano il lavoro. L’autore di quel reato era un rumeno e così, sull’onda dell’indignazione, due giorni dopo fu approvato un decreto legge, il 181/2007, ovvero “Disposizioni urgenti in materia di allontanamento dal territorio nazionale per esigenze di pubblica sicurezza”, cioè l’espulsione degli extracomunari, perché era colpa loro se le donne venivano stuprate e uccise: “vengono nel nostro Paese, ci rubano il lavoro e le donne, e poi vogliono anche fare i padroni”. Un concetto che andò talmente in fondo alle coscienze, che la percezione dell’immigrato fu completamente stravolta, fino a sentire la presenza “straniera” in maniera abnorme rispetto alla reale presenza: un numero di immigrati, quelli in Italia, che facevano ridere al confronto con paesi come la Francia, Gran Bretagna, Germania. Dopo due mesi la norma decadde ma il lavoro continuò e quando il governo Berlusconi approvò il pacchetto sicurezza nel 2008, tutti erano soddisfatti, e a nessuno, tanto meno ai mass media più “importanti”, sembrò importante far notare che in realtà la violenza contro le donne era nella maggior parte fatta da italiani e nelle loro case: come invece la ricerca Istat del 2006, pubblicata proprio nel 2007, aveva ben messo in luce con dati alla mano.

Oggi le cose sembrano cambiate: si parla di femminicidio, le associazioni delle donne fanno convenzioni, tavoli, convegni, alcuni giornali (tipo questo) hanno avviato un serio lavoro su come l’informazione deve trattare l’argomento, si fanno appelli, petizioni, si scrivono libri, si producono piéce teatrali, talmente tanto che qualcuno si è accorto che, anche se ne sa poco o niente, parlare di femminicidio può essere un’opportunità per mettersi sotto un bel riflettore: non fosse mai che ne viene fuori qualcosa in più. A questo si aggiunga che nel frattempo un governo, quello “tecnico” di Monti che non ha mai dato una risposta seria alla violenza contro le donne, non c’è più e che al suo posto, malgrado legittime elezioni, è stata messa in piedi una traballante alleanza tra i rottami di una destra arrogante e securitaria, e un “centro-sinistra” incerto, debole, ma furbo: insomma tra un Pd e un Pdl, che (in teoria) dovrebbero avere idee diverse in proposito.

Eppure gli accordi si fanno su tutto, perché non sul femminicidio? Una domanda a cui le donne, se ci tengono alla loro pelle, devono rispondere nette: perché no. E vediamo perché.

La ministra delle pari opportunità, Josefa Idem, ha parlato di una task force intergovernativa, e cioè un’azione traversale tra diversi ministeri (cosa che Fornero non ha mai fatto), e che potrebbe dare una reale svolta con un indirizzo preciso all’esecutivo, ma solo se i diversi ministeri hanno chiaro qual è l’obiettivo: protezione, prevenzione e, solo alla fine, punizione. A lei era preceduta 10 giorni fa alla Casa Internazionale delle donne di Roma (e non a Ostia o da qualche altra parte come qualche giornale ha scritto), la presidente della Camera, Laura Boldrini, che oltre a spingere per la ratifica della Convenzione di Istanbul, aveva accolto l’ottima idea di una commissione d’inchiesta sulla violenza di genere, lanciando anche a una “campagna di ascolto” in parlamento con la partecipazione della società civile: due donne delle istituzioni che sembrano aver capito i termini della questione, e cioè che non si possono aspettare i tempi biblici di una legge contro il femminicidio, e che bisogna agire con un’azione trasversale e concreta, andando a fondo con una commissione d’inchiesta per capire bene cos’è che non funziona e cosa cambiare in profondità. Un’ipotesi rafforzata da una lettera al presidente del senato, Pietro Grasso, firmata da alcun* senatori e senatrici, tra cui la viocepresidente Valeria Fedeli, dove si chiede un impegno reale affinché “venga al più presto, da un lato, ratificata la Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, fatta ad Istanbul l’ll maggio 2011”, e dall’altro, “venga costituita una commissione parlamentare di inchiesta che delinei il fenomeno del femminicidio, fornendo analisi, interpretazioni e adeguate soluzioni”.

D’altra parte il ministro degli interni, Angelino Alfano, si è subito reso disponibile per creare questa una task force, affermando di voler creare un gruppo che si occupi della questione che sarà alla base della discussione del prossimo consiglio dei ministri. Sì, ma in che modo? Con quale gruppo?

Oggi la ministra Idem ha scritto: “Ci vuole una risposta forte al femminicidio: mettiamoci tutti intorno ad un tavolo e facciamo squadra per raggiungere l’obiettivo, secondo un metodo che ho portato dallo sport. Tante volte anche nello sport vengono messe insieme risorse umane che non si trovano d’accordo ma che condividono l’obiettivo e quindi mettono da parte contrasti e vedute diverse”. Va bene, ma bisogna avere chiaro il problema per avere chiarezza di obiettivi, perché non è solo un problema di percorsi, e l’idea che Alfano ha su come risolvere il femminicidio, non credo coincida proprio con quella avanzata né da Idem né da Boldrini. Oggi la ministra alla giustizia, Anna Maria Cancellieri, ha parlato di azioni volte a intervenire sulla violenza solo in termini di pene e controllo, quando ancora bisogna risolvere il problema che le donne nelle aule dei tribunali non vengono né ascoltate né tutelatea, e se denuciano violenze in famiglia rischiano anche di perdere i propri figli. Le proposte fatte da Cancellieri di mettere il braccialetto elettronico agli stalker o di esigere l’arresto obbligatorio anche quando non viene presentata una denuncia da parte della vittima che invece è libera di scegliere, non solo non risolvono nulla ma potrebbero anche peggiorare la situazione. Proposte che , in accordo con Alfano, la ministra porterà al prossimo Consiglio dei Ministri.

La cosa che mi preme dire è che oggi la società civile, le associazioni di donne che lavorano sulla violenza, hanno trovato alcune interlocutrici importanti all’interno di questa compagine istituzionale, e quello che spetta a noi adesso non è gridare al governo per indire degli Stati generali sulla violenza, che eventualmente toccherebbe alla socità civile e non al governo, ma vigilare attentamente su come questo governo si muoverà. Fare una petizione, come quella indetta dal progetto teatrale di Serena Dandini, “Ferite a morte”, non ha nessun senso in questo momento, perché è come gridare “a lupo! a lupo!” quando il tempo è scaduto, e l’effetto è peggiore perché c’è già chi è pronto a cavalcare il grido di allarme e di emergenza, strumentalizzando ancora una volta la violenza che si consuma sulla pelle delle donne. Ora le associazioni delle donne, e cioè chi sa cos’è la violenza sulle donne, chi ci lavora e non chi ha fatto un ripasso in tre mesi, deve monitorare scrupolosamente su come ora questo governo, che si è pronunciato pubblicamente, intende affrontare il problema, chiedendo una interlocuzione e una consultazione diretta, ed eventualmente dopo gridare: No! così non va!

Ieri sul Tg1 ha già fatto capolino uno di quei servizi pericolosi e fuorvianti sul femminicidio, dove si insisteva tanto sulla pena, e in cui l’attrice Sonia Bergamasco (un’attrice appunto) parlava di violenza contro le donne come di “una terribile emergenza” senza sapere che invece la violenza in Italia è un problema strutturale, come ha fatto notare più volte “DiRe” (la Rete nazionale dei centri antiviolenza), e che per questo il femminicidio non va affrontato come un’emergenza (come invece vorrebbe la destra piddiellina). Così come, al punto in cui siamo arrivate, è superfluo (e forse anche pericoloso) chiedere al governo di indire gli “Stati generali sulla violenza” che in realtà, come si legge anche semplicemente su wikipedia, sono storicamente “un organo di rappresentanza dei tre ceti sociali” (quindi della società civile e non del governo) e che “si riuniscono quando incombono sul paese pericoli imminenti”. Ma se intendiamo la violenza di genere come “pericolo incombente” significa che non abbiamo capito nulla, e che forse è meglio tacere. Il pericolo vero adesso è che su questa scia, si torni a parlare del tunisino che massacra la moglie, come ha fatto vedere Vespa l’altro giono a “Porta a Porta”, riducendo il problema della violenza sulle donne a un problema di coppie miste, del “barbaro” in casa, anche se la maggioranza degli uomini violenti qui sono italiani. Così, se alla fine è sempre colpa o delle donne o degli extracomunitari, gli uomini possono stare tranquilli.

Per la prima volta bisogna sostenere le donne che all’interno del parlamento sono ricettive, chiedendo che ascoltino attentamente chi di queste cose se ne intende, senza cadere nella trappola di Alfano, e chi con lui, tenterà di appiattire il femminicidio a un problema di emergenza e di sicurezza. Come avverte Barbara Spinelli, avvocata dei Giuristi Democratici esperta di femminicidio: “Non siamo disposte ad accettare oltre, strumentalizzazioni sul femminicidio a fini di visibilità personale o per perseguire altri obiettivi che non siano quello dell’autodeterminazione femminile. Le donne non sono soggetti deboli, la discriminazione che subiscono in quanto donne non è equiparabile a né ai bambini, né agli anziani, né ai disabili. Le donne che subiscono violenza in famiglia, da parte di padri, mariti, fidanzati, ex, sono discriminate rispetto ad altre vittime di reato, tanto nella protezione, quanto nell’accesso ai servizi, quanto nell’accesso alla giustizia. Spesso gli strumenti esistenti non vengono attivati sulla base di pregiudizi di genere, e assistiamo a situazioni abnormi come quelle che ultimamente riempiono i giornali”. Per superare questo ostacolo, bisogna quindi non gridare agli Stati generali, ma “avere sempre come riferimento che l’obiettivo dell’azione istituzionale deve essere quello di andare a rimuovere gli ostacoli materiali che impediscono alle donne il pieno godimento dei diritti fondamentali, primo fra tutti il diritto alla vita e all’integrità fisica”, e “di far luce sulla realtà con una relazione ufficiale, che venga fuori da una Commissione d’inchiesta, così che un domani, chi userà questi argomenti per opporsi alle necessarie riforme, verrà stanato per quello che è, cioè non un ignorante, ma un sessista”.

“La tuttologia non salva la vita delle donne. Il populismo neanche”, dice Spinelli, ed “è un dato acclarato che la maggior parte delle donne uccise è vittima di femminicidio, così come è un dato acclarato che più della metà di loro aveva già chiesto aiuto alle Istituzioni. Questo significa che più della metà delle donne uccise ha ricevuto un aiuto inadeguato. Istituire una commissione d’inchiesta significa decidere di far luce sul perché, e quante volte, e da parte di chi, la risposta alla denuncia di violenza maschile sulle donne è stata inadeguata. E non solo per quelle circa 130 donne uccise all’anno in quanto donne, ma anche per tutte quelle sopravvissute che, dopo aver denunciato, non sono state adeguatamente protette, e hanno subito nuove aggressioni, che magari non le hanno uccise, ma le hanno lasciate in sedia a rotelle, o le hanno costrette a cambiare città o regione”.

“E’ vero – conclude Spinelli –  spesso da singoli politici e dalla società civile arrivano anche richieste confuse o inappropriate, come fu al tempo la richiesta di castrazione chimica per i pedofili: per arginare questo fenomeno e la strumentalizzazione del femminicidio, le istituzioni devono essere preparate a mettere al centro la donna, e non altri interessi. Nel frattempo, una task force interministeriale, inclusiva di esperte non governative, potrebbe interagire con la commissione d’inchiesta, e procedere insieme nell’apportare le necessarie modifiche al Piano Nazionale Antiviolenza in scadenza, che si è rivelato scarsamente efficace perché non idoneo a raggiungere gli obiettivi previsti, sia per la formulazione inadeguata alla luce degli standard internazionali, sia per l’assenza di fondi specifici alla realizzazione di varie azioni, sia per il monitoraggio inesistente sulla sua attuazione. Ma occorre coerenza. Anche da parte di quei personaggi famosi che s’improvvisano e si proclamano paladin* dei diritti delle donne, salvo poi, al posto di supportare l’esperienza e la lotta portata avanti dalle donne, assumere la parola in loro vece, alle volte stravolgendola”.

Perché a Roma voto Oria Gargano nella lista di Sandro Medici

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Oria Gargano, candidata al Comune di Roma nella Lista di Sandro Medici

 

Oria è bionda con gli occhi chiari, è una bella donna, è spigliata, intelligente, decisa, ma non è per questo che la voto al comune di Roma nelle elezioni che si terranno il 26/27 maggio dove lei si presenta nella lista con Sandro Medici sindaco. Io voto Oria, ed è la prima volta che faccio una dichiarazione personale ed esplicita, perché di lei mi fido. Mi fido non perché la conosco (non basta per me, sono molto selettiva), ma perché so che se fosse eletta farebbe alcune cose che mi stanno a cuore: prima di tutto politiche serie e concrete a favore delle donne, che in una città come Roma faticano parecchio. E so anche che qualsiasi cosa farà, Oria non accetterà compromessi, e lo farà con professionalità e soprattutto con molta umanità e trasparenza, che è quello che voglio avere come garanzia in chi va lì a rappresentarmi in qualità di cittadina che esprime il suo voto.

Nella Repubblica Romana, Oria Gargano vuole, tra le altre cose, “centri e servizi antiviolenza numericamente e qualitativamente all’altezza degli standard indicati dalla Unione Europea: un posto letto ogni 10.000 abitanti, e una metodologia rigorosamente derivata dalla pratica delle relazioni politiche tra donne; un Piano Comunale Antiviolenza che renda organico il rapporto tra il Campidoglio, le organizzazioni delle donne, le polizie, i servizi sociali e territoriali; e un intervento strutturato sui saperi trasmessi a bambine e bambine, veicolando la cultura del rispetto e del riconoscimento nelle scuole materne, negli asili nido, nelle elementari (di competenza comunale)”. Alcune cose che vorrei fossero fatte in questa mia città e che sono convinta Oria farebbe bene, perché è da troppi anni che lavora con le donne: con quelle donne che vivono situazioni difficili, al limite, a volte anche a rischio di vita, con le donne che subiscono violenza, quelle massacrate dai mariti e dai fidanzati, e anche con quelle che vengono deportate in Italia e sottoposte a violenze e torture perché costrette alla prostituzione. Oria lavora con le donne vittime di tratta, e per loro ha messo su un centro tanti anni fa, a Roma, dopo essere stata responsabile del centro antiviolenza provinciale a Monteverde. Un’esperienza che l’ha poi portata a fondare una cooperativa tutta sua, la cooperativa sociale Be Free, che gestisce nell’ordine: il Servizio Antiviolenza SOS Donna di Roma, lo sportello socio-psicologico e legale a favore delle donne vittime di tratta trattenute nel CIE Ponte Galeria, lo Sportello Donna all’interno del pronto soccorso dell’ospedale San Camilo e lo sportello per lesbiche che subiscono violenza. Ma non solo, perché Oria si è posta anche il problema degli uomini, e con altre associazioni va a Regina Coeli di Roma dove incontra gli stupratori in carcere. “Questa a Regina Coeli è un’esperienza fondamentale – mi dice Oria – perché sto capendo profondamente come funziona la violenza sulle donne, quali sono le dinamiche, come si può intervenire e come si può anche aiutare un uomo a prendere consapevolezza per fare in modo che ci sia uno scatto dentro, un passaggio psicologico e culturale fondamentale perché quell’uomo non faccia più quello che ha fatto. Per cambiare vita. Un percorso in cui recuperi sia chi è in carcere, che non è un ambiente facile, sia chi sta fuori”. Un percorso culturale che abbraccia tutti, uomini e donne, nella percezione di quello che la violenza è veramente, per poterne uscire.

Oria è schietta e ha le idee chiare su cosa serve alle donne e quali siano le chiavi di cambiamento della cultura dello stupro: “Le donne che subiscono violenza non sono mai solo in un modo, esistono dinamiche molto delicate, quasi subdole, in un rapporto violento tra un uomo e una donna, e per fare in modo che una volta uscita dal centro antiviolenza quella donna non ritorni con l’uomo che l’ha massacrata, bisogna lavorare bene su questo”. Tanto per dire che non basta accogliere e proteggere le donne che subiscono violenza, ma fare con loro un percorso di ripresa e di autodeterminazione della propria vita a partire da sé e da quello che si è fatto finora. “Noi cerchiamo, come Be free, anche di avviare queste donne a un percorso lavorativo, siamo riuscite a formare orafe, orologiaie, e anche una compagnia teatrale. La riscoperta di se stesse e la ricostruzione di una vita devastata dalla violenza, non può prescindere da quello che sei stata, una vita non puoi prenderla e buttarla così dalla finestra, serve una presa di coscienza molto più complessa”. È per questo che Oria si batte da tempo perché all’interno dei centri le operatrici siano specializzate e fisse, con un inquadramento lavorativo e una professionalità adatta ad affrontare la situazione di una donna che arriva dopo una violenza che dura da anni, uno stupro, un tentato femmicidio. “Le operatrici di un centro antiviolenza o di uno sportello di ascolto, sono importanti e non sono come gli altri opeatori, perché hanno una specificità. Questa è una professione delicata perché la donna che arriva deve trovare qualcuna che le dia la possibilità di parlare, di raccontare, deve essere accolta in un certo modo. Quindi l’operatrice non può improvvisare, deve essere preparata e di conseguenza deve avere anche un giusto inquadramento professionale”.

Lo sportello che Be Free gestisce al San Camillo è un H24 aperto giorno e notte, ed è uno dei pochi posti in Italia in cui una donna o una ragazza, può andare a chiedere aiuto anche nel cuore della notte perché fugge da una violenza. “Lo sportello del pronto soccorso dell’ospedale San Camillo di Roma, è uno dei pochi H24 in Europa, e in Italia è di certo l’unico. È un servizio importante perché qui le donne possono arrivare in qualsiasi momento e possono essere ascoltate e soccorse immediatamente. Da qui possono essere indirizzate a un centro antiviolenza, a un rifugio se sono in pericolo di vita, possono esporre denuncia se lo vogliono, possono essere messe in contatto con avvocate specializzate, possono anche non tornare a casa, insomma possono essere protette immediatamente”. Uno sportello, è bene ricordarlo, che la ex presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, voleva far chiudere perché, diceva lei, non c’erano più i soldi. “A quello sportello le operatrici di Be free hanno lavorato gratis per quasi un anno come delle vere eroine, perché sapevano che chiudendolo molte donne sarebbero state in pericolo. È stato un atto di coscienza che ci è costato ma che saremmo pronte a ripetere, se non fosse che, fortunatamente, abbiamo vinto un altro bando che ci ha permesso di continuare”.

Ma come si risolve la violenza, Oria? “Guarda, ci sono tante cose importanti da fare: una rete coerente sul territorio per la tutela delle donne, l’indipendenza economica, la prevenzione, ma una delle cose più importanti sono i bambini e le bambine: è da lì che gli stereotipi cominciano a lavorare perché è un fatto culturale che forma la tua persona e quello che sarai. Bisogna cominciare da piccoli e piccole, con i libri di testo. Se da piccola interiorizzi che la storia è fatta dagli uomini, è ovvio che ti sentirai sempre esclusa, e lo stesso, in maniera speculare, vale per i bambini. Ma tu hai mai letto su un libro di testo quello che hanno fatto le donne nella storia? sai, così all’impronta, quante te ne posso citare? le donne c’erano eccome, ma bisogna andarsele a cercare perché sono state rimosse dal sapere comune, non si vogliono ricordare, insegnare. L’oscuramento è la prima chiave del potere, è arrivato il momento di venire alla luce”.

Oria m’ha convinta, proviamoci, anzi: provamoce.

Perché Biancofiore è inadeguata alle pari opportunità

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Laura Boldrini

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Micaela Biancofiore

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Josefa Idem e Cecile Kyenge

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Finalmente si cominciano ad aprire squarci di luce per le italiane. E devo dire, fuori dai denti, che non vedevo l’ora di lottare insieme, e sulla stessa lunghezza d’onda, con donne come la presidente della camera, Laura Boldrini (comprate oggi Il Manifesto), e la ministra per l’integrazione, Cecile Kyenge, che pur subendo sulla loro pelle quello che non auguro neanche al mio peggior nemico, resistono e continuano a rispondere in maniera ferma ed efficace agli attacchi violenti, sessisti, discriminatori, razzisti, che vorrebbero umiliarle schiacciandole nella morsa di chi scambia la violenza come una forma di libertà di espressione, e la denuncia di questa stessa violenza, come censura. Uno squarcio di sole che si allarga alle parole della ministra alle pari opportunità, Josefa Idem (Pd), che oltre a esprimere solidarietà alle colleghe in parlamento, in una intervista a Elisabetta Carta per il Tg3, dichiara come tra le prime azioni che intende mettere in campo contro il femminicidio, ci sia l’avvio di una task-force interministeriale tra Pari Opportunità, Interni e Giustizia, e l’approfondimento del problema attraverso un Osservatorio nazionale: dimostrando finalmente di capire che il problema non è una legge dai tempi biblici contro il femminicidio ma azioni politiche dirette e immediate per una situazione, quella della violenza sulle donne in Italia, ormai strutturale al Paese. (Veramente esulto! Perché dà ragione a ciò che scrivo qui da un bel po’ di tempo e che abbiamo messo nero su bianco nella Convenzione No More! contro il femminicidio, un intervento chiesto a Fornero che non ha mai voluto fare).

Spiragli che, non nascondo, si sono spalancati alla notizia della rimozione dalla delega alle pari oppotunità della sottosegretaria Michaela Biancofiore (Pdl) ricollocata con delega alla pubblica amministrazione e semplificazione. Un ordine arrivato dal presidente del consiglio, Enrico Letta, dopo l’intervista che Biancofiore aveva rilasciato a “Repubblica” con dichiarazioni “discutibili” sui gay, frasi che hanno indignato le associazioni. Il motivo scatenante sarebbero state alcune affermazioni definite “omofobe” nell’intervista, anche se in realtà la sottosegretaria non è mai stata favorevole a rapporti tra lo stesso sesso, tanto che in un comizio con Berlusconi e un intervento con Klaus Davi, aveva detto: “Chi va con i trans ha seri problemi di posizionamento sessuale”; “Gli italiani sono tendenzialmente contrari ai matrimoni gay perché noi restiamo un popolo profondamente cattolico”; “Per un etero anche un approccio affettivo di un gay crea imbarazzo”; “Non c’è solo l’eterosessualità, ma anche una sessualità diversa, che oggi, purtroppo, è estremamente comune” (e questo non l’altro ieri, quindi un pensiero risaputo anche per chi l’aveva scelta all’inizio per la delega alle pari opportunità).

La cosa più grave però, ed è quella che mi solleva al pensiero che non sia più con delega alle pari opportunità, è che Biancofiore, anche se ha accusato le associazioni gay di  “autoghettizzarsi” dimenticandosi di condannare “i tanti femminicidi delle ultime ore”, ha nel suo curriculum qualcosa che la fa definire davvero molto poco adatta alle pari opportunità, ovvero la proposta di legge che ha presentato lo scorso anno alla camera sulla modifica dell’affido condiviso: una proposta speculare al ddl 957 presentato al senato, che avrebbero potuto introdurre il concetto di PAS (sindrome di alienazione parentale) –  nello specifico una malattia inesistente e mai riconosciuta ufficialmente – come norma di legge.

Nella fattispecie l’atto della camera sulle “Modifiche al codice civile, al codice di procedura civile e alla legge 8 febbraio 2006, n. 54, in materia di affidamento condiviso dei figli” (5257) di Biancofiore, introduceva all’articolo 155- bis del codice civile che “Il giudice può escludere un genitore dall’affidamento, con provvedimento motivato, qualora ritenga che da quel genitore, se affidatario, possa venire pregiudizio al minore. La comprovata e perdurante violenza, sia fisica che psicologica, nei confronti dei figli e, in particolare, la manipolazione di essi mirata al rifiuto dell’altro genitore o al suo allontanamento, comportano l’esclusione dall’affidamento. Le denunce per le quali sia provata la falsità, mosse al medesimo scopo, comportano altresì l’esclusione dall’affidamento, ove non ricorrano gli estremi per unasanzione più grave. In ogni caso il giudice può, per gravi motivi, ordinare che la prole sia collocata presso una terza persona o, nell’impossibilità, in una comunità di tipo familiare”.

In poche parole, in questo testo di legge deposistato dalla sottosegretaria, si metteva pericolosamente sullo stesso piano una malattia che non esiste come la sindrome di alienazione parentale (“manipolazione di essi mirata al rifiuto dell’altro genitore o al suo allontanamento”), con la violenza fisica e psicologica sui minori, che invece esiste ed è un fenomeno grave, non solo quando avviene nei confronti dei minori ma anche quando i bambini assistono a quella nei confronti di un membro della famiglia, soprattutto le madri, in quanto possono creare danni anche irreversibili. Senza stare ancora a ricordare che in Italia l’85% della violenza sulle donne è violenza domestica, e che circa 400 mila bambini assistono a violenza intrafamiliare con gravi danni fino ad arrivare a veri blocchi della crescita (rapporto Daphne), ricordiamo invece quello che succede con i femminicidi, quelli che Biancofiore rinfaccia alle associazioni gay. Il 70 % delle donne uccise all’interno delle relazioni intime, aveva già segnalato il partner alle forze dell’ordine o ai servizi sociali, e malgrado questo sono morte. Ma il femminicidio non è solo l’atto criminoso e comprende tutte le violenze che una donna può subire, tutte le forme di discriminazioni culturalmente attribuibili al fatto di appartenere al genere femminile: un fenomeno che in Italia, senza ombra di dubbio, vede la sua situazione più grave dentro le mura domestiche – dove spesso si è in presenza di minori – e che nella statistica “esplode” proprio quando la donna dice “basta”, denunciando e lasciando il partner, e provocando quello che molti giornali chiamano ancora “raptus”, intendendo l’atto del femmicidio. Tutto questo per dire che è proprio quando una donna si separa dal partner violento che è maggiormente in pericolo e che ha bisogno di essere protetta e aiutata, anche perché, quando ci sono, i minori diventano uno dei ricatti abituali (mi lasci? ti toglierò i figli, stai sicura!).

Ma cosa succede nei tribunali italiani? Succede ormai troppo spesso, e in modo particolare nei tribunali dei minori, che se una donna denuncia la presenza di un marito violento (il 95% delle violenze nei rapporti intimi in Italia sono dell’uomo verso la donna) di cui ha paura per sé e per i figli,  rischierà non solo di non essere protetta ma anche di non essere creduta e di perdere i figli anche in maniera definitiva. Perché di fronte a una richiesta di affido esclusivo del genitore non violento, ci si vede ormai opporre sempre più spesso un ricorso in cui non solo si mettono in discussione le accuse (che ovviamente devono essere provate), ma in cui il giudice chiederà una perizia, una Ctu (consulenza tecnica d’ufficio), in cui lo psicologo o lo psichiatra di turno può fare – e ormai nella maggior parte dei casi fa – una diagnosi di Pas sul minore, dicendo che il bambino non vuole vedere o rifiuta l’altro genitore non perché eventualmente ci sono violenze o abusi da accertare (con strumenti processuali come testimonianza, ascolti dei minori e degli adulti, ecc.), ma perché è malato: cioè subisce una “manipolazione  mirata al rifiuto dell’altro genitore o al suo allontanamento”, e quindi va rinchiuso in una casa famiglia perché va curato oppure affidato al genitore rifiutato per guarire (non oso pensare all’eventualità che l’altro genitore sia davvero un violento abusante: come mettere i bambini nella tana dell’orco).

Questa non è una storiella horror che mi piace raccontare, questa è la realtà che sta distruggendo intere generazioni, e che ascolto ogni giorno da madri disperate che perdono i loro figli, e da figli abusati scappati da genitori violenti o da strutture perché sedati e obbligati ad abbandonare la scuola, gli amici, la casa, gli affetti, come se fossero in carcere. Un’ingiustizia disumana tutta italiana. E questo in virtù di diagnosi ben pagate, avvocati che invece di mediare istigano al contrasto aumentando la violenza quando c’è (e anche le loro parcelle), giudici che non si rendono conto del danno che fanno e che sembrano aver perso gli strumenti processuali affidandosi solo a psicologi e alle loro Ctu. Figuratevi se una cosa del genere fosse messa come norma di legge.

Chi confonde queste cose, chi non sa bene cosa è la violenza e i parametri di misura della stessa, non può avere né la capacità di analisi né la competenza di interagire e risolvere quei problemi che hanno oggi le donne italiane, che intanto continuano a rischiare la loro salute e la loro vita. Come detto tante volte: non basta essere donne, bisogna conoscere e attuare precise politiche a favore delle donne stesse.