Boldrini privata? a noi interessa quella politica

repubblica

La copertina di “D di Republica” con l’intervista
alla presidente della Camera, Laura Boldrini, in uscita domani.

 

 

Non c’è niente da fare, questo Paese non migliora e riguardo le donne ormai gli stereotipi sembrano un riflesso incondizionato da cui non si riesce a uscire: un nodo che invece, come ci ha ricordato Violeta Neubauer della Commissione Cedaw dell’Onu in Italia l’anno scorso, va affronato e risolto se vogliamo districare anche il resto, femminicidio compreso.

Lo so, posso sembrare petulante e antipatica, una presuntuosa che sa tutto e che se la tira (come pensano alcun*): un giudizio di cui pago il prezzo per parlare in maniera diretta e chiara, senza paura di sembrare anche un po’ dura. Ma devo dire che oggi mi dispiace andare a ragionare su una “buona intenzione” scivolata nel solito trabocchetto del dover rendere accattivante una cosa semplice: un’intervista alla terza carica dello Stato, e precisamente quella che uscirà domani su “D di Repubblica” con tanto di lancio in copertina. Un’intervista in cui Laura Boldrini spiega gli “effetti collaterali” della sua popolarità e di come, in veste di presidente della camera donna, sia stata sottoposta a un fuoco di fila dove la sua vita privata continua a essere sezionata e su cui emeriti sconosciuti hanno divulgato calunnie e offese, ricorrendo ai peggior stereotipi maschili sulle donne.

“È stato vergognoso”, ha detto Boldrini a “D di Repubblica”, riferendosi alla rivista di gossip che ha pubblicato le foto con il compagno di vita: “Ci sono uomini che stanno con ragazze più giovani di trenta-quaranta anni e questo viene considerato normale. Se una donna ha un compagno di 11 anni di meno, diventa subito uno scandalo, e questo dimostra un maschilismo inaccettabile, un’arretratezza allarmante”. Poi la giornalista chiede: “ma cosa vogliono?” e lei risponde: “Non sanno come attaccarmi e per questo provano con il fango sulle mie scelte private. Hanno fatto anche circolare foto di una donna nuda in una spiaggia naturista, come se fossi io: ovviamente un falso assoluto, che però ha girato per giorni su siti e pagine Facebook. Tra uomini lo scontro rimane sempre politico, contro una donna si passa subito allo sfregio di tipo sessuale”.

Benissimo, tutto chiaro: Laura Boldrini, la terza donna che in Italia ricopre la carica di presidente della Camera, sta troppo stretta, e quindi bisogna trovare qualcosa che non va, bisogna trovarlo e scaraventarlo addosso come una grossa pietra, anzi tante pietre fino alla sua lapidazione mediatica. E come si fa? Non c’è problema, siamo in Italia, quindi la si colpisce solleticando il peggio della cultura machista nostrana: una rete in cui, dopo 20 anni di Berlusconi, chiunque può cadere con facilità.

Ma se le parole sono importanti, e se la realtà si cambia anche a partire dal linguaggio, perché alludere proprio in questa intervista a una certa “Camera con Laura” (quale? quella da letto, quella di casa sua?) con un occhiello “Boldrini in privato”, nel titolo di copertina, stampato sopra il suo primo piano? Che senso ha? È come negare il fulcro dell’intervista, e cioè che la vita privata è privata e che il fatto di essere una donna la sottopone al vaglio di uno stereotipo tutto maschile. Te lo sta dicendo, cos’è, non ci si rende conto del contenuto del’intervista quando si sceglie il titolo? Oppure la verità è che solletica troppo mettere un richiamo di copertina ammiccante su una donna che ricopre quella carica istituzionale, accarezzando (anche qui) uno stereotipo duro a morire e facile da cavalcare, su cui nessuno tanto dirà nulla perché ormai è dentro il costume e la metalità comune.

La realtà è che oggi Laura Boldrini si ritrova a doversi difendere non solo dalle calunnie ma da un linguaggio violento a sfondo machista che sul web e sui social network è proliferato in pochissimo tempo, con truppe che sembravano pronte al primo segnale di via. Un bersaglio politico trasformato prontamente in un bersaglio “debole”, in quanto bersaglio femminile di facile attacco su un terreno sessista, con attacchi collaudati che ricalcano quelli dei fake che negano la violenza sulle donne (non esiste perché è la donna che lo vuole) e anche il femminicidio (non è vero che sono poi così tante le donne che muoiono). Attacchi che se respinti con forza, ci trasformano in vetero femministe “coi peli”, eterne zitelle castranti della libertà di pensiero, o “avvoltoi femministe” (come io stessa sono stata ribattezzata dal “Giornale“).

Un terreno su cui qualora ci si provi a difendere, si viene prontamente accusate di censura: tanto che a oggi sul web ci sono almeno 5 fonti in cui è possibile leggere di una presidente, Laura Boldrini, che “piccata” da questi “scherzetti” sul web, ha osato difendersi per fermare il linciaggio partito nei suoi confronti. Sul “Giornale” (sempre lui, chissà perché), si legge “inediti e inquietanti particolari sullo smodato uso del potere, da casta vecchio stile, della presidente della Camera, Laura Boldrini, che per arginare la foto-burla che su Facebook ritraeva una finta Boldrini nuda, ha scatenato l’inferno e preteso la presenza di ben 7 poliziotti alla Camera così da monitorare il web e perseguire chiunque osi scherzare sulla terza carica dello Stato”.

Scherzare? Allora perché non dare ragione ai mariti che picchiano le mogli di loro proprietà o gli ex che uccidono le fidanzate perché troppo innamorati. La radice culturale è la stessa e si chiama discriminazione di genere: un contesto dove la cultura dello stupro è talmente inserita nella mentalità, che non ci si rende conto e non si percepisce la violenza, con una svalutazione che porta a confondere le botte con il troppo amore, l’attacco sessista come fosse una burla, cose in fondo non gravi.

Ma perché Laura Boldrini dà così fastidio?

Perché è una donna autorevole che ragiona con la sua testa, che non rientra in quei canoni balordi, una donna che noi volevamo vedere su quella poltrona e che vorremmo fosse duplicata  su diverse poltrone decisionali di questo Paese. Una presidente che abbiamo incontrato mercoledi scorso alla Casa Internazionale delle donne di Roma, per un confronto aperto con la Convenzione “No More!” contro la violenza sulle donne, e che non solo non ci ha snobbate ma che è venuta, ci ha ascoltate e si è presa degli impegni sul femminicidio e lo ha fatto in maniera pubblica: una notizia che non ha fatto notizia perché fuori dagli “interessi” dei grandi giornali nazionali.

Qui la presidente Boldrini ha ascoltato tutte le promotrici della “No More!” (la sottoscritta, Vittoria Tola, Barbara Spinelli, Francesca Koch, Titti Carrano, Simona Lanzoni, Oria Gargano) ma anche altre associazioni sempre interne a “No More” (tra cui Teresa Manente di Differenza Donna) e le parlamentari presenti (come Rosa Calipari, che fin dall’inizio ha appoggiato “No More!”), ragionando con noi su cosa fare concretamente per fermare una violenza ormai diventata strutturale all’interno del Paese. Un tavolo di esperte della materia, dove Boldrini ha fatto un discorso e ha espresso un impegno non scontato da parte della terza carica dello Stato: ed è questa la notizia, non la sua “camera”.

“Io non sono un’esperta di tematiche di genere – ha detto Bolrini alla Casa delle donne – ma sono una persona che ha sempre avuto un’educazione nel rispetto dei generi, e ritengo che una donna possa fare tranquillamente quello che fa un uomo e viceversa, perché il problema è culturale e politico. Per il mio lavoro sono andata nei luoghi di conflitto, e non potete immaginare quante volte mi sono sentita dire ma come, vai via dei mesi e lasci tua figlia?, come se questo tipo di lavoro non fosse adatto a una donna”.
“Eppure – ha detto Boldrini – ho visto lo stupro adottato come arma di guerra in Bosnia, con donne violentate all’ottavo mese di gravidanza. Chi vede questo non può non maturare che tutto ciò va cambiato, e che questo cambiamento ci sarà solo se ci portiamo dietro tutte le donne nel mondo con la consapevolezza che la nostra è una battaglia doppia. In Italia solo il 52 per cento delle donne lavora, e visitando i centri antiviolenza, mi sono resa conto di come siamo messe. Per capire in profondità cosa era successo, ho dovuto fare un film all’indietro, a come siamo state rappresentate in questi ultimi 20 anni, con un corpo usato quale volano per qualsiasi cosa, comprese le pubblicità su qualsiasi prodotto. Forse noi non pensavamo che facesse così leva, ma lo abbiamo permesso, perché se oggettivizzi il corpo femminile spiani anche la violenza contro le donne, perché di un oggetto puoi fare quello che vuoi: gettarlo a terra, passarci sopra, puoi fare tutto”.

Un discorso che si è concluso con l’impegno da parte della presidente della camera a sollecitare “la commissione Esteri per la ratifica immediata della Convenzione di Istanbul” e a “raccomandare buone pratiche secondo la Convenzione No More”: una vittoria per la società civile con cui Boldrini vuole avviare “una campagna di ascolto” in Parlamento per aprire “ogni settimana su un tema specifico, da riportare alle commissioni con raccomandazioni per sostenere il lavoro legislativo”.
“Userò i miei poteri per ottimizzare il lavoro perché tutto ciò possa cambiare”, ha detto Boldrini, invitando le parlamentari a unire le forze all’interno delle istituzioni sui temi di genere che riguardano la violenza, il lavoro, la salute, il welfare, la rappresentanza.

A tutto ciò ha fatto eco Rosa Calipari, deputata del Pd presente alla tavola rotonda e fin dall’inizio aderente alla “No More!”, che ha sottolineato la presenza di ben 10 disegni di legge in Parlamento sul femminicidio, sottolinenando che più che “una legge che entri troppo nello specifico” (come il ddl sul contrasto al femminicidio di Anna Serafini, oggi ripresentato da Daniela Sbrollini, o quello di Giulia Bongiorno), sarebbe più efficace un indirizzo chiaro all’esecutivo che coinvolga tutti i ministeri, dal lavoro, alle pari oppotunità, la salute, ecc., in una direzione che vada a favore delle politiche per le donne e dove sia chiara la centralità della prevenzione della violenza e della formazione di chi di questo si occupa.

Ma di questo, non ne ha parlato quasi nessuno.

Perché no a Fabri Fibra e la percezione della violenza

violenza-stop-2-300x224“Giro in casa con in mano questo uncino ti ci strappo le ovaie e che cazzo me le cucino!”.

“Non conservatevi, datela a tutti anche ai cani, se non me la dai io te la strappo come Pacciani”.

“Questa classica sfigata che va in cerca di attenzione e finirà un giorno stuprata nel bagno della stazione, così sta ritardata dopo i primi due cannoni si addormenta e non si accorge che le tolgo i pantaloni”.

“Le ragazze sono così, sono tutte molto strane, si dividono in due gruppi: le mignotte e le puttane”.

Queste alcune delle battute di Fabri Fibra, quello che doveva cantare sul palco del primo maggio a San Giovanni e su cui la rete dei centri antiviolenza DiRe ha chiesto pubblicamente il ritiro: una richiesta accolta dai sindacati che si sono accorti della gaffe che stavano per fare. Una mancanza su cui non piangeremo ma sulla quale alcuni si sono lanciati gridando alla censura: addirittura nomi illustri come Jovanotti, Elio, Scanzi, ma soprattutto Roberto Saviano, che si sono schierati in difesa di Fabri Fibra parlando anche di “scelte bigotte”. E allora chiedo a questi uomini di riflettere sul perché la violenza sulle donne viene sempre dopo tutto il resto. Dopo la censura (vuoi impedirmi la libertà di espressione?), dopo la famiglia (che non si tocca), dopo il pareggio di bilancio (i soldi per le vittime di violenza sono sempre gli ultimi), dopo 20 anni in cui hai dovuto crescere i figli sotto il ricatto di un marito che ti ha massacrato e solo dopo che i figli sono grandi allora lo denunci, dopo il salvataggio di quelli che ti hanno stuprata a 15 anni e che non sono mai stati condannati davvero, dopo che ti hanno uccisa e si sono accorti che eri perseguitata, minacciata, tormentata, braccata. Sempre dopo.

Non percepire la violenza nella sua giusta dimensione, è appoggiare la violenza e la cultura dello stupro di cui si nutre. A che serve firmare l’appello “Mai più complici”, come ha fatto Roberto Saviano contro il femminicidio, se poi davanti a fatti concreti si spazza via tutto, ci si dimentica, e si diventa difensori di contenuti che incitano a quello stesso femminicidio, contro cui ci si era schierati con un linguaggio due volte dannoso perché rivolto a giovani e adolescenti? questa per me è propaganda e non una scelta di campo politica contro il femminicidio.

Mi preme chiarire a questi difensori della libertà di espressione, che chi difende la tutela della vita delle donne, sa bene che la violenza non è solo fisica, sessuale, psicologica, economica, e che esiste una cosa che si chiama “la violenza del linguaggio”, che crea danni enormi perché veicolo culturale di quella discriminazione che porta alla violenza contro le donne – femminicidio. Quello che hanno chiesto i centri antiviolenza, che conoscono bene di cosa si sta parlando, è una richiesta di civiltà che nulla ha a che fare con il moralismo. La censura è quella che impedisce di dire la verità e non quella che ferma la violenza, altrimenti non abbiamo capito niente. Quello di Fibra è un linguaggio violento e sessista, e dire che siamo bigotte è come dire che lo stupro è una forma d’amore con un rapporto sessuale un po’ acceso, è come dire che in fondo le donne se la cercano, è giustificare il femminicidio dove un uomo picchia, massacra, e arriva anche a uccidere non perché è un assassino violento ma perché semplicemente geloso.

Il MEI e il mensile di Repubblica “XL” hanno addirittura lanciato un appello a difesa di Fibra, e tutto ciò somiglia sempre di più a quello svarione capitato anche a chi ha difeso Sallusti che come direttore di un giornale aveva pubblicato un articolo di Renato Farina (su cui non mi dilungo) veicolando non solo notizie false ma usando il caso di una minore che aveva interrotto la gravidanza, per sostenere la sua crociata antiabortista accusando di omicidio la madre, il ginecologo e il giudice (che come è noto ha fatto ricorso), con una lesione del diritto all’autodeterminazione e alla privacy della minore. La violenza del linguaggio è ovunque: nei testi delle canzoni, nei libri di scuola, sui giornali, nei tg, nelle fiction, e quello che si chiede non è una moralizzazione ma il diritto sacrosanto a non subire questa violenza una, due, tre, quattro volte, sempre e ovunque siano veicolati stereotipi e discriminazione in base al genere: perché quello è il terreno sui cui la violenza contro le donne prolifera.

Giorni fa il padre di Stefania Noce, uccisa nel 2011 in casa sua dall’ex fidanzato, che ora è stato condannato all’ergastolo, ha dichiarato che su sua figlia molti giornali hanno fatto ricostruzioni false e fantasiose, e che parlare di “delitto passionale” o di “femminicidio” fa una bella differenza. Le parole sono importanti e il linguaggio può travisare la realtà in maniera dannosa e fuorviante, perché possono condonare non solo gli abuser ma anche le istituzioni e i mezzi d’informazione che non riconoscono la gravità della violenza e il fattore di rischio per la vita stessa delle donne, alimentando così quella stessa cultura discriminatoria. Come dice Ninni Noce: “Se un organismo come l’Onu dice che la violenza di genere è una lesione dei diritti umani, c’è poco altro da aggiungere”.

Quindi se critico, argomentando, l’uso di raptus di gelosia sui giornali,  non vedo perché non mi devo indigrare davanti a uno che mi canta nelle orecchie: “Non conservatevi, datela a tutti anche ai cani, se non me la dai io te la strappo come Pacciani”?

L’Italia condanna le donne e non ama i bambini

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Fotogramma del video girato con il cellulare della madre nel caso dei bambini sottratti in provincia di Salerno

Un velo pietoso, anzi un velo nero pieno di vergogna è quello che si è posato sul nostro Paese, e non da ieri. Un’Italia che non ascolta la voce donne e bambini disperati, istituzioni con uomini troppo occupati a spartirsi porzioni di potere e ancora troppe donne riverse e appiattite su politiche che non sono certo a vantaggio del loro genere. Napolitano ha giurato per la seconda volta e mentre si appresta a riunire il peggio degli ultimi due governi italiani, in Italia si continuano a infrangere gravemente i diritti fondamentali della persona.

In un clima di decadenza culturale e politica, l’Italia continua a non ascoltare le donne e a non proteggere i minori, con conseguenze che saranno devastanti per il futuro. Parlo di violenza, violenza domestica ma anche istituzionale, parlo di un’indignazione contro questa violenza trasformata nel giro di pochi mesi in una propaganda contro il femminicidio che consentirà anche a questo governo di non fare nulla di immediato e concreto. Una tragedia che mette l’Italia ai primi posti per lesioni gravi ai diritti di donne e minori, con il concorso delle stesse istituzioni.

Cosa succede? allora, mettiamo che oggi una donna italiana si separi da un marito violento con figli minori presenti in famiglia, mettiamo che parli e denunci, e che ci siano anche ricorsi in penale per violenze subite da lei e assistite e/o subite dai figli, mettiamo che il giudice dia l’affido eslusivo a questa madre allontando il coiniuge violento, e poi mettiamo che questo ex conuige, per vendicarsi della moglie e per ripristinare il suo controllo sui figli, faccia un ricorso per l’affido e che per fare ciò si avvalga di un avvocato che invece di placare gli animi, alimenti lo scontro, lucrandoci. Poi a questo aggiungiamo anche una perizia, fatta da uno psichiatra o da uno psicologo di fiducia, che diagniostichi una malattia inesistente, la Pas (sindrome di alienazione parentale), a questo punto cosa può succedere? Che il giudice accolga la diagnosi della fantomatica Pas, che rende tutto più veloce, e che i bambini siano affidati a una struttura in cui il minore sarà “resettato” e quindi costretto a frequentare il genitore rifiutato attraverso l’allontanamento progressivo del genitore accudente, perché la Pas colpisce i bambini che non vogliono vedere uno dei due genitori, “alienazione” di cui sarebbe responsabile l’altro. E questo succede, malgrado la Pas non sia mai stata riconosciuta ufficialmente e non sia presente neanche nell’ultimo Dsm, malgrado sia stata “inventata” da uno psichiatra americano che giustificava la pedofilia, e malgrado ci sia una recente sentenza di Cassazione (quella sul caso del minore di Padova, il cui video è stato visto nel mondo), che ha messo in guardia gli stessi giudici dall’utilizzare nei tribunali questa pseudo sindrome. Una doppia violenza, di tipo privato ma anche istituzionale, con bambini dichiarati “malati” attraverso discutibili diagnosi in Ctu (consulenza tecnica d’ufficio) e in base a questo prelevati anche con la forza a scuola o sotto casa, da operatori dei servizi sociali accompagnati dalle forze dell’ordine, e messi in strutture “neutre”.

Il caso dei due bimbi di 7 e 8 anni prelevati dai servizi sociali per essere collocati in una casa famiglia di Salerno in quanto appunto “affetti da Pas” (e non, come molti giornali hanno scritto con evidente ignoranza, con la mamma malata di Pas o accusata di Pas, come se fosse un reato), è però ancora più grave. Qui il curatore dei minori aveva richiesto la sospensione della potestà del padre per molestie sessuali che sarebbero emerse dalla testimonianza dei piccoli durante un colloquio con lo psicologo, e su cui il tribunale si è espresso con la decadenza della potestà del genitore abusante, potestà tolta anche a quello accudente,  cioè la madre, che avrebbe manipolato i bambini per allontanarli dal padre facendo “ammalare” i figli di Pas, tanto che ora i piccoli rischiano l’adozione a terzi. Un fatto su cui anche il semplice buon senso percepisce che c’è qualcosa che non quadra: che voglia può avere un bambino nell’incontrare un genitore abusante e/o violento? Ma soprattutto, come accusare l’altro genitore di manipolare i ragazzini se il fatto di non difendere i figli da un membro della famiglia abusante e/o violento, può delinenarsi come un reato? Il caso è rimbalzato sui media perché la madre, che non ha più rivisto i figli da quel 15 marzo, ha reso pubblico il video con cui ha registrato il prelevamento dei piccoli mentre tornavano a casa da scuola con lei in macchina. Un video il cui sonoro testimonia la disperazione dei bambini al pensiero di non rivedere la mamma, alla quale uno dei due chiede: “Ci uccideranno?” (cliccare per vedere il video in forma protetta dal sito di “Leggo”).

C’è da dire che in Italia questo non è un caso isolato e che tutto ciò succede più spesso di quanto si pensi, perché nella maggior parte dei casi in cui viene utilizzata la Pas, si prevede quasi sempre una madre “malevola” reponsabile della interruzione dei rapporti con un genitore che il minore non vuole vedere perché magari violento e/o abusante.

Un caso, quello di Salerno, che riaccende i riflettori su una tragedia in cui i bambini sottratti con modalità del tutto opinabili, sono tantissimi (come testimoniato anche dal video girato sul caso di Padova). Ieri lo stesso presidente dell’Osservatorio dei diritti dei minori, Antonio Marziale, si è espresso su questi casi con toni durissimi, affermando che “Lo Stato non può assumersi la responsabilità di un danno irreversibile nei confronti di creature inermi e indifese, tanto più grave perché provocato a scuola, luogo di protezione per eccellenza. Le riprese effettuate con l’ausilio del telefonino e penetrate nelle case di tutti gli italiani, a testimonianza della sofferenza dei bambini, rendono intelligibile una modalità di esecuzione del provvedimento degna di essere paragonata ai tempi della Gestapo”. Modalità di cui l’esempio limite è quello di un bambino che per essere prelevato ha avuto 14 poliziotti schierati sotto casa perché si rifiutava categoricamente di seguire gli operatori dei servizi sociali i quali, per fortuna, alla fine non hanno avuto cuore di portarlo via perché irremovibile nel rimanere a casa con la madre. Cose di cui i media non parlano a meno di uno scoop provocato dalla disperazione di queste madri.

Oggi in Italia ci sono circa 40 mila bambini che transitano in strutture come casa famiglia o comunità, e tralasciando gli orfani o i minori con genitori impossibilitati all’accudimento, una parte di questi bambini sono rinchiusi in strutture perché tolti ai genitori non solo a causa della fatomatica Pas, ma anche per semplice conflittualità dei coniugi in via di separazione (anche in assenza di violenza e/o abuso), o perché i servizi sociali ritengono inadeguato il nucleo familiare: un vero business se si pensa che a queste strutture tenere i piccoli significa ricevere dai 3.000 ai 6.000 euro al mese a bambino, cifre che sfamerebbero 3 di queste famiglie catalogate come indigenti. Bambini con genitori viventi, che vengono affidati a terzi e che rischiano l’adozione, prelevati con modalità discutibili da scuole o da casa, e messi a regime con psicofarmaci nelle case di accoglienza dove possono subire anche violenze, come dimostra il caso di Forteto a Firenze: un caso su cui pochi giornali hanno scritto, ma dove Rodolfo Fiesoli, e altre 22 persone, sono stati rinviati a giudizio “nell’inchiesta sulle violenze sessuali e maltrattamenti che sarebbero stati inflitti agli ospiti della comunità, tra cui minori in affidamento con il consenso dei tribunali e il sostegno di enti pubblici”. Una comunità dove, come ha detto alla “Nazione” Paolo Bambagioni, vicepresidente della Commissione regionale d’inchiesta sul caso-Forteto, vi era “una precisa responsabilità del Tribunale con i nomi delle persone che hanno svolto la funzione negli anni, che hanno preso minori in difficoltà per assegnarli a famiglie affidatarie di una comunità ai cui vertici c’erano persone condannate nell’85 per reati sui minori. All’epoca ci fu chi, tra i giudici, sostenne che la sentenza contro Fiesoli e Goffredi era sbagliata”. La prassi, per Bambagioni, è che “Il servizio sociale segnala il bambino che sta male nella famiglia d’origine. Il giudice valuta e glielo toglie”: ma con quali criteri di assegnazione?

L’anno scorso a Napoli non ha fatto notizia, l’inchiesta su una casa famiglia in cui vi erano “ragazzini usati come merce di scambio per lucrare sui fondi del Comune destinati all’accoglienza residenziale dei minori provenienti da famiglie disagiate” e dove “un’assistente sociale che aveva chiesto ai responsabili di una struttura una tangente per l’affido di due minori”, è stata “fermata in flagranza di reato con una mazzetta da 800 euro in tasca”. Un business “con una movimentazione di 30-32 milioni di euro”, a favore di chi gestiva le politiche del welfare per conto del Comune e dove i bambini “erano usati come merce di scambio per lucrare sui fondi che il Comune destina all’accoglienza residenziale dei minori”.

Eleonora Danco è mia sorella

arriva eleonora danco al vascello

 

Non l’avevo mai vista lei a teatro. Lo so, è una mia pecca, però è così, perché anche se ce l’ho dietro casa, mi pesa il c*lo di andare a teatro. Odio le prime in cui ci si incontra per dire il giorno dopo: sai, ieri sono andata a teatro e ho incontrato tizio, caio e sempronio. Lo odio, quindi di solito non ci vado (prima c’andavo ora non più) e se ci vado, è perché mi ci trascinano. Detto ciò, io dello spettacolo di Eleonora Danco di ieri sera al Vascello, sottoscrivo tutto, ma proprio tutto: lei, con quel suo fisico magro e i piedi sottili, che parla di odori, del corpo che mangia e si trasforma, contorcendosi sulla poltrona. E’ una donna che spara a zero su tutto quello che non sopporto nei miei simili, sugli orari e le abitudini, sugli aperitivi, le frasi vuote di circostanza, noccioline e gin tonic, inviti sessuali volanti squallidi e senza speranza, il frigo delle case che svelano tutto su una persona, il mangiare e il bere: pensieri che pari pari chissà quante volte ho fatto.

Eleonora Danco mi ha fatto ridere, sì mi ha fatto ridere perché ho anche pensato: ma che me sta a copià? Uomini improbabili che cercano di scoparti al volo, il risentimento nel conformarsi a un ritmo che non t’appartiene, la seduzione del letto per non fare un caz*o, le briciole dei Gentilini tra le lenzuola, quel rotolarsi sul divano ammucchiando la monnezza sotto (no, io a quello non ci sono mai arrivata perché la metodocità della vergine me lo ha impedito ma mi sarebbe piaciuto un casino farlo), la colazione all’una e mezza con l’odore della scamorza ai ferri del pranzo degli altri, i corpi ammucchiati sulla spiaggia con i sonnellini di pochi secondi, le bocche e le salive, le amiche dalle frasi stupide che raccontano storie di cui non te ne po’ fregà de meno, le banalità delle conversazioni alle feste, la ripugnanza per le cene in famiglia, i muri e le porte. Insomma tutta una vita buttata così su un palcoscenico del teatro più scomodo di Roma: ma si fa così?

Per non parlare dell’infanzia ri-suggerita. Frasi intere tra madre e figlia prese in blocco dalla mia vita senza alcun ritegno: il bagno al mare dopo 3 ore da quando mangi mentre tutti si fanno il bagno, le ripetizioni di matematica, la rottura perenne sul “finisci tutto quello che hai nel piatto”, il latte che fa calcio, la fettina trattenuta in bocca e poi sputata, la nutella, le paranoie sull’essere presentabili e infine l’invidia materna: tu ti lavi? mi sa che non ti lavi, ma come ti conci, ma che c’hai i pidocchi? Lo sbotto con quel “te metto la penna al collo pe cravatta e te ce faccio arrivà fino a Tunisi” che ormai chi se la scorda più (anzi me la rivendo subito), o la tirata sul campeggio: no tu al campeggio non ci vai, ma io ci voglio andare al campeggio, a me mi piace il campeggio, c’è uno che forse gli piaccio al campeggio!

Talmente precisi che a un certo punto ho pure pensato che Eleonora Danco, che c’ha pure i ricci scapigliati come i miei e a tratti parla romanaccio, fosse mi sorella nascosta.

Donne. Sono immancabilmente donne quelle che Danco butta sul palco per farcele andare di traverso, perché quelle siamo noi, nessuna esclusa. Piccole donne crescono, piccole donne cresciute ma ancora bambine, piccole donne diventate grandi con scommesse su chi sei e chissà chi sarai. Donne, femmine, con un sentire che è nostro.

Non so i numeri prima, ma questo “Donna numero 4” è forte, andateci, sta al Vascello di Roma fino al 21 aprile (via Giacinto Carini 78, dal martedì al sabato ore 21 – domenica ore 18).

 

“Ni una más”, progetto partecipato

inoutput

Locandina del progetto “Ni una más” oggi in scena al teatro Miele di Trieste

Nerina Cocchi è venuta apposta a Firenze per conoscermi, per parlarmi del suo progetto contro la violenza sulle donne perché ci crede, perché è una esperienza dal basso e perché è un percorso faticoso quello che lei, e chi collabora con lei in questo lavoro, stanno facendo. Si tratta di un progetto internazionale che parte dalla presentazione di un lavoro teatrale sul femminicidio che per autofinanziarsi deve trovare i fondi, ed è per questo che Nerina gira il mondo, per dare una voce libera contro la violenza. “Ni una más” è uno spettacolo sul femminicidio dal testo di Mia Parissi, e la compagnia è composta da lei, che è la regista, da l’attrice Giovanna Scardoni, la costumista Giulia Pecorari, il compositore Davide Fensi, il fotografo Andrea Messana e il video-artista Daniel Pinheiro, che ha creato un monologo potente con la scenografia di frammenti di ceramica e un costume di 81 pezzi di simil-ceramica tenuti insieme da 400 calamite, che piano piano cadono sulla scena formando i mille pezzi delle donne uccise dentro e fuori dalla violenza.

Nerina è convinta e ci crede, e qualche mese fa mi scrive senza esitazione: “Sono Nerina Cocchi, una regista basata tra Francia e Italia. Le scrivo perché sono una sua avida lettrice, e vorrei ringraziarla del suo contributo così costante sull’argomento del femminicidio. Al momento, con inoutput, la compagnia che ho fondato nel 2010 con il fotografo Andrea Messana, stiamo producendo Ni una más, uno spettacolo proprio sul femminicidio , basato su un testo di Mia Parissi, che abbiamo cominciato a mettere in scena durante una residenza presso La MaMa Umbria International, sede italiana dello storico La MaMa ETC di New York, a ottobre scorso, e poi che ci ha portato in viaggio in Nord Italia per la creazione del prologo fatto di voci di donne che sono morte o che moriranno, ottenute attraverso interviste a passanti, conoscenti, professori, specialisti, giuristi intorno all’argomento del femminicidio. Noi vogliamo mostrare come il femminicidio faccia parte della nostra realtà quotidiana e la compagnia stia cercando, attraverso una campagna di crowfunding (raccolta fondi dal basso), di creare un progetto basato in questa quotidianità. Ovvero, vogliamo che questo spettacolo sia un’opportunità per la comunità di esprimere una volontà di cambiamento e, nella partecipazione a questa raccolta fondi, un impegno diretto nella creazione e la realizzazione di questo spettacolo”.

Mi spiega che questo progetto è un progetto dal basso, senza committenti, con la partecipazione attiva della società civile su un tema che coinvolge le donne di tutto il mondo perché “Accedere ai fondi pubblici per questo tipo di iniziative è difficile, e per questo inoutput ha deciso di lanciare una campagna di raccolta fondi su internet”; in più “inoutput ha scelto questo metodo perché il femminicidio fa parte della realtà di tutti“, e per questo crede che sia possibile realizzare “Ni una más” con la partecipazione e il sostegno della comunità: “È quindi in quest’ottica che chiediamo aiuto e partecipazione. Qualsiasi donazione, di anche soli 5€, è quella che può fare la differenza tra la realizzazione o meno di questo progetto“, conclude Nerina.

Oggi si comincia e “Ni una más” va in scena al Teatro Miela di Trieste alle 18.

 

Istituto Livio Saranz e Coordinamento donne SPI – Cgil del Friuli Venezia Giulia

presentano al Teatro Miela di Trieste

NI UNA MÁS/NON UNA DI PIÙ

prodotto da inoutput
di Nerina Cocchi
con Giovanna Scardoni
scritto da Mia Parissi
scene e costumi Giulia Pecorari
musiche Davide Fensi
virtual orchestration and sounds Michele Busdraghi
fotografia Andrea Messana
video Daniel Pinheiro

“Ni una más di Mia Parissi è una voce che si alza dalla confusione collettiva. È la voce di una donna dalle ossa ben solide che chiede che si aprano gli occhi al femminicidio, a questa violenza contro le donne che isola, che limita, che ammazza. “Ni una más” è mai più. Che mai più una donna sia toccata dalla violenza, a parole e a fatti. Non perché è donna, e quindi debole. Non perché l’uomo in quanto uomo è violento. Non si tratta di una lotta tra i sessi, ma di andare oltre le parole “vittima”, “abuso” e “superiorità”. Si tratta di capire che se qualcuno picchia, insulta, ammazza, siamo tutti responsabili. Perchè scegliamo di non vedere, di non guardare, di non parlare. Slogan coniato da Susana Chávez nella provincia di Juárez in Messico come richiamo alle onde di rapimenti e violenze contro le donne con il tacito accordo di polizia e istituzioni, Ni una más diventa attraverso il ritmo di Mia Parissi un urlo potente che parla del femminicidio in Italia. E non solo. Parla delle ossa che si spezzano nella società. Parla di occhi verdi che trapassano il cuore, della bellezza dello spirito umano che ci anima, e ci eleva, tutti. Parla di alberi, di rami, di radici che continuiamo a calpestare, senza renderci conto della loro solidità”.

L’Italia entra ufficialmente del V-Day

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Il logo della campagna internazionale del V-Day all’interno del quale si è svolto
One Billion Rising lo scorso 14 febbraio

L’Italia entra a pieno titolo nel V-Day, il movimento globale contro la violenza alle donne che il 14 febbraio di quest’anno ha coinvolto tutto il mondo con One Billion Rising, giorno in cui donne e uomini del Pineta si sono alzati per dire no alla violenza sulle donne. La nomina si è svolta a New York una settimana fa, in una riunione operativa ristretta a 22 partecipanti con, oltre alle fondatrici tra cui Eve Ensler, Stati Uniti, Centro America, Sud Africa, India e Filippine, Inghilterra, Balcani e Paesi dell’Est Europa e Italia. L’iniziativa è stata l’occasione per fare il punto sulle ultime campagne mondiali di One Billion Rising V-Day. A designare l’Italia come membro ufficiale della campagna, è stato il successo di partecipazione ottenuto da One Billion Rising, la mobilitazione internazionale per celebrare il 15° anniversario del V-Day, che ha portato nelle piazze nel nostro Paese oltre 300mila persone, con 250 eventi e la presenza di oltre 400 associazioni.

Il coordinamento nazionale per l’Italia da ora in poi avrà quindi come referenti tre donne ufficialmente riconosciute a New York per il V-Day: Nicoletta Billi, portavoce italiana di Eve Ensler, autrice de “I monologhi della vagina”, e  le modenesi Nicoletta Corradini ed Elena Montorsi del Comitato V-Day Modena. A loro è stato affidato l’incarico ufficiale per il coordinamento nazionale dell’edizione ‘‘V-Day Italia 2014″.

Il riconoscimento che ci è stato dato negli Stati Uniti – dice Nicoletta Corradini – ci ha riempito di grande soddisfazione e ci motiva ad andare avanti per coinvolgere attraverso il V-Day sempre più persone verso un importante cambiamento culturale sulla prevenzione e sul contrasto alla violenza, utilizzando nuovi approcci comunicativi per agire la politica attraverso l’uso della creatività e delle arti. Con la prossima campagna il V-Day intende anche in Italia farsi parte attiva sul tema della giustizia e chiedere alla politica interventi urgenti. In primo piano, la ratifica della Convenzione di Istanbul, come primo passo per tutelare le donne da discriminazione, femminicidi, violenza”. 

LA STORIA

15 anni di V-Day

Una delle più efficaci campagne di sensibilizzazione contro la violenza

“Quando abbiamo iniziato col V-Day 15 anni fa – afferma Eve Ensler la scrittrice e performer americana, autrice de I monologhi della vagina che da 15 anni dà vita al movimento globale contro la violenza sulle donne – abbiamo avuto l’idea scandalosa che si potesse porre fine alla violenza contro le donne. Da allora, centinaia di migliaia di attiviste/i in oltre 140 paesi nel mondo, sui palcoscenici e dal pubblico del V-Day, si sono uniti per chiedere di porre fine alla violenza contro donne e bambine”.

Il V-Day, campagna internazionale di mobilitazione per il contrasto e la prevenzione della violenza sulle donne, ha portato in questi anni la rappresentazione “I monologhi della vagina” con successo nei maggiori teatri di tutto il mondo. Migliaia di donne, di ogni età e provenienza, madri, figlie, nonne, nipoti, professioniste e impiegate, operaie e casalinghe, spesso attrici dilettanti, sono salite su un palco per dire no alla violenza, contribuendo all’autofinanziamento dell’associazione e alla raccolta fondi per le organizzazioni e per i progetti che nel mondo si battono contro tutti i tipi di violenza, incluso lo stupro, l’incesto, la mutilazione genitale femminile e la schiavitù sessuale. Il V-Day è stato definito: “Una delle più efficaci campagne di sensibilizzazione contro la violenza dell’ultimo decennio. Un affresco di femminilità, coraggio e umorismo che ha fatto arrossire, ridere e commuovere le platee internazionali”. Ad oggi l’Associazione V-Day allestisce nel mondo più di 1.500 eventi creativi l’anno, fra rappresentazioni teatrali, incontri e workshop.

Ancora oggi, le Nazioni Unite affermano che 1 donna su 3 nel mondo sarà picchiata o violentata nell’arco della sua vita. Su una popolazione mondiale di 7 miliardi di persone, ciò vuol dire più di un miliardo di donne e ragazze. Un vera e propria strage, una violenza inaccettabile, che si può e si deve fermare. Per celebrare il 15° anniversario del V-Day, è stata quindi lanciata la campagna di mobilitazione internazionale One Billion Rising: un flash-mob planetario che ha ricevuto l’adesione di 202 Paesi, 5mila Associazioni, Ong, Istituzioni.

L’organizzazione internazionale V-Day ha affidato al comitato V-Day Modena il coordinamento in Italia della campagna One Billion Rising  per l’esperienza delle attiviste, è infatti dal 2007 che a Modena e provincia vengono portati in scena i monologhi per sensibilizzare riguardo al tema della violenza sulle donne. La campagna, che ha compreso la realizzazione di filmati e riprese da vari luoghi in tutto il mondo, e alla quale hanno aderito attivisti e organizzazioni di 177 paesi, è iniziata a Modena il 25 novembre 2012 con una prima scintilla di danza/flash-mob in Piazza Grande, e si è conclusa il 14 febbraio 2013, giorno del 15° anniversario del V-Day, con la danza di protesta all’unisono di un miliardo di persone in tutto il mondo.

In quasi duecento città italiane si sono svolte danze e flash-mob.

“I monologhi della vagina”

È una raccolta delle testimonianze di 200 donne di ogni età, provenienza e condizione sociale, che hanno raccontato le proprie esperienze di ordinaria  quotidianità, e di altrettanto ordinaria violenza, a Eve Ensler, drammaturga, poetessa, sceneggiatrice e docente universitaria americana, che si è lasciata coinvolgere tanto da improvvisarsi anche attrice per la prima teatrale a New York. Lo spettacolo, che in seguito ha attraversato gli Stati Uniti e da anni è in viaggio per il mondo, è stato considerato dal New York Times “probabilmente il più importante pezzo di teatro politico dell’ultimo decennio”.

Effetto Pas: le suore querelano la mamma di Cittadella

Copertina del libro di Consuelo Barea e Sonia Vaccaro, citato nella sentenza di Cassazione di Roma sul caso di Cittadella.

Copertina del libro di Consuelo Barea e Sonia Vaccaro, citato nella sentenza di Cassazione di Roma emessa dalla giudice Gabriella Luccioli (Presidente di sezione della Cassazione) sul caso di Cittadella.

 

La notizia è passata un po’ inosservata, ma è vero che ora anche le suore vogliono portare in tribunale la mamma del bimbo che lo scorso autunno scioccò il mondo per il video in cui veniva trascinato via dalla scuola per essere collocato in casa famiglia, con un provvedimento del tribunale in cui si dichiarava il piccolo affetto da Pas (sindrome di alienazione parentale): una sentenza rimessa in discussione 10 giorni fa dalla corte di cassazione, che ha ricollocato il minore nella casa dove aveva sempre vissuto, disponendo un nuovo processo d’Appello davanti alla Corte di Brescia. Un caso che ha fatto scalpore perché il piccolo fu prelevato dalla scuola con un intervento della Polizia e con il trascinamento del bambino – come si vede dalle immagini trasmesse da “Chi l’ha visto”– a cui partecipò fisicamente anche lo psichiatra che aveva effettuato la Ctu (consulenza tecnica d’ufficio presso il tribunale) pur dovendo essere super partes. Un episodio che portò il ministero della salute, esperti e psichiatri, tra cui recentemente anche la SIP (Società Italiana di pediatria), a dichiarare l’inesistenza della Pas: una malattia che in Italia colpirebbe migliaia di bambini contesi tra genitori in via di separazione, da cui però si guarirebbe al 18° anno di età. Una teoria, quella della Pas, accettata in molti tribunali italiani ma messa in dubbio da più parti, compresa la sentenza di Cassazione che sul caso di Cittadella scrive non solo che “l’ipotesi della Sindrome di Alienazione Parentale (PAS) necessita di un conforto scientifico”, ma precisa riferimenti accademici internazionali che la disconoscono, sottolineando la sua assenza nel DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) e facendo riferimento al suo fondatore, il “professor” Richard Gardner, come a un “volontario non retribuito” presso la Columbia University noto anche per “l’aver giustificato la pedofilia”. Una sentenza che ha riportato il bimbo nella casa materna, dove era vissuto fino al momento di entrare nella struttura, e che ribadisce il principio per cui un giudice, prima di esprimersi, è tenuto a verificare “il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale”, in assenza della cui verifica si corre il rischio “di adottare soluzioni potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che teorie non rigorosamente verificate pretendono di scongiurare”(testo integrale della sentenza).

Eppure le suore della struttura in cui il minore è rimasto in questi mesi, ci sono rimaste male, perché ormai al bambino si erano affezionate, tanto che prima della querela alla madre, la stessa suor Parolin aveva scritto una straziante lettera in cui si ripercorreva l’indimenticabile periodo passato dal minore in casa famiglia, lontano dalla mamma e dagli affetti, ma insieme alle suore dove “Eri felice e mi facevi felice” (testo integrale della lettera).

Ma a far scattare Suor Parolin, responsabile della casa famiglia “Priscilla” di Padova, non è stata l’assenza di una risposta del minore ma le dichiarazioni in diretta che la mamma del bimbo ha fatto su Canale 5, che la struttura ha dichiarato di voler “smentire categoricamente”, negando “la rappresentazione fuorviante della struttura e del suo operato”, precisando che la comunità ha assolto al proprio compito “con la massima attenzione ed impegno per la tutela del bambino, nel pieno rispetto delle indicazioni tecniche e delle decisioni dell’autorità giudiziaria”. La mamma però, che ha sorvegliato la casa famiglia per tutto il periodo in cui il figlio ha vissuto fino al giorno in cui è stato riportato a casa, ha ravvisato alcune irregolarità di cui comunque la struttura dovrà rendere conto. Ricordiamo che la sentenza precedente a quella della Cassazione, che aveva tolto la patria potestà alla madre, era basata sulla Pas ma che a monte c’era l’interruzione del rapporto padre-figlio, un rapporto non desiderato dal minore ma neanche favorito dalla donna: una mancanza che ha portato a un contrasto senza fine, al di là della Pas.

Riguardo la struttura, l’avvocato Andrea Coffari – che assiste la signora e che ha precisato che continuerà a seguire il caso solo se saranno rispettati gli incontri padre-figlio – ha sottolineato come in generale sia importante che i genitori “siano il più possibile paritari nella frequentazione del bambino”, soprattutto se il minore è in una struttura e quindi lontano dal suo ambiente, una precauzione che sembra non sia stata osservata in questo caso, in quanto nella struttura la mamma, con cui il piccolo aveva vissuto fino a quel momento, “era passata da tre visite settimanali a una sola visita a settimana, perché dopo un primo momento di ripresa del rapporto padre-figlio, lo stesso stentava a decollare e quindi si è deciso di bloccare gli incontri con la madre”.

“Il padre qualche volta lo ha portato a casa sua a dormire  – continua Coffari –  ma il problema è stato che a un certo punto la struttura ha deciso che due bambini di sei anni accompagnassero L. nel pernottamento da suo padre, una cosa non scritta da nessuna parte. Per quanto mi riguarda ho fatto una segnalazione al comune di Padova, ai legali della casa famiglia, al tribunale dei minori e non ho avuto nessuna risposta. Il problema però è che dentro la struttura la stessa equipe di psicologi che consigliava le restrizioni delle visite della madre, erano gli stessi che facevano diagnosi di Pas: una teoria in cui la sistematicità dello screditamento della maternità si basa sul fatto che solo allontanando il genitore di riferimento del minore, il bambino è costretto ad avvicinarsi all’unico genitore che gli rimane”.

Per Giovanni Corsello, Presidente della SIP, non solo “la Sindrome di Alienazione Parentale non è riconosciuta dalla letteratura scientifica di riferimento e non è inclusa né nel DSM né nell’ICD (International Classification of Diseases) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità”, ma “se i bambini soffrono per il divorzio dei genitori non devono essere etichettati con patologie, ma ascoltati, non obbligati ma aiutati”. Maria Serenella Pignotti, pediatra e neonatologa, aggiunge che “Innanzitutto non esiste alcuna evidenza che un procedimento giudiziario possa determinare una sindrome psichiatrica, e si diagnostica alla madre la PAS basandosi sull’esame dei figli e si prescrive un trattamento ai bambini basato sull’esame delle madri. Trattamento che invece di risolvere o alleviare il quadro clinico, è pura coercizione”.

Eppure i giudici accettano una soluzione sbrigativa, perché se la relazione dichiara che si tratta di un malato mentale in cui la colpevole è la madre, risolvono la questione rapidamente mettendo il minore in una struttura in cui “verrà resettato”. 

A parte il caso di Cittadella, che non riguarda quello che adesso andiamo ad affrontare, tra le mani dell’avvocato Coffari, che si occupa solo di minori, capitano anche “casi allucinanti” legati alla Pas ma che in realtà nascondono violenza domestica: “Nei tribunali si chiamano periti per capire se ci sono tare in famiglia, suggestioni sui bambini, e il risultato è sempre che è la madre la figura negativa, un paravento usato spesso per nascondere il vero tabu che è quello della violenza domestica, con una mancanza di serietà, logica e competenza, in cui il punto è solo salvare la figura paterna al di là della realtà. Dei casi di cui mi sono occupato – continua – circa il 10% nasconde un caso di incesto, bambini e bambine che non vengono ascoltati e aiutati e che poi soffriranno a loro volta di gravi disturbi. Noi ce lo siamo dimenticato ma l’incesto, in una società patriarcale come la nostra, è tollerato da sempre e qui da noi fino al ’68, secondo il codice civile del Regno delle due Sicilie, i bambini si potevano sposare a 12 anni. E da questo capisci che non è un’aberrazione ma è sistema”.

Eppure la Pas viene usata ancora in maniera massiccia con giudici che si affidano a diagnosi di una malattia inesistente che è sufficiente però a spedire un bambino in casa famiglia per colpa di un rapporto “simbiotico” con la madre, un paradosso che ha invaso soprattutto il nord Italia, tanto che un’avvocata che segue questi procedimenti, e che a sua volta è stata vittima di un procedimento del genere, ha dichiarato che “il triangolo è proprio tra Piemonte, Veneto e Liguria, in cui la maggior parte dei ricorsi vengono fatti da padri che in regime di affido esclusivo alla madre, concessa per lo più in casi di violenza domestica, tendono a impugnare ricorrendo alla Pas per sottrarre il minore all’autorità materna, una prassi sostenuta da avvocati ben pagati e psicologi altrettanto costosi, ma soprattutto da assistenti sociali che prelevano minori con molta facilità”.

Per colpa della Pas, ma anche per semplici “disturbi della personalità”, un numero crescente di minori viene rinchiuso in strutture, con un costo dello Stato che varierebbe da 3.000 a 6.000 euro al mese (ma anche di più): cifre che sfamerebbero un esercito di famiglie, nel caso in cui il prelevamento del bambino fosse causato, per esempio, dall’indigenza dei genitori. Sara Vatteroni,  assessora della Provincia di Massa Carrara, ha detto durante un convegno a Napoli che “un rapporto realizzato per conto del ministero dall’istituto degli Innocenti di Firenze ha messo in luce che i minori dati in affido al 31 dicembre 2010 e accolti nelle famiglie affidatarie e nelle comunità erano 29.309”, dati che se confrontati con gli anni passati appaiono in aumento. “Come si è già detto all’inizio – spiega – i dati evidenziano un aumento del fenomeno nell’arco degli ultimi 12 anni dovuto all’incremento del ricorso all’istituto dell’affido. Il numero degli inserimenti in famiglia, infatti, è aumentato del 42 per cento, mentre i collocamenti in comunità sono rimasti nel periodo pressoché pari a quelli registrati nel 1998. Oggi le due forme di accoglienza interessano, a livello nazionale, lo stesso numero di bambini: 14.528 in affidamento e 14.781 in comunità. Un dato che se preso non come saldo di fine anno ma considerando tutti coloro che transitano nelle case famiglie nel 2010, raddoppia arrivando a 40 mila minori che sono circa il 3,9% della popolazione minorenne. Inoltre se a ciò aggiungiamo che il garante per l’infanzia ha dichiarato che i figli contesi sono 10 mila, potremmo arrivare a numeri impressionanti”. A occhio e croce, un bel business.