Discriminazione, ipocrisia e i “saggi” alla Napolitano

presidente donna-politica femminileIn questi giorni si sono alzate due questioni che hanno avuto un certo richiamo mediale: una riguarda le donne (ma anche uomini) oggetto di scambi e favori a livello politico, l’altra una certa pubblicità di stracci che richiamerebbe al femminicidio. Nel primo caso la triste battuta di Franco Battiato, che nella veste di assessore alla cultura della Regione Sicilia ha tristemente apostrofato come “tro*e” donne, ma appunto anche uomini, della politica italiana ribattezzando il nostro parlamento come luogo di esplicito “mercimonio”; mentre la seconda questione riguarda un pubblicità che ha tappezzato Napoli in cui uno strofinaccio veniva definito efficace in quanto capace di far sparire “le tracce” di un ipotetico femminicidio, suggerito da una foto in cui si intravedono gambe femminili dietro una figura maschile con in mano uno strofinaccio, che nella versione speculare diventavano gambe maschili con una donna in primo piano.

Due fatti che hanno giustamente indignato italiani e italiane, e che ha dato seguito al licenziamento in tronco di Battiato da parte del presidente della Regione Sicilia, Crocetta, e al ritiro della pubblicità chiesto dall’ancora ministra del lavoro con delega alle pari opportunità, Elsa Fornero. Due azioni tempestive che però non hanno nella maniera più assoluta risolto i problemi sollevati: nel primo caso quello del mercimionio (riferito da Battiato, ripeto, anche agli uomini e non solo alle donne), che rimane prassi nella cooptazione all’interno della politica italiana, con le dovute eccezioni naturalmente; così come il ritiro della pubblicità, pur essendo una buona iniziativa, non sposta una virgola sulle morti all’interno delle relazioni intime in Italia: una constatazione ancora più grave se si pensa che una ministra dovrebbe/potrebbe fare in termini concreti molto di più di quello che ha finora fatto Fornero.

E allora mi chiedo, cosa manca all’Italia per fare quel passo in più? La ministra Fornero crede davvero che basti firmare la Convenzione di Istanbul o togliere la pubblicità che ispira al femminicidio per convincerci che sta risolvendo il problema (e come se fosse quella che spinge gli uomini a uccidere le partner)?

Quando l’ondata di sdegno non contempla azioni concrete, il rischio è di cadere in un moralismo vuoto e funzionale soprattutto a chi ha a cuore che le cose rimangano così come sono, perché applicare vere politiche contro il femminicidio significa investire soldi, e combattere la discriminazione sulle donne, o la tratta sessuale in cambio di favori politici, significa cominciare a promuovere realmente la soggettività femminile nei luoghi di potere. La stessa campagna contro il fermminicidio in Italia, cavalcata da alcuni anche per obiettivi personali, rischia di deviare rotta abbassando il livello del dibattito e finendo per allentare la reale pressione verso passi concreti di lotta contro la discriminazione di genere di cui la violenza è figlia.

La prova del fatto che la discriminazione di genere in Italia è ben radicata nella nostra cultura – e che purtroppo non basta far togliere un cartellone pubblicitario quando siamo bombardati da messaggi e pratiche sessiste – ci viene offerta oggi e su un piatto d’argento dall’insospettabile capo dello Stato: Giorgio Napolitano. Diverse ore fa il nostro Presidente della Repubblica, sul filo della legittimità democratica, ha ripreso le redini del suo incarico proponendo due commissioni di saggi: “due gruppi ristretti per le riforme e le misure urgenti”. Due gruppi di lavoro che, su invito del Presidente della Repubblica, si riuniranno nel corso della prossima settimana stabilendo contatti con i presidenti di tutti i gruppi parlamentari, su proposte programmatiche in materia istituzionale e in materia economico-sociale ed europea, e avranno carattere “uno politico istituzionale e l’altro economico-sociale”, per preparare un rapporto che verrà presentato a Napolitano, o al presidente che verrà dopo di lui, con un lavoro che potrà essere una sorta di base programmatica per il nuovo governo (fonte Rainews 24).

Nella fattispecie la commissione per le riforme sociali ed economiche è composta da Enrico Giovannini (presidente dell’Istat), Giovanni Pitruzzella (presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato), Salvatore Rossi (membro del Direttorio della Banca d’Italia), Giancarlo Giorgietti e Filippo Bubbico (presidenti delle Commissioni speciali operanti alla Camera e al Senato), e il ministro Enzo Moavero Milanesi; mentre la commissione per le riforme istituzionali comprende: Valerio Onida, Mario Mauro, Gaetano Quagliariello e Luciano Violante (fonte AGI).

Qual è la cosa strana di questo elenco e perché dovrebbe essere una risposta a quanto detto sopra? Nell’elenco dei “saggi” non c’è neanche una saggia, niente, zero assoluto, nemmeno l’ombra o il profumo. Perché in un Paese realmente maschilista come il nostro, le decisioni importanti, quelle che determinano l’andamento del Paese in un momento come questo, devono essere prese da uomini, maschi, insomma “gente con le pal*e” (senza offesa per nessuno).

Ed è questo che, oggi, tutto ciò indigna più della infelice battuta di Battiato o della imbarazzante pubblicità con lo straccio. Perché la discrimazione subita dalle italiane, parte dall’accesso delle donne al potere e da quanto contano su questa bilancia, e finché ciò non sarà risolto, non solo continueranno le pubblicità sessiste ma anche i femminicidi. In questa scelta di saggi è possibile che non ci siano donne? In fondo siamo più della metà, quindi è una questione di democrazia pura e semplice: al di là della legittimità di una operazione di questo tipo,  il fatto che non ci siano donne  all’interno queste due commissioni rivela il radicamento di una cultura che le donne non le calcola nemmeno, mica saranno tutte… cooptate?

Anti-sentenza Montalto: l’Italia ferma a Processo per stupro

Processo per stupro

Locandina del documentario “Processo per stupro” (clicca sull’immagine)

La Presidente della camera, Laura Boldrini, durante la trasmissione “Che tempo fa”, ha detto che una delle priorità di questo Paese è quella di mettere le donne al centro della società, mentre nel suo discorso di inaugurazione alla carica, ha precisato la necessità di combattere la violenza contro le donne. La senatrice del Pd, Anna Finocchiaro, ieri ha ripresentato il disegno di legge per la ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, e lo stesso Pierluigi Bersani, ora incaricato di formare il nuovo governo, si è dichiarato più volte a favore di una legge per contrastare il femminicidio, che nella fattispecie comprende tutte le violenza a cui una donna può essere sottoposta fino al suo totale annientamento: la morte. La ministra del lavoro Elsa Fornero, con delega alle pari opportunità, ha detto davanti al pubblico della 57a Commission on the Status of Women delle Nazioni Unite a New York, che l’Italia riguardo la violenza sulle donne, ha fatto tantissimo, potenziando le strutture presenti sul territorio nazionale e applicando politiche che facilitino l’uscita delle donne dalla violenza.

E allora perché l’Italia è ancora ferma a “Processo per stupro”?

Alla luce di quello che è successo ieri all’udienza del Tribunale dei Minori di Roma sullo stupro di Montalto del 2007, viene da dire che l’Italia in realtà è un Paese fermo al medioevo, e che in fatto di discriminazione delle donne e di stereotipi, può essere paragonata a Stati in cui le donne non hanno nessuna voce in capitolo, e non è che non sono messe al centro: non contano proprio. Per chi non se lo ricordasse, lo stupro di Montalto di Castro, coinvolse una ragazzina di 15 anni violentata a turno da 8 ragazzi, tutti minorenni, in una pineta vicino alla festa dove la giovane si era recata. Riconosciuti da una amica della ragazza che li vide uscire dalla pineta (che poi ha ritrattato), i giovani furono arrestati dopo due mesi, e nel 2009 il tribunale dei minori concesse la messa in prova per due anni, agli 8 che avevano dichiarato di essere pentiti, con conseguente sospensione del processo. Nel nel 2010 però la Corte di Cassazione aveva bloccato la messa in prova, facendo riprendere il processo che andò avanti a singhiozzo e che proprio ieri, dopo 6 anni, doveva avere la sua sentenza definitiva. Ma siccome in Italia lo stupro è in fondo “una ragazzata” e ciò che sta più a cuore non è la vita distrutta della ragazza, non è il riconoscimento della violenza, quel tribunale ha deciso di dare nuovamente la messa alla prova agli stupratori, riconoscendone la colpevolezza ma rifiutando di accogliere la richiesta del Pm a 4 anni di reclusione ciascuno: una decisione che porterebbe all’estinzione del reato qualora sugli imputati, oggi tutti maggiorenni, dovesse dare esito positivo il programma di recupero redatto dai servizi sociali. La messa alla prova verrà discussa il prossimo 11 luglio (quindi non è finita qui) e anche se la ragazza potrà proseguire in civile per il risarcimento danni, è indubbio che il nodo in gola rimane, non perché quei ragazzi debbano marcire in cella, ma perché ancora una volta, in Italia, la violenza sulle donne – che in questo caso è stata di gruppo e su una minorenne – non è riconosciuta. Pensando alla difesa dei ragazzi – malgrado le scuse degli imputati alla famiglia della ragazza e il riconoscimento di colpevolezza del reato commesso da parte dei giudici – è insostenibile per tutte le donne il fatto che questi avvocati abbiano strenuamente sostenuto che si trattasse di “otto rapporti consecutivi e consensuali”. Ma perché tutto questo è potuto succedere in un paese civile? Perché oggi, la giovane ragazza dalla vita distrutta, deve pentirsi di aver denunciato i ragazzi che la stuprarono in pineta? Il fatto gravissimo, per chi se lo ricorda, fu che i ragazzi furono difesi da tutto il Paese perché “bravi ragazzi”, un’idea approdata in Tribunale grazie a un’opinione pubblica schierata e sostenuta dallo stesso sindaco che all’epoca aprì le casse per pagare le spese degli avvocati degli imputati: un sindaco del Partito Democratico che, almeno per coerenza con quello che dice, Bersani dovrebbe aver cacciato da un pezzo dal suo partito e che invece sta ancora là.

La ragazza ha avuto la sua vita annientata: è caduta in depressione, non va più a scuola, non si cura di se stessa come faceva un tempo, e soprattutto esce poco di casa perché non è piacevole essere guardata come una “poco di buono” dopo aver subito una violenza sessuale a 15 anni. Uno stupro che  si è ripetuto con la stessa violenza in questi anni nelle strade e nelle battute della gente vicino a lei, in un giudizio che non riesce a concludere questa agonia, con un appoggio e un sostegno culturale di teste che continuano a pensare, come in “Processo per stupro” – quando il reato era ancora contro la morale – che in fondo la colpa è sua, è lei che se li è cercati, è lei che li ha provocati, in uno schema secolare di puttana o madonna. E come in quel processo del 1979, ancora oggi, malgrado le leggi siano cambiate da allora, quella ragazza è stata trasformata da vittima a imputata, e si è parlato di lei che fosse “una che aveva amanti a pagamento”, tanto che nelle ultime settimane è arrivato, dopo 6 anni, anche un testimone che ha giurato di avere sentito la ragazza rivolgere offerte sessuali ai giovani, a sostegno dell’ipotesi – in accordo con la maggioranza degli abitanti di Montalto di Castro – che la minore fosse “consenziente” ad avere 8 rapporti consecutivi con 8 ragazzi diversi in quella stessa notte. Le difese hanno controbattuto sul fatto che non ci fossero referti del pronto soccorso ma soprattutto che le perizie psichiatriche hanno attestato assenza di disturbi della personalità che renda inclini i ragazzi a commettere reati sessuali: come se l’essere violenti e commettere uno stupro, dipenda da una malattia mentale. Per dirla l’incipit di uno dei pezzi usciti in questi giorni: “Ragazzi di buona famiglia. Sani. Senza alcun disturbo di personalità. In una sola parola: normali”.

Per chiarire bene questa “logica”, è ancora attuale l’intervento di Tina Lagostena Bassi che nel 2007 in una intervista notò come nel processo del ‘79 “gli avvocati che difendevano gli accusati di stupro potevano essere altrettanto violenti nei confronti delle donne, inquisendo sui dettagli della violenza e sulla vita privata della parte lesa, puntando a screditarne la credibilità per trasformarla in imputato”, e che “l’atteggiamento mentale che emergeva in aula era che una donna di buoni costumi non poteva essere violentata”. Un pregiudizio, una cultura che sostiene e giustifica lo stupro, che nel ’79 portò l’avvocata Lagostena Bassi a ricordare che lei non era il difensore della parte lesa, ma l’accusatore degli imputati, e che oggi ci porta a indignarci per questa decisione dei giudici – dopo 6 anni dallo stupro – e per tutte le donne inascoltate fuori e dentro i tribunali, mai soccorse e mai aiutate, trasformate in responsabili della violenza che hanno subito nel momento in cui mettono piede in un aula.

Carta Onu su violenza contro le donne, l’Italia e Bersani

MDG : UN Women CSW57 The Commission on the Status of WomenIn un paese vicino Frosinone, l’altro ieri un un uomo di 57 anni ha inseguito con l’auto la sua ex, anche lei in macchina, speronandola fino a farla schiantare contro un muro e poi, con un’ascia, ha frantumato il vetro dello sportello per colpire la donna che invece è riuscita a ripartire e scappare; mentre rimangono ancora gravi le condizioni della donna ritrovata col cranio fracassato a Ferentino, massacrata dal suo convivente tre giorni fa. L’8 marzo la Casa delle donne di Bologna ha pubblicato i suoi dati, per cui i femminicidi nel 2012 sarebbero stati 124 in Italia, un numero che si alza se vengono messe nel conto anche le vittime collaterali di queste uccisioni, numeri e dati che vengono raccolti dalle stesse associazioni attraverso la stampa, e quindi non ufficiali, perché il nostro ministero degli interni non li raccoglie come dovrebbe.

Pochi giorni fa si è conclusa a New York la 57a “Commission on the Status of Women” delle Nazioni Unite dove 193 paesi del mondo hanno firmato una carta storica contro la violenza sulle donne che seppur non vincolante è un altro tassello nel contrasto al femminicidio. Nel testo di 17 pagine si condannano la violenza contro donne e bambine, chiedendo maggiore attenzione e accelerazione nel prevenire e rispondere al fenomeno, dando priorità alla creazione di una rete di servizi a sostegno delle donne, la fine dell’impunità dei responsabili, il diritto alla salute sessuale e riproduttiva, il diritto a uguali diritti umani per uomini e donne. Ma per capire a che punto siamo, è bene far sapere che a questa carta, che ribadisce anche concetti già presenti in altre raccomandazioni internazionali, ci sono state forti obiezioni da parte di paesi come Egitto, Iran, Sudan, Arabia Saudita, Qatar, Honduras, mentre la Libia non l’ha proprio sottoscritta. Le resistenze si sono concentrate sul passo in cui si chiariva che la violenza contro le donne non può essere giustificata da “nessun costume, tradizione o considerazione religiosa”, un concetto che ha fatto infuriare l’Egitto, e ha provocato la rottura della rappresentante egiziana alla Commission, Mervat Tallawy, che ha replicato ai Fratelli Musulmani, firmando la carta e dichiarando che “La solidarietà internazionale è necessaria per dare i poteri alle donne e prevenire quest’aria di repressione”. Tra i punti considerati inammissibili da alcuni paesi islamici c’è la “piena uguaglianza nel matrimonio” che consente di denunciare il coniuge violento, e la garanzia di libertà sessuale per le ragazze con l’accesso ai contraccettivi. A esprimere contrarietà però non sono stati soltanto questi paesi, perché l’alleanza contro le donne è uno schieramento intereligioso che ben si trova unito, se necessario, contro il nemico comune. A trovare sconveniente il passaggio sul diritto all’aborto e alla salute riproduttiva delle donne sono stati anche il Vaticano (che ha un seggio all’ONU come Stato non membro osservatore permanente), la Russia e l’Iran che, come hanno già fatto nell’incontro di Rio+20 l’anno scorso, volevano cassare questa parte.

I dati dell’Onu indicano che 7 donne su 10 subiscono violenza nel corso della vita e 603 milioni di donne vivono in nazioni che non la considerano un reato. I giornali italiani hanno parlato pochissimo di queste due settimane internazionali di lavoro sulla violenza (e quasi nulla su questo importante documento internazionale contro la violenza sulle donne), malgrado l’Italia fosse presente sia a livello istituzionale che con Ong che hanno presentato i vari aspetti del fenomeno nel nostro Paese. A questi incontri, che sono durati dal 4 al 15 marzo, la ministra del lavoro Elsa Fornero, con delega alle pari opportunità, ha fatto un discorso dove ha evidenziato quello che il nostro Paese, con il governo Monti, ha fatto. Ha parlato della violenza domestica e del femminicidio citando i dati della Casa di Bologna, la Convenzione di Lanzarote sui minori adottata da noi, il mandato che ha dato all’Istat per la raccolta di nuovi dati sulla violenza, la firma alla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Istanbul 2011) – a oggi ratificata solo da Turchia, Portogallo e Albania – ma soprattutto ha elencato una serie di misure che il suo governo avrebbe attuato per contrastare il fenomeno: ma quali? Fornero a New York ha detto pubblicamente che “A livello nazionale, l’Italia ha rafforzato i meccanismi di prevenzione alla violenza, garantito adeguate strutture di assistenza alle vittime e ai loro bambini, accesso a servizi specializzati per donne abusate, e provveduto alla sicurezza e al supporto di cui hanno bisogno queste donne per rompere la spirale della violenza”, specificando che il governo, su questo, ha lanciato “specifiche inziative nel 2012”. Ma davvero? Il governo Monti ha fatto questo e noi non ci siamo accorte di nulla?

Oltre alle Ong, che hanno dato un quadro più realistico della situazione italiana, alla 57a Commissione dell’UN, ha parlato Susanna Camusso, Segretaria Generale della Cgil, dicendo chiaramente che “le azioni di prevenzione, contrasto e punizione intraprese dai governi e da importanti attori istituzionali non sono state sufficienti a frenare la violenza fino ad ora”. Per chi ha partecipato direttamente ai lavori della 57a Commission, come Barbara Spinelli – avvocata penalista di Giuristi democratici esperta di femminicidio – “la sensazione è stata che mentre per l’Italia erano presenti molte Ong, per altri paesi le associazioni di donne erano accompagnate da magistrate e affiancate anche da rappresentati istituzionali, per dare un focus a 360 gradi del fenomeno. Quello che mi ha positivamente sorpresa – continua – è stato vedere che alcuni paesi avevano instaurato una vera alleanza tra le istituzioni e le attiviste, e l’ho visto soprattutto nelle donne austriche, norvegesi e zambesi. Nel panel norvegese, per esempio, la ministra (Inga Marte Thorkildsen, ndr), ha fatto un discorso molto efficace sulle dinamiche di discriminazione di genere e di come sia importante la lotta al pensiero patriarcale, che permette la violenza contro le donne, anche nei paesi con avanzate politiche sulle pari opportunità”. Una situazione ben diversa dall’Italia, dove questa elaborazione così avanzata da parte delle istituzioni non c’è, e non c’è neanche l’umiltà di ascoltare i veri bisogni delle donne e dei loro figli, attraverso la voce di chi ci lavora tutti i giorni e che, sapendo bene quello che succede nella realtà, ha anche gli strumenti adatti per pensare a una soluzione concreta.

Dieci giorni fa Pierluigi Bersani ha presentato gli 8 punti con cui spera di fare un governo con il M5s, e al punto 7 indica una legge contro il femminicidio. Riprendendo il filo di questo discorso, e di tanti che già abbiamo fatto, mi chiedo perché dobbiamo aspettare di discutere e far passare i tempi di una legge, quando invece qui in Italia servono misure e politiche di prevenzione, tutela e di protezione efficaci e immediate. Perché non approfittare della scadenza del Piano nazionale antiviolenza varato dalla ex ministra delle pari opportunità, Mara Carfagna, che è appena scaduto e che andrebbe rivisto e rimesso a punto, come suggerisce anche la Convenzione nazionale “No More” contro la violenza sulle donne. Come riporta il documento dell’Onu “Il modo migliore per porre fine alla violenza contro le donne è quello di impedire che accada” ma senza aspettare i tempi di una legge che in Italia forse non servirebbe neppure se le istituzioni applicassero bene quelle che già ci sono (magari con qualche ritocco). Una bella mano la darebbe invece la ratifica della Convenzione di Istanbul, e la reale applicazione da parte delle isituzioni italiane delle raccomandazioni Cedaw e quelle della Special Rapporteur, Rashida Manjoo, e ora anche con il recepimento della nuova Carta dell’Onu sulla violenza. Le indicazioni per un reale contrasto alla violenza sulle donne non mancano, anzi abbondano, e vanno applicate prima che muoiano altre donne, ascoltando attentamente quello che la società civile ha da dire: lo ha detto alle Nazioni Unite, non ha certo problemi a esprimersi chiaramente con le istituzioni del proprio Paese.

Media Usa: consolano gli stupratori e svelano la vittima (minorenne)

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Lo scorso 11 agosto fu postato su Youtube un video in cui alcuni ragazzi si vantavano di uno stupro di gruppo su una minorenne ridendo mentre descrivevano il fatto. Nello specifico si trattò di un caso che fece il giro del mondo perché i ragazzi, appartenenti al gruppo “Knight Sec”, erano giocatori di football americano del liceo di Steubenville dell’Ohio, negli Stati Uniti, che furono così facilmente identificati e fermati con l’accusa di stupro nei confronti di una ragazza di 16 anni. La giovane, che era in stato di incoscienza durante la violenza, fu trascinata in uno scantinato, fu stuprata a turno per sei ore, e una volta ripresi i sensi, si ritrovò nuda, circondata dai ragazzi, e senza sapere dove fosse e come fosse arrivata lì. Le indagini della polizia hanno condotto all’arresto per stupro e sequestro di persona i due giocatori, T. M. e M.R., e dalle ricostruzioni sembra anche che i due avessero fatto pressione sulla ragazza affinché evitasse di travolgerli in uno scandalo che avrebbe rovinato la loro carriera. Due giorni fa, dopo un processo che ha ricostruto i fatti attraverso quattro giorni di testimonianze e centinaia sms da più di una dozzina di cellulari, è arrivata la sentenza con cui il giudice Thomas Lipps ha dichiarato colpevoli i ragazzi di aver violentato una minorenne mentre lei era incosciente, e aver prodotto e divulgato materiale su di lei, reati per cui  R. è stato condannato a un minimo di un anno in un centro di riabilitazione giovanile, in cui però potrebbe rimanere fino a che compie 21 anni, e M. è stato condannato a un minimo di due anni in un carcere minorile, dove potrebbe restare anche fino al suo 24esimo anno di età.

Ma la notizia vera non è questa, bensì come le news dei vari network hanno divulgato la sentenza che  è stata data dai media americani con diverse sottolineature più sulla vita rovinata dei due promettenti giocatori, che non di quella distrutta della minore stuprata per sei ore, fotografata nuda, e derisa con un video pubblico su youtube.

Un esempio è quello della Cnn che ha aperto sulla condanna dello stupro a Steubenville, con le giornaliste (donne), Candy Crowley e Poppy Harlow, che hanno posto subito l’attenzione su quanto le vite dei due “promettenti” giovani giocatori fossero ormai irrimediabilmente danneggiate, senza minimamente preoccuparsi di quanto invece possa essere stata annientata quella della minore stuprata. Durante il collegamento con il tribunale, l’inviata ha messo subito l’accento su quanto fosse stato “emotivamente” forte l’impatto della condanna sui due giovani, spiegando come fosse stato “molto difficile” guardare questi giocatori con un futuro da star nonché ottimi studenti, rovinati dal crollo totale delle loro vite. La giornalista ha descritto come uno dei giovani al pronunciamento del giudice, fosse crollato in lacrime, abbracciando l’avvocato e sussurrando: “la mia vita è finita, nessuno mi vorrà più adesso”, una scena che la Cnn ha mandato in video, sottolinenando che essendo molto vicino, la stessa inviata ha avuto difficoltà a sostenere la scena. A quel punto, la CNN ha anche chiesto all’avvocato Paul Callan cosa significasse una sentenza del genere per i due ragazzi, e a questa domanda il legale ha risposto che in questo modo i due giovani sarebbero stati marchiati a vita ed etichettati come criminali sessuali dalla legge dell’Ohio, una cosa che “li perseguiterà per il resto della loro vita”, ha detto Callan.

Ma la Cnn non è stato il solo network a dare la notizia in questo modo, e nella lista si aggiungono anche Abc, Nbc, Usa Today, e altri. ma siccome al peggio non c’è mai fine, Cnn, Fox News e MSNBC hanno fatto il “pieno” divulgando anche il nome della minorenne stuprata, dicendo poi che purtroppo per sbaglio si erano dimenticati di ometterlo nel nastro di registrazione in cui uno dei due ragazzi chiedeva scusa alla famiglia, un fatto deontologicamente gravissimo perché viene data possibilità di identificare la vittima della violenza che oltretutto è anche una minorenne, e su cui la madre della ragazza chiede il rispetto della privacy.

Come si combatte la violenza? dandogli prima di tutto il giusto peso, ed evitando di sostenere la cultura dello stupro.

 

Perché #Boldrinipresidente è una vittoria delle donne

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La risposta di Laura Boldrini candidata di Sel prima che venisse eletta e prima che diventasse Presidente della Camera
(clicca sull’immagine per ascoltare il discorso di oggi alla Camera)

 

È la terza carica dello Stato ed è la terza donna, dopo Nilde Iotti e Irene Pivetti, che viene scelta per questo incarico. Parliamo di Laura Boldrini, eletta con Sel alle ultime elezioni italiane, e che oggi è passata con 327 voti (malgrado i 13 voti mancanti dell’area dei deputati del centrosinistra), in un Parlamento in cui siederà sulla poltrona della Presidenza alla Camera. Una doppia conquista perché oltre al fatto che ci sia una donna su quella poltrona, c’è anche che Laura Boldrini, 51 anni ed ex portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), ci sia arrivata per i suoi meriti, per il suo impegno e non per cooptazione maschile, e anche grazie al lavoro di tutte quelle donne che, dopo 20 anni di berlusconismo, hanno cominciato a far sentire la loro voce contro gli stereotipi femminili, per il diritto a una vita libera dalla violenza, e a spingere per avere un potere più consistente nelle loro mani. È per questi motivi, di merito personale e spinta collettiva femminile, che la sua elezione è un motivo di orgoglio per tutte le italiane, troppo abituate a vedere in luoghi di responsabilità o donne portatrici di una progettualità maschile (governo Monti), o anche scelte in base a scambi di favori di diverso genere (governi Berlusconi).

Il discorso di Laura Boldrini oggi alla Camera, ha dimostrato che una donna che ragiona con la sua testa ha il potere e la capacità di sbaragliare un tavolo di discussione, fino a oggi guidato dai maschi su altro, riportando tutti su un terreno diverso anche in una sede istituzionale come la Camera dei deputati. Boldrini ha messo in chiaro in questo suo discorso, tutti gli elementi più urgenti di un Paese sull’urlo del baratro come l’Italia: ha parlato di immigrazione, lavoro, esodati, giovani, delle vittime della mafia, disabili, dei “detenuti che oggi vivono in una condizione disumana e degradante”, dei “pensionati che hanno lavorato tutta la vita e che oggi non riescono ad andare avanti”, ma soprattutto ha per la prima volta sbattuto in faccia a quell’assemblea il femminicidio di cui le donne italiane sono ostaggio, dicendo chiaramente che “Dovremo farci carico della violenza subita dalle donne travestita d’amore”, sottolineando che si tratta di “un impegno che sin dal primo giorno affidiamo al Parlamento”: parole che hanno provocato in aula una vera e propria standing ovation su cui anche alcune deputate Pdl si sono alzate in piedi per applaudire.  Un atto che mi riempie di gioia perché in Italia la campagna contro la violenza sulle donne – femminicidio –  è partita in maniera costante da queste pagine del manifesto online e da questo blog (battezzato appositamente Antiviolenza) dal 2010, quando nessuno si sarebbe mai sognato né di inserire la parola femminicidio nei suoi articoli – soprattutto dei grandi gionali e telegiornali –  né tanto meno indicarlo in un discorso istituzionale generale come questo.

Nel corso della campagna elettorale, Laura Boldrini è stata una di quelle candidate che si è pronunciata apertamente e pubblicamente sul femminicidio prima di essere eletta, ed è stata la prima in assoluto a porre attenzione alla mia lettera aperta rivolta ai leader della sinistra, affinché parlassero dalle loro tribune di femminicidio e diritti dei minori, a cui hanno risposto poi Ingroia e Vendola. Ma se oggi si è arrivati a questo, è perché prima c’è stato un lavoro sui cui una parte delle donne italiane, in diversi ambiti, hanno continuato a combattere senza mai arrendersi malgrado non avessero risposta né dalle istituzioni né dai media. Circa tre anni fa la Casa delle donne di Bologna e l’associazione nazionale dei centri antiviolenza, DiRe, cercavano di far arrivare all’opinione pubblica quello che si svolgeva tra le mura domestiche italiane e che rimaneva però senza eco, in un contesto dove i centri antiviolenza erano sul lastrico perché gli enti locali tagliavano fondi, e già allora si parlava di “mattanza” perché le donne uccise per mano di ex partner, fidanzati, mariti erano già tante (troppe). Nel 2010 da queste pagine del manifesto online, Emanuela Moroli di Differenza Donna diceva che “La situazione più comune è la violenza in famiglia ma adesso stiamo sfiorando il 90%, e la cosa tragica è che sono sempre partner o ex partner o anche i parenti più stretti. Figure che più sono vicine e più sono pericolose con un livello altissimo di stalking che spesso sfocia nell’omicidio”.

Da quel momento il numero delle donne uccise in ambito di relazioni intime non è andato a diminuire ma a crescere, e sembrava che nessuno se ne accorgesse. Una svolta decisiva è stata però la Piattaforma Cedaw – che ha riunito il meglio delle associazioni che lavorano sul territorio nazionale sulle donne – e che ha portato nel luglio 2011 alla Commissione Cedaw dell’Onu, una lucida e realistica analisi sulla condizione delle italiane: un rapporto che le ong di un Paese che ha ratificato la “Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne”, può fare legittimemente, soprattutto quando il governo (come nel caso dell’Italia che allora era sotto Berlusconi) si dimentica di farlo. Da lì è cominciata una fitta campagna su contenuti che ancora i media italiani non trovavano così interessanti, e che le stesse istituzioni italiane stentavano a rendere pubbliche, come sottolineò in un chiarificatore intervento Violeta Neubauer (componente della Commissione Cedaw), nella Sala dei Mappamondi di Montecitorio nel gennaio 2012. Insieme a lei in Italia c’era anche la Special Rapporteur delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo, che nel suo monitoraggio sull’Italia rimase scioccata per l’incidenza della violenza domestica nella violenza contro le donne italiane (circa l’80-85%), quasi quanto fui scioccata io nel vedere così pochi colleghi giornalisti durante la conferenza stampa che Manjoo tenne prima di ripartire dall’Italia. Era chiaro che le Nazioni Unite fossero allarmate per quello che succedeva qui, tanto che Neubauer, prima di ripartire, disse chiaramente: “Se non cambiate gli stereotipi non vincerete mai”. Anna Pramstrahler della Casa delle donne di Bologna, coordinatrice della ricerca sul femminicidio nel Rapporto Ombra, sosteneva che il femminicidio risultava “aumentato nel corso degli ultimi 6 anni”, e che l’Onu già nel luglio del 2011 chiedeva all’Italia di svolgere ricerche e azioni per fermare questi delitti. “La cosa assurda – diceva Pramstrahler – è che mentre in Francia e in Spagna lo stato ha istituito un osservatorio speciale per il femminicidio, qui il Ministero degli Interni non ha mai avuto dati ufficiali”. E oggi, malgrado tutto quello che abbiamo fatto, siamo ancora così.

Dalla fine del 2010 a ora da queste pagine è cominciato un tam tam giornaliero sul femminicidio quando ancora nessuno ne parlava e con l’aiuto di Barbara Spinelli – avvocata penalista esperta sulla violenza maschile contro le donne a livello internazionale – è stato possibile rendere pubblica, su un quotidiano nazionale, un’importante documentazione internazionale su questi temi. Qui si è parlato di femminicidio e femmicidio, centri antiviolenza, delle sentenze, dello stupro di guerra e della 1325 (Risoluzione del consiglio di sicurezza dell’Onu, “Donne , pace e sicurezza”), di come si affronta la violenza domestica su un piano psicologico, di ambiti giuridici e dei tribunali, di come si ascoltano queste donne, di violenza assistita dei minori, di Pas (sindrome di alienazione parentale), della violenza sulle bambine, di come i media trattano il femmincidio e come andrebbe trattato, della corretta informazione e dei pregiudizi culturali, dei corsi di formazione necessari per chi si occupa di intervenire sul fenomeno (compresi magistrati, polizia, giornalisti, ecc.), materiale da cui da più parti si è attinto a piene mani, e di cui sono orgogliosa perché si è data una reale spinta a un problema per troppo tempo sottovalutato e sottaciuto. Ma il fatto che portò ad accendere un vero faro sul femminicidio da parte dei media, fu l’uccisione di Stefania Noce nel dicembre del 2011, una uccisione efferata per mano di un ex fidanzato che colpì ripetutamente la giovane studentessa, militante femminista, con un coltello da cucina, e che molti giornali battezzarono, ancora una volta, come “raptus”, “delitto passionale”, “omicidio per troppo amore”. Ed è stato in quel momento che con la Rete nazionale delle giornaliste italiane avviammo un dibattito con un mio documento sulla corretta informazione sulla violenza di genere-femminicidio, le cui istanze furono riprese dalle colleghe nelle rispettive redazioni per proporre-imporre un corretto linguaggio: non solo meno offensivo per le donne, ma soprattutto più aderente alla realtà, al fine di portare alla luce un fenomeno che non poteva essere più trattato come un mero fatto di cronaca nera e con movente di gelosia. E fu così che cominciò la vera campagna sul femminicidio, che non fu una parola semplice da far usare perché molti avevano dubbi “grammaticali”. Una campagna che ha dato effetti insperati, perché ha dato l’input per approfondire il fenomeno e per far riflettere anche gli uomini: è così che anche nomi famosi come Adriano Sofri, Roberto Saviano, Riccardo Iacona, hanno cominciato a virare la loro attenzione verso le donne e il femminicidio, ed è stato per il lavoro sotterraneo delle donne che tutto ciò è potuto succedere. Un risultato che è concretamente sfociato nella Convezione nazionale “No More” contro la violenza sulle donne-femminicidio, redatta dalle principali ong delle donne italiane e di cui ricordo ancora la prima riunione alla Casa Internazionale delle donne (io ero l’unica giornalista presente) dove Vittoria Tola dell’Udi e Francesca Koch della Casa Internazionale, ci chiesero di creare e lanciare una piattaforma comune contro la violenza sulle donne: un dialogo che è andato avanti fino a coinvolgere migliaia di donne e di uomini su una piattaforma contro la violenza che oggi vorremmo vedere accolta anche da un ancora incerto governo.

Questa storia l’ho voluta raccontare, anche se per sommi capi, non per far vedere che siamo brave, ma perché la vittoria di avere Laura Boldrini, oggi, su quella poltrona, è una vittoria di tutte le donne e che ciò accade quando le donne sostengono le politiche delle donne; e per sottolineare che se oggi il parlamento si è alzato in piedi alla parola “violenza subita dalle donne”, è perché ci sono state donne che malgrado fossero inascolate, malgrado fossero poche e disgregate, malgrado le loro differenze, hanno continuato a lottare per qualcosa che era giusto venisse alla ribalta: il diritto delle donne ad avere una vita libera dalla violenza.

 

8 marzo: a che punto sono le donne italiane

8 marzo: a che punto sono le donne italiane

(Piattaforma della relazione sulle donne italiane di Luisa Betti per il Comune di Parigi, di cui è stata fatta sintesi nell’intervento del 6 marzo all’Hotel de Ville de Paris per l’inaugurazione della Giornata Internazionale delle donne, Festa dell’8 marzo, al Convegno “Donne e poteri” organizzata da Fatima Lalem, assessora alle pari opportunità, e moderata dalla giornalista di Radio France, Stéphanie Duncan. Un ringraziamento particolare a Tiziana Jacoponi)

Al Convegno "Donne e poteri" il 6 marzo all'Hotel de Ville di Parigi

Al Convegno “Donne e poteri” il 6 marzo all’Hotel de Ville di Parigi

Nelle ultime elezioni parlamentari italiane, le donne sono balzate di 10 punti, passando alla Camera dal 20,2 del 2008 al 30,8 del 2013, mentre a Palazzo Madama le cifre parlano di una crescita dal 19% al 30%. I partiti con la percentuale di donne più alta sono il Partito Democratico (41%) e il Movimento 5 stelle (38%), ai quali fanno seguito Sel con il 28%, il Pdl e i montiani con il 20%, la Lega con il 13,5% (dati “Centro studi elettorali”). Nelle Regioni il risultato delle elette invece non è stato brillante. Nel Lazio sono passate 9 donne su un totale di 50 eletti di cui 4 donne entrate con il listino bloccato collegata al nome del candidato Zingaretti, 4 elette nel M5s e una, Olimpia Tarzia, nella lista Storace (assessora contestata per la proposta di legge contro i consultori  nella precedente legislatura regionale). In Lombardia sono state elette 15 donne su 80: una tra i 19 eletti del Pdl, tre per la Lega, tre per il M5s, due per il Pd, una per il Patto civico per Ambrosoli, 4 per la lista civica per Maroni e una per il Partito dei pensionati. In Molise, su 20 consiglieri, sono state elette 2 donne, una Pdl e una M5s, a cui si aggiunge una terza dell’Udeur che è rientrata per la doppia elezione di un uomo. In Italia si sta ragionando anche su una donna Presidente della Repubblica – il mandato presidenziale dovrà essere rinnovato a maggio – e i nomi più gettonati sono Anna Finocchiaro (Pd) ed Emma Bonino (radicale il cui nome è stato fatto in questi giorni come possibile accordo con i grillini per la Presidenza del consiglio), anche se voci di Palazzo dicono che solo se le forze politiche non si metteranno d’accordo su un maschio, allora uscirà fuori un nome femminile.

Adesso l’Italia però non ha un governo perché nessuna forza politica ha la maggioranza al Senato. Il fatto che il centro sinistra italiano abbia la maggioranza alla Camera ma non riesca a trovare accordi per averla al Senato, ha messo la situazione italiana in stallo: un impasse per cui non possiamo verificare in questo momento se il cresciuto numero delle donne in Parlamento porterà avanti politiche di sostegno alle donne stesse. Il problema è infatti che non tutte le donne all’interno dei diversi schieramenti politici sono a favore delle politiche delle donne, perché non basta essere di sesso femminile per essere automaticamente dalla parte giusta.

La vera incognita in questo senso è il Movimento 5 stelle che in questo momento è il primo partito in Italia (il secondo è il Pd e poi il Pdl), che nelle sue fila raccoglie componenti talmente variagate da apparire su alcuni punti anche contraddittorie. Nel blog di Grillo (leader del M5s), su cui chiunque può fare una proposta che poi viene votata sul web, appare l’inquietante idea di riaprire le “case di tolleranza” per le prostitute – cancellate in Italia con la legge Merlin – fatta proprio da una donna. Una settimana fa Max Bertoni del M5s, candidato sindaco a Viareggio in Toscana, ha lanciato sulla sua bacheca di facebook il messaggio “Odio con tutto il cuore le femministe”, a cui è seguito una sfilza di commenti dei suoi seguaci che approvavano e promettevano di votarlo per questo. Nel Comune di Mira (vicino Venezia) Roberta Agnoletto, assessora incinta, si è vista togliere le deleghe dal sindaco, il grillino Alvise Maniero, proprio a causa della sua gravidanza. Sul sito di Grillo, le cittadine in movimento aprono la loro dichiarazione d’intenti con la frase: “Le donne italiane lavorano, sono madri di famiglia, amministrano la casa e si prendono cura dei loro uomini”, con riferimenti a stereotipi che le stesse italiane rifiutano. Ma la vera impronta maschilista del M5s, è stata dimostrata prima delle elezioni, ovvero quando la consigliera grillina a Bologna, Federica Salsi, è stata espulsa dal movimento per aver parlato in tv senza il consenso del suo leader: espulsione avvenuta con una lettera contenente frasi sessiste, a cui è seguito un vero e proprio linciaggio mediatico violento e discriminatorio con offese, calunnie, minacce, lanciate dagli stessi appartenenti al movimento di cui lei faceva parte.

Tutto questo succede in Italia mentre nelle aule di tribunale si consuma il processo sul caso Ruby con imputato Silvio Berlusconi, che in queste ultime elezioni ha avuto una rimonta inaspettata: un uomo che continua ad essere votato da una parte consistente degli italiani, pur avendo a suo carico scandali e un processo come questo, su cui il Pm Antonio Sangermano ha detto che “Le cene ad Arcore erano un collaudato sistema prostitutivo per il divertimento di Berlusconi”, e dove in cambio di favori sessuali si poteva avere soldi, immobili, carriera tra cui anche quella politica. Un uomo che ha tirato fuori il peggio della cultura machista italiana e che le donne speravano di aver completamente archiviato con la sua uscita dalla scena politica, e che invece si è ripresentato con tutto il suo “bagaglio”, rispolverando poco prima delle elezioni anche le solite battute sessiste – fatte in pubblico e davanti a una folla che lo ascoltava divertito – con apprezzamenti pesanti sulla donna che presentava l’evento, Angela Bruno, la quale ancora adesso subisce pressing per questo avvenimento.

Per ritornare sul tema della rappresentanza delle donne nelle istituzioni italiane, è importante ricordare che nei precedenti governi le ministre sono state 6 per il governo Prodi del 2006; 4 nell’ultimo governo Berlusconi; 3 nel governo tecnico di Monti. Nella fattispecie uno dei peggiori ministeri dell’ultimo governo Berlusconi è stato quello della pubblica istruzione guidato dalla ministra Maristella Gelmini, che ha distrutto l’istruzione pubblica, che in Italia era ancora una delle poche cose di buon livello, con tagli che hanno causato danni enormi: classi di bambini tagliate e raggruppate con età diverse, mancanza di tempo pieno, tagli di ore di lezioni con programmi scolastici invariati. Misure che non solo hanno comportato tagli di posti di lavoro per chi insegna, che in Italia sono per la maggior parte donne, ma anche un disagio per i ragazzi e le ragazze che si vedono costretti a performance per lo svolgimento dello stesso programma in meno tempo, con un aumento della nozione a scapito della creatività e del talento, ma anche con più sforzo fisico-mentale.

Un’altra dimostrazione che le donne in quanto tali non bastano, perché la carta vincente sono quelle che si prendono in carico dei problemi delle donne, è il fatto che la componente femminile che raggiunge posti di comando in Italia, è per la maggior parte cooptata da uomini, e non solo per favoritismo o in cambio di altro, ma anche perché capaci a svolgere un duro e preciso lavoro di esecuzione. Nell’ultimo governo, Monti ha chiamato per il dicastero del lavoro Elsa Fornero, dandole anche la delega alle pari opportunità, e rispetto a questo incarico è stessa lei che, in un convegno a Torino contro la violenza di genere, ha sottolineato come quando ci sono problemi spinosi da risolvere gli uomini “chiamano noi”, ovvero le donne che sono più capaci nello svolgere politiche maschili di un certo tipo. La ministra Fornero l’anno scorso, pur avendo delega alle pari opportunità, si è limitata ad alzare il dito contro il femminicidio, malgrado in Italia fosse in atto una campagna di informazione e di indignazione mai vista nei precedenti anni, che chiedeva misure immediate per la protezione e la tutela delle donne contro la violenza. Un problema che ha ricompattato i movimenti delle donne ma su cui Fornero ha fatto solo due cose: ha stanziato una raccolta per avere nuovi dati dall’Istat, e ha firmato a nome del governo italiano la Convenzione di Istanbul (“Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica”) senza però la ratifica (il che equivale a nulla di concreto). Due buone misure ma non sufficienti per il potere che la ministra aveva nell’intervenire direttamente, avendo anche la possibilità di interpellare le altre due ministre donne – Anna Maria Cancellieri agli Interni e Paola Severino alla Giustizia – ministeri chiave con cui si sarebbe potuta avviare una concertazione per un’azione di contrasto al femminicidio immediata. Fornero invece si è concentrata sul lavoro, in cui ha tolto le dimissioni in bianco (che serivano a liquidare una donna nel momento in cui fosse rimasta incinta), ma ha distrutto la parte di welfare essenziale per far accedere le donne all’occupazione togliendole dagli impegni di cura in famiglia (bambini, anziani), e ha portato le pensione a 67 anni per uomini e donne, uccidendo definitivamente anche la possibilità di accudimento della prole da parte dei nonni e stroncando l’accesso al lavoro soprattutto per le famiglie monoparentali (le madri separate che in Italia sono le più povere).

Il livello di partecipazione femminile al lavoro, tra i 34 paesi che aderiscono all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), l’Italia è al terzultimo posto, dopo il Messico e la Turchia, con il 51% contro una media del 65%. Il lavoro delle italiane non è stato colpito dalla crisi come quello maschile solo perché si tratta per lo più di lavoro precario, sottopagato, al nero, part time, compresi i lavori che gli uomini non fanno. Se  si pensa che meno del 30% dei bambini accede alla scuola d’infanzia, ci sono moltissime donne a cui viene impedita la possiblità di lavorare a priori e alle quali  viene invece di nuovo richiesto il lavoro di cura (gratis) su cui in piena crisi economica, lo Stato risparmia. Tutto ciò ha a che vedere con la discriminazione di genere per cui se una donna è culturalmente relegata a un ruolo di subalternità, ribadita da sfruttamento, sopraffazione e violenza, ci sarà una minore competizione femminile su un potere da ripartire in maniera equa e democratica (nel mondo siamo più della metà degli esseri umani).

L’esasperazione di stereotipi che nei 20 anni di Berlusconi ha fatto breccia nella testa degli italiani, ha tirato fuori il peggio di un Paese che si è sempre contraddistinto per il suo maschilismo malgrado le grandi lotte femministe. La cultura machista e discriminatoria in Italia, come nel mondo, è una chiave che in un momento di crisi potrebbe risolvere molte contraddizioni al potere maschile, in quanto è un accesso privilegiato per il risparmio (si cancellano le spese in favore dei diritti alle donne costrette a tornare nei ruoli di “angelo del focolare” con ulteriore risparmio nel welfare), rendendo così metà della popolazione meno concorrenziale nel mondo del lavoro (che è già poco) e del potere (che gli uomini non sono disponibili a lasciare).

Contro gli stereotipi però si è mossa la sociatà civile e i movimenti delle donne che in Italia sono forti e combattivi, e che in questi 30 anni hanno continuato a lavorare in silenzio, cercando di risolvere concretamente i problemi delle donne, vista la cecità delle istituzioni. Donne preparate professionalmente e in grado di competere con le istituzioni stesse, hanno creato associazione, fondazioni, reti, gruppi, su tutto il territorio nazionale e in campi diversi tra cui la violenza, il lavoro, la cultura, il sapere, ecc. La manifestazione del 13 febbraio 2011 in cui un milione di italiane hanno detto no alla cultura maschilista dell’era berlusconiana, è stata l’occasione per far incontrare di nuovo questi gruppi e questi movimenti, per una lotta comune malgrado le differenze. Le italiane non hanno mai smesso di fare ma hanno ricominciato a parlare ad alta voce due anni fa perché esasperate, e da quel momento hanno cercato di creare piattaforme di lotta per unire le forze su punti precisi di condivisione: un’onda che nessuno, oggi, potrà più fermare. Nel 2011 un gruppo di associazioni riunito sotto il nome di “Piattaforma Cedaw”, ha messo a punto un “Rapporto Ombra” descrivendo la reale condizione delle donne in Italia in tutti i campi (lavoro, salute, violenza-femmincidio, tratta, ecc.), ed elencando tutte le mancanze dell’Italia in seno alla “Convenzione per l’eleminazione della discriminazione contro le donne” delle Nazioni Unite (Cedaw), ratificata dall’Italia nel 1981, e portandolo al palazzo di vetro di New York per sottoporlo al Comitato di controllo della Cedaw. L’effetto è stato che il governo italiano, che all’epoca era quello di Berlusconi, è stato richiamato per dare chiarimenti in merito e quello che neanche gli italiani sanno, è che questo governo ha fatto una pessima figura. Dopo questo incontro, a gennaio del 2012, sono venute in visita in Italia Violeta Neubauer, del Comitato Cedaw, e la special rapporteur dell’Onu sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo. Sia la Cedaw che la Special rapporteu, hanno prima verificato e poi stilato raccomandazioni per l’Italia che a luglio dovrà dire cosa ha fatto in merito a ciò che veniva richiesto.

I movimenti delle donne italiane hanno preso in mano i contenuti di questo lavoro e hanno cominciato a promuovere campagne di divulgazione, ed è così che in Italia, quest’anno, è nata la campagna contro il femminicidio, che ha avuto un riscontro fortissimo sui media anche grazie all’impegno delle giornaliste che si sono battute nelle redazioni per una corretta informazione su questo fenomeno, da non comprendersi come un mero fatto di cronaca nera ma come punta di un iceberg chiamata violenza domestica. Su questo fertile terreno di movimenti diversi, è nata anche la Convenzione nazionale contro la violenza maschile sulle donne – femmincidio “No More”, che ha avuto come promotrici diverse associazioni nazionali e che una volta presentata, ha avuto un riscontro di adesioni inaspattato in tutta Italia, sia di uomini che di donne. E ci sono stati inetri Comuni che hanno firmato la “No More”, ma anche giudici, giornlaisti, parlamentari e personaggi illustri. Quello sulla violenza contro le donne è stato un dibattito che ha riportato a galla tutto quello che le donne hanno fatto nel corso di questi anni, un bagaglio che può essere collocato in un percorso politico e culturale a sinistra, collegato non solo a rivendicazioni sui diritti – rappresentanza, salute, violenza, aborto, lavoro, autodeterminazione, ecc. – ma anche sulla lotta agli stereotipi che sono la base della discriminazione delle donne.

In questi giorni la “Piattaforma Cedaw”, la Convenzione “No More” e molte altre Ong di donne italiane, sono presenti alla 57a “Commission on Stauts of Women” delle Nazioni Unite a New York, che fino al 15 marzo si sta occupando di come liberare le donne e le ragazze di tutto il mondo dalla violenza-femminicidio. Mentre in Italia, come già successo l’anno scorso per la Giornata internazionale contro la violenza (25 novembre), i movimenti delle donne hanno preparato un mese intero di eventi, incontri e manifestazioni in cui le mimose si vedranno poco. La sensazione è che qualcosa si sia alzato in piedi, perché tutte le donne del mondo vogliono vivere diversamente, libere dalla violenza, e vogliono contare nelle decisioni come è giusto che sia, mentre donne di ogni età, ma anche qualche uomo, sono ancora disposte a lottare per altre donne. Oggi in Italia la percezione è che le donne non abbiano più voglia di lasciare che le cose vadano in direzione opposta ai loro diritti, qualsiasi sia la forza politica che è al governo: se abbattiamo le barriere e ci uniamo tutte, sento che questa volta noi vinceremo.

Marzo femminista a Parigi

Tra un anno, nel 2014, Parigi dovrà scegliere un nuovo sindaco e tra le le possibili candidate ci sono tre donne: la socialista Anne Hidalgo, prima vice del sindaco uscente Bertrand Delanoë, mentre a destra se la giocheranno alle primarie di giugno, Rachida Dati (ex ministra di Sarkozy) e Natalie Kosciusko-Morizet.

Oggi Parigi è ancora in mano al sindaco Bertrand Delanoë che per questa città, a detta degli stessi francesi, si è battuto concretamente per i diritti civili con un certa sensibilità verso le politiche rivolte alle donne. L’asso nella manica del comune parigino è però una donna: Fatima Lalem, vicesindaca di Parigi e assessora alle pari opportunità del comune, che ha esteso l’8 marzo a un intero mese organizzando eventi per la città sulle e per le donne (il cui programma è visibile sotto). Un calendario di eventi, solo quello organizzato dal comune, che fa impallidire se paragonato a quello del comune di Roma che sul suo sito ha ribattezzato l’8 marzo come “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne” – che è invece il 25 novembre – e che tra due giorni farà lo sforzo di illuminare il Colosseo contro lo stupro di guerra “con le immagini della campagna di sensibilizzazione lanciata dal Foreign Office Fermiamo la violenza sessuale nei conflitti”, dato il suo coinvolgimento nel gruppo di lavoro con l’Ambasciata Britannica nella stesura di un documento che verrà riportato al G8 (10-11 aprile), di cui la Gran Bretagna ques’anno ha la presidenza.

Ma torniamo a Parigi che è meglio.

Fatima Lalem, da anni lavora sulle poltiche familiari e si è battuta a 360 gradi per le donne: ha promosso l’apertura di nuovi centri antiviolenza sostenendo campagne di sensibilizzazione e prevenzione contro la violenza; ha lavorato per i consultori e per una corretta informazione su sessualità, contraccezione, aborto e la prevenzione dei rischi sessuali; ha amplificato l’accesso al lavoro per le donne, in particolare per le straniere e giovani madri single; e ha lavorato per la parità di genere nell’educazione dei bambini con il coordinamento di uguaglianza dell’istruzione e della sessualità per i più piccoli. Per lei, la priorità è che i diritti delle donne non siano solo una lotta ipotetica ma una realtà concreta. “Qui in Francia – dice Lalem – finalmente abbiamo un ministero per i Diritti delle donne e la ministra ha avviato un piano a sostegno delle politiche femminili su diversi campi: nel lavoro, nella rappresentanza, nelle professioni, contro le discriminazioni e contro la violenza. Ma il problema sono i soldi, gli investimenti, perché anche la Francia è colpita dalla crisi, e questo rende tutto molto difficile malgrado le intenzioni”. Il ministero dei diritti delle donne, creato da François Mitterand e affidato a Yvette Roudy nell’81-86 e mai più utilizzato, è stata una delle promesse che l’attuale presidente francese, François Hollande, ha fatto all’elettorato femminile che lo ha sostenuto durante la sua elezione, e lo ha affidato alla giovane ministra Najat Vallaud-Belkacem, ex portavoce di Ségolène Royal nel 2007. Ma oggi anche le francesi vogliono contare di più, e per Lalem quello che non si deve smettere di fare è continuare a insistere per avere donne in posti decisionali. Ed è per questo che il mese che questo comune “femminista” dedica alle donne, si apre oggi alle 18, (nei saloni dell’Hôtel de Ville), con una inaugurazione dal titolo “Donne e poteri” che avrà due tavole rotonde: una dedicata alla presenza delle donne nelle isituzioni francesi, e l’altra sulla situazione dei diritti delle donne a livello internazionale con un focus sulla area mediterranea, a cui prenderanno parte personalità e associazioni femministe, e dove si parlerà sotto-rappresentanza delle donne nei processi decisionali nel campo politico, nei media, nella cultura, nelle aziende, nei sindacati, nel mondo. In questo secondo tavolo ho avuto l’onore di essere stata invitata come rappresentante italiana e ho un certo imbarazzo a descrivere la situazione delle italiane perché se da un lato potremmo andare fiere dell’attuale 30,8 per cento di donne in parlamento, con un salto di dieci punti, dall’altro la composozione femminile non sempre promette che e idee e politiche delle donne, siano sostenute adeguatamente dalle donne stesse. In realtà la cosa di cui l’Italia può vantare è una società civile attiva e movimenti fatti da donne che sempre più spesso dimostrano, con il loro lavoro sul territorio, di essere più avanti della politica e delle istituzioni stesse.

 

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