Marilù Mastrogiovanni: assoluzione per il giornalismo d’inchiesta

La giornalista Marilù Mastrogiovanni, direttora de "Il tacco d'Italia"
La giornalista Marilù Mastrogiovanni, direttora de “Il tacco d’Italia”

Oggi Marilù Mastrogiovanni, direttora del giornale onile “Il Tacco d’Italia”, è stata assolta presso il Tribunale di Casarano con formula piena in quanto “il fatto non sussiste”, nell’ambito del processo penale in cui la giornalista era stata accusata di diffamazione a mezzo stampa dall’editore di Telerama Paolo Pagliaro,  in una lunga vicenda processuale. Il giudice Sergio Tosi, ha assolto Maria Luisa Mastrogiovanni per tutti i 12 i capi di imputazione. L’inchiesta “Pagliaro l’impero virtuale”  uscita sul mensile cartaceo “Il Tacco d’Italia” nel dicembre 2005, aveva provocato scintille e Paolo Pagliaro aveva già querelato Mastrogiovanni per aver “sollevato un polverone nell’opinione pubblica salentina e che riguardava i contributi dati dalla Provincia di Lecce (giunta Pellegrino) a Telerama con affidamento diretto, la vicenda dei finanziamenti all’emittenza tv privata ottenuti con autocertificazioni e l’occupazione abusiva di frequenze della Rai”, come si legge sul giornale online “Il Tacco d’Italia”. In quell’occasione il Gup Annalisa De Benedictis, si espresse con una sentenza di proscioglimento che entrava nel merito dell’inchiesta del Tacco, affermando anche che: “Le diffide e le querele per quanto legittime, hanno pur sempre raggiunto lo scopo di tentare di paralizzare l’attività giornalistica dell’imputata, che di fatto si è vista protagonista di procedimenti penali tutt’ora sub iudice”.

Una sentenza, quella di oggi, che dimostra come il giornalismo d’inchiesta non può essere ostacolato attraverso querele che, seppur legittime, possono diventare atti intimidatori verso i giornalisti che vogliono andare fino in fondo alla verità scoperchiando il vaso di Pandora di questo Paese, senza la paura di esporsi e indicare il dito verso questioni non chiare. L’unico modo per cambiare l’Italia è andare sempre fino in fondo, e chi fa questo non deve mai agire in solitudine o in maniera isolata, perché quello è l’unico, vero, grande pericolo. Per questo esprimo grande solidarietà e stima verso Marilù Mastrogiovanni e verso tutte le giornaliste coraggiose che non demordono, mai.

Di seguito i capi d’imputazione da cui Marilù Mastrogiovanni è stata assolta:

da “Il Tacco d’Italia”

“L’inchiesta Pagliaro l’impero virtuale era uscita sul mensile il Tacco d’Italia nel dicembre 2005. A seguito della querela sporta da Paolo Pagliaro, il Pm Antonio De Donno aveva chiesto il rinvio a giudizio per diffamazione e mezzo stampa. La prima udienza del processo penale si tenne l’11 novembre 2008 con una quantità di capi d’imputazione spropositata, ben dodici, che riportiamo di seguito sinteticamente:

1) la dichiarazione “Rts è clandestina” (ma si trattava di un’opinione di Franco Abruzzo che analizzava il rispetto della legge sulla stampa da parte di quella tv);
2) “Nel 2003 nessun dipendente dichiarato” (tanto però risultava da una visura Cerved);
3) nell’inchiesta si riferiva di una serie di circostanze su pignoramenti esattoriali di Max Persano, il vero direttore responsabile di tutte le reti;
4) si faceva anche un accenno allo scandalo delle false fatturazioni di Telerama, che per giorni aveva occupato le prime pagine dei quotidiani locali, più di 10 anni fa;
5) l’aver parlato dei debiti che l’ex proprietario di Rts lamenta, in un giudizio civile in corso, nei confronti della Broker PR, la concessionaria di pubblicità di Pagliaro;
6) l’aver parlato del processo relativo ai finanziamenti presi ai sensi della legge 488 e del rischio di prescrizione;
7) l’aver riportato l’episodio della sparizione di due serrature degli uffici di via Marugi, poi restituite dalle Autorità al legittimo proprietario, Fabio Chiarelli;
8) l’aver commentato come la citazione civile sia un tentativo di intimidazione, mentre la querela permette al pm di indagare e all’imputato di esprimere le proprie ragioni nel dibattimento;
9) l’aver dettagliato il non rispetto delle più basilari norme sulla sicurezza del lavoro in alcune sue sedi di via Marugi;
10) l’aver scritto che la Guardia di finanza potrebbe accertare a quanto ammonti il debito previdenziale accumulato nei confronti dei dipendenti in anni e anni;
11) l’aver scritto, a proposito dell’iniziativa benefica “Cuore Amico”;
12) infine per aver scritto che la citazione per danni è un’infamità che tende oggettivamente ad intimidire la libertà di stampa“.

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