Ma Monti mente?

urlDurante il suo governo è passata una delle riforme più gravi che siano state mai fatte in Italia per il mondo del lavoro, riforma a cui è stata chiamata una donna, la ministra Elsa Fornero, perché, come disse lei stessa al Convegno di Snoq sulla violenza a Torino l’anno scorso, “quando ci sono problemi gravi da risolvere, chiamano noi”. Un governo che diminuendo drasticamente il welfare (e quindi asili e assistenza ai bambini) è andata a incidere sulla possibilità delle madri – che in Italia sono ancora le prime a prendersi cura dei figli così come degli anziani svolgendo un lavoro che spetta allo Stato e in maniera del tutto gratuita – di andare a lavorare, un governo che alzando il tetto di età per andare in pensione, sia per le donne che per gli uomini, ha anche tolto a queste madri la possibilità di accudimento dei figli da parte dei nonni. Un governo che per le donne ha fatto ben poco, primo fra sul problema del femmincidio, di cui si è parlato constantemente sui media per un anno come mai era stato fatto negli anni precedenti, contro il quale Monti ha fatto firmare sì la Convenzione Europea contro la violenza sulle donne e la violenza domestica (Istanbul 2011) – con anche un ddl di ratifica firmato da Napolitano il giorno prima della chiusura dei lavori – ma che come politiche immediate e concrete non ha mosso un dito. Monti ci ha tolto quello che non aveva ancora tolto Berlusconi: l’ex presidente del consiglio ci aveva tolto la dignità ma Monti ci ha tolto il diritto alla vita, o meglio alla sopravvivenza.

Oggi la cartina di tornasole sono le donne che entrambi hanno messo nelle loro liste, una componente di genere di cui solo una piccola minoranza ha la possibilità di essere eletta. E se contro Berlusconi tuona Feltri, uno dei “suoi”, dicendo che in quelle liste ci sono “Almeno dieci migno*te”, Monti dopo aver scritto su Twitter che “La priorità per l’Italia è valorizzare il ruolo delle donne”, ha candidato 216 donne su 904 di cui 11 capolista donne su 51, a cui si aggiunga che le “montiane” sono piazzate nelle retrovie con pochissime possibilità di essere elette e che saranno pochissime quelle che potranno arrivare in Parlamento.

Ma non basta, perché esistono anche i paradossi.

Mario Monti, durante il suo mandato, non ha mai risposto direttamente alle sollecitazioni che gli sono state fatte dalla Convenzione No More! contro la violenza maschile sulle donne che chiedeva, ancora oggi chiede, al governo politiche precise e la revisione del Piano antiviolenza varato dalla ex ministra delle Pari opportunità, Mara Carfagna, durante il governo Berlusconi, per verificarne l’impatto anche in base alle raccomandazioni Onu.

Monti però forse ha la memoria corta, o non si rende conto che non può dire una cosa e farne un’altra: non può dire che le donne sono una risorsa se poi non considera grave il fatto che una donna può essere uccisa in quanto donna, o che basta  avere un terzo di quote rosa nelle liste – oltretutto mal piazzate – per farci stare zitte. Ma soprattutto, dopo quello che ha fatto, non può mandare la seguente lettera alla assemblea delle associazioni femminili sulla democrazia paritaria che si è svolta  lunedì scorso.

 

Messaggio del Presidente del Consiglio Mario Monti

UNA AGENDA PER LA DEMOCRAZIA PARITARIA

Roma, lunedì 28 gennaio Sala della Mercede,

“Mi dispiace non poter essere presente oggi a questo interessante incontro, che già nel titolo evoca un approccio a me familiare, e del tutto condivisibile, cioè quello della definizione di un’”Agenda”.

In effetti ho molto apprezzato l’iniziativa di  tante e diverse associazioni, più di 50, che sono riuscite  a trovare un  terreno d’intesa e sottoscrivere  un “Accordo di azione comune per la democrazia paritaria”. E di riunire le candidate e i candidati alle prossime elezioni politiche per presentare, discutere e condividere tale Agenda.

L’Accordo ha indicato importanti e significativi obiettivi: per  la presenza delle donne nelle liste e in posizioni eleggibili, norme di garanzia per una rappresentanza di genere paritaria, per le riforme elettorali e i rimborsi, par condicio e presenza e rispetto della figura femminile nei media.

II metodo disegnato costituisce un buon esempio, anche per la politica in generale, e  auspico pieno successo  alla realizzazione della vostra Agenda per la democrazia paritaria  nella prossima legislatura e la qualità della partecipazione civica.

L’Italia non è un Paese per donne e deve diventarlo. Ho indicato, peraltro in sintonia con i programmi europei, come una  delle priorità del  mio programma il miglioramento della condizione delle donne,  partendo dall’occupazione, sia in termini di misure per la partecipazione, che di sostegno alla scelta di avere figli e alla responsabilità della cura degli anziani per entrambi gli adulti nel nucleo familiare. L’obiettivo non è solo quello di incoraggiare le donne ad avere una carriera e un reddito proprio ed equo , ma anche quello di fare in modo che arrivino ad occupare con autorevolezza posizioni di responsabilità, condizione necessaria affinché l’organizzazione del lavoro e la comunicazione sulle donne cambino davvero.

Il  Parlamento che sarà eletto nel prossimo febbraio dovrà affrontare senza ulteriori rinvii  la riforma della legge elettorale: mi impegnerò in questa direzione e opererò affinché si trovi una soluzione condivisa tra le forze politiche che  agevoli  l’obiettivo della democrazia paritaria.

Questo Paese ha bisogno di utilizzare le proprie risorse migliori, dei giovani e delle donne. Ha anche bisogno  di regole, trasparenza, contrasto efficace alla corruzione. Voi donne, e voi donne delle associazioni che siete riuscite a parlare con una voce sola, potete contribuire in maniera decisiva in questa operazione di risanamento, ma anche di rilancio e credibilità dell’Italia.

Anche le forze politiche devono guardare al proprio interno e promuovere maggiore partecipazione femminile, mobilità e ricambio; già in questa tornata elettorale si possono effettuare importanti scelte”.

Per tutti questi motivi auguro buon lavoro a tutte le partecipanti all’incontro e certamente esaminerò personalmente con grande attenzione i risultati delle vostre discussioni”.

 

Lettera aperta (a sinistra) su Femminicidio e Pas

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Per essere chiara sulla mia richiesta di presa in carico pubblica dei tre leader della sinistra italiana a meno di un mese dalle elezioni, di seguito pubblico la lettera aperta spedita giorni fa direttamente ai tre politici e su cui non v’è stata alcuna risposta. Una lettera mia personale (che non coinvolge né i giornali su cui scrivo né le organizzazioni a cui appartengo), a cui chiedo di aderire. Magari se siamo tanti e tante ci rispondono, o almeno ci ascoltano se si ricordano ancora che la politica è al servizio dei bisogni delle persone.

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Lettera aperta (a sinistra) su Femminicidio e Pas

Gentili Pierluigi Bersani, Nichi Vendola, Antonio Ingroia,

indirizzo questa lettera a Voi in veste di rappresentanti di quel mondo della sinistra italiana che è storicamente e culturalmente portavoce dei diritti delle donne e dei minori, per sottoporVi alcuni gravi fenomeni che colpiscono molti tra gli italiani e le italiane in cui bisogni andrete a rappresentare in Parlamento.

In qualità di giornalista esperta di diritti umani, e in particolare di violenza sulle donne e diritti violati dei minori, faccio appello a Voi affinché prendiate pubblicamente posizione, in questa campagna elettorale, su femminicidio, violenza sulle donne, uso della sindrome di alienazione parentale nei tribunali come lesione dei diritti fondamentali del fanciullo, fenomeni che stanno causando in Italia rispettivamente 1 donna uccisa ogni tre giorni, di cui il 70% all’interno di violenze domestiche che in Italia rappresentano l’85% della violenza sulle donne (dati ONU), mentre sempre più numerosi sono i bambini prelevati dal contesto in cui vivono per essere rinchiusi in case famiglia a causa dei ricorsi giudiziari sull’affidamento che spesso nascondono casi di violenza subita e/o assistita del minore o maltrattamenti o abusi (ci sono attualmente 30.000 bambini che transitano nelle case famiglia in Italia e in parte per contrasti sull’affido).
A questo proposito Vi invito a riflettere sul fatto che una delle chiavi per il miglioramento della società, come anche la ripresa economica in una crisi che è mondiale, oggi dipende dalle donne. E a dirlo non sono io, ma le Nazioni Unite che hanno constatato, attraverso programmi specifici di sviluppo nel mondo, come le donne in grado di decidere in una casa, in un’azienda, in un campo da coltivare, in una famiglia povera in cui ci sono bambini da crescere, sia una seria opportunità di vita e di sviluppo per l’intera comunità. La gestione delle risorse per il bene comune è fondamentale in questo momento, e le donne in tutto ciò hanno una marcia in più: hanno la capacità umana di pensare all’altro.
Cominciamo allora con il tutelare le italiane dall’essere uccise dall’ex marito.
Cominciamo cercando di prevenire la violenza sulle donne, soprattutto tra le mura domestiche che rappresenta la stragrande maggioranza dei casi di violenza fisica, sessuale, psicologica, economica in questo Paese.
Cominciamo vietando di far strappare “legalmente” bambini e bambine alle loro madri che invece di essere tutelati sono esposti a ulteriori traumi.
Vi chiedo di farlo non solo inserendo questi punti nell’agenda politica o coinvolgendo i vostri candidati e le vostre candidate, ma parlandone nei vostri interventi pubblici in prima persona in questa campagna elettorale. 
Questa è la sinistra che molte donne vogliono, una sinistra con un cuore di cui si senta distintamente il battito.
Grazie per quello che farete e per la Vostra cortese attenzione
Cordiali saluti
Luisa Betti
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Ieri sulle pagine di cronaca di molti giornali si leggeva di una donna di 35 anni stuprata nella notte di sabato in Veneto. La donna era stata avvicinata alla stazione di Mestre da un uomo dai modi gentili: una chiacchiera, un percorso in bus fino a Venezia e a piazzale Roma, alla rimessa delle bici, lui tira fuori un taglierino che le punta alla gola e la stupra: “A quel punto si scatena la sua furia”, racconta la donna (leggo.it) che è riuscita a far rintracciare l’uomo dalla polizia copiando di nascosto il numero di cellulare dell’autore della violenza. Poi, quando il sequestro finisce, la donna chiama il centro antiviolenza del luogo e corre al pronto soccorso dove il medico, che le dà 35 giorni di prognosi, le dice “vedrà, signora, che poi tutto passerà”. Infatti, cos’è in fondo uno stupro? una cosa che passa, una cosa che succede, un incidente di percorso, un evento che non è degno di particolare nota.

Giorni fa una donna stava per essere buttata dal balcone dal marito che la minacciava con un coltello davanti ai tre figli minorenni di 8, 4 anni e uno di 4 mesi, mentre un’altra è stata uccisa con arma da fuoco in mezzo alla strada. Tra 15 giorni, il 14 febbraio, il mondo delle donne danzerà e si alzerà contro la violenza in 190 paesi aderendo alla campagna “One Billion Rising” che sta spopolando nel mondo, eppure in Italia la campagna elettorale ancora stenta a prendere parola sul femminicidio per farsi sentire in maniera adeguata nei suoi programmi e nelle dichiarazioni d’intenti: ovvero in maniera proporzionale alla gravità non solo del fenomeno, ma anche del contesto culturale su cui prolifera e degli stereotipi di cui si nutre (anzi, alcuni fanno anche sorrisini e battutine sulle candidate).

La campagna “One Billion Rising” – a cui in Italia hanno aderito già molte associazioni tra cui Dire, l’Udi, la Casa internazionale delle donne, la Convenzione No More! – è promossa da Eve Ensler, l’autrice dei “Monologhi della vagina”, che ha organizzato il 15° V-Day come un evento planetario e che ha tra i suoi testimonial Robert Redford, Jane Fonda, Rosario Dawson, Ruby Wax, Nicola Adams e il nuovo capo del Tribunale Penale Internazionale Fatou Bensouda: gente che ha capito che combattere la violenza sulle donne non solo è un atto di civiltà ma un cambiamento per il mondo e la sua cultura, ovviamente in meglio. E’ possibile invece che i nostri leader – e mi riferisco a quelli della sinistra perché gli altri non li conto neppure – questo non l’abbiano capito e non abbiamo il coraggio di metterci la faccia fino in fondo, parlandone pubblicamente dalle loro tribune. Allora ha ragione il medico della signora di Mestre: in fondo cos’è una violenza? un qualcosa di poco conto, un qualcosa che poi passa, un fatto non così degno di nota rispetto a altri fatti.

Giorni fa ho scritto un articolo in cui parlavo della poca attenzione delle liste della sinistra su femminicidio e Pas (sindrome alienazione parentale), una sinistra che dovrebbe essere storicamente e culturalmente portavoce dei diritti delle donne, e riflettevo soprattutto sui leader di questa sinistra e sulla loro titubanza a prendere posizione pubblica su questi argomenti in campagna elettorale parlandone apertamente: un contesto in cui ho anche citato il punto su “femminicidio e violenza sulle donne” del decalogo presentato da Amnesty International ai politici in gara. In questi giorni questo decalogo è stato firmato da Vendola (Sel) e Ingroia (Rivoluzione Civile), ma nessuno ancora si è pronunciato distintamente e in maniera forte su questi due punti che riguardano in maniera specifica i diritti delle donne e dei minori.

Sul femminicidio ho avuto risposta da Laura Boldrini (candidata Sel) su Twitter che ha sottolineato la necessità di “lavorare sul fronte legislativo e culturale”, prendendosi anche carico di questi temi, mentre Celeste Costantino (anche lei candidata Sel) mi ha inoltrato una nota in cui delinea un quadro lucido della situazione e in cui si sottolinea sia l’importanza della presenza delle donne in politica, sia l’accesso delle donne al lavoro (che spesso è determinante anche per l’uscita delle donne dalla violenza domestica), in un contesto in cui la riforma varata dalla ministra Fornero è stata una mannaia. Mentre Tommaso Montebello (candidato per Rivoluzione civile), malgrado alcune titubanze “tecniche” riguardo la violenza sulle donne, è stato l’unico a rispondermi prendendo in seria considerazione il grave pericolo che la lobby-pro Pas (Sindrome di alienazione parentale) rappresenta per i bambini e le bambine italiane.

Giorni fa un’altra bambina italiana è stata sottratta alla sua casa e all’ambiente in cui viveva, prelevata a scuola e da vigili urbani accompagnati da una psicologa, e portata via. La bambina non ha opposto resistenza, come il caso di Padova, ed è stata portata in casa famiglia, ma l’episodio, come riporta  Primonumero, “ha creato turbamento fra gli insegnanti e gli alunni”, nell’applicazione di un provvedimento del Tribunale dei Minori. Una vicenda in cui è entrata anche la Corte di Strasburgo, a cui il padre si era rivolto per le visite non rispettate dalla madre della piccola, dichiarando che l’Italia non garantisce adeguatamente i padri separati. Una garanzia che non può e non deve passare comunque sulla pelle dei bambini e su cui va impedito che avvocati, psicologi e lobby strumentalizzino un problema che esiste ma che non può essere risolto né dichiarando i bambini “malati” di una sindrome inventata (la Pas appunto) né rinchiudendo questi bambini in casa famiglia per essere “resettati” (ci sono altri metodi di garanzia, altrimenti quanti minori ancora verranno rinchiusi in ambienti “neutri” e strappati al proprio ambiente di crescita con danni ancora più gravi per la loro psiche?).

 

 

 

 

 

 

Femminicidio: il silenzio delle liste

violenza okOggi Donika Xhafa, una donna albanese di 47 anni, è stata trovata morta in mezzo alla starda uccisa dall’ex convivente, Raffaele Vorraro, 59 anni, a Vercelli dove lei viveva con i figli dopo la separazione. Sembra che l’uomo si fosse recato da lei per una riconciliazione ma per farlo era andato con una pistola in tasca, arma usata per uccidere la donna con 4 colpi: “l’uomo le avrebbe sparato un primo colpo dalla sua auto, poi sarebbe sceso per finirla con altre 3 colpi” (Quotidiano.net). Donika Xhafa è la sesta vittima di femminicidio in Italia dall’inizio dell’anno, e arriva alle pagine della cronaca dopo un anno di insistenti richieste di intervento della società civile nei confronti del governo Monti e dopo mesi di dibattito sul femminicidio nei media. E se anche oggi è triste vedere ancora sui giornali parlare di “raptus” e di “gelosia”, ancora più inquetante è il silenzio di questa campagna elettorale di fronte a un fenomeno che continua come se “nulla fosse”, anche dopo che Amnesty International ha presentato a tutti i leader delle coalizioni politiche che si presentano alle elezioni del 24 e 25 febbraio, il suo decalogo sui diritti umani introducendo esplicitamente  il punto su “il femminicidio e la violenza contro le donne”. Di fronte a un attacco evidente, frontale, massiccio sui diritti delle donne, nessun partito si è alzato dicendo: questo lo metto nel mio programma. Ma bisogna fare delle distinzioni: se Vendola ha almeno firmato la Convenzione nazionale “No More!” contro la violenza maschile sulle donne pochi giorni prima delle primarie, e Bersani ha appoggiato il ddl per il contrasto al femmincidio su cui ha lavorato Anna Serafini, nel movimento di Ingroia c’è un silenzio assordante su questi temi, un silenzio non giustificabile per un movimento che si pone a sinistra e che vorrebbe partire dalla società civile. Una dimenticanza, in una campagna elettorale che arriva dopo un anno molto faticoso per le donne, ingiustificata. La violenza domestica, che non è uno scherzo per la quantità di donne e bambini che coinvolge (l’85% della violenza in Italia è violenza domestica e ci sono circa 400 mila bambini che assistono alla violenza in famiglia), è il terreno su cui si sviluppa il 70% dei femmincidi in Italia, in situazioni in cui le donne il più delle volte si trovano in una prigione da cui non riescono a uscire. Su questo, prima della campagna elettorale, si sono consumati fiumi di inchiostro ma quello che il governo Monti ha fatto praticamente – a parte far firmare all’Italia la Convenzione europea di Istanbul e fare un ddl per una ratifica futura – è nulla, o meglio ha detto “faremo” (forse) ma non ha risposto agli appelli che chiedevano politiche immediate, con la conseguenza che le donne sono continuate a essere uccise per mano dei propri partner. Ora, per esempio, sarei curiosa di sapere come le diverse forze politiche in corsa per le elezioni, intendendono prendersi carico di questo problema, e come penserebbero di “vestire” la Convenzione di Istanbul, perché se anche adesso tutti sono d’accordo per la ratifica, in realtà bisogna vedere come il parlamento italiano intende rendere effettive le indicazioni di Istanbul. E alla luce del dibattito al Senato nel settembre scorso sulla firma della Convenzione europea, dove alcune forze politiche di centro destra (Udc e Lega) facevano notare il pericolo di mettere in discussione il concetto di famiglia (si è parlato addirittura di incostituzionalità di alcuni punti della Convenzione), mi sembra evidente che ogni intesa con questi signori, soprattutto se hanno stretti rapporti con il Vaticano, sia molto pericolosa per le donne. E questo bisogna dirlo prendendo posizione pubblica.

Le forze politiche dovrebbero chiarirci come la pensano, e come intendono aiutare le donne che, nel tentativo di uscire da un incubo, cercano aiuto, denunciano, si separano da un marito violento e invece di trovare tutela e protezione dalle istituzioni, o vengono uccise (come la donna di oggi) o si ritrovano non credute in tribunale, o vengono implicate loro stesse in responsabilità che non hanno  sulla violenza che subiscono e, nel caso siano presenti minori, con il rischio di sottrazione anche dei figli. Mi preme chiarire ai leader che si presentano, che un Paese che ha ratificato varie convenzioni internazionali a protezione dei minori, vuole una risposta chiara al perché qui, in Italia, sono in aumento casi in cui – anche in presenza di un procedimento penale per violenza fisica, sessuale, psicologica, stalking, ecc. – un giudice può decidere di togliere il bambino dal contesto in cui vive per metterlo in casa-famiglia, o collocarlo addirittura presso il genitore che il minore rifiuta, in base alla diagnosi, fatta da psicologi o psichiatri nei tribunali attraverso le Ctu (consulenze tescniche d’ufficio) di una malattia che non esiste, ovvero la sindrome di alienazione parentale (Pas). Bambini sottratti con la forza o con l’inganno, perché le istituzioni devono “tutelare” il diritto a una bigenitorialità che non può essere costruita “resettando” il cervello dei bambini. Dopo il caso di Padova, che ha fatto scalpore per i modi in cui il minore è stato prelevato a scuola il cui video trasmesso a “Chi l’ha visto” ha fatto il giro del mondo, sulla questione non si è più aperto bocca e tutto è stato messo nel cassetto. Eppure in Italia i bambini che transitano nelle case famiglia – per varie ragioni tra cui anche i contrasti sull’affido – sono circa 30.000, con un costo di circa 3mila al mese a bambino. Un trauma che si aggiunge al trauma e che può avere effetti devastanti sul minore che viene strappato dal suo contesto: casa, scuola, affetti, amici, tutto, per essere appunto “resettato” in un ambiente “neutro”.

L’anno scorso la Commissione giustizia al Senato, grazie all’impegno di alcuni senatori e senatrici dell’Idv e del Pd – e soprattutto grazie alla senatrice Silvia Della Monica – è stato bloccato il disegno di legge (ddl 957) sulla modifica dell’affido condiviso dei minori che avrebbe sdoganato definivamente la Pas introducendola nella legge: una malattia che lo stesso ministero della salute ha diffidato dal riconoscere e che non è mai stata riconosciuta in maniera ufficiale in alcun modo. Malgrado ciò il partito democratico non ha voluto ripresentare in queste liste Silvia Della Monica (Pd), mentre Rivoluzione Civile ha collocato Sara Vatteroni (Idv), che si occupa sia di Pas che di minori che di violenza contro le donne, al 23° posto (Camera) nella lista Toscana, mentre Frida Alberti (Idv), per cui vale lo stesso discorso di Vatteroni, è stata messa al 6° posto in Liguria per il Senato: donne con competenze specifiche e importanti che quasi sicuramente non passeranno.

C’è però chi alla questione ci tiene eccome, perché la Pas si è intrufolata nei tribunali italiani grazie alla lobby pro-Pas (che ora chiamano alienazione parentale ma che ha gli stessi effetti devastanti nei tribunali), schieramento di avvocati, psicologi, pscichiatri, esperti vari che coinvolgono padri in fase di separazioni problematiche. Senza nulla togliere ai padri separati in difficoltà economica e/o con problemi di relazione con le ex partner in presenza di figli minori (che sicuramente vanno aiutati come e quanto le mamme), questo gruppo rappresenta un tesoretto di voti su cui qualcuno già ha messo gli occhi, nella prospettiva di riattivare il ddl 957 sulle modifiche dell’affido condiviso ora fermo al Senato (mentre un altro disegno è alla Camera). Ed è così che Casa Pound Italia, che partecipa alle prossime elezioni, ha messo nel suo programma: “Sostegno  ai  padri  separati e ridefinizione delle norme sull’affidamento della prole e sull’assegnazione degli alimenti in caso di separazione coniugale”, mentre Fratelli d’Italia – che sostengono Francesco Storace nella corsa verso la presidenza della Regione – hanno fatto di questi temi la loro bandiera assecondando molte delle istanze contenute nel ddl 957 che modificherebbe l’affido condiviso con gravi effetti su donne e minori. E se anche il Movimento 5 stelle ha cominciato a interloquire con queste istanze, Bruno Volpe – il direttore di Pontifex da cui prese infelice spunto il prete di Lerici per dire che le donne il femminicidio se lo vanno a cercare – ha parole di conforto dichiarando che da una parte pensa “ai tanti padri separati che dormono per strada ridotti in miseria” e dall’altra pensa “ai tanti  bimbi abortiti, molti più delle donne uccise”. Giorni fa Casini (schierato con Monti e Fini) ha detto da Vespa che pensa “ai padri separati che dormono in macchina e fanno la fila alle mense della Caritas”, mentre Matteo Salvini (Lega alleata con Pdl) da Santoro ha ricordato il finanziamento di 500 mila euro della Regione Veneto pensato in particolare per i padri separati. Aiuti importanti che non tengono conto che di fronte ai tanti padri separati ridotti in miseria, esiste una maggioranza di madri separate in povertà che nessuno aiuta e che non cercano sponsor politici. Secondo l’Istat il 12,7% delle persone che si rivolgono alla Caritas sono separate o divorziate, e di queste il 66,5% sono donne mentre il 33,5% sono uomini. Linda Laura Sabbadini, direttrice del dipartimento Istat, ha affermato tempo fa che “certamente esistono padri in gravi condizioni, ma i dati Istat ci dicono che sono le donne sole e con figli separate/divorziate le persone a maggior rischio di povertà e non lo afferma solo l’Istat ma anche altre ricerche”. Per l’Istat tra gli uomini separati l’1,6% è povero di contro a un 3,5% di separate in povertà, dato che in presenza di figli minori sale al 15,4% per le donne.

Vorremmo che lo schieramento “di sinistra” si pronucnaisse su questi temi, e non solo sul femminicidio o sulla Pas, ma sul grave attacco riguardo i diritti delle donne e dei minori, perché il voto delle donne non è affatto scontato.

Gendercidio in Europa: GB in allerta

L-Albania-e-l-aborto-selettivo_largeIl 15 giugno del 2011 cinque agenzie delle Nazioni Unite hanno firmato a Ginevra una dichiarazione contro l’aborto selettivo che colpisce le bambine, dichiarando appunto che si tratta di “gendercidio”,  e condannando la pratica diffusa in Asia sud-orientale, soprattutto in Cina e in India che, secondo una stima del Premio Nobel indiano per l’economia Amartya K. Sen (risalente al 1990), farebbe mancare all’appello circa 100 milioni di bimbe.

Ma il gendercidio, ovvero l’aborto selettivo in base al sesso della nascitura, è ormai stato esportato anche nella civile Europa e nell’Occidente, dove sempre più famiglie di immigrati decidono di praticare l’aborto nel momento in cui si rendono conto che nascerà una femmina. Ad ammetterlo, giorni fa, è stato il ministro della salute inglese, Earl Howe, che ha dichiarato che in Gran Bretagna sono in considerevole aumento gli aborti illegali su feti di sesso femminile, un dato che si riferisce al fatto che negli ultimi anni mentre le nascite di maschi e femmine sono in linea con le precedenti rilevazioni, quelle che riguardano madri immigrate stanno registrando un netto calo delle nascite di bambine.

In Gran Bretagna vengono effettuati 600 interruzioni di gravidanza al giorno, e sembra che negli ultimi anni i tassi di natalità variano sensibilmente a seconda della nazionalità della madre. “Mentre il generale rapporto Regno Unito nascita è nella norma, tra 2007 e 2011 – ha precisato Howe – i dati delle nascite variano sensibilmente a seconda della nazionalità della madre”. Lord Howe ha detto che i funzionari governativi continueranno a “monitorare” la questione e analizzare i dati, ma ha respinto la richiesta Nobile Alton, che aveva chiesto di raccogliere i dati sul sesso dei bambini non ancora nati, in quanto, registrando il sesso dei feti, si “sollevano problemi etici e clinici”.

La questione era arrivata alla ribalta dei media già l’anno scorso in Inghilterra con una inchiesta, fatta con giornalisti travestiti da medici per il Daily Telegraph, che aveva riportato che sempre più spesso ai medici viene richiesto di effettuare aborti di future bambine, e su questa inchiesta Andrew Lansley, il ministro della salute inglese prima di Howe, aveva condannato la pratica come “illegale e moralmente sbagliata”.

In realtà l’anno scorso, si era già pronunciato anche il Consiglio d’Europa che aveva addirittura invitati gli Stati membri, compresa la Gran Bretagna, a omettere di dire ai genitori il sesso del nascituro a causa delle preoccupazioni dell’aumento degli aborti selettivi in base al sesso, un allarme che ha portato già molti ospedali a non dare ai genitori informazioni sul sesso dei loro bambini fino a tarda gravidanza. Un metodo suggerito anche in Canada dal dottor Rajendra Kale, che ha pubblicato nel gennaio 2012 uno studio sul fenomeno, e che è arrivato a sostenere che sarebbe meglio non rivelare ai genitori il sesso del feto fino alla trentesima settimana, perché, come da lui stesso notato in Canada, i genitori cinesi, coreani, indiani hanno chiaramente una preferenza che li potrebbe portare ad abortire il feto nel caso ci sia in arrivo una femmina.

(fonte: The Telegraph)

 

Liste Pd: riguardatele, manca Silvia Della Monica

silviadellamonica

Il Listone del PD, è appena nato e già, come era ovvio, sta sollevando bufere per nomi e cognomi che hanno “scavallato” le pole position date dalle parlamentarie. Bufere in Sardegna, Puglia e Toscana, che forse potrebbero riaprire i giochi del listone per “aggiustamenti”, su cui non sarebbe male chiedere (o pretendere) anche alcuni ritocchi per quanto riguarda le donne che sono state presentate in queste liste. Come può il partito più importante del centro sinistra vantarsi di avere il “quasi 40 per cento” di candidate che Bersani sta portando in giro come il suo fiore all’occhiello (ancora siamo il fiore all’occhiello?), dopo che per mesi si è parlato di battaglia per la rappresentanza delle donne al 50 e 50? un contesto in cui questo “quasi 40” sembra un contentino. A questo si aggiunga che i nomi femminili nelle liste viaggiano “a gruppetti” e non essendo distribuiti con un ordine di alternanza (un uomo, una donna e così via), non è tutelata l’eleggibilità delle donne presenti nelle liste. Poi, oltre a un criterio di quantità, riflettiamo anche su un criterio di qualità: perché se le donne di valore in Italia non mancano – dopo 20 anni di Berlusconi – noi sulle liste dei partiti vorremmo contare, finalmente, donne vere che superano e anche oltrepassano anche la metà. Certo in  queste liste donne che si sono impegnate su diversi fronti, e che hanno mostrato impegno verso temi di genere, non mancano: Valeria Fedeli, capolista in Toscana, donna eccezionale, forte, autorevole, è senza dubbio “il meglio di Snoq”; Rosa Calipari, che si è spesa come poche altre parlamentari contro la violenza sulle donne e che ha fatto pressione per la ratifica della Convenzione di Istanbul, è una donna di grande capacità politica e umana (peccato però che sia solo al sesto posto in Lombardia); Laura Puppato, che ha avuto il coraggio di presentarsi come unica donna alle primarie del Pd, ha dimostrato di fronteggiare con capacità anche i più aspri “accerchiamenti maschili”; Paola Concia, che ha rischiato di rimanere fuori ma che fortunatamente alla fine è rientrata, è l’unica che si è sempre battuta con determinazione per i diritti Lgbt. E poi, tra le altre, ci sono anche: Sesa Amici, Susanna Cenni, Monica Cirinnà, Luisa Laurelli, Roberta Agostini e Anna Maria Parente; mentre tra le veterane compaiono Anna Finocchiaro – che in Senato si è battuta come un leone tra iene per la legge in materia di rappresentanza di genere negli organi regionali e locali – e la ex ministra alle Pari opportunità Barbara Pollastrini, che ha corso alle parlamentarie prendendo quasi 5.000 voti in Lombardia.

Ma siamo sicure che in un Paese in cui le donne sono più della metà, questo 40% di nomi per il partito del centro sinistra italiano, siano abbastanza? Per me no, ed è per questo che mi sento delusa e fortemente indignata nel non vedere,  tra i nomi delle candidate Pd, quello di Silvia Della Monica, che nella passata legislatura è stata a capo della Commissione giustizia al Senato, e che oltre a essere una donna coerente e solida come il granito rosa, è una magistrata che ha fronteggiato il mostro di Firenze e le minacce della mafia senza batter ciglio, e ha avuto il coraggio di imbarcarsi nella battaglia che questa estate ha investito la commissione del Senato nell’aspra discussione sul ddl 957 sull’affido condiviso, invitando senatori e senatrici a schiarirsi le idee su quello che stavano per approvare in sordina e presentando lei stessa degli emendamenti. È stato grazie a Silvia Della Monica, insieme a collegh* del Pd e dell’Idv, che quel disegno è stato fermato ed è sempre lei che pur essendo stata presa di mira, insieme a altri (me compresa) dalla lobby pro-Pas, ha continuato a portare avanti questa battaglia. Silvia Della Monica è un esempio di donna che io voglio vedere su una lista di un partito che porta avanti la legalità e che si vanta di farsi portavoce di questioni di genere, perché nessuna quanto lei, là dentro, ha una tale cultura giuridica su tutto quello che negli ultimi 50 anni è stato fatto per combattere la violenza contro le donne in Italia, e nessuna come lei, là dentro, parla con competenza, professionalità e chiarezza su tutto quello che la legislazione italiana ha modificato in materia penale e civile riguardo il femminicidio. Per lei Emiliano Poli, responsabile del Forum sicurezza e legalità del Pd metropolitano di Firenze, ha raccolto circa 900 firme in soli tre giorni, mentre il segretario del Pd toscano, Andrea Manciulli, ha detto che per lui “è motivo di grande rammarico non essere riuscito a confermare la presenza in lista della responsabile giustizia del partito toscano”. Perché non è stato possibile? Altrimenti troppe donne? La Toscana è l’unica regione ad avere due donne in cima alla lista dei candidati PD – Valeria Fedeli e Maria Chiara Carrozza (rettrice della Scuola Sant’Anna di Pisa) – ma cosa impedisce a questo grande partito che si vuole presentare come il futuro dell’Italia “Giusta”, di fare per una volta la differenza vera e candidare una donna “in più” dimostrando il coraggio di Obama nelle ultime elezioni Usa? (è forse troppo? mi sa di sì).

Come donna e come semplice cittadina chiedo che un uomo si “sacrifichi” e faccia entrare al suo posto Silvia Della Monica. Lo chiedo apertamente e faccio questo appello affinché aderiscano in massa tutte le donne e gli uomini che lottano per la giustizia e la trasparenza, e contro la discriminazione di genere. Lo chiedo perché con lei là dentro, mi sento più sicura anch’io qua fuori.