Diritti Umani

L’Afghanistan a Chicago, comprese le donne

International Society for Human Rights (ISHR)

 

Domani e dopodomani (20 e 21 maggio) a Chicago si terrà il 25esimo summit della Nato – che riunisce i Capi di Stato e di Governo provenienti da circa 60 Paesi – e uno dei punti cruciali del vertice riguarderà la exit strategy dall’Afghanistan delle forze armate straniere prevista per la fine del 2014. L’ISAF (International Security Assistance Force) stabilita nel Paese dal 2001 e che conta oggi 130 mila soldati, si ritirerà lasciando la responsabilità della sicurezza all’esercito afghano, l’ANSF (Afghan National Security Forces). A Chicago si definiranno  responsabilità e quale sarà la nuova missione militare che sostituirà l’ISAF, restando nel territorio senza dovere garantire la sicurezza alla popolazione afghana o al Governo nel processo di pace. In una recente dichiarazione l’Afghan Women Network, la rete di associazioni afghane impegnate nelle tutela dei diritti delle donne e la onlus italiana Fondazione Pangea – che lavora da anni in Afghanistan e che fa parte della rete Afghana insieme all’Afghan Women Network – hanno espresso una grossa preoccupazione riguardo la transizione. Secondo Simona Lanzoni, direttrice dei progetti Pangea: “Attualmente, le donne afghane non si sentono tutelate e protette dall’ANSF, l’esercito militare afghano, che è assolutamente insensibile e impreparato alle questioni di genere, al riconoscere le donne nei loro diritti e nei reali bisogni. Ed è quindi di vitale importanza, che nel periodo di formazione e addestramento delle forze dell’ordine afghane vengano coinvolte le donne e che esse stesse entrino a far parte del corpo di polizia”. Pochi mesi fa, esattamente l’8 marzo di quest’anno, il governo di Karzai ha regalato alle donne afghane un “pacchetto” di restrizioni per cui le donne non sono autorizzate a viaggiare senza essere accompagnate da un uomo, non possono parlare con sconosciuti in luoghi pubblici come scuole, mercati e uffici, mentre in casa il marito può picchiare e maltrattare la moglie “nel caso che questo gesto sia compiuto in conformità con la sharia”. Un “codice di comportamento” approvato dal presidente Karzai ed emanato dal Consiglio degli Ulema, il principale organismo religioso del Paese, e malgrado le promesse di Karzai di una possibile riforma del diritto di famiglia, gli Ulema si occupano anche di divorzio, in un modo che non comprende i diritti delle donne. In Afghanistan, secondo il report di Human Right Wach, l’87% delle donne ha subito violenza, e per metà violenza sessuale, il 60% dei matrimoni è forzato e il 57% è con ragazze sotto i 16 anni, mentre il suicidio è uno dei modi per sfuggire alla violenza maschile. “La situazione delle donne in Afghanistan è peggiorata negli ultimi dieci anni di guerra e di occupazione Nato – ha detto mesi fa Samia Walid del Rawa (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan) – e solo l’anno scorso sono stati 5.000 i casi di violenza registrati al Ministero per le pari opportunità e la Commissione per i diritti delle donne, ma molti altri sono quelli non pervenuti. Molte donne hanno paura di denunciare i torti subiti perché sanno che il potere giudiziario è corrotto e che il tribunale non darà loro ragione o risarcimento. Negli ultimi 5 anni sono aumentati i casi di stupri sulle ragazze ma anche di vere torture fisiche, e da qualche anno esiste una legge per cui un marito può violentare la moglie senza nessun problema legale”. Un contesto che quindi non fa ben sperare per le donne in questo momento di delicata transizione per il Paese. “In Afghanistan – spiega Lanzoni – le donne non hanno gli strumenti legali per portare avanti le loro richieste e il sistema legislativo fa acqua, mentre il sistema tradizionale è forte. Le donne hanno paura di uscire, quindi o c’è la solidarietà o sei da sola e paghi con la vita. A Chicago si discute la nuova strategia della Nato e si capirà anche cosa succederà rispetto alle donne afghane, e quanto loro pagheranno questa transizione. A luglio, però ci sarà anche l’incontro a Tokio dove si riuniranno i donatori per l’Afghanistan, e li si capirà davvero e fino in fondo cosa vogliono fare e con quanti soldi. Il problema potrebbe essere che, con un cambio strategico, anche i finanziamenti da un punto di vista civile potrebbero avere forti restrizioni. Quindi il problema sono i fondi per i civili e la paura è che siano le donne le prime a rimetterci. Per questo bisogna chiedere che le donne partecipino direttamente nelle decisioni e nei percorsi di pace. In Afghanistan oggi – continua Lanzoni – alle donne non è permesso uscire di casa da sole neanche se c’è un terremoto. Ed è per questa situazione che è arrivato il momento di dare la giusta attenzione ed applicazione alla risoluzione Onu 1325 in Afghanistan, uno strumento che coinvolge tutte le donne nei meccanismi del processo di pace, in quanto la metà della popolazione, quella femminile, non può restare inerme a pagare le conseguenze della guerra e deve poter costruire la pace”. La risoluzione 1325, “Pace, donne e sicurezza”, è un testo articolato sul ruolo delle donne prima, durante e dopo i conflitti, e chiede agli Stati di adottare una prospettiva di genere con una risposta dei bisogni specifici delle donne – che sono le prime e più gravi vittime dei conflitti – appoggiando le iniziative di pace delle donne locali e provvedendo a una partecipazione diretta di quest’ultime alle trattative di pace. La 1325 è infatti “una delle poche risoluzioni non tematiche ma trasversali – dice Luisa Del Turco, consulente esperta in cooperazione internazionale e politiche di genere – che comprende la specificità del ruolo e l’esperienza delle donne nelle situazioni di guerra e nei processi di pace, e quello che vi si chiede è sia protezione delle donne, che nei conflitti sono il campo di battaglia per eccellenza, ma anche la loro partecipazione attiva nelle missioni internazionali e ai negoziati di pace”. La conferenza di Chicago dovrebbe avere a cuore il bene della popolazione per il sostegno di un dialogo di pace reale, e per questo non può prescindere dal ruolo delle donne in questa delicata fase per l’Afghanistan.

– Sul sito di Fondazione Pangea si potrà seguire lo svolgimento del summit di Chicago attraverso una rassegna stampa aggiornata e commenti dello staff Pangea italiano e afghano.

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