Diritti Umani

Convenzione contro violenza e femmicidio? eccola

 

 

 

  • Domani mercoledì 9 maggio alle ore 11 a Roma, presso La Casa internazionale delle donne – via della Lungara 19 – l’Udi (Unione donne in Italia) promuove un incontro con tutte le organizzazioni  che in Italia lavorano sulla violenza di genere e sulla discriminazione delle donne, per la costituzione di una CONVENZIONE “che contrasti la violenza la violenza maschile in ogni sua forma e declinazione”. Hanno già dato disponibilità a partecipare all’incontro: Casa Internazionale delle donne, SNOQ, D.i.Re (Donne in rete contro la violenza), Pangea Cedaw, Zeroviolenza donne, Donne Da Sud, Telefono Rosa, Solidea.

 

IN QUESTO MOMENTO DI EMERGENZA NAZIONALE QUESTO BLOG CHE SI CHIAMA “ANTIVIOLENZA”, OSPITA E PUBBLICA APPELLI, LETTERE, PROPOSTE E  INZIATIVE DELLE ASSOCIAZIONI E ORGANIZZAZIONI DI DONNE CHE SI MOBILITANO CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE E IL FEMMICIDIO.

UDI: STOP FEMMINICIDIO

Una Convenzione che contrasti la violenza maschile

Nessuna sottomissione politica, nessun ruolo marginale

Un patto per azioni comuni, reciproca consultazione, scambio

Siamo stanche, in tante, di accompagnare il tragico elenco delle donne ammazzate con l’elenco delle firme sotto appelli accorati. Abbiamo bisogno di una azione politica comune più incisiva, non basta denunciare la profondità dell’offesa alla dignità e al diritto alla vita del nostro genere, non basta individuare le sedimentazioni patriarcali del mondo maschile e le ambivalenze persino delle donne. Non c’è alibi alla sottomissione culturale, allo stato di immobilità, non c’è alibi per le affermazioni minimizzanti, perché il femminicidio assume le dimensioni e l’orrore di cancro della nostra società e dei nostri tempi. Vogliamo capire se e fino a che punto certe timide proteste maschili, siano solo propaganda rivendicativa non rilevante, appena sovrapposta a una sedimentazione culturale che ha costruito tolleranza alla violenza maschile, allo stupro, al femminicidio oppure la nascita di una nuova coscienza di molti. Allora bisogna non venir meno alla responsabilità politica e ribadire la PRIORITA’ del contrasto al femminicidio, con azioni che prendano in considerazione tutti gli effetti del dominio maschile attuato attraverso le vie simboliche della comunicazione e della conoscenza, azioni che possano contrastare progressivamente le forme di violenza che attanagliano la vita, la libertà, la dignità del nostro genere. L’UDI propone alle associazioni, ai collettivi e alle singole, di avviare un processo comune per dare vita a un patto di reciproco confronto, scambio e azione comune a contrasto della violenza maschile, in ogni sua forma e declinazione. Nessuna sottomissione politica, nessun ruolo marginale.  In nome di ogni femminicidio avvenuto proponiamo la costituzione di una Convenzione che contrasti la violenza maschile. Questo è il passaggio politico che oggi vogliamo promuovere nella convinzione che non si possa più rimandare un’azione comune, concordata e diffusa. Se davvero condividiamo il dolore, l’indignazione, la protesta, possiamo condividere azioni concrete, misurando la nostra forza con la realtà, che oggi riguarda le necessità espresse dalle donne che subiscono violenza e insieme il riconoscimento del diritto di tutte all’integrità fisica. Noi donne dell’UDI, consapevoli che il femminicidio è solo uno degli aspetti, anche se certo il più grave, di una società che infierisce quotidianamente in mille forme sull’esistenza delle donne, consideriamo impellente una profonda riforma della politica. Non ci basta firmare l’ennesimo appello, di cui pure riconosciamo il valore di urgenza emotiva e politica, se non riusciamo, insieme, a sfondare il muro di omertà dell’informazione pubblica, che tace la lunga storia politica delle donne italiane riservando magari attenzione, comunque sempre scarsa, all’ultima parola d’ordine con cui siamo andate in piazza, solo per ignorarla appena la piazza non fa più notizia. La nostra esperienza è ricca delle tante stagioni di lotta che hanno legato, negli anni, nuove e diverse generazioni di donne, da quella della Resistenza al nazifascismo a quella del neofemminismo, dalle campagne per la piena cittadinanza e il valore sociale della maternità, fino alle ultime per la proposta di legge di iniziativa popolare del 50E50,  quella di Stop femminicidio e della Staffetta contro la violenza sulle donne. Dalla nostra esperienza sappiamo che non bastano una sola sigla e una sola storia, ci sono momenti nei quali solo la visibilità di tante associazioni, gruppi, singole donne, può costruire un patto che sfondi davvero il muro di gomma con cui la politica ci soffoca e con noi l’intero Paese. E’ nostro desiderio, come da sempre espresso dal nostro statuto, che il riconoscimento tra donne diventi la forma del nostro agire politico, il modo di assumere il protagonismo delle nostre azioni, potenziato dalla lunga storia femminile che l’ha reso possibile. Misuriamo su questo l’autenticità di ogni proposta. Noi abbiamo risposto alla sfida della complessità assumendo come forma del nostro agire politico la scelta di praticare la gestione politica delle differenze, anche quelle teoricamente non componibili”. Non lo ricordiamo per avanzare un primato, ma perché riconoscendo il valore del nostro agire politico siamo in grado di riconoscere quello di altre. Questo pare a noi ancora oggi un punto importante della riflessione femminista pienamente politica: infatti gestire politicamente le differenze è il metodo/contenuto che consente di affrontare la complessità tra noi donne, le differenze che non vogliamo certo “omogeneizzare”, né governare unitariamente, alla maniera della vecchia politica delle coalizioni o delle egemonie. Questa pratica inoltre si rivela utile a tutte le forme politiche, se non si vuole invece imboccare la strada pericolosissima della “riduzione della complessità” che porta sempre alla riduzione della libertà e della democrazia. Nonostante i tempi difficili persiste un impegno politico diffuso delle donne, che operano in gruppi, associazioni, riviste, reti, locali e nazionali, materiali e virtuali, sulle tante questioni di cui una continua emergenza economica, democratica, culturale investe le nostre vite. Il contrasto al femminicidio rappresenta una urgenza sulla quale possiamo tutte convenire. Possiamo far tesoro della parte migliore della storia del femminismo italiano, che sulle lotte per i diritti seppe costruire convergenze vincenti. Per questo proponiamo una Convenzione, che ci consenta di esprimere la piena autonomia di una multiforme soggettività politica senza assoggettarla a deleghe o cooptazioni che vanifichino il comune impegno. La parola Convenzione indica un movimento (con-venire) verso un luogo comune in cui si esprime la parità dei soggetti, che non rinunciano alla propria storia e casa, ma ne rendono visibili le specificità e risorse impegnandosi nella costruzione di un patto che esprime un’utilità condivisa, un progetto comune dentro il quale definire azioni e verifiche, tempi, modi, funzioni e soprattutto responsabilità. Il 13 febbraio dell’anno scorso siamo scese in piazza, rispondendo all’appello di alcune donne che avevano in quel momento colto il bisogno profondo di tutte portando in quelle piazze la concezione della politica e  le richieste di una lunga storia che si era tentato di cancellare. Ci siamo sentite uguali, nonostante le differenze e ora è tempo che ognuna assuma la responsabilità del posto che occupa nel mondo  e ne utilizzi la forza a favore di tutte, dichiarando il proprio impegno. Sappiamo che esistono, accanto alle azioni scellerate, molti silenzi, diffuse omertà e profonde complicità, di uomini, ma anche di donne. Sappiamo che ognuna di noi può essere colpita, ma di fronte alle aggressioni di ogni tipo, abbiamo risorse differenti, appartenenze familiari, sociali, politiche che ci collocano in diverse posizioni di potere. Ognuna di noi è continuamente collocata all’incrocio tra i dati materiali della sua storia e la capacità di scegliere. Gli anni del femminismo, tornato a più riprese nella storia con diversi nomi e medesime istanze, non possono essere passati invano, deve esistere tra noi una coscienza diffusa dei diritti di cui siamo titolari e delle possibilità che vogliamo agire. Gli anni che abbiamo alle spalle hanno mortificato la capacità politica delle donne proprio privandole della storia, assente a scuola e nella politica e deformata dai media. La cancellazione della memoria lontana e recente rende inefficace qualsiasi azione volta a debellare la violenza stessa, questa sì sedimentata nella storia con radici ben salde e ramificazioni presenti in tutte le istanze sociali: il femminicidio è fatto politico  troppo grave perché se ne possa fare oggetto di rappresentazione a scopo privato e individuale. Proprio per questo la Convenzione si fonda su una parità dei soggetti che dichiarano i propri intenti, la propria visione di un mondo nel quale si agisce quotidianamente. Donne e uomini che hanno responsabilità politiche nelle istituzioni, che occupano posti socialmente prestigiosi nelle università, nell’informazione, nelle imprese, che rivestono ruoli dirigenti nel pubblico e nel privato, devono confrontarsi con noi, accogliere le nostre richieste, tradurle in fatti. Non ha senso che sottoscrivano appelli a se stesse o a se stessi. Possiamo essere unite negli intenti, dove ognuna deve fare la sua parte, altrimenti la parola donna, che abbiamo tenacemente declinato al plurale per segnalare la feconda molteplicità delle nostre esistenze, ridiventa il marchio di una mistificazione che ci riduce al silenzio. Proponiamo una Convenzione che abbia chiarezza d’intenti e forza contrattuale con le Istituzioni e ci auguriamo di trovare un’alleanza limpida con le donne e gli uomini che ne fanno parte. Dentro un presente immeschinito dalla volgarità delle semplificazioni vogliamo tornare a parlare la lingua della politica come dimensione della convivenza civile. È un esperimento nuovo nella politica delle donne, ma non siamo all’anno zero della nostra storia e riconoscendo noi stesse e quelle che ci hanno precedute possiamo camminare con più fiducia verso il futuro.

Proponiamo a tutte le associazioni, i collettivi, le donne singole interessate a  questo progetto politico di  incontrarci il giorno mercoledì 9 maggio alle ore 11 alla Casa Internazionale delle donne.

UDI – Unione Donne in Italia

 

5 risposte »

  1. Gli immigrati sono un falso problema … guardatevi questo zuccherino …
    http://www.bz-berlin.de/bezirk/charlottenburg/salafist-seyam-greift-journalisten-an-article1454288.html
    è un signore SALAFITA; se gli chiedete una intervista vi spacca la telecamera e
    vi fa un occhio nero, così in 5 secondi vi ha spiegato più lui che io in 40 min
    di discorsi 😉 E chiediamogli cosa secondo lui bisogna fare a donna adultera
    … anzi no meglio che non glielo chiediamo …

  2. Cara Bruna Giovanna Pineda, grazie del tuo intervento, riprenderò vostro appello sul blog dandogli una giusta visibilità, dato che questa è, da giorni e in maniera permanente, una finestra costante su tutti i contributi delle organizzazioni che si occupano su violenza di genre e femmicidio (potete passare parola, se volet,e a chi credete opportuno).
    Grazie, Luisa

  3. Purtroppo non potrò esserci oggi alla casa dell donne ma aderisco subito all’iniziativa promossa dall’UDI.Chiedo comunque di essere informata sugli eventuali sviluppi e riporto come contributo un mio modesto intervento sul tema che va nella medesima direzione..grazie.

    Femminicidio: bene gli appelli, ma andiamo oltre per favore!
    In questi giorni sta finalmente crescendo la protesta nazionale e trasversale che denuncia la situazione drammatica del femminicidio, cioè della violenza che le donne nel nostro paese subiscono da parte dell’uomo, spesso conosciuto, troppo spesso addirittura il proprio compagno o ex. Per tanto tempo molti partiti politici hanno enfatizzato sul problema sicurezza denunciando il fenomeno come se si trattasse di una questione meramente legata al problema immigrazione, ma i dati, o meglio le cronache parlano chiaro…il nostro violentatore o assassino non è lo straniero, lo sconosciuto, anzi di solito ha le chiavi di casa. Eppure quante campagne xenofobe e razziste abbiamo dovuto subire su questi temi: lega nord, forza nuova e altri movimenti di estrema destra, ma non solo, hanno sempre cavalcato questa idea populista del pericolo legato al fenomeno dell’immigrazione, in modo come un altro per incolpare a qualcun altro, senza mai guardare in casa nostra…meglio nascondere, meglio tacere questa vergogna tutta italiana. Ormai è impossibile tacere, troppe donne uccise ammazzate quasi ogni giorno e dopo le denunce delle associazioni nazionali e internazionali come l’ONU, l’Italia non può nascondere che il femminicidio è nel nostro paese un’emergenza. Ed ecco l’ennesimo appello con tanto di grandi firme, che va benissimo, ma non basta. Noi donne siamo stanche delle tantissime parole che ogni volta si spendono ogni qualvolta vi sia un’emergenza che ci riguarda…e spesso firmare questi appelli serve a molti e molte responsabili solo a lavarsi la coscienza, come la presidente della Regione Lazio, che ha appena tagliato i fondi per i centri antiviolenza e sta eliminando i consultori, ma ha firmato subito l’appello. Come lei quanti ce ne sono in tutta Italia? Una vera infinità! Firmare un appello, per quanto giusto e condivisibile, per molti amministratori e amministratrici è il modo più semplice per lavarsi la coscienza. Ecco perché oltre all’appello vogliamo azioni concrete che vadano a contrastare questa disparità di genere che da troppo tempo subiamo in Italia. La violenza e il femmicidio sono solo gli effetti più dolorosi e pesanti di una cultura e di un sistema che ci ha sempre voluto troppo deboli e succubi. Se andiamo vedere i diversi ruoli e il livello occupazionale delle donne, la disparità salariale, le dimissioni in bianco, i servizi sempre più scarsi, la pochissima rappresentatività politica, sembra il nostro un paese proprio pensato perché la nostra situazione di cittadine deboli e sottomesse non cambi affatto. Non dimentichiamo che il primo ostacolo che trova una donna nell’abbandonare il proprio compagno, anche se violento, è proprio la mancanza di servizi di supporto e l’insufficiente autonomia economica. Questi drammi sono arcinoti ai servizi antiviolenza territoriali, che ad oggi sono le uniche strutture che cercano di dare un aiuto e un appoggio alle donne vittime di violenza. Ma cosa sta succedendo oggi, mentre in Italia finalmente cresce lo sdegno e la voglia di denunciare questa ingiustizia che si perpetra tra le mura domestiche? Molti centri antiviolenza e case-rifugio per mamme e bambino stanno chiudendo i battenti per mancanza di fondi. Non esistendo un efficace Piano Nazionale contro la violenza di genere che vincoli le amministrazioni locali a istituire e a sostenere tali strutture, questi servizi salva vita di molte donne sono ormai in balia degli umori e della sensibilità dei loro amministratori locali e dei loro tagli. Ad esempio non in tutte le regioni esiste una legge contro la violenza di genere, ad esempio in Veneto, come sono diversi i contributi e i finanziamenti che queste danno alle strutture o associazioni che se ne occupano. Potenziando e regolando i centri antiviolenza in tutta Italia, magari dando delle direttive ai comuni e alle regioni nazionali che siano uguali per tutti, si garantirebbe un servizio continuo e omogeneo sul territorio. Sarebbe inoltre utile definire, una volte per tutte, cosa è un centro antiviolenza, cosa fa e come si organizza: vi sono regioni, infatti, che finanziano, e non poco, qualsiasi struttura faccia attività di accoglienza e aggregazione femminile (che potrebbe essere anche tipo l’uncinetto) giustificando tale finanziamento per il contrasto alla violenza di genere, e quindi fioccano i milioni di euro per strutture fantasma di accoglienza per donne che in realtà hanno tutt’altre finalità. Gravissimo è che siano usati soldi destinati a contrastare la violenza per attività di tutt’altro genere e speculino con i finanziamenti nati per proteggerci. Iniziamo quindi ad andare oltre agli appelli, ma facciamo proposte concrete ed efficaci controllando, potenziando e regolando l’attività dei centri antiviolenza e i servizi per le donne nel nostro paese, perché l’essere donna, libera cittadina non sia più un privilegio di poche fortunate ma un sacrosanto diritto di tutte noi: lasciateci vivere!
    Pineda Bruna Giovanna, PRC-FDS, fondatrice del centro anti-violenza della città di Rovigo.

  4. Nessun contributo … allora sono legittimato a fare un dibattito con me stesso …

    Io un paio di molecole le ho proposte riprovo con una di esse: abolire la sovrappopolazione di Stato, aka matrimonio, il voler ripartire il mondo in coppie di carcerati messi a procreare legati da una robusta catena di acciaio che porta anche violenza omi… oops femmicida; abolirla come segnale concreto da parte degli Stati di voler rinunciare a guerra o spremitura economica come mezzi di gestione del problema della distruttività umana. Sotto questo profilo alcune vittime di assassinio misogino si possono vedere come casualties collaterali di questa bizzarra macchina da guerra.

    In concreto: gli Stati smettono col ricatto contro cittadini/cittadine consistente nell’ imporgli di formare una coppia (etero o omo) se vogliono avere aiuto e riconoscimento sociale. Indizio evidente di questo ricatto: il bizzarro istituto della pensione di reversibilità: nella società giusta esso sarà inutile col che apparirà come un oscurantista retaggio di istigazione alla fertilità conigliesca risalente all’ alba dei tempi.

    Alcuni fra quelli che De Crescenzo chiama “popoli di libertà”, contrapposti agli assolati “popoli d’ amore”, sono più avanti nel riconoscimento del cittadino slegato dalla appartenenza ad una coppia più o meno consacrata. D’ ora in avanti nelle Costituzioni si dovrebbe scrivere che dignità, diritti e riconoscimento vengono erogati a livello INDIVIDUALE, senza tentare di ricattare la gente a sposarsi.

    Credo che la aggressività maschile e femminile peggiorano gravemente davanti alla paura del fallimento e della esclusione.

  5. Bisogna trovare molecole efficaci, e non mi riferisco a quella dell’ alcol che ho visto usare con successo da un paio di donne per abbassare la aggressività del partner nel finesettimana, troppo rischiosa.
    Mi spiego con un esempio: contro la sovrappopolazione del pianeta la prima cosa che viene in mente sono tappi, forbici, divieti e punizioni economiche. In realtà sembra che più efficaci sono più potere alla donna e più diritti e istruzione per tutti.
    Il problema della violenza misogina sembra richiedere molecole supplementari, nuovi principi attivi … i ricercatori/ricercatrici le hanno trovate ? E se sì come sintetizzarle ?

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