Diritti Umani

La 57a vittima: lettera aperta dell’Udi

Pierina Baudina, strangolata dal convivente a 83 anni

IN QUESTO MOMENTO DI EMERGENZA NAZIONALE QUESTO BLOG CHE SI CHIAMA “ANTIVIOLENZA”, OSPITA E PUBBLICA APPELLI, LETTERE, PROPOSTE E  INZIATIVE DELLE ASSOCIAZIONI E ORGANIZZAZIONI DI DONNE CHE SI MOBILITANO CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE E IL FEMMICIDIO.

Mentre sui giornali si disquisisce se è meglio femmicidio o donnicidio, le donne continuano a morire: grandi, piccole, giovani, anziane, chiunque di noi può essere la prossima. Come Pierina Baudino, 83 anni, originaria di Chiusa Pesio, che è stata strangolata a Cuneo l’altra sera dal convivente Vittorio Ninotto, 76 anni. L’anziana sapeva che lui, dopo 27 anni di convivenza, la tradiva con un’altra donna. Tanti litigi, finché lui era stato messo fuori casa, ma poi era tornato a vivere da lei. L’altra sera, l’ennesima lite. Ninotto l’ha aggredita e strangolata a mani nude. Dall’autopsia oggi risulta che la povera donna sia morta per infarto mentre l’uomo cercava di ucciderla, in questo modo l’accusa, da omicidio volontario, potrebbe essere derubricatra in omicidio preterintenzionale: ovvero oltre le intenzioni del Ninotto.

Lettera aperta di Vittoria Tola, responsabile nazionale dell’Udi (Unione donne in Italia) – Femmicidio in Italia: 57 donne assassinate da uomini e zero risposte politiche

Cinquantasette donne uccise da uomini violenti dall’inizio dell’anno: 57 che forse domani saranno 58, e non succede niente. Il governo e le istituzioni tacciono, tace il parlamento, tacciono i partiti e tace l’antipolitica. I giornali e i mass media, sempre tra cronaca e scandalismo, almeno da alcuni giorni non imperversano con la favoletta del delitto passionale e della gelosia. Tesi sempre molto cara non sappiamo se in nome di un depistaggio puro o di una mentalità degna di mezzo secolo fa. Di giornali di tutte le tendenze. Raramente nel quadro delineato ci sono i responsabili di complicità e omissioni che portano alla tragedia. Forse perché il fenomeno non è politicamente elegante a cominciare dal nome stesso. Femminicidio. Immaginiamo per un attimo se la ‘ndrangheta o la mafia avessero seminato 57 morti in giro per l’Italia. Immaginiamo se 57 militari italiani fossero stati uccisi dai talebani in Afghanistan. Immaginate cosa sarebbe successo sui mass media, in parlamento e tra le forze politiche. Come minimo, oltre il rafforzamento di polizia, carabinieri e magistratura contro la criminalità organizzata si sarebbero invocate misure speciali e l’intervento dell’esercito chiedendo a regioni ed enti locali di essere in prima fila. Chiedendo allo Stato di esserci e assumersi le sue responsabilità. Per reprimere e prevenire affrontando le cause di tanta violenza. Nell’ipotesi afghana lo stato italiano avrebbe sfiorato l’incidente diplomatico internazionale. Non succede niente per le donne ammazzate da uomini. Qualcuno ha imparato a chiamarlo femminicidio, è un passo avanti, noi lo facciamo da anni. Ma quel tipo di assassinio non è “un fatto politico grave”, visto che da anni li contiamo a centinaia e centinaia. Non è paragonabile a niente, neanche all’enorme tragedia dei morti sul lavoro, giustamente considerato problema sociale gravissimo. I femminicidi sono solo drammi della gelosia, cronaca nera un po’ troppo reiterata. Le donne, le associazioni i collettivi che da oltre 35 anni, sulle loro forze, hanno denunciato la pericolosità sociale, culturale ed economica e la radice politica della violenza non ottengono ascolto. Le emergenze sono sempre ben altre. Se agli assassini di donne aggiungiamo lo stillicidio degli stupri più efferati da parte di gruppi e di singoli, la violenza sessuale, fisica, psicologica e ed economica nei rapporti di coppia, lo stalking e le molestie anche nei posti di lavoro, si definisce un quadro di centinaia di migliaia di casi, milioni dice l’Istat, che sono evidenti ma rimangono invisibili ai più. Eventualmente, sull’onda dell’emozione, si invoca l’aggravio delle pene fino al prossimo caso, purché sia eclatante, molti giocano a fare gli indignati: fino alla prossima volta che è subito dietro l’angolo. Siamo in realtà di fronte a un quadro di guerra che lascia le donne, tante, uccise, e insieme danni umani, familiari, personali, medici e sociali infiniti. E’ il risultato “dell’amore criminale”, come non intenerirsi davanti all’amore anche se criminale? Oppure è colpa delle donne, che stanno con balordi e che non se ne vanno davanti alla violenza dell’uomo. Vanessa se ne stava andando, finalmente consapevole di quella carica distruttiva nel suo rapporto. Prima di lei, Stefania Noce e tante altre che avevano detto: No. Lui l’ha uccisa per questo. Non è il primo e non sarà l’ultimo perché anche altre donne che erano riuscite ad andarsene e avevano chiesto aiuto, non lo hanno trovato. Perché quelle strutture specializzate che le donne hanno inventato e organizzato e che si chiamano centri antiviolenza sono pochi su tutto il territorio nazionale e collocati in modo spesso irraggiungibile per troppe donne. Servizi sistematicamente in affanno perché i finanziamenti non arrivano. Gli enti locali che sono stati i principali finanziatori non hanno risorse economiche. Quella è “roba per tempi migliori”. Molte regioni hanno de-finanziato le leggi ad hoc e spesso non per mancanza di soldi. Magari è più facile, per qualche presidente di regione, aderire ad appelli contro il femminicidio e dire tutta la sua indignazione per i nostri diritti, perché le “stiamo a cuore”. Per questo sottrae alle donne diritti e fondi a loro destinati. A cominciare dalle decurtazioni alla legge regionale sui centri antiviolenza e finire ai consultori. Inoltre per chi chiede aiuto non ci sono abbastanza agenti di polizia o carabinieri formati nel modo giusto che spesso consigliano alla donna di tornarsene a casa, di riconciliarsi con il partner violento, soprattutto se è il marito. Questione culturale o il dovere degli agenti di tentare la conciliazione per piccole controversia come dice il T.U del 1931 ancora in vigore? Cosi spesso un uomo molesto o violento non è considerato niente di più di una persona nervosa con cui devi fare la pace. Le donne di Napoli hanno da settimane lanciato per questo un appello alla ministra Cancellieri e alla ministra Severino sottoscritto da donne e uomini anche nel resto d’Italia. Poi c’è la sottovalutazione degli operatori di pronto soccorso che non chiedono e non refertano nel modo adeguato le vittime di violenza. Gli sportelli antiviolenza, come quello del San Camillo a Roma, vengono chiusi perché non ci sono soldi. Lo stesso problema investe gli operatori di tanti altri servizi sociosanitari sempre più in difficoltà. Un femminicidio non è mai il raptus di un momento e ci sono prima molti episodi e tanti testimoni che potrebbero fermare quell’uomo e non lo fanno o sono indotti a non farlo. Per questo, le donne sperimentano quasi subito che se anche parlano, come sempre più spesso succede, anche se denunciano, non trovano sostegno adeguato e se arrivano in tribunale i tempi sono biblici e i risarcimenti, non solo economici, rari, rarissimi. Abbiamo visto che la prima udienza comincia dopo anni, che i costi sono proibitivi e che la percezione soggettiva di molti giudici è assurda. Di che meravigliarsi se non c’è un vero impegno formativo del Ministero della giustizia e dell’ANM, e se manca una legislazione chiara su questi temi? Sarebbero necessari la sensibilizzazione e la prevenzione. Ma servono risorse e cultura adeguata anche per la sensibilizzazione e la prevenzione. La campagne che abbiamo visto contro la violenza maschile sono piene di stereotipi sulle vittime e per la prevenzione la scuola non ha, a sua volta, né risorse né formazione degli educatori. La differenza sessuale e la cultura di genere sono poco presenti più come atti di buona volontà di singole docenti e di singoli istituti che come dimensione organica di rilettura delle varie discipline ed educazione a un mondo fatto di uomini e di donne consapevoli di sé e dell’altro. In altre parole tutto converge a dirci che non solo mancano politiche capaci di capire la gravità del femminicidio e della violenza maschile, ma che la situazione italiana, a troppi livelli, dimostra acquiescenza e complicità con i violenti ed è questo che impedisce di affrontare la tragedia che si comsuma in tempo reale sotto i nostri occhi. Ma ora la situazione, complice la crisi economica, sta peggiorando. Si punta anche a smantellare quanto in questi anni era stato fatto. D’altra parte quando, nel 1975, l’Onu dichiarò la violenza contro le donne il reato più diffuso al mondo in Italia, pochi se ne accorsero e solo dopo la tragedia della strage del Circeo e la massiccia mobilitazione del movimento delle donne, che propose una legge di iniziativa popolare, si aprì la discussione sul tema. Come dimenticare che ci sono voluti ben 20 anni per cambiare il codice Rocco che nominava lo stupro come “delitto contro la moralità pubblica e il buon costume” . Poi si è proceduto per pezzi successivi e, ancora oggi, non abbiamo una legge organica contro tutte le forme di violenza sessuata, femminicidio compreso, e una definizione degli strumenti di rilevazione, conoscenza, di indirizzo politico e istituzionale, delle competenze amministrative, delle risorse economiche e istituzionali all’altezza di questa sfida. Non a caso quella pallida imitazione di “Piano d’azione contro la violenza alle donne” del Dipartimento pari opportunità approvata l’anno scorso, non è chiaro che cosa sia e a che cosa serva, soprattutto se i finanziamenti, dopo che i bandi si sono conlcusi a novembre, sono ancora bloccati e fermi al vaglio invece di essere erogati ai centri antiviolenza. D’altra parte quando Monti ha deciso di dare ad interim il Dipartimento per le pari opportunità (in Parlamento tutti d’accordo) a una ministra già gravata da altri fardelli, ha dimostrato, se ancora ce ne fosse bisogno, che la politica delle donne e le politiche che dovrebbero tener conto delle donne non sono in cima agli interessi di questo governo, come non lo erano per quello precedente. E’ degno di nota il fatto che le uniche tre ministre siano anche le titolari principali delle scelte che dovrebbero riguardare le politiche contro la violenza e il femminicidio, certo non da sole se pensiamo alle funzioni del ministro della scuola, università e salute, famiglia e coesione sociale, ma è certo che sono in una posizione privilegiata per dare un segnale diverso. Ancora una volta inutilmente. Non si vede alcuna disponibilità a raccogliere le parole e le proposte politiche per contrastare la violenza maschile che vengono dall’esperienza di associazioni e di donne che da sempre se ne sono occupate. Sappiamo da tempo che a troppe donne, forti e fortunate, le vittime di violenza appaiono come miseria femminile, inconsapevoli che se tutto il mondo sta affrontando questo terribile problema è perché le donne lo hanno fatto emergere come una sfida culturale, sociale e politica. Persino economica. Le donne stesse hanno messo in discussione il concetto di proprietà sul loro corpo e quell’obbedienza femminile che contribuiva a rendere la violenza “naturale”. Molte donne e associazioni di donne, come l’UDI, da quando hanno preso consapevolezza di questa violenza non hanno mai taciuto né mancato di fare proposte. Mai state complici. Basti pensare a campagne come Stop femminicidio, che è un filo conduttore della nostra politica o alla Staffetta (un anno intero di iniziative che hanno attraversato l’Italia) contro la violenza. All’inizio dell’anno noi abbiamo chiesto più volte un incontro con la ministra Fornero per presentare una proposta di politica integrata a contrasto della violenza e del femminicidio. Ci siamo rivolte a lei che, come ministra delle Pari opportunità, ha il difficile compito di coordinare le politiche contro la violenza alle donne per offrirle proposte e soluzioni, ma siamo ancora in attesa di una risposta che non è formale, ma politica. Questo è un paese dalla memoria corta e interessata. Delle donne in genere non si ricordano neanche la fondamentale presenza e il contributo alla guerra di liberazione dai nazifascisti. Guardiamo alle celebrazione dell’ultimo 25 aprile. Non si è ricordato il loro contributo alla nascita della Repubblica e della democrazia italiana, quindi che non si riconoscano i decenni del loro lavoro contro la violenza maschile, quali uniche alleate dell’ Onu e dell’Europa sul tema, non ci meraviglia. E’ una costante che riscontriamo perfino in molte donne che finalmente hanno preso coscienza del fenomeno. Da qui nascono le molte scelte che ci danno la palma negativa riguardo alla rappresentanza, al lavoro, al welfare, alla denatalità, nell’economia e, non a caso, nei femminicidi, nella violenza maschile e nella rappresentazione della nostra immagine come donne. I violenti esistono in tutto il mondo, se in Italia sono così aggressivi e pervasivi è perché pensano di poter contare su complicità culturali potenti in un paese prevalentemente governato da uomini e da élite che continuano a vedere il mondo su base monosessuata del profitto e del potere.Siamo anche il paese che vanta, complessivamente, uno dei più importanti movimenti delle donne, senza cui non avremmo potuto, tutte, contribuire a portare in piazza il 13 febbraio di un anno fa oltre un milione di persone in nome della dignità delle donne e della politica. Perché, allora, noi donne continuiamo a procedere il ordine sparso e a non porre la violenza maschile al primo posto della nostra agenda politica come se ripartissimo dall’anno zero? Dobbiamo individuare tutti i veri responsabili che ci hanno portato a questo punto e non limitarci a dichiarazioni di principio contro il femminicidio. Gli appelli, come quello di Snoq, sono sempre molto importanti e positivi se testimoniano un’altra visione delle relazioni tra uomini e donne, se raccolgono un sentire comune e lo rilanciano sulla scena pubblica, ma non bastano. Abbiamo tutte bisogno di confrontarci su proposte concrete, chiedere risposte e politiche coerenti al Governo prima di tutto e al Parlamento, alle istituzioni, ai poteri che decidono e ai cui membri non è concesso presentarsi come comuni cittadini senza responsabilità.Noi donne dobbiamo e vogliamo essere più esigenti. Possiamo pensare di contribuire a governare il paese, dove esiste uno straordinario numero di associazioni, collettivi e imprese di donne, solo se sapremo, tutte insieme, ognuna con la sua storia ma insieme, costruire e sostenere le proposte necessarie per fermare quest’eccidio, questa guerra dentro casa, questa barbarie che caratterizza l’Italia e poi costringere tutti a tenerne conto. Subito.

5 risposte »

  1. Vittoria Tola, un’altra teologa! Il problema, dice questa signora, è solo la violenza esercitata dagli uomini sulle donne, le eventuali concause che la possono determinare sono irrilevanti. Le donne indossano abiti sempre più succinti e sconci, fanno regolarmente le corna ai loro mariti o fidanzati, rivendicano un diritto di assoluta paritarietà rispetto a ogni genere di bravata maschile? E allora? Cosa c’entra tutto questo con la violenza sistematica esercitata sulle donne? Nè si può pensare che il Padre Eterno disapprovi o abbia in nausea quei comportamenti femminili o che, in ogni caso, faccia derivare da tali comportamenti terribili conseguenze. Questo è l’alto pensiero civile e teologico del nostro tempo affidato questa volta su Rainews alla signora Tola! Lei, signora Tola, è fortunata solo per la codardia di certi vescovi, i quali pensano che il messaggio di Cristo non debba mai turbare le coscienze, soprattutto le coscienze dei nemici della Chiesa. Ma non avrà sempre la stessa fortuna di oggi, mi creda! francesco di Maria.

  2. In 27 aprile 2012, io stavo in piedi dentra il mio giardino in silenzio,all’improvviso un uomo gridava rivolto a me senza motivo di fronte al mio cancello, sentendo l’uomo che gridava, una donna che era in fondo al via e corsa verso il mio cancello dicendo a quel uomo che non doveva gridare, e che io non centravo niente. ho pensato questo uomo farà salire il cancello e mi uccide,ho paura, aiuto,help

  3. Ad esempio io fino a stasera ero scettico sulle quote rosa perche’ pensavo sortiscono l’ effetto opposto, le donne non lottano piu; … ma mi e’ venuto un dubbio … forse lottando in un ambiente maschile le donne diventano troppo “androgine” , come certe superficiali neoliberiste della politica … e la societa’ perde una occasione di rinnovamento spirituale. Forse allora sarebbe davvero meglio introdurre quote rosa come riserva di piu’ libero dispiegamento di femminilita’ … e forse gia’ che ci siamo anche quote per 50enni 60enni etc …

  4. Antiviolenza, un servizio importante … mi vengono in mente quei pomeriggi da far west a scuola … forse un solo educatore per 100 o 200 bambini, comunque introvabile … paura e tristezza sottili si impadronivano del mio pomeriggio … solo con la aggressività tua e degli altri — lo stress non era tanto quel che succedeva, ma quel che inconsciamente temevi poteva succedere.

    La scuola è metafora della vita, si dice che i cittadini sono più bambini di quel che pensano. Credo che una più forte rete sociale fatta di autocoscienza, anche su questi blog, può essere utile per capire insieme per quali cambiamenti collettivi globali tornare a lottare. E non è solo questione di crisi economica usuraria, il cambiamento per diventare meno cattivi è molto più profondo del solo rigetto del neoliberismo … lo Stato deve aiutare su base individuale smettendo di istigare ideologicamente a lavorare e fare bambini, alla formazione di coppie e di company: anche se torneremo al “paradiso socialdemocratico”, dobbiamo in più liberarci dalla ansia del far dipendere sopravvivenza e riconoscimento sociale dall’ aver formato una coppia gay o etero con qualcuno e da quel simbiotico multimatrimonio totemico rappresentato dalla conquista di un posto di lavoro nello Stato o, il che fa poca differenza, in una company o corporazione … che se non c’ hai il posto sei zitello. Se ci libereremo dai falsi bisogni simbiotici, forse uccideremo di meno.

  5. Forse esiste anche una violenza di genere, gente che detesta il sesso opposto al proprio. Però credo che una parte degli assassini di donne avviene in una ottica ‘unisex’. Tanti tanti anni fa io facevo le scuole elementari : classi enormi e soprattutto nel pomeriggio gli insegnanti si dileguavano, venivamo lasciati a noi stessi e allora scoppiava la violenza fisica, più spesso nei maschi che da parte delle femmine. Credo che era violenza per tutti; mentre mi ricordo che la rivalità che qualche volta faceva capolino tra maschi e femmine era in genere leale e sportiva, non degenerava in violenza. Penso che la educazione sia in seguito migliorata per due precisi fattori 1. le famiglie facevano meno bambini, così che questi sono cresciuti meno infelici e violenti e 2. gli insegnanti sono più preparati teoricamente e stanno di più con i bambini. Spero solo che ora le cose non peggiorino nuovamente, vedo gli sciagurati tagli alla scuola, e anche famiglie immigrate con 6 figli e sento profondo malessere alla vista di quei bambini visibilmente stressati e forse incattiviti.

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