Violenza, femmicidio e deontologia

Pochi giorni fa il giudice per le indagini preliminari del tribunale dell’Aquila, Giuseppe Romano Gargarella, sullo stupro di Pizzoli – dove due mesi fa una ragazza ventenne ha subito uno stupro che le è costata 48 punti di sutura per ricostruzioni vaginali e anali – ha dichiarato: “Non si può avere dubbio alcuno che il soggetto che si accompagnò alla persona offesa e la ridusse in quelle condizioni fu l’odierno indagato, né alcuna spiegazione alternativa si presenta minimamente possibile o configurabile”. La tesi accusatoria accettata dal Tribunale del Riesame dell’Aquila parla di un “abuso messo in atto in maniera cruenta”, tesi che ha spinto il collegio giudicante a tenere in carcere il militare Francesco Tuccia. Come riportato da ilcapoluogo.it, per i giudici “non si può non pensare che la ragazza avendo riportato gravi lesioni non abbia avuto atroci dolori tali da chiedere al giovane di fermarsi nella prosecuzione dell’atto sessuale”, smantellando completamente la tesi dell’avvocato della difesa che aveva sostenuto come la ragazza fosse stata “consenziente” a un rapporto di “sesso estremo”. Francesco Tuccia, unico indagato per lo stupro, fu fermato con la camicia sporca di sangue dal padrone della discoteca che aveva trovato la ragazza seminuda sulla neve, mentre due amici-colleghi del militare si allontanavano dal luogo, con la fidanzata di uno dei due, in macchina. Ora, ad aggiungere nuovi elementi alla inquietante storia della ragazza di Tivoli è stata una puntata della trasmissione “Chi l’ha visto?” su Raitre (condotta dalla bravissima Federica Sciarelli), dove una giovane in incognito ha raccontato di essere stata aggredita dall’amico di Francesco Tuccia (non indagato), un episodio che la ragazza provò a denunciare e su cui le stesse forze dell’ordine le “consigliarono di lasciar perdere”. La ragazza è andata in tv dopo l’appello del padre della studentessa stuprata che qualche puntata fa aveva chiesto: “chi sa parli”, e ha rivelato elementi che potranno essere utili alle indagini, dimostrando come l’informazione e i media possano aiutare con le loro inchieste le stesse indagini giudiziarie senza fare “processi mediatici”. Allora la domanda è: perché non si fanno inchieste specifiche e ben fatte anche su argomenti che trattano la violenza di genere (e ce ne sono di argomenti) oltre a fare fiction e salotti televisivi? perché non esiste un format come per esempio l’ottimo “Report” (condotto da un’altra super, Milena Gabanelli) su argomenti legati alla discriminazione delle donne?
Alle volte penso che la violenza sulle donne sia diventata una prassi di relazione tra i sessi in una cultura che invece di combattere, asseconda e sostiene la cultura dello stupro dando idea agli autori di poter rimanere impuniti, da una parte, e facendo risuonare le trombe (e i tromboni) quando le cose si mettono male (“troppa violenza, troppi omicidi”), senza capire in profondità le gravissime conseguenze sociali e collettive di questo comportamento. Denunciare questa prassi è compito anche dei media che continuano a trattare questa violenza come se fosse un argomento d’opinione su cui tutti, ma veramente tutti, esprimono un giudizio che a ben vedere è un parere del tutto personale e soggettivo, e alle volte anche un po’ troppo “pesante”. Articoli, reportage, talk show, trasmissioni, docu-fiction, che mostrano quanto l’Italia sia indietro sulla questione di genere facendo di quello che è un problema di emergenza nazionale (ormai siamo a quasi 50 femmicidi in Italia dall’inizio del 2012) un argomento da salotto, un fenomeno su cui indignarsi per una serata, uno spunto per dire “la propria” da parte di chiunque, o un’occasione per fare un pessima figura. Come l’articolo di Massimo Fini sul “Fatto” in cui il giornalista cita tre ragazze stuprate – di cui due uccise – come “ragazze sculettanti”, un episodio gravissimo che, oltre le scuse che il giornalista ha messo per iscritto, dovrebbe anche prevedere un richiamo disciplinare da parte dell’Ordine dei giornalisti nonché un richiamo ufficiale da parte del direttore. Quello che manca infatti, oltre alle competenze dei singoli che a volte arriva alla violenza verbale, è un quadro deontologico chiaro che dia direttive precise  a chi si accosta a fatti che riguardano violenza di genere e femmicidio, che non sono argomentabili come semplici fatti di cronaca e che devono essere “maneggiati” con una certa cautela. Il fatto di non avere, non dico un desk (magari), ma una o un professionista all’interno delle redazioni che abbia profonda conoscenza sull’argomento – non solo sulla violenza o sul femmicidio ma su tutte le questioni di genere, dato che la violenza è inscindibile dalla discriminazione culturale e sociale subita dalle donne – e che possa affrontare la questione con strumenti adatti evitando di dire banalità o di essere fuori luogo dando un’informazione corretta, è una doppia discriminazione. Perché non dare delle pagine ai diritti delle donne, alla violenza di genere, al femmicidio come si fa con gli esteri o con gli spettacoli? Perché non trattare certi argomenti con la stessa metodologia delle inchieste giornalistiche su temi trasversali? La risposta è sempre quella: finché non si affronterà il problema culturale della discriminazione delle donne in tutti gli ambiti, una mentalità profonda e radicata in tutta la società, nessuno si porrà il problema di fare un giornalismo corretto e deontologicamente adeguato all’argomento.

Sbatti il femmicidio in Tv

Ma che titolo è “Amore criminale” per una trasmissione se poi si tratta di una donna che viene uccisa dal partner? Oltre alle perplessità sul titolo, la trasmissione in onda in su Raitre – che non è nuova ma che nel passato era stata condotta da Camila Raznovich che aveva almeno il piglio della conduttrice attenta – è oggi condotta da un’attrice, Luisa Ranieri che, al di là della buona volontà, non ha certo un’impostazione sul tema né tantomeno la capacità di introdurre lo spettatore in un incubo come quello della violenza di genere e del femmicidio. Ma non perché non sia brava, semplicemente non è il suo mestiere. Sì, perché la trasmissione televisiva di cui si parla ha la presunzione di trattare in maniera informativa della morte delle donne, o meglio del femmicidio. Ogni puntata infatti è il racconto della storia, realmente accaduta, di una donna uccisa dal partner attraverso spezzoni di interviste a supporto di una mega fiction, che dovrebbe informare, in maniera precisa e dettagliata, sui fatti accaduti. Eppure non essendoci nessuna analisi, contestualizzazione e approfondimento, come questi fatti di attualità presupporrebbero, ma solo una ricostruzione veicolata da un video-fotoromanzo con scene ricostruite, alla fine sembra di stare seduti in poltrona davanti a un B-movie casalingo. L’effetto è quello di un film televisivo breve di cui la fine è nota col “vantaggio” di sapere che si tratta di una storia vera e con il pathos creato dagli intervistati, amici e parenti “veri” della vittima che partecipano alla ricostruzione e montati con brevi spezzoni all’interno del “film”, in un crescendo della storia che si dirige inesorabile verso il climax dell’omicidio. Un’operazione che isola il caso e lo descrive come se la poveretta avesse avuto “la sfiga” di cadere nelle mani di un matto squilibrato, e che non chiarendo i dati, la situazione, il contesto, i numeri, le cause culturali di questo grave e pericoloso fenomeno, riduce tutto a un insano voyeurismo che porta lo spettatore a indugiare su particolari raccaprinccianti e la spettatrice a esorcizzare il problema (meno male che a me non capita). Ricco di descrizioni al limite della maniacalità – come la ricostruzione in fiction dell’omicidio della donna con l’attore che uccide l’attrice – e senza il suppporto di una inchiesta giornalistica che sostenga i fatti contestualizzandoli, “Amore criminale” è davvero criminale. Non si possono trattare fatti di attualità così gravi, soprattutto in un momento in cui questi stessi fatti hanno assunto una gravità eccezionale (più di 40 femmicidi dall’inizio del 2012), come se fossero fotoromanzi: è diseducativo, fuorviante, poco professionale e dannoso. Per far conoscere quello che succede e risolverlo facendo leva anche sull’opinione pubblica, non basta sbattere l’omicidio sullo schermo, ma serve un’informazione fatta da chi di queste cose ne capisce: argomentazioni, inchieste, indagini molto serie, condotte da professionisti che certo non mancano in giro in Italia (con tutti i giornali che chiudono), perché la violenza di genere non è un’opinione dove chiunque può dire quello che gli pare o fare quello che vuole, ma è un fenomeno che riflette un’intera società e che quindi va affrontato in maniera scientifica anche quando se ne parla. Ma allora erché non dare un serio format d’inchiesta anche su argomenti che riguardano i femmicidi in Italia?

Stupro di Pizzoli, il ginecologo: “mai visto nulla del genere”

In Italia i media e l’informazione non sono sempre corretti quando trattano di violenza di genere e di solito tendono a urlare la notizia, a cercare lo scoop, e a ricalcare modelli culturali sulla donna molto pericolosi e dannosi per le stesse vittime e per le donne in generale perché svilenti per chi subisce violenza (come l’insistere su particolari morbosi) e accomodanti per chi la pratica (era un bravo ragazzo, di brava famiglia, è stato un raptus, era troppo innamorato quindi l’ha uccisa). Un linguaggio e un background culturale che nei tribunali viene usato per sostenere ipotesi in difesa di stupratori e autori di violenza che sottintendono stereotipi pesantemente maschilisti e misogini (se l’è cercata, è lei che lo ha provocato, l’uomo è cacciatore, all’istinto non si comanda, era consenziente), per cui le vittime di violenza diventano spesso offender e sono costrette a dimostrare “la violenza” subita, sopportando pressioni psicologiche che si aggiungono a quello che già hanno vissuto. Troppo spesso inoltre, lo stupro viene considerato un reato di serie B e le donne si sentono talmente poco tutelate da preferire il silenzio alla denuncia, perché sanno che durante il processo potrebbero non sopportare il peso di un’altra violenza, quella psicologica e verbale. Su quello che è successo tra l’11 e il 12 febbraio nello stupro alla discoteca di Pizzoli, vicino L’Aquila, dove una ragazza di vent’anni è stata trovata sulla neve, seminuda, coperta di sangue per l’emorragia che le lesioni della violenza subita le avevano provocato, è stato scritto e detto molto. Anche troppo. Di questo reato è stato accusato un militare, F.T. di 21 anni, e per lui il giudice, a differenza di altri procedimenti in corso in questo periodo su reati di stupro, ha disposto la custodia in carcere. La famiglia del ragazzo ha chiesto scusa alla famiglia della giovane stuprata, ma l’avvocato difensore, Alberico Villano, ha tranquillamente pronunciato il nome e il cognome della ragazza durante uno show televisivo con grave violazione della privacy ma soprattutto violando la riservatezza sulle norme di sicurezza cui la ragazza è sottoposta. Oltre al reato di stupro, a carico del militare c’è l’ipotesi di tentato omicidio, in quanto l’uomo è stato fermato mentre si stava allontanando dalla discoteca, sporco di sangue, lasciando la ragazza in fin di vita sulla neve: un mancato soccorso che sarebbe costata la vita della studentessa se non fosse interventuto il personale della discoteca che l’ha soccorsa. La ragazza, uscita dal’ospedale ma ancora in convalescenza in un luogo segreto, non ricorda esattamente i fatti avvenuti perché lo shock è stato troppo forte, ma in una fase della sua ripresa in ospedale avrebbe detto: “Quelli mi volevano uccidere”, perché in realtà fuori dalla discoteca, oltre al militare inquisito, erano stati fermati anche altri due commilitoni del 33esimo Reggimento Artiglieria Acqui, insieme alla fidanzata di uno dei due. L’avvocato del militare ha sostenuto in maniera convinta che il rapporto sessuale che ha subito la studentessa era un “rapporto amoroso consensuale”, sostenendo che l’uomo avrebbe provocato le ferite con “la mano”, malgrado i 48 punti di sutura che la ragazza ha dovuto subire per ricostruire le parti interne lese. Alla domanda sulla gravità delle ferite della giovane, che fanno pensare senza dubbio alcuno (e senza possibilità di dimostrare il contrario) a una violenza inaudita, il legale ha risposto che “non sono state provocate da un atto sessuale non voluto”, e che “la ragazza non è stata costretta”. Secondo il legale: non ci sarebbe stato nessun corpo estraneo nell’atto sessuale; i due giovani commilitoni e la giovane non sono intervenuti in nessuna fase del fatto; e il giovane militare, “molto impaurito”, quando ha visto il sangue, è rientrato nella discoteca per chiedere aiuto. Non solo, perché la ragazza, secondo l’avvocato, “Dovrà spiegare il perché e il motivo per il quale è uscita fuori dal locale con il freddo e la neve insieme al suo giovane coetaneo”. In poche parole la ragazza dovrebbe rispondere al fatto che non solo era consenziente a farsi provocare quelle ferite ma anche che lei la violenza se l’è cercata. Su questo caso si è parlato di “pratica estrema”, del diametro di una mano chiusa a pugno considerando possibile che quelle ferite potessero essere state prodotte da un rapporto, “consensuale”, con l’uso di una pratica sessuale che si chiama fisting e che viene esercitata con il pugno. Un quadro davvero deprimente, vergognoso, schifoso, che su una vittima di stupro approfondisce quelle ferite che non guariranno mai. Ma la vita è generosa anche nella tragedia, perché dalle dichiarazioni fatte in una trasmissione su Canale 5 ieri dal dottor Gabriele Iagnemma, il ginecologo dell’ospedale che ha “ricucito” la ragazza stuprata, si capisce che non può essere stata né una mano né un rapporto consenziente. Dichiarazioni che dovrebbero spazzare via tutte le elucubrazioni di dubbio gusto rimettendo al centro la vittima che ha subito una violenza terribile e il suo diritto ad avere giustizia, e quindi il riconoscimento assoluto di quello che ha subito, e anche a individuare l’autore di una violenza efferata che forse è pericoloso anche per la società: “In trent’anni di attività non avevo mai visto nulla del genere – ha detto il dottor Iagnemma – quando è stata portata all’ospedale dal 118 e scortata dai carabinieri, è arrivata ricoperta di sangue in condizioni di incoscienza e in un grave stato di shock emorragico dovuto alle gravi lacerazioni che aveva. Lacerazioni che interessavano oltre che l’apparato genitale anche altri organi. E’ stata portata immediatamente in sala operatoria, dove ho chiamato subito il collega chirurgo e insieme, l’abbiamo operata. Un intervento di oltre un’ora nel quale sono stati ricostruiti l’apparato digerente e l’apparato genitale”. La ragazza sarà sottoposta a ulteriori controlli ed esami “soprattutto per verificare la funzionalità di alcuni organi, perché dal punto di vista anatomico è guarita, ma non sappiamo se lo sia dal punto di vista dell’apparato digerente che è la parte più colpita”.  Secondo gli inquirenti nello stupro è stato utilizzato uno strumento metallico e anche per i medici le ferite riportate non sono affatto compatibili con un rapporto senza violenza. L’amore, il sesso estremo, l’avventura di una notte, qui non c’entra: è solo violenza.

Ancora domiciliari a chi è accusato di stupro di gruppo su una minore

Questa volta non commento ma pubblico quello che hanno scritto diverse testate (Rainews24,  Ansa, Messaggero) premettendo che

L’Art.274 definisce le esigenze cautelari ed almeno una delle 3 deve sussistere perché si possa applicare una misura cautelare:
pericolo di inquinamento prove, per l’acquisizione stessa della prova o per la genuina acquisizione della prova. Ci deve essere la motivazione dell’ordinanza del giudice che dispone la misura; sono specifiche ed inderogabili esigenze in relazione a situazioni di concreto e attuale pericolo di inquinamento prova che devono risultare dal provvedimento del giudice. Il legislatore del 1995 ha precisato dicendo che le situazioni di pericolo non riguardano chi si rifiuta di dare dichiarazioni; le misure cautelari non possono servire per ottenere collaborazione;
pericolo di fuga, quando si è dato alla fuga; si dispone la misura se si ritiene che in concreto si possa irrogare una pena superiore a 2 anni di reclusione;
pericolo della commissione di delitti: serve un pericolo concreto per specificare le modalità del fatto e la personalità dell’autore, che questo commetta gravi delitti, o di criminalità organizzata, o della stessa specie per cui si procede.
Si vuole evitare che ci siano applicazioni facili. Il ragionamento del giudice deve essere espresso nella motivazione; il codice richiede una motivazione particolarmente ampia e precisa, assimilabile in tutto ad una sentenza.

E una violenza di gruppo su una minore, oltre ai tre pericoli suddetti, mi sembra un’ampia motivazione, soprattutto se gli imputati in attesa di giudizio vivono nello stesso luogo, magari un paesino, dove vive la vittima, una “convivenza” che la vittima dovrà subire durante tutto l’arco dello svolgimento del processo. Ci sono imputati accusati di reati meno gravi che aspettano la sentenza definitiva reclusi per anni.

 

Video sul Processo per stupro - 1979 (clicca sull'immagine)

 

Rainews 24 – I giudici hanno applicato una recente pronuncia della Corte Costituzionale

Concessi i domiciliari ai due giovani del frusinate accusati di stupro

Il Tribunale del riesame di Cassino ha concesso gli arresti domiciliari applicando una recente sentenza della Corte Costituzionale che prevede la possibilità di misure cautelari alternative al carcere in caso di violenza sessuale di gruppo. La pronuncia dei giudici riguarda il caso di due ventenni del frusinate – in carcere dallo scorso agosto – accusati di violenza sessuale di gruppo su una ragazza minorenne.

Cassino, 14-03-2012 – Sono stati concessi gli arresti domiciliari ai due ventenni del Frusinate, in carcere dal 6 agosto scorso per violenza sessuale di gruppo nei confronti di una minorenne. Ha così trovato applicazione una recente sentenza della Cassazione, secondo la quale sono possibili misure alternative al carcere in caso di stupro di gruppo. La decisione è stata adottata dal Tribunale del riesame di Cassino (Frosinone), dopo aver preso atto della pronuncia della Cassazione. La ragazzina, all’uscita da un pub nella notte tra il 23 e il 24 giugno 2011 tra Sora e Isola Liri (Frosinone), venne avvicinata dai due giovani, di 24 e 21 anni, che la fecero salire nella loro auto per accompagnarla a casa. La giovane era con la sorella maggiorenne, che proseguì a piedi. La violenza, secondo le indagini, si sarebbe consumata in una stradina nelle campagne di Sora. I due giovani, però, hanno sempre respinto ogni addebito, sostenendo che la giovane fosse consenziente. Il Tribunale del riesame di Cassino aveva confermato il carcere per i due, ma la difesa aveva proposto ricorso in Cassazione. I supremi giudici hanno annullato la decisione del riesame stabilendo – con interpretazione estensiva di una sentenza della Corte Costituzionale – che per la violenza sessuale di gruppo non è obbligatorio optare per il carcere ma possono essere concesse anche misure cautelari meno afflittive. Riesaminato, dunque, il caso, il tribunale del Riesame ha concesso i domiciliari ai due giovani accusati dello stupro”.

Ansa – Da tribunale Cassino domiciliari per stupro di gruppo

Dopo sentenza Cassazione su misure alternative a carcere

14 marzo, 16:36

(ANSA)-SORA (FROSINONE),14 MAR- Concessi i domiciliari a due ventenni del Frusinate, in carcere dal 6 agosto scorso per violenza sessuale di gruppo nei confronti di una minorenne. Ha cosi’ trovato applicazione una recente sentenza della Cassazione, secondo la quale sono possibili misure alternative al carcere in caso di stupro di gruppo.La decisione e’ stata adottata dal Tribunale del riesame di Cassino.I 2 giovani fecero salire la ragazzina sull’auto per accompagnarla a casa ma poi deviarono verso le campagne.

Messaggero – Stupro di gruppo su minorenne a Frosinone: concessi i domiciliari

Ha così trovato applicazione la sentenza della Cassazione che stabilisce misure alternative al carcere

FROSINONE – Sono stati concessi i domiciliari a due ventenni del Frusinate, in carcere dal 6 agosto scorso per violenza sessuale di gruppo nei confronti di una minorenne. Ha così trovato applicazione una recente sentenza della Cassazione, secondo la quale sono possibili misure alternative al carcere in caso di stupro di gruppo. La decisione è stata adottata dal Tribunale del riesame di Cassino (Frosinone), dopo aver preso atto della sentenza della Cassazione. Il processo a due giovani accusati di aver violentato la ragazzina di Sora è fissato per venerdì davanti al Gup di Cassino. La ragazzina, all’uscita da un pub nella notte tra il 23 e il 24 giugno dello scorso anno tra Sora e Isola Liri (Frosinone), venne avvicinata dai due giovani, di 24 e 21 anni, che la fecero salire nella loro auto per accompagnarla a casa. La giovane era con la sorella maggiorenne, che proseguì a piedi. La violenza, secondo le indagini, si sarebbe consumata in una stradina nelle campagne di Sora. I due giovani, però, hanno sempre respinto ogni addebito, sostenendo che la giovane fosse consenziente. Il Tribunale del riesame di Cassino aveva confermato il carcere per i due, ma la difesa aveva proposto ricorso in Cassazione. I supremi giudici avevano annullato la decisione del riesame stabilendo, con interpretazione estensiva di una sentenza della Corte Costituzionale, che per la violenza sessuale di gruppo non è obbligatorio optare per il carcere ma possono essere concesse anche misure cautelari meno afflittive. Riesaminato, dunque, il caso, il tribunale del Riesame ha concesso i domiciliari ai due giovani accusati dello stupro. «Sono soddisfatto – dice all’Ansa l’avv. Lucio Marziale, che con il collega Nicola Ottaviani difende uno dei due giovani (l’altro è assistito dagli avvocati Di Mascio e Di Passa) – perché la sentenza della Cassazione ha restituito al giudice la libertà di decidere. Il giudice è l’unico che deve poter valutare la situazione».

 

 

 

Denuncia dopo 20 anni di botte e la stampa parla ancora di “raptus”

 

È così, la maggioranza delle donne denuncia il proprio compagno, marito, partner, dopo anni di maltrattamenti, botte e violenza, solo quando vede in serio pericolo i figli e le figlie. Non è un fatto nuovo che una madre “resista” alla violenza domestica, diminuendo così anche la percezione  della gravità e del pericolo della situazione che sta vivendo, denunciando il marito solo quando vede la possibilità di danno verso i figli. Solo quando la prole rischia di essere seriamente coinvolta, la donna sceglie di non salvaguardare più “la famiglia” reagendo alla dipendenza, sia essa psicologica o economica (o entrambi), dall’uomo prendendo così la decisione di uscire dall’incubo. È successo ieri, a Roma, in zona Monteverde, dove una donna che da 20 anni subiva le violenze del marito, si è decisa a denunciare l’uomo con cui viveva e che aveva minacciato di uccidere anche il figlio maggiore. I giornali hanno scritto che “al culmine di una lite, quando l’uomo, in preda a un raptus l’ha picchiata con violenza afferrandola per il collo, in sua difesa è intervenuto il figlio 16enne della coppia, che però è stato a sua volta pestato e scaraventato a terra. Poi l’uomo si è diretto in cucina, ha preso un coltello e ha tentato di scagliarsi verso il figlio e la donna. Solo allora è arrivato il coraggio e la presa di coscienza del reale pericolo”. Parlando di un compagno “malato”, di “raptus”, di “momento di follia”, non si capisce che non solo si è ignoranti, nel senso che si “ignora” la situazione vera e propria perché in 20 anni ci sono parecche cose da valutare, ma anche che per stabilire lo stato patologico di una persona e l’incastro che si può produrre tra due persone in un arco di tempo così ampio, ci vogliono esperti. La cosa assurda è che, pur lanciandosi in diagnosi su sconosciuti e su situazioni in cui ci vorranno anni per capire e districare la questione, si omette di dire, basandosi sui fatti, una cosa molto semplice: ovvero che un uomo che da venti anni picchia e maltratta la donna con cui vive, è prima di tutto un uomo violento, senza contare che ridurre a “eccessi di ira” un reato, su cui poi si vedrà lo stato psicologico della coppia, è una gravissima mancanza. Un dramma che colpisce non una ma tantissime donne, anche quelle che stanno insieme a uomini “normali”.

War against Women: l’America del GOP

Nella campagna elettorale americana il Grand Old Party (GOP) sta portando avanti una guerra contro le donne attaccando anche in maniera aggressiva su aborto, maternità, diritti riproduttivi e contraccezione. Una strategia, quella repubblicana, che non è soltanto nei deliri del candidato ultraconservatore Rick Santorum o nell’esagerazione dei media, tanto che molte associazioni lanciano l’allarme. La settimana scorsa si è tirato su un polverone dopo che il Senato aveva bocciato l’emendamento repubblicano per cui i datori di lavoro e le assicurazioni avrebbero potuto negare “per ragioni morali e religiose” la copertura sanitaria per la contraccezione, un affronto al quale il presentatore radiofonico della destra conservatrice, Rush Limbaugh, aveva reagito dando della “slut” (più pesante di prostituta) a Sandra Fluke, la studentessa  che aveva sostenuto pubblicamente le politiche di Obama sulla contraccezione. Quella che Richard Klass chiama su Huffington Post “The Republican Assault On Women” non sembra più una fesseria tra quattro “sfigati” rimasti all’età della pietra, e lo stesso Klass si chiede: “Come siamo arrivati a questo punto? Come una questione risolta mezzo secolo fa, è diventata centrale per la propaganda elettorale del GOP? Come ha fatto il GOP mettersi nella situazione di chi allontana le donne che compongono più della metà degli elettori, specie le donne indipendenti che sono una parte decisiva per le elezioni?” E anche se Klass suggerisce la frase latina quem deus perdere vult, dementat prius (colui che Dio vuole perdere, prima lo fa uscire di senno), i fatti sono allarmanti perché se andiamo a vedere alcuni Stati sembrano davvero aver “perso di senno”. Nell’Ohio, per esempio, il senatore Josh Mandel ha proposto una serie di leggi, il gruppetto The Heartbeat Bill, che non porterebbero avanti un’interruzione di gravidanza nel caso si intercettasse il battito cardiaco, un fatto che si può verificare anche a poche settimane dal concepimento, e che vieterebbe l’aborto anche in caso di stupro, incesto e pericolo per la vita della madre, in un paese, gli Stati Uniti, dove l’interruzione è legale fino alla nona settimana. In Georgia, il deputato repubblicano Bobby Franklin avrebbe presentato una legge che sostituirebbe il termine “vittima” con il termine “accusa” nei reati di stupro, stalking e violenza domestica: “Nel caso di rapina, furto o frode la vittima rimane vittima – ha spiegato il Democratic Legislative Campaign Committee – mentre se vieni picchiata da un familiare o violentata, sei l’accusa”. In Texas invece è stata approvata una legge che obbliga i dottori a effettuare, sulla donna che vuole interrompere la gravidanza un’ecografia 24 ore prima dell’aborto mostrando le immagini alla paziente la quale, nel caso si rifiutasse di guardare, sarà sottoposta alla descrizione orale che il medico deve farle. In Virginia, infine, hanno approvato una legge per cui le donne che stanno interrompendo una gravidanza devono sottoporsi a un esame transvaginale – già in vigore in sette Stati americani: Alabama, Arizona, Florida, Louisiana, North Carolina, Oklahoma e Mississippi – sostituito poi con l’eco addominale perché ritenuto troppo invasivo. Donne repubblicane, come Clare Boothe, avrebbero voluto rimettere la dote, altre censurare libri e testi teatrali “troppo spinti” come i “Monologhi della vagina”, ma per il momento ci concedono ancora di ragionare e possiamo ancora dire che “non ci sta bene”.

 

 

15 coltellate sul corpo della donna nel Po

Il corpo trovato nel Po a San MauroIl corpo della donna era stato ripescato nel fiume Po la mattina di domenica 26 febbraio a San Mauro Torinese (Torino) in avanzato stato di decomposizione: i segni sul corpo sembravano dovuti alla lunga permanenza nell’acqua. Il sostituto procuratore Sandro Destito, titolare dell’inchiesta, aveva però dei dubbi: troppe ferite sul corpo e soprattutto sulle mani, un elemento che faceva pensare a un  tentativo di difesa. L’autopsia disposta dal pm ed effettuata dal medico legale Roberto Testi, ha infatti rivelato che la donna, che dovrebbe avere fra 20 e 30 anni, è stata uccisa con 15 coltellate. La ragazza indossava un maglione verde scuro, una maglia di colore viola, jeans neri e scarpe da ginnastica della Nike di colore viola e nero. La Sezione Indagini Scientifiche dei Carabinieri sono poi riusciti a individuare le impronte digitali della vittima, attraverso cui sarà possibile attribuirle un’identità attraverso la ricerca nell’elenco delle persone scomparse. Una delle tante donne che spariscono nel nulla, vittime del femmicidio “quasi perfetto”.