Donne state a casa e fate figli!

Camillo Longone io non lo conoscevo, o forse non leggo le cose che scrive, ma oggi mi capita sotto gli occhi questo titolo: Togliete i libri alle donne e torneranno a fare figli, e scopro che si tratta di un articolo firmato appunto da Camillo Longone sul quotidiano Libero, che decido di leggere perché mi riguarda: perché sono una donna, grande, laureata, giornalista e ho una figlia soltanto perché, essendo troppo indaffarata tra i libri, ho deciso di non mettere al mondo un asilo nido.  Che dire della lettura dell’articolo di Longone: sconcertante? Vergognoso? Privo di senso? Delirante? Assurdo? Senza base logica? No, semplicemente violento. Violento nel linguaggio, nell’ideologia, violento nei messaggi che comunica, violento verso le donne come genere, come esseri umani che, secondo Longone, sono incapaci di discernere se è meglio mettere al mondo figli come conigli o cercare di vivere come persone umane. Violento nelle intenzioni, perché portare come esempi i numeri della natalità di paesi come Niger e Uganda, in cui le donne vengono martoriate, stuprate, uccise, e i bambini che mettono al mondo, se non muoiono prima, possono essere arruolati come soldati, è assecondare la violenza che questa parte di mondo subisce. Violento e razzista, quando parla dei barconi che arrivano in Italia da paesi in conflitto come la Libia o la Siria, dove la gente scappa per non morire ammazzata sotto tortura, con donne e bambini, anche lì, che hanno subito ogni tipo di violenze fisiche e sessuali. Violento nei modi, perché manipolare i numeri per dedurre che se le donne scolarizzate fanno meno figli, allora non devono studiare ma stare a casa e badare alle culle, è come riportare le donne al Medioevo e non avere rispetto per quelle che ancora oggi non andranno a scuola ma si sposeranno a 8-9 anni, o poco più che adolescenti, con uomini che non conoscono perché quello è il loro destino. Ma perché lo fa? Forse invidia perché lui ha solo un diploma in Agraria? Poi leggo che Longone ha anche scritto sul Foglio dell’anno scorso: “Genitori che avete una figlia in età da università: se volete nipotini che vi tramandino e che la realizzino, risparmiate sulle tasse universitarie e regalatele un bel vestito” (Il Foglio, 1.9.2010). Ma allora quest’uomo è recidivo, odia il genere femminile, è misogino, che problemi ha? Auspicherei che prima o poi qualcuno smettesse di mettergli la penna in mano perché chi permette la diffusione di ideologie violente e sessiste come queste non è da meno di chi le scrive.

L'articolo pubblicato da Libero

Lapidazione per madre e figlia

Il 10 novembre scorso, a Ghazni in Afghanistan (138 km a sud ovest di Kabul), madre e figlia sono state uccise insieme con l’accusa di adulterio, in una zona passata dal controllo delle forze internazionali a quello del governo locale. Un gruppo di uomini è andato a prelevare le due donne direttamente a casa facendo una irruzione notturna e costringendo la madre, una giovane vedova, e la figlia, a sdraiarsi per terra, e dopo averle battute sul corpo con grosse pietre, gli uomini le hanno finite con un colpo di pistola alla testa. Il tutto è avvenuto tra urla e spari a due passi dagli uffici governativi ma nessuno si è mosso e neanche i vicini si sono azzardati a uscire di casa per vedere cosa stesse succedendo. Il fatto è forse riconducibile a una fatwa lanciata dall’imam locale, nella quale si invita la popolazione a denunciare chi commette adulterio.

Giulia è nata, e cresce forte e sana

La vignetta che ElleKappa ha dedicato a Giulia

Con un Manifesto firmato da 350 giornaliste tra carta stampata, televisione, radio e web, la rete delle giornaliste unite libere e autonome “per un’informazione che non sia megafono dei poteri ma racconti fedelmente la realtà a partire da una più vera e corretta rappresentazione della donna e della società”, è nata Giulia: Giornaliste unite per il cambiamento. Nel suo manifesto, visibile nel sito (http://giulia.globalist.it/), Giulia chiarisce che la sua nascita è “in un momento di grave crisi del Paese e di attacco alla dignità della donna, ai diritti del lavoro e dell’informazione” e soprattutto dice chiaramente “basta all’uso della donna come corpo, oggetto, merce e tangente; abuso cui corrisponde una speculare sottovalutazione delle sue capacità e competenze. (…) La discriminazione delle donne nel mondo del lavoro, l’emarginazione dalla vita pubblica, sono ostruzioni che vanno rimosse: uno spreco enorme di intelligenze che indebolisce il Paese e lo spinge al declino”. Le adesioni, arrivate da tutta italia, e il manifesto di Giulia saranno presentati in una conferenza stampa il 5 dicembre alle ore 12 alla Federazione Nazionale della Stampa a Roma.

Continua la mattanza in Costa d’Avorio

In Costa d’Avorio ogni 36 ore un bambino/a subisce uno stupro. Questo il dato allarmante di Save the Children e Unicef presenti nel Paese. Nel periodo che va da novembre 2010 a settembre 2011, si legge nel rapporto “Minacce, violenze, gravi violazioni, dei diritti dei bambini – Rapporto sull’impatto della crisi post-elettorale sui minori in Costa d’Avorio” redatto dalle organizzazioni internazionali che lavorano sul territorio, oltre 1.000 donne e minori hanno subito gravi violazioni dei Diritti Umani e i due terzi delle vittime sono bambine mentre il 60% è sotto i 15 anni: 213 i casi di violenza sessuale (pari al 55% di tutte le gravi violazioni documentate), 45 casi di bambini associati a gruppi armati (pari all’11,5% delle gravi violazioni e al 7% delle violazioni riportate), 79 casi di bambini feriti o mutilati (il 10,5% delle gravi violazioni e il 6,5% di violazioni commesse contro i bambini), 41 casi di bambini uccisi negli scontri armati, scoppio di granate (20,5% di gravi violazioni e 12,5% di violazioni), 10 casi di rapimento (il 50% di bambine la meta’ delle quali sotto i 10 anni). “I bambini sono stati le principali vittime del conflitto in Costa d’Avorio e questo rapporto permette per la prima volta di avere una chiara idea del numero dei bambini direttamente colpiti dalla crisi”, sottolinea Hervé Ludovic de Lys, Rappresentante di Unicef in Costa d’Avorio. Nello stesso tempo, durante un incontro a Bruxelles, il Presidente Alassane Dramane Ouattara si è rivolto agli investitori economici dell’Unione Europea con l’invito esplicito a investire in Costa d’Avorio spacciandolo come un paese dove “c’è sicurezza” e in cui la crisi post-elettorale è ormai superata, ottenendo, dall’incontro con Philippe Maystadt presidente della Banca europea per gli investimenti, il sostegno finanziario ai vari progetti di ricostruzione in Costa d’Avorio. Una situazione di stabilità smentita subito da Doudou Diene, esperto delle Nazioni Unite per i diritti umani in visita in Costa d’Avorio, che ha parlato di “grande instabilità e insicurezza”, citando il caso del villaggio di Duékoué dove gli abitanti di etnia guéré sono continuamente vittime di attacchi, saccheggi e violenze. “Le sofferenze dei bambini in Costa d’Avorio sono state finora ignorate – ha confermato Xavier Simon, Direttore di Save the Children in Costa d’Avorio – e molti minori sono terrorizzati dallo sporgere denuncia, quindi chi denuncia  dovrebbe ricevere supporto. Noi continueremo ad assistere le vittime e a monitorare le istituzioni che sono responsabili della salvaguardia dei diritti dei bambini ivoriani”.

Giornaliste stuprate in piazza Tahrir

Caroline Sinz, reporter di France 3

Caroline Sinz, reporter della tv francese France 3, è stata aggredita e violentata ieri al Cairo, in Piazza Tahrir durante la rivolta egiziana di questi giorni, mentre tentava di fare un reportage: “Stavamo filmando in via Mahamed Mahmoud –  ha raccontato la giornalista nell’edizione serale del telegiornale di France 3 – quando io e il mio cameraman siamo stati assaliti da un gruppo di ragazzi e alcuni uomini che mi hanno picchiata strappandomi i vestiti”. La giornalista francese è stata violentata per 45 minuti: “Ho pensato di morire”, ha detto concludendo il racconto della violenza pubblica subita. E ieri anche la giornalista egiziana-americana, Mona El Tahawy – che vive a New York e scrive per il Washington Post, il New York Times, l’International Herald Tribune – ha dichiarato di aver subito violenza fisica e sessuale da parte delle polizia dopo essere stata arrestata a piazza Tahrir e fermata per 12 ore nelle carceri del Cairo: “Dodici ore con i bastardi del ministero degli Interni e con i militari dell’Intelligence. Solo Dio sa cosa sarebbe accaduto se non avessi avuto la doppia cittadinanza”, ha scritto su Twitter descrivendo l’aggressione. A seguito di questi fatti, Reporter sans frontières, ha invitato tutta la stampa internazionale a non inviare più giornaliste in Egitto: “E’ almeno la terza volta che una giornalista riferisce di essere stata aggredita sessualmente dall’inizio della rivoluzione egiziana. Le redazioni devono tenerne conto e smettere, in via temporanea, di inviare donne in Egitto – si legge in un comunicato di RsF – è triste dover dire questo, ma di fronte alla violenza di queste aggressioni, non ci sono altri rimedi”. A febbraio un’altra giornalista americana, Lara Logan, reporter della CBS, era stata stuprata al Cairo, in piazza Tahrir durante i festeggiamenti per l’addio di Mubarak, da una folla di 200 egiziani che, dopo aver disperso la troupe, ha accerchiato, aggredito, picchiato e stuprato la donna per mezz’ora. La sua salvezza è stata la reazione di altre donne egiziane in piazza che sono intervenute chiamando soccorso. Ma l’elenco non si ferma qui: chi si ricorda della giornalista colombiana Jineth Bedoya, che dopo 9 anni rivelò lo stupro di cui era stata vittima nel maggio del 2000 mentre indagava sui gruppi paramilitari di estrema destra per conto del giornale El Espectador di Bogotà? Bedoya fu rapita, legata, bendata e portata in un luogo sconosciuto nella Colombia centrale, dove fu selvaggiamente picchiata e stuprata da un gruppo di uomini. Ma le giornaliste vittime di stupro e di abusi sessuali, rimaste in silenzio per la vergogna, sono tantissime. Il CPJ (Committee to Protect Journalist) ha raccolto testimonianze da parte di giornaliste vittime di violenze sessuali, fisiche, stupri collettivi, perquisizioni umilianti, ritorsioni sessuali per il lavoro svolto, in Medio Oriente, Asia Meridionale, Africa e America. La giornalista svedese Jenny Nordberg, in Pakistan nel 2007 per il ritorno di Benazir Bhutto, ha raccontato di essere stata separata dai colleghi e circondata da un gruppo di uomini da cui è stata violentata mentre era tra la folla a Karachi, e ha raccontato di non aver detto nulla sul momento né di aver denunciato la violenza, per la paura di “perdere l’occasione di lavori futuri”. Wattera Grace, della rivista Fraternité Matin in Costa d’Avorio, ha raccontato di funzionari che registrano il nome e il telefono prima di entrare alle conferenze stampa per poi usarle personalmente con minacce a sfondo sessuale. Kate Brooks, fotografa per il New Yorker e The Wall Street Journal, in Turchia ha detto che di essere stata “afferrata all’inguine da dietro” mentre fotografava un attacco suicida in Afghanistan. Chi dorme con un coltello sotto il cuscino, chi viene molestata non solo da sconosciuti ma anche da guardie del corpo, autisti, interpreti e funzionari governativi, può rimanere in silenzio per anni nella paura di essere denigrata o addirittura spostata o licenziata dal proprio giornale: le giornaliste inviate in luoghi pericolosi rischiano quindi due volte più degli uomini, e per loro denunciare e fare informazione sulla violenza di genere non può essere un optional ma devono essere supportate e ascoltate, non censurate.

Pericolo a Oslo

Anche in Scandinavia la vita delle donne non è più così sicura. Nella patria dell’emancipazione femminile e della parità tra i sessi, aumentano vertiginosamente le violenze sulle donne. In particolare a Oslo sono in netto aumento gli stupri con una percentuale che, in proporzione agli abitanti, dal 2001 a oggi è aumentata dell’84%. Davanti al caos i norvegesi sono scesi in piazza per protestare con fiaccolate notturne (che con quel freddo è una dimostrazione più che temeraria), mentre il sindaco della capitale norvegese, il conservatore Richard Fabian Stang, ha deciso di rimediare alle violenze con una proposta di legge che restringe la libertà di circolazione a gruppi di stranieri, perché, secondo lui, la colpa è tutta dei richiedenti asilo. A questa proposta, un po’ “razzista” e forse troppo azzardata da parte del sindaco che si basa su una statistica che indica come autori delle violenze un cospicuo numero di “uomini non scandinavi”, l’ispettore di polizia Hanne Kristen Rohde, intervistata sul “Norway Post”, ha risposto chiaramente che non è possibile stabilire automaticamente e con certezza il collegamento tra gli aggressori e i richiedenti asilo.

Rompere quel “dannato silenzio”

Per il 25 novembre, in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, Genova Palazzo Ducale Fondazione Cultura, ha realizzato un video in collaborazione con Genova Città Digitale. L’iniziativa ha il patrocinio dell’Associazone Ligure dei Giornalisti e della Commissione Pari Opportunità della Federazione Nazionale della Stampa. Il video si intitola “Dannato silenzio”, e mostra il volto di 32 donne mentre una striscia nera, sui cui compaiono i numeri degli stupri e il tipo di violenze subite dalle donne, scorre coprendo le loro bocche. Da vedere senza commentare: Dannato silenzio